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domenica, 01 febbraio 2009

BARBARA SPINELLI: FEMMINICIDIO

un mondo, fatti, ancora fin troppo presenti dalle nostre parti di occidentali, cristiani e spesso sinistri evoluti.

non credo servano commenti, se non l'osservazione che di questo non avevo letto niente nei giornali che "fanno opinione". Una nuova tendenza del rinnovato LIBERAZIONE?

se è questo il motivo, la necessità del cambio di direttore veniva da molto lontano.

Processo a un uomo perbene che picchiava un poco la moglie

Liberazione, 1 febbraio 2008
Roberto Spaccino, al processo per la morte di Barbara Cicioni: «Le davo smanate, non botte» 
«Prima o poi ti ammazzo è una espressione delle nostre parti. Mia moglie non l'ho mai picchiata, al massimo smanate e schiaffettoni che non lasciano il segno, la violenza vera è quella che ti manda all'ospedale e Barbara non è mai finita al pronto soccorso».
Unico imputato al processo per la morte della moglie Barbara Cicioni, 33 anni, incinta di otto mesi, Roberto Spaccino si difende con un sorriso beffardo. E' accusato di omicidio aggravato e maltrattamenti, la pm Antonella Duchini lo incalza proprio sugli schiaffi che per anni ha riservato alla moglie come parte integrante del ménage famigliare.
E lui, stizzito, distingue tra litigio e botte. Il litigio, nel mondo di Spaccino, sono schiaffetti, schiaffettoni, "sventoloni", "smanate", e tutto questo «non sono botte». Perché le botte «sono quelle che lasciano il segno», sono i "boccaloni" dati con il rovescio della mano. Roberto diceva spesso «io questa prima o poi l'ammazzo», l'uomo precisa che questo è un modo di dire di Marsciano, «un intercalare nostro, mio e di mia moglie».
Rinchiuso nella gabbia dell'aula della Corte d'Assise di Perugia, l'uomo trova il tempo per scherzare con gli avvocati, salvo poi piangere quando pensa ai figli Nicolò e Filippo affidati al prozio di Barbara. I suoi difensori provano a convincere i giudici che Spaccino quel 24 maggio 2007 non strangolò Barbara perché lui è un uomo perbene, non si ubriaca, non fuma, non gioca d'azzardo e insomma al massimo frequentava qualche night, tradiva talvolta la donna con le clienti della lavanderia e prostitute e tuttavia non aveva una relazione extraconiugale fissa, spesso le urlava "sei una puttana come tua madre" perché la madre aveva divorziato presto da un marito violento, le diceva "sei un cesso" e "sei grassa", eppure Spaccino le regalava sempre delle rose per il suo compleanno ed «era cocchino e premuroso», questo padre di famiglia non è stato mai denunciato per rissa né per maltrattamenti domestici e se Barbara non è mai andata dalla polizia a raccontare che veniva malmenata dal marito, perché mai lui sarebbe poi arrivato persino ad ucciderla?
La cronaca del processo Spaccino è la cronaca di un femminicidio che non fa scalpore e che tuttavia racconta l'esasperante normalità della violenza domestica. Spaccino, uomo qualunque, è italiano e tutto porta a pensare che abbia ucciso la moglie: tuttavia non è straniero e non ha stuprato nessuna. Statisticamente, Roberto impersona l'identikit più frequente e sottaciuto: il 69% degli stupratori è marito o fidanzato della vittima mentre soltanto il 10% dei violentatori è straniero. E questo vale anche per i femminicidi.
Racconta Spaccino che quella sera, sul tardi, tornò a casa e trovò Barbara morta sul pavimento della camera da letto, i due bambini dormivano nella stanza accanto ma nei giorni successivi disegnarono la madre a terra in un lago di sangue. Agli inquirenti Roberto, ex camionista, disse che erano stati gli albanesi ad uccidere la moglie dopo una rapina: mancavano soldi e gioielli, la casa a soqquadro. Vivevano in una villetta di Compignano, una frazione di Marsciano (Pg).
Poche ore prima del funerale scattò l'arresto: Roberto aveva ammesso le liti frequenti, un famigliare durante una intercettazione disse che si trattava di una «morte annunciata» perché in paese si sapeva che Roberto picchiava Barbara ma nessuno aveva il coraggio di intervenire, nessuna folla inferocita come quella di Guidonia si riuniva sotto le finestre della villetta per linciare l'aguzzino di quella donna dal viso dolce e serio. Roberto era uno di loro, un padre di famiglia che portava i bambini a calcio.
Come dice Spaccino, era Barbara «il cervello della famiglia»: aveva aperto una lavanderia e la gestiva con il marito. Durante la perizia psichiatrica in carcere, Roberto evidenzia che «il carattere della moglie era piuttosto forte, più del suo (...) una donna forte che non si faceva sottomettere facilmente». Di se stesso, allo psicopatologo forense Giovanni Battista Traverso, dice di essere «un uomo tranquillo»: Traverso afferma che l'imputato possiede «un piano cognitivo sostanzialmente integro» e privo di patologie psichiatriche, cioè un uomo assolutamente normale.
