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domenica, 07 giugno 2009

l'acqua calda e la storia di Salò, la Repubblica Sociale Italiana

sarà la campagna elettorale, sarà che qualcosa bisogna pur ogni tanto dire di "nuovo" a livello di storia nostra, specie se su periodi pieni di cicatrici, tuttavia non mi pare tutta sta grossa novità.

se vado a rileggere qualche mio vecchio post di ricordi su questo blog  mi rivedo all'esame di maturità (anno 1955) al liceo Oberdan (quello scetifico, per carità!) di Trieste con già allora una "brillantissim interpretazione". Chissà se con queste poche righe mi guadagnerò una cattedra o, almeno, una citazione.

Agli orali frana paurosa in francese e in scienze, onesta difesa nelle altre, brillante in storia e pure filosofia. In storia, forse perchè il mio accento non era pienamente triestino (e poi mi chiamo Benito!) il giovane commissario mi sottopose un problema non certo nel programma: il destino di Trieste se la guerra fosse andata in modo diverso.

Io, senza barare ma con convinzione, sostenni che sarebbe passata sotto l'influenza germanica e così gran parte dell'Istria. Naturalmente blah, blah rientrava in una politica di sbocco sull'Adriatico etc. etc.

Complimenti, accompagno all'uscita dall'aula, stretta di mano.

E un miserabile 7, unico in una marea di 6. In effetti io mi aspettavo il rinvio a settembre in francese e scienze però voti brillanti in storia, filosofia e sopra il 6 almeno in matematica. Siamo strani noi studenti, anzichè notare il passaggio in prima battuta, mi diedero fastidio altre cose, però non è così ingiustificato, almeno così avrei capito e dimostrato di eccellere da qualche parte e invece... Invece come mi disse il prof Suadi, promozione, gli altri voti al 6, il 7 in storia perchè il commissario mi aveva difeso, anzi, si era risentito della richiesta.

Questo scrivevo nel filo dei ricordi nell'agosto del 2006.

Questo su Il Sole 24 Ore, oggi 7 giugno 2009.

L'Italia ha perso tutti i territori che aveva ottenuto con la Grande Guerra e con le guerre del Risorgimento contro l'Austria. La repubblica italiana, governata da un regime totalitario, è uno Stato a sovranità limitata nell'ambito di un grande impero continentale, sul quale sventola la bandiera rossa con una croce uncinata. E' il Nuovo Ordine Europeo del Terzo Reich millenario.

Questo scenario non appartiene ad una invenzione romanzesca: era la sorte cui molti gerarchi nazisti intendevano destinare l'Italia dopo la vittoria della Germania nella seconda guerra mondiale. "Tutto ciò che era un tempo possesso austriaco deve ritornare in nostra mano", scriveva Goebbels nel suo diario all'indomani dell'8 settembre.

Verso questa direzione erano orientate alcune importanti decisioni prese da Hitler dopo la resa italiana dell'8 settembre. Infatti, fin dal 10 settembre, cioè prima della liberazione del duce e la costituzione della Repubblica sociale, il Führer aveva sottoposto al diretto controllo di due Geuleiter austriaci le zone denominate Alpernvorland, cioè le provincie di Bolzano, Trento e Belluno, e Adriatisches Küstenland, comprendente le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e la provincia di Lubiana annessa all'Italia nel 1941. Nel Sud Tirolo fu messa avviata una operazione di "de-italianizzazione", cancellando i nomi italiani di comuni e strade. Al confine del Brennero fu tolto il cippo che segnava lo Stato italiano. Nelle provincie della Venezia Giulia e dell'Istria furono riaperte le scuole slave che il regime aveva soppresso. Ma anche nel resto del territorio della Repubblica sociale, la sovranità italiana era ignorata dai nazisti e dai comandanti militari tedeschi, che spadroneggiavano brutalmente come una forza di occupazione. Al nuovo Stato fascista, costituito il 23 settembre da Mussolini per volere di Hitler, il Terzo Reich "non attribuì che un ruolo ausiliario e strumentale, senza reali margini di autonomia, che il due e il suo governo si illusero talore di ottenere, mentendo a se stessi".

E' questo il giudizio conclusivo espresso da Monica Fioravanzo in un nuovo studio sui rapporti fra la Repubblica sociale e il Terzo Reich. Avvalendosi di documenti inediti italiani e tedeschi, e con una attenta rilettura critica delle fonti edite, la Fioravanzo ha confutato la tesi, sostenuta da alcuni storici, fra i quali Renzo De Felice, secondo la quale un Mussolini politicamente defunto, malato, avvilito, depresso e desideroso solo di rintanarsi nella vita privata, avrebbe assunto la guida di un nuovo Stato fascista non per ambizione personale né per desiderio di potere, ma unicamente per dovere patriottico, cioè per proteggere gli italiani dalla furia vendicatrice del Führer, che avrebbe minacciato di radere al suolo le principali città italiane se il duce avesse rifiutato. In realtà, precisa la Fioravanzo, ancora prima della liberazione del duce, Hitler aveva già deciso la costituzione di un nuovo Stato fascista, con o senza Mussolini, perchè lo riteneva necessario agli interessi del Reich, mentre a questi interessi non avrebbe giovato ridurre l'Italia ad una tabula rasa. Quanto a Mussolini, la studiosa sostiene che la sua decisione di costituire la Repubblica sociale fu ispirata dalla volontà, pîù volte pubblicamente espressa dal duce stesso, di ridare vita ad uno Stato fascista, con la speranza che le nuove armi segrete del Reich nazista avrebbero alla fine consentito di sconfiggere gli Alleati.

Mosso da questa illusione, il duce si sarebbe rassegnato ad assistere impotente alla prevaricazione di ogni autonomia e sovranità della Repubblica sociale da parte del Terzo Reich, invocando invano dal potente alleato che almeno si desse agli italiani, "la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è ‘una preda bellica' dopo dodici mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich, del Governo stesso", come Mussolini scriveva all'ambasciatore del Reich il 17 agosto 1944. Nonostante le assicurazioni di Hitler, Mussolini era convinto,e lo confidava in sfoghi privati, che i tedeschi "perseguono un programma annessionistico. Tendono a ridurci ad una provincia tedesca." Che un movente patriottico possa aver contribuito alla decisione mussoliniana di costituire la Repubblica sociale, non ci sentiamo di escluderlo recisamente.

