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Un vecchio signore che non ha nessuna voglia di andare in pensione mentale ma che può finalmente scegliere orari tempi e colleghi.

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domenica, 15 novembre 2009

L'Italia della TV e dei Miracoli

E' la stessa Italia di Padre Pio e di San Gennaro. E' la stessa Italia che alle superiori mal sopporta le lezioni di scienze, di fisica, di matematica e anche di chimica.

E' la stessa Italia che anche nel lavoro, nello studio cerca la scorciatoia, così come nella vita. L'Italia delle mode. L'Italia che mal sopporta di stare in coda e deve sorpassare per arrivare prima e imbottigliarsi così ancor meglio e sempre di più.

Parole antiquate? può essere. Meglio credere che una pillola, un estratto, rimediano perchè scegliere di vivere "normale" non è "in", non fa "figo".


Per molti sono una specie di illusoria scorciatoia verso il benessere garantito. Per altri una moda passeggera. Per altri ancora un giusto modo di rientrare della fatica spesa in palestra, delle ore di studio passate sui libri, dei chilometri di corsi delle sedute di jogging. A volte la pubblicità promette miracoli (quindici giorni fa è comparso anche un prodotto contro l’influenza A), a volte si rivolge direttamente agli sportivi, primi consumatori degli integratori alimentari.

Il risultato è duplice. Da un lato il boom economico del settore: il mercato degli integratori fattura un miliardo 311 milioni di euro solo con le vendite in farmacia, a cui vanno aggiunti i 189 milioni degli altri canali di vendita, che portano la cifra globale a un miliardo e mezzo di euro, con un incremento del 12,5 per cento rispetto all’anno precedente. Dall’altro lato, però, emergono i dubbi: quanti di questi prodotti sono davvero utili? Quanti invece non servono solo a dare una sorta di alibi a chi segue una dieta sbagliata? «Gli italiani - confermano all’Aiipa, l’associazione italiana delle industrie che producono alimentari - vivono una contraddizione di fondo. Da un nostro studio del 2008 emerge che sette italiani su dieci dichiarano di avere uno stile di vita buono o ottimo. Ma alla prova dei fatti, l’84 per cento si nutre in modo scorretto».

Aumentano anche le denunce, i sequestri, gli interventi contro le «false promesse». Ma questo, per i produttori seri è un elemento positivo. «Gli italiani stanno diventando più attenti - spiega Stefano Colombo, amministratore delegato della Montefarmaco Otc - hanno capito che siamo quello che mangiamo e che in una vita in cui ormai il pranzo è un panino e le materie prime non garantiscono più la qualità di un tempo, gli integratori sono necessari. Esiste però un buco legislativo. Per fortuna i canali di vendita selezionano la qualità, ma il ministero della Salute sta ora provando a definire norme precise per questo mercato che un decennio fa non esisteva, ma ora che è maturo e rappresenta una tentazione allettante per chi vuole approfittarne».

Le cifre sono impressionanti: un italiano su tre fa uso di integratori di vario tipo, e il 62 per cento di chi si dichiara consumatore afferma di esserlo da almeno un biennio. Le cifre vengono da uno studio realizzato da Ac Nielsen per FederSalus, la Federazione dei produttori di prodotti salutistici. La ricerca analizza anche le motivazioni che muovono gli acquirenti: la metà circa (46,1%) lo fa per una generica ricerca del benessere psico-fisico. Più o meno la stessa percentuale (42,8%) per specifiche esigenze di salute. Ai primi posti nelle vendite ci sono i fermenti lattici, i multivitaminici e i dimagranti.

Ad allarmare è soprattutto il consumo di prodotti acquistati sul web, privi delle verifiche e dei controlli imposti dal mercato italiano. «È curioso come al giorno d’oggi venga giustamente raccomandata l’attenta lettura dell’etichetta degli alimenti e si scordi che è necessaria la stessa attenzione per gli integratori alimentari - dice il farmacista Giovanni Vintani, esperto dell’Aiipa -. Su Internet si è sviluppato un mercato parallelo fuori controllo, che non passa dalle mani di un professionista che ne vagli la qualità e l’efficacia».

Sono ormai oltre 6 milioni gli italiani che sul web vanno a caccia di informazioni su salute e benessere. Il sito più cliccato è medicitalia.it con oltre un milione di visitatori. Il fattore fiducia (che orienta verso la farmacia o l’erboristeria) è determinante per il 14,8%, mentre la variabile costo (che spinge verso il supermercato) influenza il 17,8% che si regola sulla base della convenienza (cosa a cui sembrano particolarmente attenti gli uomini, con il 23,5%).