Si erano conosciuti ad una sagra di paese quando Barbara aveva appena quattordici anni e lui 18, lei aveva vissuto il divorzio dei genitori in maniera traumatica e non voleva separarsi per evitare un dolore ai figli. Il marito non era affatto contento della terza gravidanza, le ripeteva come una cantilena «questo figlio non è mio». La accusava di averlo tradito, quando era lui a svolazzare di donna in donna. Interrogato questa settimana per la prima volta durante il processo, Spaccino si lascia andare a considerazioni contradditorie: «Barbara era molto gelosa, non so perché». Poi modifica la sua versione: «In tutta la mia carriera ci sono andato (con le donne, ndr ) tre o quattro volte».
Sottigliezze. Le prodezze del marito di Barbara sono varie, includono persino un rapporto sessuale con una spogliarellista in cambio del lavaggio di un tappeto del valore di 36 euro. Proprio per sottrarsi al controllo della moglie, l'aveva convinta ad aprire a nome suo una seconda lavanderia a Deruta dove ammiccava e seduceva numerose donne. Con la scusa di un incidente che lo aveva costretto a lasciare il mestiere di camionista, Roberto passava ogni anno una settimana alle terme e anche nelle piscine calde trovava gradevole la compagnia femminile.
Dai verbali dell'udienza emerge la dicotomia sessita: a casa la moglie e madre seria, fuori le frequentazioni allegre («Certo che la gelosia di Barbara mi dava fastidio, io le dicevo che non c'era niente. Del resto lei che ne poteva sapere? E le avventure, si sa, ce l'hanno tutti»). Lavorava come un mulo, la donna, figli e lavanderia e un marito che pretendeva tutto.
La sera della sua morte avevano litigato, Roberto insisteva per andare quella sera tardi a fare il distillo in lavanderia, Barbara sospettava che fosse una scusa per dedicarsi a nuove scappatelle, lui aveva alzato le mani contro Barbara e lei si era messa un cuscino davanti la faccia per attutire i colpi e non svegliare i bambini, questo è almeno il racconto del marito che oggi ripete continuamente che lei gli aveva fatto male al dito, quel 24 maggio.
La famiglia Spaccino fa cerchio attorno al figlio accusato di omicidio, d'altronde un giorno Barbara aveva colpito col mestolo Roberto sulla mano e il suocero, vedendo il figlio col dito sanguinante, le aveva detto: «Se non la smetti di toccare mio figlio ti mando a casa tua e ti rompo la falce sul collo». Nel clan Spaccino la violenza era usuale, tanto che la cognata di Barbara le aveva suggerito un avvocato che curasse la separazione.
Nel corso del suo esame, il 27 e 28 gennaio scorsi, Spaccino se la prende con la stampa e la televisione accusandoli di dipingerlo come un mostro: «Io a mia moglie non ho mai messo le mani addosso, non gli ho mai menato». Una visione distorta della violenza: io non sono violento, sono violenti gli altri, gli stupratori, gli stranieri, quelli che mandano all'ospedale. E senza rendersene conto si contraddice, ammette che gli «schiaffetti» erano continui per motivi banali e quotidiani, «se la cena non era pronta» oppure «quella volta dei calzini», e comunque gli schiaffetti erano reciproci, anche Barbara «smanava» e dunque lui doveva mollarle dei ceffoni «per calmarla» come se reagire per legittima difesa, da parte della donna, lo autorizzasse a rispondere con maggiore forza.
Successe anche il 24 maggio 2007, Spaccino ammette di aver schiaffeggiato la donna ma di essere uscito alle 23.30 per andare alla lavanderia quando Barbara era steso sul letto, viva, e di averla trovata morta al ritorno, a mezzanotte e mezzo. Dall'autopsia risultò che la Cicioni era stata strangolata verso le dieci e trenta, massimo undici, provocando inoltre la morte in grembo della piccola Viola. E poi i Ris trovarono tracce di sangue della vittima, portate dall'assassino, dalla camera da letto fino al garage e dentro l'Opel Zafira di Spaccino.
Il 30 maggio l'uomo venne arrestato e portato nel nuovo pentitenziario di Capanne, nella periferia di Perugia, con l'accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi, dalla crudeltà verso la vittima e dal rapporto fra coniugi. Successivamente venne trasferito al carcere di Terni, dove si trova tuttora.
La procura di Perugia gli contesta anche gli abusi nei confronti di Barbara e dei figli poiché li ha costretti ad assistere ai maltrattamenti, l'interruzione di gravidanza e la simulazione di reato.Cinque associazioni aveva chiesto di costituirsi parte civile, i giudici perugini ne hanno accettate tre (Telefono Rosa, Differenza Donna, Comitato internazionale 8 marzo), mentre le altre due (Giuristi Democratici e l'associazione Ossigeno onlus) stanno comunque seguendo il processo insieme con la Rete delle donne umbre e il Sommovimento femminista di Perugia per fare comprendere che la morte di una donna per mano del marito è una violazione dei diritti umani.
Il processo Spaccino, al di là della cronaca giudiziaria, entra nelle viscere di un delitto famigliare e della violenza domestica, mostra come in una grottesca pièce teatrale i meccanismi alla base del sessismo e del patriarcato: la madre di Roberto che chiama «puttane» le donne che il figlio frequentava, la difesa di un uomo che minimizza le botte e considera «sfaticata» la madre dei suoi figli.
Le femministe chiedono alle donne di partecipare alle prossime udienze del 12 e 19 marzo, 2, 14 e 21 aprile e per la lettura finale della sentenza di primo grado a metà maggio.
postato da: bkrema alle ore 23:50 | link | commenti (3)
categorie: politica, famiglia, femmine, giudici, medio evo
giovedì, 22 gennaio 2009