Ciò non significa ritenere che la RSI sia stata una "repubblica necessaria" per salvare l'Italia dalla violenza di una vendetta nazista. Lo stesso De Felice, come ricorda la Fioravanzo, ha affermato che la costituzione della RSI fu "all'origine della guerra civile" che "divise profondamente gli italiani e scavò solchi d'odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana." Il movente idealistico di molti giovani e anziani, uomini e donne, che aderirono volontariamente alla RSI convinti di combattere per l'onore della patria, non può oscurare il fatto che il nuovo Stato mussoliniano nacque per collaborare alla vittoria del Terzo Reich, cioè alla costruzione di un nuovo ordine europeo, totalitario, razzista e antisemita, dominato dalla Germania nazista, nel quale probabilmente alla stessa Italia fascista sarebbe stato assegnato il rango di uno Stato vassallo.

Monica Fioravanzo, "Mussolini e Hitler. La Repubblica sociale sotto il Terzo Reich", Donzelli Editore, Roma 2009, pagine 215, Euro 16,00

postato da: bkrema alle ore 06:15 | link | commenti
categorie: politica, libri, storia, biografia, liceo, trieste, salo rsi
mercoledì, 15 ottobre 2008

grembiulini e giacche con cravatta

chissà se alla Gelmini saremmo piaciuti, è roba di 55 anni fa. Ce n'è però uno senza giacca e cravatta, ma era il mio primo giubbotto comprato apposta per me.

sostituiva le giacche dei cugini romagnoli, ormai non più portabili. L'ha scovata uno dei miei compagni ritrovati nel web grazie a questo scalcinato blog.

alcuni non sono più fisicamente da qualche parte, di altri cerco di abbinare immagini dell'ultimo anno (qui era il terzo del liceo scientifico Oberdan di Trieste, sezione E) in parte soffocati dagli anni, alle sensazioni vissute assieme. Al di fuori dell'aula troppo diverse le provenienze perchè ci potessero essere ricordi o esperienze comuni. 

si cambia veloci in quegli anni e l'ultimo saluto era alla maturità, senza grembiuli, ma in giacca e cravatta, quella sì anche se era LUGLIO.

 

OBERDAN LICEO 1950-1955

CIAO A TUTTI e nessun addio. Nemmeno ai sogni e alle Illusioni e al Coraggio di vivere.

Passeremo con calma il testimone e forse abbiamo ancora qualcosa da dire, non fosse altro di certo gli errori nati spesso dalla voglia di provare, di rischiare.

Quella voglia forse oggi è piuttosto attutita e spesso sostituita dalla ricerca delle scorciatoie e dal timore del nuovo e del diverso.

Se adesso c'è una crisi di soldi, allora c'era tutta una Nazione in ricostruzione e i nostri genitori d'allora si rimboccarono le maniche e lasciarono esempi e principi troppo spesso poi dimenticati o oscurati.   

postato da: bkrema alle ore 18:42 | link | commenti (2)
categorie: italia, politica, racconti, liceo, trieste, umanitĂ 
martedì, 26 febbraio 2008

del dolore

no non voglio fare della filosofia e parlo solo di un dolore banale, e proprio per queso forse ancor più fastidioso.

Alcune premesse indispensabili per capire. Io, come persona, come individuo, per motivi di inconvenienti prima di nascere,  complicatisi un po' dopo (una ventina d'anni dopo) nel 1959 decisi, io e il chirurgo cioè, che era meglio togliere dai piedi, letteralmente, un pezzo della gamba destra.

Parliamo quindi di quasi 50 anni fa. Un fatto drammatico? non proprio, nessuno mi trattò da poverino, madre natura mi aveva fornito di sufficiente rabbia dentro, anche perchè di sfighe addosso a me ce n'erano altre e ben visibili, e di un super ego piuttosto nascosto ma che alimentava bene un focherello irridente, ma anche simpatico, per guardare il mondo.

Tutto bene dunque? tutto sommato sì, qualche problema nel trovare lavoro, allora i chimici tiravano, ma come si faceva se poi dopo io in laboratorio non fossi stato un'aquila, mica mi potevano mandare su e giù per gli impianti (mi vedessero adesso, certo non velocissimo)? Convenni anch'io con il capetto della Cogne, della Montecatini, della Ferrania, etc., tanto che mi convinsi che era una scusa perchè forse non avevo i numeri veri, quelli mentali e caratteriali intendo, per entrare nell'industria.

Andò quindi come doveva, entrai nella scuola, anche nel dopo laurea all'Università avevo combinati guai e casini, litigando persino con il pupillo del mio capo e così divenni un decente prof di chimica che talvolta pareva parlasse come un contadino o un operaio di un tempo, tanto semplificavo i concetti.

Tutto è andato tutto sommato per il meglio fino a poco più di un mese fa. Sarà stato il clima elettorale, sarà stato che ultimamente in produzione avevo mosso pochi sacchi e quindi i muscoli si erano un po', come dire, annoiati per sopportare tre giorni tiratissimi e, a farla breve, la sinistra, quella valida, decise che si metteva in mutua.

Francamentemi ero molto stupito, passerà mi dicevo, il polpaccio, quello vero, era come indurito e gli analgesici non sembravano ottenere grossi risultati e decido di prendermi una pausa. Avevo tirato forte, ero riuscito a fare un po' di produzioni nuove, erano riuscite bene, qualcuno dei giovani operai scuoteva la testa, quelli più vechi vicini alla pensione (con almeno dieci anni meno di me) ci avevano rinunciato a invitarmi ad andarci, in pensione.

Così decido vado a Cagliari da certi amici, poi mi convinco a farmi vedere ed è stato favoloso accorgersi di un mondo medico "umano" e neppure troppo costoso e alla fine la diagnosi: i "gemelli" si erano piuttosto sfilacciati, c'era una abbondante emorragia che aveva compresso tutto il sistema del trasporto sangue e tutto l'altro sistema, quello di spinte e controspinte, attorno al ginocchio ne aveva risentito.

Io avevo riassnto dicendomi, vedi la sinistra si è stufata dopo 70 anni abbondanti di sgobbare anche per la destra, e vediamo di ascoltarla.

Le cure? Eparina per evitare che quel po' di coaguli del polpaccio si mettano a viaggiare e magari cominciano a far dei trombi (!) e poi, due bastoni, letto e gamba alta (cuscino) per almeno 15 giorni. Sai che sballo, però aveva ragione quel giovanotto di ortopedico che sapeva di fisica, di meccanica e di psicologia applicata. Naturalmente adagio con l'OKI (quelle cose non steroidee etc.).

