E' la stessa Italia di Padre Pio e di San Gennaro. E' la stessa Italia che alle superiori mal sopporta le lezioni di scienze, di fisica, di matematica e anche di chimica.
E' la stessa Italia che anche nel lavoro, nello studio cerca la scorciatoia, così come nella vita. L'Italia delle mode. L'Italia che mal sopporta di stare in coda e deve sorpassare per arrivare prima e imbottigliarsi così ancor meglio e sempre di più.
Parole antiquate? può essere. Meglio credere che una pillola, un estratto, rimediano perchè scegliere di vivere "normale" non è "in", non fa "figo".
la presenza di un sito ispirato dal K K K, il caro e simpatico gruppetto o gruppone di persone che combattono in nome della buona e brava "razza" bianca contro il pericolo costituito dai miliardi di individui dalle molte sfumature di colore (privilegiando fra i nemici quelli particolarmente scuri) ha suscitato alcune perplessità nella rete.
riporto qui una delle opinioni, quella di ZAMBARDINO "opinion maker" (sòrbole!) del settore per Repubblica.
Un po’ di domande sul caso KKK on line.
Il ministro Mara Carfagna interviene sulla notizia che parla di un sito del KKK in Italia e dice: “Necessario l’intervento degli organismi preposti al controllo della rete per evitare la diffusione di messaggi così negativi e incivili”.
Ora a parte che non sapevamo che in Italia ci fossero “organismi preposti al controllo della rete” e l’informazione del ministro arriva certo non gradita ma utile – quali sono questi organismi, ministro? A parte questo, c’è che siamo, con questo caso, anche noi italiani nel cuore di un dibattito mondiale.
Tanti i casi precedenti: Yahoo! e i siti nazisti, i cimeli hitleriani su eBay, e davvero mille e mille altre evenienze. Il riflesso della politica e degli stessi gestori è eliminare il corpo del reato, che in questo caso è reato di opinione. E’ come se oscurare un sito che predica follie razziste, omofobe e liberticide – perché di questo si tratta – bastasse per risolvere il problema e liberasse la società da ogni altra incombenza.
E allora la domanda è: chiuso il sito, il problema è risolto? Basta impedire l’espressione di un pensiero criminale perché non vi faccia seguito l’azione? Non si tratterà di indagare, cercare, scavare? A margine: la permanenza del sito non farebbe bene a quelle indagini? Risposta: sì e speriamo che nessuno ci chieda come.
E il riflesso di reprimere le idee, anche se si tratta di idee abiette, sta nelle regole dello stato di diritto? Non è proprio dello stato di diritto e della democrazia il paradosso di dare voce ai nemici della libertà che essi garantiscono?
Non permette invece – la repressione dei siti a contenuto abietto – la nascita di una pratica, da parte degli “organismi preposti al controllo della rete”, che non ha potenzialmente alcun limite? E’ compito dei governanti tracciare cosa si reprime e cosa no? Se è così, ricordiamo la pagina Facebook con relativo giochino Buttiamo a mare l’immigrato, realizzata dal figlio del senatore Bossi. Se il giovanotto diventa ministro, quel gioco lo vendiamo alla Standa?
Non sarebbe meglio spostare altrove il limite e renderlo invalicabile?
Ripeto: è una questione delle pratiche che si abilitano. In Cina l’asticella sta molto più in là, e non è il limite estremo. Davvero. In Iran, dove i blog sono tutti registrati, come vorrebbe che fossero in Italia qualche proposta di legge già scritta, si può essere arrestati per “offesa alla religione” e per “vilipendio dei rappresentanti dello stato”. Praticamente, in quella società, tutto.
E allora, non sarebbe meglio inaugurare in Italia la prassi e il principio che l’espressione abominevole resta dov’è e sono da reprimere le connesse pratiche?
Anche perché è forte il sospetto, quasi una certezza, che, chiuso il sito, si ritenga risolto il problema.
Oppure pensiamo che l’emergere di questo e di altri fenomeni sia “proprio” della rete? Per cui basta spegnere internet e tutto scompare. Ma sì, e questo che al fondo pensiamo, il non detto dei signori della politica e della censura: che è la facoltà di parola che crea il crimine e non viceversa.