"PISCIARE" a Venezia...

non è il titolo di un film, è un'idea all'avanguardia del vicesindaco che evidentemente vuol eliminare il servizio e incrementare gli incassi di bar e consimili. Che strano, qualche settimana fa, in Austria, incontravo dei cartelli vistosi che mi spedivano alla toilette almeno qualche centinaio di metri prima. Gratis.

e pensare che nell'antica Roma conquistare l'appalto dei "pisciatoi" era una vittoria economica non da poco.

gli appaltatori erano i tintori che in questo modo ottenevano l'ammoniaca necessaria a sviluppare i colori per tingere le tuniche ed accessori.

Com'è caro fare pipì a Venezia  Ora costa tre euro al giorno

Ti scappa la domenica, oppure in un periodo di «alta stagione?» Meglio stare a casa, o trovare soluzioni alternative. Perché dal primo febbraio è in arrivo la stangata sui gabinetti pubblici. Usarli nei periodi «caldi» costerà salato: tre euro al giorno, tre volte un caffè al bar. Che diventano 2 se si prenota «on line». Facile immaginare le code di anziani agli Internet point. Oppure i computer portatili dei più giovani per ottenere l'ambito sconto sulla pipì.

Le nuove tariffe di ingresso ai servizi igienici pubblici fanno parte dela delibera approvata dal Comune, su proposta del vicesindaco Michele Vianello, il 18 dicembre scorso nell'ambito del progetto «E-commerce». Se lo scopo è quello di disincentivare i turisti mordi e fuggi niente di meglio di cominciare dai bisogni fisiologici. Ecco allora allora la stangata. Un euro e mezzo per tutti i non residenti (in bassa stagione). Ma il doppio se l'afflusso è alto. Si può ovviare con la «Wc card», invece del museo uno può andare per tutta la settimana al gabinetto. Sette euro che diventano 9 in alta stagione.