Meno male che i miei amici hanno la casa piena di libri e il mio portatile, con UMTS ben funzionnte in quella città, 1,8 mbsec (non so esattamente cosa significhi)

Naturalmente blocco del lavoro, e-mail a quei quattro gatti che mi stimano come chimico e per ortuna fino a quasi due settimane dopo posso starmene a cuccia ma poi bisogna tornare perchè, se non ci sono io... Non è proprio così ma alcune produzioni schifose, anche per carenze di impianti, le posso fare solo io.

E qui comincia il guaio, clinicamente forse guarito, ogni tanto abbandoni i bastoni, ti va bene per un po', poi torni a casa, ti stendi e cominciano i dolorini misteriosi. Ed ecco il dolore che ti affanna, che ti preoccupa, che ti carica d'ansia, perchè non ne capisci il motivo.

Certo i muscoli, i tensori, quel gioco impietoso e splendido di bilanciamenti corporei deve riprendere il corso, ma i ricordi delle superiori non erano (almeno ai miei tempi) sistemici, no, erano analitici, classificatòri.

E allora perchè se tutto è risolto a volte mi fa più male di prima. Non è che i Raggi, le eco, erano fatti male?

Quando un dente duole, alla fine ti incazzi, ma è il dente e fa male lì. Se hai un'ustione è li che ti fa impazzire, quando tagliavano, 50 anni fa, per forza doveva far male, mica era il coscione del bue.

E allora mi son convinto ancor di più che è il non sapere, il fatto di non conoscere (a grandi linee, ovvio) quel che succede che ti spaventa e ti fa sentire ancor di più il dolore e allora ti fa quasi concludere, dopo, che il dolore non esiste se non nei casi estremi, purchè attorno qualcuno spieghi con linguaggio adatto alla tua preparazione i meccanismi fisici e no, e si tolgano dai piedi i pietosi sospiranti.

Perchè, in fondo, il dolore, come il piacere, come un profumo, come un colore, come un viso con i segni del tempo e che vedi come sempre splendido, son tutte sensazioni che le generazioni, il vivere hanno codificato per migliorarti e difenderti.

Ma per non essere tropo spaventati, spesso inutilmente, ditecelo.

Se c'è una curva che gira a destra, il volante deve andare per di là, perchè altrimenti, prova, vai a sbattere e vai a sbattere perchè le ruote... Che borsa vero quelle lezioni di guida? 

eppure...  

postato da: bkrema alle ore 18:56 | link | commenti
categorie: politica, vita, scienza, liceo, bambagia
venerdì, 02 novembre 2007

quando la solitudine e la competizione uccidono i ragazzi "bravi".

La madre sostiene che il figlio fosse deriso dai compagni di classe perchè studiava troppo. Il 14enne, infatti, che frequentava il quinto ginnasio, era il più bravo della scuola, stava sempre sui libri e questo gli creava problemi con i compagni, che lo prendevano in giro. Un clima che peggiorava, pare, quando, nei giorni di sciopero, il ragazzino anzichè accodarsi agli altri, entrava regolarmente in classe. L’ultimo episodio che potrebbe aver contribuito a farlo crollare le elezioni per il consiglio di classe: dallo spoglio delle schede per lui non è risultato neppure un voto. Forse tutte quelle schede senza che fosse stato scritto neppure una volta il suo nome hanno fatto nascere nell’adolescente l’idea di non essere accettato dai compagni di classe. Poche ore dopo la decisione di togliersi la vita.

Lo studente aveva due passioni in particolare, i telefilm degli anni ’80, quelli investigativi, dei grandi detective e, la scrittura. Scriveva romanzi, storie d’amore ma anche storie intricate di spie e gialli. Il 15enne viveva con la madre e la nonna, mentre, con il padre non aveva rapporti da 3 anni, dopo che i genitori si erano separati.

da La Stampa.

Un ragazzino di 14 anni, D. G., si è tolto la vita impiccandosi. E' accaduto a Ischia (Napoli). I genitori ne avevano denunciato la scomparsa alla polizia mercoledì pomeriggio, ma in serata gli agenti del commissariato hanno ritrovato il corpo in un terreno non distante dalla casa in cui viveva con la famiglia. Gli inquirenti non hanno dubbi sul fatto che si tratti di un suicidio. Ai soccorritori, la madre, disperata, ha detto che il figlio veniva preso in giro a scuola. Il ragazzo frequentava il liceo classico "Scotti" di Lacco Ameno, un istituto segnato da un destino tragico: negli ultimi anni altri tre studenti si sono suicidati, due ragazze di 19 e 17 anni e un ragazzo di 17.

da Repubblica


postato da: bkrema alle ore 05:54 | link | commenti (3)
categorie: vita, cronaca, liceo
martedì, 23 ottobre 2007

Ma quanta e quale meraviglia!

Denigrati, stanchi e malpagati ma c'è la corsa a diventare prof

di SALVO INTRAVAIA

Malpagati, in calo nella scala della considerazione sociale, chiamati in causa in prima persona in vicende che mostrano solo il lato oscuro della scuola. Eppure il mestiere dell'insegnante sembra ritrovare nuovo appeal tra i giovani laureati
O, almeno, a guadare i dati sembra sia così: una vera corsa alla cattedra. Quest'anno, il numero di coloro che desiderano insegnare in una scuola media o superiore è di gran lunga maggiore ai posti messi a disposizione dal ministero dell'Università. Un fenomeno che assomiglia tanto alla "lotta" per conquistare un posto nelle facoltà a numero chiuso, come Medicina e Architettura.

Già, quanta meraviglia, eppure anche se una parte forse non piccola di loro lo farà per avere un futuro e si illudono su un tipo di lavoro relativamente impegnativo (e s'accorgeranno quanto non vero), con tempo libero e simili (nelle feste comandate e nei momenti più costosi), la maggior parte di loro resterà fregata perchè è un lavoro che una volta iniziato è difficilissimo mollare.

Ci siamo passati in molti è non è solo per l'inevitabile narcisismo dato dagli sguardi a volte adoranti di questi adolescenti e per non parlare nei primissimi anni di scuola in cui sei, ancora oggi, l'unico riferimento costante con genitori in perenne corsa e spesso tensione.

Del resto un laureato in Italia che deve fare per in qualche modo rendere utilizzabile un percorso di studi di quasi vent'anni?

A parte i professionisti tipici, medici, avvocati, commercialisti che vendono sè e il proprio sapere in nome del venerabile (senza ironia e con molto rispetto) dio quattrino e spesso potere, nell'industria quale autonomia, quale libertà di approfondimento o racconto in strutture dove la ricerca è spesso condannata a studiare le normative e le regole che la ingabbiano più che a poter spaziare là dove la resa è solo ipotetica?