E, quindi, un italiano su tre fra chi assume integratori, lo fa senza chiedere consigli a nessuno. «E questo è molto pericoloso - avverte Giovanna Cecchetto, dietista, presidente dell’Andid, l’associazione nazionale della categoria -. Il settore degli integratori è ampio e richiede molta attenzione.
Prendiamo i multivitaminici, ad esempio. Tutto il mondo scientifico e medico è d’accordo nel non consigliare integrazioni se l’alimentazione abituale è sufficientemente varia ma soltanto in casi di particolari emergenze o patologie». Gli esempi sono molti, dalle donne in gravidanza a chi è sotto terapia antibiotica e ha bisogno di un maggiore apporto di vitamine.
«A chi non presenta particolari bisogni va ricordato che le sostanze contenute negli integratori non hanno la stessa efficacia di quelle contenute negli alimenti. E che quindi bisogna anzitutto correggere la propria alimentazione e i propri stili di vita.
Lo stesso vale per integratori alimentari quali i dimagranti». Anche ora che le materie prime non sono quelle di una volta? «Sempre».
***
Per dare un piccolo esempio, più di uno mi ha chiesto di non usare lo zucchero, quello di bietola, perchè è "cancerogeno"! Si vede che quello di canna è fatto diversamente, sarà un saccarosio con una molecola diversa, lunare!!
 
postato da: bkrema alle ore 15:20 | link | commenti
categorie: racconti, opinioni, scienza, speranze, ricerca, umanitĂ 
mercoledì, 04 novembre 2009

siti kattivi, siti bbuoni...

la presenza di un sito ispirato dal K K K, il caro e simpatico gruppetto o gruppone di persone che combattono in nome della buona e brava "razza" bianca contro il pericolo costituito dai miliardi di individui dalle molte sfumature di colore (privilegiando fra i nemici quelli particolarmente scuri) ha suscitato alcune perplessità nella rete.

riporto qui una delle opinioni, quella di ZAMBARDINO "opinion maker" (sòrbole!) del settore per Repubblica.

Un po’ di domande sul caso KKK on line.

Il ministro Mara Carfagna interviene sulla notizia che parla di un sito del KKK in Italia e dice:  “Necessario l’intervento degli organismi preposti al controllo della rete per evitare la diffusione di messaggi così negativi e incivili”.

Ora a parte che non sapevamo che in Italia ci fossero “organismi preposti al controllo della rete”  e l’informazione del ministro arriva certo non gradita ma utile – quali sono questi organismi, ministro? A parte questo, c’è che siamo, con questo caso, anche noi italiani nel cuore di un dibattito mondiale.

Tanti i casi precedenti: Yahoo! e i siti nazisti, i cimeli hitleriani su eBay,  e davvero mille e mille altre evenienze. Il riflesso della politica e degli stessi gestori è  eliminare il corpo del reato, che in questo caso è reato di opinione. E’ come se oscurare un sito che predica follie razziste, omofobe e liberticide – perché di questo si tratta –  bastasse per risolvere il problema e liberasse la società da ogni altra incombenza.

E allora la domanda è: chiuso il sito, il problema è risolto? Basta impedire l’espressione di un pensiero criminale perché non vi faccia seguito l’azione?  Non si tratterà di indagare, cercare, scavare?  A margine: la permanenza del sito non  farebbe bene a quelle indagini? Risposta: sì e speriamo che nessuno ci chieda come.

E il riflesso di reprimere le idee, anche se si tratta di idee abiette, sta nelle regole dello stato di diritto? Non è proprio dello stato di diritto e della democrazia il paradosso di dare voce ai nemici della libertà che essi garantiscono?

Non permette invece – la repressione dei siti a contenuto abietto – la nascita di una pratica, da parte degli “organismi preposti al controllo della rete”,  che non ha potenzialmente alcun limite?  E’ compito dei governanti tracciare cosa si reprime e cosa no? Se è così, ricordiamo la pagina Facebook con relativo giochino Buttiamo a mare l’immigrato, realizzata dal figlio del senatore Bossi. Se il giovanotto diventa ministro, quel gioco lo vendiamo alla Standa?

Non sarebbe meglio spostare altrove il limite e renderlo invalicabile?

Ripeto: è una questione delle pratiche che si abilitano. In Cina l’asticella sta molto più in là, e non è il limite estremo. Davvero. In Iran, dove i blog sono tutti registrati, come vorrebbe che fossero in Italia qualche proposta di legge già scritta, si può essere arrestati per “offesa alla religione” e per “vilipendio dei rappresentanti dello stato”. Praticamente, in quella società, tutto.

E allora, non sarebbe meglio  inaugurare in Italia la prassi e il principio che  l’espressione abominevole resta dov’è e sono da reprimere le connesse pratiche?

Anche perché è forte il sospetto, quasi una certezza, che, chiuso il sito, si ritenga risolto il problema.

Oppure pensiamo che l’emergere di questo e di altri fenomeni sia “proprio” della rete? Per cui basta spegnere internet e tutto scompare. Ma sì, e questo che al fondo pensiamo, il non detto dei signori della politica e della censura: che è la facoltà di parola che crea il crimine e non viceversa.

postato da: bkrema alle ore 03:00 | link | commenti
categorie: politica, opinioni, libertĂ , potere