Naturalmente sono previste facilitazioni per i residenti. Si può fare pipì a soli 0,25 centesimi se si è in possesso della «Wc card abbonamento» che costa 3 euro. Anche gli ultrasessantenni possono andare gratis. Ma anche loro in caso di bisogno impellente devono arrangiarsi. Per entrare nei gabinetti pubblici è infatti necessaria, si legge nella delibera, «la Wc card gratuita di validità quadriennale al costo di 3 euro».

Altre facilitazioni sono previste se si prenota «on line». Bisogna prevedere il bisogno e mettersi al computer per tempo. Le tariffe on line sono molto più basse rispetto a quelle «on site». Sette euro in alta stagione (5 in bassa) per la Wc card. Due euro in alta stagione (1 in bassa) per l'entrata giornaliera. Che però, si precisa nella delibera, «può essere utilizzata anche due volte».
Invece se uno ha problemi di prostata, cistite e simili, dovrà attrezzarsi con qualche card di riserva. Che non potrà essere ceduta ad altri. «La tariffa settimanale», conclude il provvedimento, «dà la possibilità al solo titolare della tessera a un massimo complessivo di dieci utilizzi».

Quando si dice la programmazione. Ma in città circolano le prime critiche. Se a Carnevale uno non prenota on line, non ha la tessera e non ha moneta, finirà per far la pipì nei bar, risparmiando e bevendosi anche il caffè con gli stessi soldi.

O magari, come succedeva anche prima, approfittare della prima calle a disposizione.

Speriamo, per i vecchietti come me, nello sconto pannoloni di farmacie e sanitarie.

postato da: bkrema alle ore 17:22 | link | commenti (2)
categorie: politica, scienza, umanitĂ , medio evo
mercoledì, 13 febbraio 2008

professore la ammiro, ma lei crede che la cultura italiana sia ben disposta verso la scienza? quante volte ha visto preferire piuttosto le ipotesi e i suggerimenti della fattucchiera o del santone di turno per ottenere il miracolo? Miracolo magari da usare nel processo per ottenere la patente di BEATO, da cui partire per la dichiarazone di SANTO.

La recente e straordinaria modificazione, potenzialmente curativa, del Dna mitocondriale di madri portatrici di patologie trasmissibili ai figli ha scatenato la solita canea contro gli scienziati «manipolatori della vita e nemici del disegno divino». Quest'ultimo, per antonomasia, essendo divino non può, a loro giudizio, essere manipolato. Il livore di molti teo-dem, teo-con o teo e basta si basa su principi non solo discutibili, ma sicuramente confutabili.

Non si comprende perché chi, giustamente, espianta organi da un essere cerebralmente morto, ma a cuore battente, compia, come di fatto è, un atto di alto valore terapeutico, mentre chi utilizza un blastocisti per coltivare cellule staminali, cioè un ovulo fecondato nelle prime due settimane e privo di qualunque afferenza nervosa, sia un assassino. La commistione religione-scienza induce molti presunti partigiani della vita a pensare che chi si occupa di genetica molecolare sia un sacrilego eugenista. Nulla è più falso. Se si intende vita umana ciò che dipende dal controllo di una qualche forma di attività cerebrale, allora un embrione umano nelle prime settimane non è vita. Se si combatte qualunque intervento sul Dna, allora anche il tentativo di intervenire sul Dna alterato delle cellule cancerogene per battere il cancro, dovrebbe, secondo i «pasdaran», essere proscritto.

La natura ha alterato il Dna durante l’evoluzione della specie e l’influenza ambientale ha fatto il resto. Per esempio, appaiono incoerenti i proclami religiosi a difesa della vita di quei capi di Stato che osteggiano il Protocollo di Kyoto, poiché l’inquinamento è una delle cause principali di patologie derivate da modifiche aberranti del patrimonio genetico.