Poi c'è la parte tecnico-scientifica, spesso pregiudizialmente ostica eppure se riesci a renderla commestibile, a farla semplice nei principi e nei percorsi, se hai l'aiuto e l'appoggio di un laboratorio dove scoprire assieme il gusto della manualità ti accorgi che molti dei tuoi allievi ti seguono e spesso con un occhio quasi paterno, il loro, quando affronti argomenti a loro già noti e per loro semplici.

Benvenuti ragazzi, specialmenti a quanti di voi sentiranno il peso assurdo di norme, circolari, presidi e direttore e segretarie di istituto. Non preoccupatevi imparerete presto, se questo lavoro vi piacerà, a trovare il ruffianamento giusto: le facce giovani sono sempre gradite nella scuola specie dai vecchi professori che, in fondo, han solo spesso nemmeno  trent'anni più di voi.

Un soffio, perchè dopo poco "è subito pensione" e quella bolgia, quelle incazzature, quelle circolari rischieranno di mancarvi.

Ecco questa è la vera assurda perdita che la società fa, pare impossibile avrebbero ancora molto da dare e tanti sarebbero i luoghi dove portare conoscenza ed esperienza e a basso costo.

BENVENUTI!

postato da: bkrema alle ore 20:00 | link | commenti (1)
categorie: politica, libri, scuola, liceo, universitĂ , elementari
lunedì, 17 settembre 2007

C'è un eufemismo imbecille, "mal da cultura". Con questo termine si tende a indicare tutte quelle patologie collegate al trasporto quotidiano che gli allievi fanno dei sacri testi.

Ed è doppiamente imbecille perchè si copre con un eufemismo una vera stortura didattico sociologica, e nello stesso tempo dimostra l'assurdità didattica e culturale (nel senso di capacità di ragionamento e di osservazione e di sedimenti tradizionali) sia di quanti nella scuola operano e dei genitori e parenti di chi nella scuola va per crescere.

Certo il mondo è cambiato, forse non basta la valigetta in "fibra" Giovanardi a contenere il monolibro sussidiario, il calamaio e la "cannetta" portapennino dei miei tempi.

Eppure qualcuno l'ha adottata qualche azione in questa direzione, ad esempio lo sposalizio stretto fra la singola classe e la relativa aula, indispensabile per classi a tempo pieno o prolungato, ma utile anche nelle altre, visto che la riduzione delle nascite ha notevolmente ridotto i casi di doppi e anche tripli turni che pure esistevano.

C'è una considerazione che spesso viaggia per tranquilizzare l'animo dei prof: in fondo molti di loro non compreranno altri libri nella loro vita. Di certo cominciando ad odiarli da subito diventa molto probabile, ma spesso sono anche gli unici libri su cui i docenti impostano le loro lezioni.

Poi arrivano i palliativi: usate il trolley! e perchè non il carrello del supermercato?

O la scuola è il luogo di lavoro e di vita di docenti ed allievi (e su questo spesso i docenti per motivi personali non sono assolutamente d'accordo, per poter poi vantare il lavoro fatto a casa spesso per ben altri scopi) o come contenitore a ore è almeno doveroso alleggerire il trasporto degli strumenti indispensabili.

In fondo era quasi 50 anni fa che il manovale si presentava al lavoro armato di carriola e pala, acquistati in proprio.

ROMA —L'ideale sarebbe trascinare i libri fino al banco col trolley. E così fanno una buona parte dei bambini fino alla terza o quarta elementare. Poi la moda impone di passare al modello classico con le cinghie da issare sulle spalle, meglio se firmato e con le scritte giuste. Quello con le rotelle, più pratico e meno caro, viene considerato out, conferma il Moige, il movimento italiano genitori. Ed è un errore perché protegge dalle malattie da zaino. Lesioni, distorsioni e strappi alla schiena. In un grande ospedale pediatrico come il Bambin Gesù di Roma su 10 mila visite ortopediche all'anno, il 20% riguardano patologie dolorose della colonna e fra queste 7 su 10 sono dovute al cosiddetto peso della cultura.
Secondo uno studio della Consumer Product Sabety Commission, negli Stati Uniti nel 2006 sono state 7.300 le lesioni di questo tipo.

Comunque per chi non è ancora genitore in età da scuola può approfondire la questione qui , ma preferirei fosse un interessamento culturale, non un atto di rassegnazione. La soluzione è altrove, non solo perchè costa meno ed è meno fastidioso ma perchè cambia in senso positivo la didattica complessiva e una parte del risparmio può essere indirizzata alla biblioteca di classe o personale.

ma perchè questo accada bisogna sentire la scuola come un fattore indispensabile per la crescita fisica e intellettuale dei ragazzi e non un contenitore adattabile ai propri orari di lavoro, sia come docenti che come genitori.

postato da: bkrema alle ore 10:55 | link | commenti (1)
categorie: politica, libri, liceo, elementari
venerdì, 18 agosto 2006

(8.2.16) 1954-55. E' ora di finirla. Ultimo anno. Trieste. Oberdan. Quinta E.

Mi accorgo che l'ultima volta che parlavo di quell'antico ragazzo alle soglie della maturità e quindi del diploma e quindi magari dell'Università e poi splendidi futuri e splendide speranze e splendidi sogni e chi ne ha più ne metta, era il 24 giugno di quest'anno.

Come del resto chiunque clicchi alla voce "liceo" nella colonnina delle categorie può tranquillamente verificare e che forse è l'unica cosa un po' ordinata e razionale che mi sia riuscita di fare.

L'ultimo anno, anche e soprattutto allora, era dedicato alla messa a punto dei singoli e dell'insieme. La maturità era una cosa impegnativa, anche se gli argomenti erano quelli dell'ultimo anno con i riferimenti degli anni precedenti. Qualcosa era stato già ammorbidito rispetto a qualche tempo prima, però gli orali vertevano su tutte le materie, con commissione completamente esterna più il commissario interno in veste ovvia di avvocato difensore che doveva però dare l'impressione di saggia imparzialità. L'unico vero addolcimento era che mente prima si portavano gli interi programmi degli ultimi tre anni, adesso erano gli interi programmi di tutte le materie dell'ultimo con gli ovvi riferimenti agli anni precedenti.

Per alcune materie, lettere, storia, latino, matematica, fisica, ma anche storia dell'architettura e francese, significavano, i riferimenti, pressochè gli interi programmi anche se ci si affidava al buonsenso della corte e all'abilità del commissario interno.