La natura talora è matrigna e la scienza opera per dominarla positivamente, cercando di migliorare la qualità della vita. Sorge il dubbio che gli integralisti della difesa della vita finiscano per diventare gli integralisti della difesa della morte. Se impediscono una ricerca avanzata ed efficace sulle cellule staminali, in grado di controllare o guarire malattie ereditarie o acquisite, non difendono la vita, ma l’ineluttabilità della morte. Platone ed Aristotele avevano trasformato la scienza in uno strumento utile a giustificare il divino. L’imperfezione della Terra magnificava la perfezione dell’etere, ma Keplero e Galileo dimostrarono che l’imperfezione della Terra era la proiezione dell’imperfezione dell’Universo. In realtà, obbligando Galileo ad abiurare, la religione vinse a Roma, ma iniziò a perdere la battaglia anti-relativista.

Religione e Scienza sono mondi paralleli che non si devono incontrare. Osteggiare la ricerca biotecnologica esclude l’Italia dal teatro internazionale della ricerca avanzata. La povertà, come il dolore, non è una prova di vita, ma un viatico verso la morte. Ecco perchè è necessario contemperare due esigenze: rispettare il diritto di qualunque guida religiosa a intervenire in ogni luogo di scienza, ma anche rispettare la laicità dello Stato, il quale deve legiferare per il bene dei cittadini, secondo principi etici condivisi e non imposti. Si eviteranno spiacevoli «conventio ad excludendum», applicando ciò che dice il Vangelo: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Invece di condizionare gli uomini di scienza li si deve sostenere.

CLAUDIO ZANON, OSPEDALE MOLINETTE - TORINO

postato da: bkrema alle ore 22:25 | link | commenti
categorie: italia, politica, scuola, scienza, religioni, medio evo
lunedì, 11 febbraio 2008

E non dite che non avrebbe fatto piacere anche a VOI. Manco mi ricordavo di essere stato così felicemente ironico e, onestamente, ringrazio ROSSO VENEZIANO che ha scoperto questo "meraviglioso" che giace molto profondamente nascosto dentro di me! (siate seri, sghignazzate in modo che IO non vi senta).