Da notare poi che eravamo le prime classi a concludere un percorso scolastico cominciato in situazione di normalità. Quando eravamo partiti nel 1950 gli odori della guerra, delle distruzioni, delle piccole, si fa per dire, "ferocie" da dopoguerra erano quasi ricordi consolidati o sulla strada di diventarlo. Le conseguenze  personali delle adesioni politiche e degli schieramenti erano ormai chiare, una buona parte aveva cambiato colore alla camicia conservando luogo di lavoro e spesso anche grado e funzione non solo nell'impiego privato ma anche in quello pubblico (l'amnistia Togliatti risolse parecchio.e Chi, come mio padre, lavorava in corpi dello stato scomparsi e non aveva l'età per essere assorbito nei nuovi corpi di polizia o dell'esercito si era in qualche modo trovato una sistemazione magari passando da un lavoro impiegatizio a uno di tipo operaio.

Chiaro che non avendo una preparazione tecnica adeguata il ruolo non poteva che essere quello di manovale. E magari ci fosse!

Ritornando poi al clima dell'ultimo anno, non eravamo solo noi sotto esame ma anche i nostri prof. e in particolare quello che oggi si direbbe di materie letterarie, il prof Suadi, per molti motivi legati all'importanza che l'insieme delle sue materie rappresentava nell'ambito della riforma Gentile, ma anche perchè la sua cattedra, cioè le ore di insegnamento e di lavoro suo proprio, era tutta nella nostra classe.

Così ripulitura e consiglio di rivedere il latino, già semplificato per lo scritto dal (latino) e non in (latino), il chè significava una iniezione di lezioni private perchè praticamente avevo campato di rendita sulla buona base ricevuta nelle medie inferiori in Seminario. Lo scritto di latino non era così preoccupante, ma la traduzione a vista dell'orale non poteva basarsi sui suggerimenti del dizionario o sui messaggi vari dei compagni. Naturalmente significava che nell'amministrare il salario di mio padre, mia madre doveva trovare una nicchia di disponibilità pari al 5/10 % del totale, magari incrementato con una giusta dose di ore straordinarie. Di questo te ne rendi conto solo anni dopo e neanche allora non pienamente.

Comunque nell'insieme l'esame andò, anche lo scritto di matematica, materia a me non ostica ma ero inciampato in una amnesia pericolosissima, fu portato a compimento grazie all'aiuto di una compagna che aveva messo gli appunti sotto l'elastico che teneva le calze (le ragazze, saggiamente, avevano deciso di sembrare delle donne, e a 18/19 anni non era poi così difficile neppure allora). Giuro che non mi ricordo come fosse il supporto di quegli appunti.

Lo scritto di architettura, che comprendeva anche una specie di disegno-ricopiatura del particolare fornito dal ministero, poteva essere solo uno dei tre:  romanico, gotico, barocco. Captato il collocamento del particolare, al resto pensavano i rotolini sviluppati sotto gli occhi attenti della commissaria appoggiata al mio banco (ero sempre nella prima fila), che ovviamente controllava attentamente quelli dietro di me.

Agli orali frana paurosa in francese e in scienze, onesta difesa nelle altre, brillante in storia e pure filosofia. In storia, forse perchè il mio accento non era pienamente triestino (e poi mi chiamo Benito!) il giovane commissario mi sottopose un problema non certo nel programma: il destino di Trieste se la guerra fosse andata in modo diverso. Io, senza barare ma con convinzione, sostenni che sarebbe passata sotto l'influenza germanica e così gran parte dell'Istria. Naturalmente blah, blah rientrava in una politica di sbocco sull'Adriatico etc. etc. Complimenti, accompagno all'uscita dall'aula, stretta di mano.

E un miserabile 7, unico in una marea di 6. In effetti io mi aspettavo il rinvio a settembre in francese e scienze però voti brillanti in storia, filosofia e sopra il 6 almeno in matematica. Siamo strani noi studenti, anzichè notare il passaggio in prima battuta, mi diedero fastidio altre cose, però non è così ingiustificato, almeno così avrei capito e dimostrato di eccellere da qualche parte e invece... Invece come mi disse il prof Suadi, promozione, gli altri voti al 6, il 7 in storia perchè il commissario mi aveva difeso, anzi si era risentito della richiesta.

Il mio ego in qualche modo fu soddisfatto e quando 10/15 anni toccò a me fare il commissario interno compresi di essere stato trattato con giustizia. E poi, diciamo la verità, io ero campato di rendita sulla rivoluzione francese e il Robespierre (con il forte aiuto del Michelet e del meraviglioso prof. Lonza brillante e umano segretario socialista in Trieste), fondamenta che prima o poi mi avrebbero riportato sul sentiero giusto dopo la sbornia giovanile repubblichina, ma delle altre cose, come il Congresso di Vienna, le guerre coloniali e tutte quelle balordaggni lì io sapevo ben poco. Quello che sapevo, per letture personali sul fascismo e il suo fondatore non era certo spendibile allora. Per fortuna anche mia.

E adesso? Adesso un senso di vuoto, di pavimenti traballanti, un futuro incognito che non trovava aiuto in esperienze o tradizioni familiari , anzi toccava a me costruire quelle tradizioni, incombenza poco gradevole che cominciò a far crescere quel fondo anarcoide e vagamente antisistema che amavo far risalire al misterioso nonno anarchico, morto nel 1926, e di cui avevo trovato tracce nei quotidiani triestini dell'epoca.

postato da: bkrema alle ore 07:20 | link | commenti (2)
categorie: politica, racconti, storia, cronaca, biografia, liceo
sabato, 24 giugno 2006

(8.2.15) Era sempre l'estate del 1954.

Fra un anno avrei concluso tutto il percorso delle superiori. Certo dovevo rispettare l'accordo fatto con i miei prof. e fare una figura più che dignitosa agli esami di riparazione così da mettermi in pari con gli altri della classe. In fondo le lunghe settimane passate in ospedale, adesso che erano finite, non erano poi così spiacevoli dal momento che ero sempre stato in compagnia, talvolta al centro dell'attenzione e poi, con tutte quelle ragazze quasi della mia età, era stata veramente un'esperienza unica e, guardando agli anni del poi, irripetibile.

Ci si abitua a fare il malato specie se il male è da chirurgo o ortopedico, qualche dolore, qualche impedimento, la consapevolezza che con un qualche taglio qui o là tutto alla fine tutto si aggiusta.O quasi. Era comunque ora di partire. Mia madre stava già facendo, come ogni anno, la scorta delle sigarette da portare ai quattro dei suoi cinque fratelli che, chi più chi meno, fumavano. A Trieste l'imposta sui tabacchi era decisamente più bassa che "in Italia" e non era mai successo niente al passaggio della "frontiera". Già, perchè nonostante fosse nella realtà delle cose che l'Italia prima o poi sarebbe subentrata agli anglo-americani c'erano un po' di cose da sistemare.

Quell'anno però le cose non andarono come al solito, gli italiani di là fecero una perquisizione accurata e la sacca piena di pacchetti di sigarette saltò fuori e la stavano requisendo. Mia madre allora esplose in una scena drammatica esibendo il suo figliolo in tutte le sue sfighe, drammatizzando il drammatizzabile in una scena da film o teatro dei De Filippo. Lo spettacolo era così inverosimile che non ebbi neppure il tempo o l'animo per sentirmi imbarazzato, si è vero ero un liceale, uno dei pochi italiani che un anno dopo avrebbero probabilmente conquistato il sacro diploma che gli avrebbe aperto le porte del futuro, però al momento in quella sacca c'era una bella fetta del salario di mio padre, quasi un mese. Soprattutto c'era anche la faccia e l'orgoglio di mia madre di fronte ai suoi fratelli che, inutile non dirlo, ci ospitavano "a gratis" per tutta l'estate e così avremmo goduto di sano cibo campestre, di aria aperta e, almeno per me, di un buon allenamento fisico il tutto unito a  un periodo di meno isolamento e, anzi, di amabili prese in giro ma anche di rispetto da parte dei cugini e loro amici.

Buffo come all'epoca per il semplice fatto di vivere in città si fosse quasi su un piano più elevato, non importa il reddito o il tipo di lavoro, fuggire dalla condizione di contadino, fuggire dal contatto con la terra, dalle mani callose, dall'odore di stalla era importante, non fosse altro perchè era la condizione sine qua non per cui i miei cugini di quattro anni più vecchi di me avrebbero potuto sposare le loro fidanzate. Infatti già alcuni anni erano passati e altrettanti ne sarebbero passati ma quelle brave figliole non derogavano,

Comunque i doganieri si commossero oppure mollarono la preda accorgendosi che non di contrabbando si trattava ma di occasionale trasferimento di doni dal territorio libero della bella Trieste alla Romagna solatìa, dolce paese e chissà se con il loro accento inevitabilmente meridionale non vedevano molte situazioni dei loro luoghi d'origine, quelle situazioni che li portavano a scegliere un lavoro lontano dai luoghi natali e in perenne conflitto con varia umanità più spesso sfortunata che malavitosa.

Anche stavolta successe il solito misterioso fatto: fino al Po io e mia madre parlavamo in dialetto più o meno triestino, dal Po in poi parlavamo in un dialetto più o meno romagnolo e mi sono sempre chiesto perchè, anche se forse la risposta era nella parlata delle persone che scendevano e salivano in quelle carrozze superaffollate di terza classe, di certo che più terza di così sarebbe stato impossibile. Pochi di noi godevano del lusso di stare a sedere perchè il treno si formava a Trieste e bastava andare per tempo, poi era già molto se si riusciva a sedersi in corridoio con il gabinetto aperto inutilizzabile per la sua funzione di estremo ambiente ospitante.

E' anche vero che recentemente un andata e ritorno Brescia-Roma senza prenotazione ma con supplemento per un qualche motivo non era molto migliore, la differenza sostanziale in quest'ultimo viaggio recente era l'età media dei viaggiatori, in gran parte ragazzi e la numerosa ed efficiente presenza femminile con una sparuta minoranza maschile. Non so se sia una mia particolare esperienza ma ormai il treno nelle carrozze meno fortunate sembra abitato solo da ragazze e donne in genere, si vede che i maschi non pendolari viaggiano in altro modo o se ne stanno a casa.

In campagna comunque tutto come gli altri anni, le pesche erano sempre da raccogliere, come sempre io facevo la spola fra il campo e il capannone magazzino con l'amabile amico, si fa per dire, somaro e le battute allegre delle lavoranti a raccogliere, gli improvvisi acquazzoni estivi, le corse a casa con la nuvola a rincorrere talvolta metro su metro alle spalle. Chissà se solo io sentivo l'odore ancestrale che assume la terra riarsa quando riceve l'ondata dell'acqua violenta e intensa dell'estate e il rumore he fanno i primi goccioloni che "ammortano" la terra di impasto sabbioso: è un rumore soffice e penetrante come i primi baci di bocche adolescenti, sanno di fretta e di abbandono e poi la pioggia che arriva a scrosci sulla pelle e verrebbe voglia di lasciarsi trascinare in una specie di danza con la faccia a guardare e sfidare le nuvole. Poi non si può, molti degli altri hanno le faccie serie, sono quintali di frutta non raccolta che due giorni dopo possono essere passati allo scarto, il vento sbatte i rami carichi di frutta e le pesche finiscono a terra neanche buone per i maiali e poi il bagnato sui pavimenti in casa.

Certo non sono, anzi non erano, marmette o ceramiche ma banali mattoni però curati da almeno un paio di generazioni ingrassati da quella specie di colorante giallo-ocra misto con una specie di cera e,, ogni tanto, una bella lavata con il petrolio dall'od0re non proprio gradevole ma sufficiente per tenere lontani mosche e insetti vari. Gli scarponi o i sandali bagnati sporchi di terra lasciano impronte non facilmente eliminabili, proprio perchè il pavimento era grasso e le donne pronte a intimare ai loro uomini che non si arrischiassero a entrare in casa, c'era la stalla o l'antistalla lì bisognava fermarsi, ripulirsi e aspettare il ricambio se no fuori e guai a chi entra.

Se un esercito di maschi sapesse difendere il proprio territorio come le femmine sanno difendere il loro nessuno esercito potrebbe essere sconfitto da estranei assalitori.

Un paio di settimane fa sono passato dal mio cugino Renato, classe 1946, l'unico rimasto in campagna per scelta e perchè il mondo aveva cominciato a girare  e l'auto aveva eliminato il mito della città, e mi aveva mostrato come si lavora oggi nella Romagna dei piccoli poderi con dei tendoni mobili a difendere dal sole e dall'acqua, il frigo portatile perchè "tanimod i bulen in è mai a basta e alora l'è mei gudes e dè e lavurè com us dév" tanto i soldi non bastano mai e allora meglio godersi il giorno e lavorare come si deve. Anche se sotto sotto in una regione dove quasi mai servono schiavi operosi, ma collaboratori capaci, è meglio tenersi vicino quelli buoni e trattarli bene che tenerseli a frustate. E, naturalmente, parliamo di rumeni e albanesi. Si vede che quelli cattivi li lasciano qui in Lombardia, magari se li meritano pure.