satira di ROSSO VENEZIANO

C’ erano state…

 
c'erano state alcune telefonate agitate, Ruini aveva chiamato Sua Santità proprio mentre stava assistendo al controllo dei cappelli e delle scarpette...
Sua santità alla fine si era anche un po' quasi, poco poco quasi, insomma quasi un po' come si conviene a un santo padre, e alla fine gli aveva dato il numero segreto con cui mettersi in contatto con il "superiore". E' un numero che viene reimpostato direttamente dalla segreteria del "superiore" e solo il suo sostituto in terra ritrova nel posto segreto, quando serve.
Il "superiore" era parecchio impegnato con tutti quei mondi da seguire però accettò la chiamata e allertò l'intellettuale del trio, quel santo spirito che trovava sempre la risposta giusta. Alle parole allarmate del Cardinale però si mise a ridere: ma cosa credevi che io non facessi le cose fatte bene? io l'umano l' ho fatto come si deve, solo che non so com'è sembrate come il vecchio PCI, si proprio il Partito Comunista Italiano, che teneva gli intelligenti nel partito, i mattoidi nel sindacato e i cretini laboriosi nei Comuni e simili, cioè nelle Amministrazioni. E voi mi sembrate proprio quelli delle Amministrazioni.
Beh! dov'è il problema, se hanno fatto un gene artificiale vuol dire che li avevo messi fin dall'inizio, sarà quasi un miliardo e mezzo dei vostri anni, nella condizione di arrivarci. O se ci sono riuscito io, che poi sono solo uno, figurati adesso che sono alcuni miliardi, loro, e, lo dite anche Voi dell'Amministrazione, costruiti a mia immagine e somiglianza, dovevano prima o poi arrivarci. Anzi mi sa che sono in ritardo e un po' anche per colpa vostra, con tutte quelle scomuniche e quegli anatemi.
Poi sai cosa ti dico, caro Cardinale, non ho neppure bisogno di disturbare l'intellettuale di famiglia perché ho un paio di galassie che si muovono male e mi mettono in crisi: devo confrontare continuamente come sono e come saranno fra un paio di milioni di anni luce, statti un po' calmino. Già che siamo qui, la cassa come va? l'avete sempre quel 8x1000? Mi raccomando, fate bene, lo sapete che in Italia senza soldi non si fa un, scusa stavo per dire cazzo, ma non sta bene.
Ti mando una e-mail appena posso e ti spiego tutto. Ciao, Bettori se la cava? Sì non è come te, ma crescerà, crescerà. Ah! sto preparando il monolocale per te, carino è quasi finito ma da un po' di tempo campate così tanto che me l'ero presa comoda. Saluta Benedetto. Ciao, ciao. Maddalenaaa? dov'è il giovanotto? gli devo raccontare una cosa...
Appunto la notizia del giorno, questa era Repubblica, ma va bene anche La Stampa o addirittura il Corriere, per caso già in edicola che anticipava in qualche modo la notizia parlando con Giovanni Murtas che sta studiando, insieme ad altri, come costruire la cellula minima, cioè con la quantità essenziale di geni e proteine. In pratica andando all'incontrario, facendo come fa la scienza vera, quella senza miracoli inutili, tornando a prima dell'inizio, perché è da lì che miliardi, milioni o quel che volete di anni fa è iniziato il percorso.
E sarà difficile far capire a tutti questi filosofi, politici, poeti, fanfaluconi, venditori di spaventi e di paradisi che se sono riusciti a fare l'analisi, cioè a sapere com'è fatto, la sintesi, cioè riprodurlo, diventa banale: è solo tecnologia e "mestiere". E Vender quello ha: intuito, cultura, mestiere e nessun pregiudizio e tanta tanta curiosità.
E poi in fondo che ha fatto? Avete presente le polemiche di mesi fa di quello sportivo con gambe artificiali che i "normali" non vogliono in gara con loro? Vender ha costruito una gamba "più migliore" o, perlomeno, diversa e ha inserito questo gene-gamba in una cellula semplice sfruttando quel che già c'era: entrata alimenti, uscita scorie, processamento del cibo e metabolismo relativo, il tutto al servizio di questo gene.
Ma a che serve il gene, quel gene? ma importa qualcosa in questo momento? lasciate passare un po' e capirete come si sbizzarizzeranno gli altri, quelli che hanno importato indiani, mamelucchi, cinesi intellettualente capaci e non solo manovali come da noi. Quando quello là vide che la rana morta faceva i salti mica poteva immaginare il resto, o quell'altro che non voleva accettare che anche i corpi più pesanti dell'aria non potevano volare, o quei matti che non gliene fregava niente se era il sole che girava ma si chiedevano se era vero.
Adesso vi diranno che fra poco costruiranno batteri utili e bla bla bla. Certo e noi faremo i camerieri negli alberghi o i suonatori di mandolini per allietare quei poveretti mentali che hanno passato tempo, salute, scopate mancate, e niente corse in Ferrari o spettacoli su isole deserte per trovare un gioco nuovo, ad esempio come fare in fretta a riportare la plastica al riutilizzo senza dover fare comizi contro questo o quello o invocando chissà cosa.
E' tutta gente normale che sa che se una cosa esiste vuol dire che è cominciata e prima o poi ci arriveremo o ci arriveranno a conoscerne l'intimo suo essere. E scopriremo che è ancora un po' più complicato, e meno male sennò finirebbe il divertimento principale: giocare a conoscere.
 
bkrema
postato da: bkrema alle ore 08:14 | link | commenti
categorie: politica, religioni, potere, medio evo, santa madre

non sempre è facile accettare come ci vedono, quando siamo in mutande e quindi indifesi...

Parola di tata straniera: i bimbi italiani sono maleducati. E sfatiamo anche lo stereotipo che vuole che gli italiani siano così prodighi di attenzioni per i loro anziani. Le badanti, filippine o romene che siano, non sono affatto d'accordo con l'immagine tradizionale che dipinge gli italiani rispettosi di nonni e genitori. Se lo sguardo è quello dei lavoratori stranieri, quel welfare "fatto in casa" che permette alle famiglie italiane di conciliare casa e lavoro, opprimente burocrazia e tempo libero, il giudizio complessivo non è così lusinghiero come forse avremmo sperato.

e ancora

Secondo chi proviene da una cultura diversa, ma passa con loro gran parte della giornata, sarebbe auspicabile una maggiore severità da parte dei genitori. Soltanto il 23% delle baby sitter pensa che i bimbi affidati alla loro sorveglianza siano abbastanza educati, mentre un altro 25% ha mantenuto una posizione più neutrale, e giudica i diavoletti di casa né maleducati né educati. Ad essere più severe sono le tate che non hanno figli. Fra quelle che invece conoscono le fatiche di padri e madri all'epoca della play station, l'indulgenza è maggiore: il 26% chiude un occhio e dice che i bimbi sono sufficientemente educati. 

e, dopo aver parlato di tutto (o quasi)

Qualcuno ha però raggiunto un elevato grado di intimità a partecipa anche ai momenti di vita familiare: è invitato ai compleanni di famiglia il 37,2% e siede a tavola per pranzi e feste il 17,1% dei lavoratori conviventi. Un numero che si dimezza se colf e badanti vivono a casa loro. L'intimità maggiore, rivela la ricerca, la conquista chi si occupa di attività di cura: il 53,8% dice che un pasto condiviso è pratica abbastanza abituale, mentre chi si limita a fare le pulizie è costretto ad una maggiore distanza; il 72,1% non si è mai seduto a tavola con il suo datore di lavoro. 

Del resto la "buona" famiglia italiana segue una antica tradizione: l'esercito italiano, al fronte, era l'unico ad avere una mensa separata fra ufficiali e semplice truppa. 

Cafoni non si diventa, si nasce così!

PS: in fondo un capo non è un capo se non lo chiami "dottore".

 

postato da: bkrema alle ore 07:48 | link | commenti
categorie: italia, politica, vita, famiglia, cronaca, medio evo
mercoledì, 27 giugno 2007

com'è grande e vario il mondo di SPLINDER!

E' questo un frammento tecnicamente orribile (la mia trascrizione, ovviamente), ma non certo per colpa di chi cura questo blog dal nome semplice semplice  MedioEvo  , curato da Maurizio Calì per la  Associazione Culturale Italia Medievale.

E...state a Gradara
Giovedì 28 giugno 2007 non lasciatevi sfuggire il secondo appuntamento con i “Giovedì al Castello” di Gradara. Provate un vero tuffo nel medioevo, quest'anno ancora più suggestivo grazie a tantissimi nuovi spettacoli e animazioni per il pubblico. La Corte Malatestiana di Gradara vi aspetta con i suoi nobili, i tamburini, i popolani e gli spettacolari Mangiafuoco di Gradara, che si esibiranno per i loro Signori e ... per i visitatori! Nelle osterie del borgo che aderiscono all'iniziativa “Medioevo a Tavola” sarà, inoltre, possibile provare l'ebrezza di trovarsi in un vero banchetto medioevale. Si consiglia la prenotazione. Dalle ore 21,00 fino a mezzanotte di giovedì 28 giugno, l'orologio del tempo a Gradara tornerà indietro fino agli anni terribili ma affascinanti del medioevo quando sfuma negli splendori del Rinascimento italiano.
 
Gola Mater Amatissima … un viaggio nel cibo e nell’arte culinaria
Venerdì 29 giugno 2007 alle ore 21,00 presso il Giardino della Biblioteca dei Ragazzi a Terranuova, sarà presentato “Gola Mater Amatissima: alimentazione e arte dall’età tardo classico a quella medievale”, il libro di Ida Li Vigni e Paolo Aldo Rossi vincitore del Premio Bancarella della Cucina 2006. Saranno presenti gli autori del volume e Alberto Riboletti, presidente dell’Istituzione Fornaci, cui è affidata l’introduzione. Durante la serata saranno offerti assaggi di ricette medievali. E’ gradita la prenotazione al tel: 055/9738828 oppure on line sul sito www.terraospitale.it. In caso di maltempo l’incontro si svolgerà presso la Biblioteca Comunale Le Fornaci in piazza Le Fornaci 37 a Terranuova Bracciolini.

Perchè lo riporto? Perchè l'ho incontrato per caso, per dimostrare la funzione di "servizio" che molti bloggers hanno, per testimoniare che esiste un'Italia che ancora ricerca le sue radici e non solo per mangiare in compagnia. Certo spesso per rivendicare miti un po' particolari, ma non è lo spirito del blog MedioEvo che raccoglie notizie di manifestazioni con un archivio partito nel 2002.

Come ci sono arrivato?  Cercavo notizie su un paese qui vicino, Verolanuova, e ci sono cascato dentro in pieno.

 

postato da: bkrema alle ore 20:57 | link | commenti (6)
categorie: medio evo