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lunedì, 15 maggio 2006

(8.2.14) Liceo. Ultimo giro.

L'estate era stata quella di sempre. Lasciata Trieste, partenza per la Romagna, non prima di avere fatto una scorpacciata di sole e di mare a Barcola e, ogni tanto, al Pedocio. Il Pedocio era, non so se esisa ancora, un bagno pubblico con separazione di maschi e femmine, in zona città, con una specie di spiaggia sassosa. La frequentazione era soprattutto di ragazzotti e anziani signori sul genere pensionati dotati di enormi mutandoni e relative oneste pancie.

L'atmosfera del Pedocio è detta tutta nel nome, anche se il riferimento del nome non è a quei simpatici abitatori dei capelli, ma alle cozze affettuosamente chiamate Pedoci e che popolavano quel po' di strutture in legno o di roccia che contornavano il bagno o formavano la separazione fra zona maschi e zona femmine.

Il motivo di questa separazione penso fosse dovuta più che altro a qualcosa di tradizionale e alla mancanza di ogni e qualsiasi struttura che garantisse un minimo di privacy, come si direbbe oggi, tanto che lo svestimento totale per cambiare abbigliamento era alla luce del sole e degli astanti tutti, così anche ai più giovani era concesso ammirare come sarebbero stati con qualche decina d'anni in più. I più piccoli erano ancora nella zona donne, come si conviene ai pargoletti custoditi dalla mamma.

Barcola era, ed è, tutt'altro, anche se è segnata dalla presenza della statale e quindi dal traffico, ma è qualcosa di decisamente aperto, con tutta la scogliera a difesa della costa a funzionare da minicabine e zona di lancio e di riposo. Si partiva da casa con il tram e la dotazione per il pranzo, una o due bighe di pane soffice e croccante senza essere sbricioloso riempito o accompagnato dai soliti formaggini di formaggio fuso o, cominciavano a esserci, di quella specie di cioccolato surrogato che non aveva ancora raggiunto il plus valore della Nutella però dava comunque un sapore diverso alla merenda.

Qualche fontanella riforniva di acqua fresca perchè le lattine dovevano ancora aspettare qualche anno prima di diventare con il loro clack il normale accompagnamento acustico del rituale mangereccio.  La scogliera era giustificata anche da un fondale sufficiente per potersi esibire in lanci più o meno acrobatici o in robuste spanciate per quelli meno abili come me che da poco tempo avevano imparato a galleggiare e un po' anche a muoversi in un stile che più libero e inverosimile di così era impossibile immaginare.

Passati i primi giorni ognuno poi circoscriveva il proprio territorio in una forma di tacito rispetto dei singoli e dei tanti piccoli clan. La popolazione era decisamente di tipo adolescente con allegra commistione di ragazze e ragazzi dai costumi molto pratici, il due pezzi era ancora di là da venire ma la fantasia non doveva faticare a riconoscere i lui dai lei. Chi non ha vissuto quel modo di essere non può però capire, c'è un atteggiamento di sano godimento del sole e del mare che non lasciava il tempo ad effusioni molto evidenti ben più frequenti dove regna la spiaggia e anche radioline e radiolone mancavano del tutto, mentre regnavano le carte per gli intervalli fra una sfida e l'altra questa sì fra maschi e femmine, più che all'interno dei singoli gruppi.

Le "mule" e i "muli" (dall'elisione di un pezzettino da mamulus, per i non locali) erano, e spero siano ancora, dei soggetti molto pari e competitivi e anche l'aspetto fisico delle ragazze più che sul genere girl era sul genere sportivo (tipo ester williams). Non so se fosse l'epoca, ma il rapporto paritetico era istintivamente quello più diffuso ed era in fondo quello preparatorio del sostanziale matriarcato in famiglia, cosa tipicamente nordica, forse, ma che derivava anche dal tipo di attività maschile prevalente che prevedeva o prolungate assenze per l'imbarco, o lavori in grandi fabbriche organizzati in turni, per cui alle "femine" era assegnata l'incombenza determinante dell'organizzazione e gestione familiare con il controllo totale della borsa.

Cosa del resto fondamentale nelle aree operaie per un diffuso alcoolismo che spesso portava le mogli o le madri a presentarsi al ritiro della busta paga settimanale per evitare che arrivasse vuota a casa fra il ritiro e la consegna alla moglie. Era questo un aspetto che mi colpì parecchio all'arrivo a Trieste nel 1950, io non avevo mai visto ubriachi per la strada fosse di sera o in pieno giorno, li vidi allora come li riincontrerò molti anni dopo nelle strade e stradette attorno a Piazza Verdi a Bologna colonizzate da quella variegata umanità così protetta da alcuni in nome di non so quali diritti dei cosiddetti Punk a bestia e fregandosene dei diritti di tutti gli altri.

Mi accorgo d'avere divagato, capita quando i ricordi si mescolano con polemiche recenti, Trieste pagava già allora una realtà industriale molto importante e che stava eliminando in modo repentino ogni apparenza di tradizione e capacità individuale banalizzandola, ma pagava anche il permanere di una ritualità legata all'osteria e a quei locali molto particolari che nel circondario erano costituite dalle "gostilne" e in città erano classificate come delle birrerie/salumerie/trattorie/osterie dove si beve, si conversa, si mangia e si tiratardi per rinviare il più possibile il ritorno a casa dove si ritorna ad essere piuttosto soli e solitari e con i problemi quotidiani che la "baba" non ha trovato modo di risolvere.

Certo è una analisi che riguardava soprattutto le famiglie operaie e che non so se possa ritenersi attuale ancora oggi, epoca di after hours e aperitivi, nè credo molto francamente occupasse i miei pensieri dell'epoca. Timido e imbranato nei rapporti interpersonali mi lasciavo prendere amabilmente in giro dalle amiche di una mia simpatica e graziosa cugina appena più giovane di me, Lidia, ma già sveltita nelle parole e nei modi sia dall'essere in San Giacomo, sia dal tipo di lavoro a contatto con il pubblico sia dalla necessità di difendersi con intelligenza dalla caccia che il suo aspetto provocava.

C'era poi anche un altro motivo che gratificava quell'inizio di estate, mi ero comprato una bicicletta con soldi tutti miei con un lavoro solo mio. Mio padre, manovale, lavorava all'interno delle ditte che vincevano gli appalti per la manutenzione della rete acqua/gas/elettricità per cui c'erano spesso dei cavalletti a segnalare i lavori in corso e io ogni pomeriggio a fine turno facevo il giro ad accendere i lumini di cera inseriti all'interno della lucerne. Oggi sa di preistoria, perchè si usano batterie e simili allora,per fortuna, no. Era una bicicletta favolosa, probabilmente un ultimo residuo di modelli ormai scomparsi, però era "da corsa" con le ruote di legno, il manubrio proprio come quello delle bici dei corridori, un cambio più simile a quello delle auto che si manovrava azionando una leva all'altezza della moltiplica, tutto vero, però era mia e, soprattutto, non avevo dovuto chiedere aiuto.

Certo che fa sorridere oggi che, non appena si sfiorano le età canoniche, deve arrivare il ciclomotore e via via il resto per non soffrire dell'assenza di status, ma non ero certo l'unico e la vita trovava lo stesso piacevoli modi di espressione e conquiste altrettanto personali.

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venerdì, 12 maggio 2006

(8.2.13) Trieste. Ospedale Maggiore. Fra un po' si chiude il sipario e si passa ad altro.

E' inutile che uno se la meni, a meno di non essere incitrulliti dai farmaci o simili il fatto di entrare in sala restauri chirurgici rende un po' tanto timorosi e incerti. Non era certo la prima volta e non sarebbe stata neppure l'ultima. Specialmente l'idea della anestesia totale, che quella sì per me era la prima volta, è piuttosto opprimente: sei lì, senza possibilità di controllo vigile, senza potere suggerire qualcosa di diverso e, dovesse andare male, senza rendersene neppure conto, diventa impossibile dare un saluto ultimo e brevssimo alla luce, ai suoni, al verde, all'azzurro, a tutto quello che ti ha riempito cuore e cervello di entusiasmi, passioni, affetti dolci e anche scomodi.

Ma tant'è, il progresso nell'anestesia totale c'era stato, chi ricorda la maschera all'etere o al cloroformio e i postumi del risveglio con i soliti nauseanti vomiti di ore può capire la differenza. Certo i farmaci "moderni" (siamo nel 1954) qualche diversità ce l'hanno, specie in fase di risveglio: funzionano da siero della verità. E di questo erano ben sicure le mie gentili, allegre, rasserenanti amiche che, al ritorno in corsia, mi stavano attorno e mi facevano le solite domande personali, quelle che ci incurioscono tutti e  di cui vorremmo conoscere le risposte anche se si tratta di una conoscenza occasionale: se provi sentimenti, chi è, se c'è, l'oggetto di questi sentimenti, come ami (non come scopi, quella è un altra cosa) e perchè ami.

Senza scomodare Dante è inutile negarlo l'amore è il motore del mondo anche quando lo rifiutiamo e ci rinchiudiamo irosi nel nostro concluso mondo, come accade del reso ogniqualvolta aderiamo a circoli ristretti anche politici o, soprattutto, religiosi. Le sette, le grandi religioni totalizzanti, persino i raggruppamenti politici che hanno come scopo ultimo la società "giusta", sono esattamente il contrario. Quando l'amore verso il mondo e le sue infinite sfaccettature debbono rispettare canoni e regole dettate da altri, allora l'amore non c'è più, rimane il rassicurante pensiero di essere inclusi nel recinto dei bravi e degli ottimi e l'altro, ben peggiore, sentimento (di solito ripudiato) che fuori da quel recinto tutta la realtà esistente ci è nemica.

Ma non sono adattoa questi profondi discorsi, sono facile agli entusasmi, sono affamato di affetto, di facce serene, benevole, di rosolio e di miele da toccare, da assaggiare, da far diventare unico contatto con l'universo, unica possibile mediazione con gli altri, e l'avevo fatto, magari capendolo solo in quel vanneggiamento post operatorio. C'era fra loro una dolcissima ragazzina, un po' cicciottella, della giusta altezza per l'epoca, dai modini affettuosi, pratici, quasi materni. per caso era sempre lì a fianco del guanciale dalla parte in cui non ero girato e riassettava l'orlo del lenzuolo, allontanava immaginarie mosche, mi sistemava lieve e leggera i capelli (ce n'erano allora, tanti fra l'ispido e il mosso) e io me ne accorgevo e poi, invece, guardavo l'algida biondina tutta a modo, dalla figura ben assestata, immagine vera dell'efficienza e del controllo e dotata di quel leggero strabismo a un occhio, il destro a guardare il sinistro per lei, che ti costringe a notare il colore di quegli stessi occhi che erano azzurri a conferma che il biondo era veramente suo. Gli altri occhi, quelli affettuosi e amorosi erano normali occhi scuri.

Ed era proprio quella affettuosa, pronta a ricevere e dare affetto, a fare le domande con tranquillo masochismo e io, imbecille e impotente sotto gli effetti del farmaco, a rispondere sinceramente. Ripensandoci poi, è proprio quando rivolgiamo il pensiero alle icone perfette accade solo e solamente perchè non è ancora arrivato il punto di cottura giusto, il timore dell'amore, dell'affetto, di poter ricevere tutto questo da un altro individuo prevale su tutto. Ho sempre faticato ad affidarmi, poi magari capita che lo capisci improvvisamente ad autunno inoltrato e vorresti avere quei diciassette anni per potere immaginare calore, tepore, dolcezza, abbandono per molti anni ancora.

E di nuovo sbagliamo. Pochi o molti anni, cosa sono al confronto della realtà che ci circonda praticamente eterna, dovrebbe importare soprattutto il come più che il per quanto tempo. 

Alla fine riuscii a risvegliarmi del tutto, a vergognarmi di tutte le scemenze dette, a vedere gli occhi divertiti di quelle ragazzine che di me conoscevano ormai tutto, compreso il fatto che nessuna esperienza avevo di "amori" e neppure una lontana conoscenza "tecnica" dei primi semplici approcci che certificano l'esistenza di qualcosa e anche l'algida biondina aveva uno sguardo diverso e l'altra, quella affettuosa, era ridente e sfottente nel senso amicale del termine. Forse erano state tutte impressioni mie ed eravamo tutti, io e loro, solo dei ragazzi pieni di speranze e timori del futuro che volevano godere degli ultimi allegri e irresponsabili sprazzi dell'adolescenza.

Dopo la settimana post operatoria, allora praticamente di prassi, uscii e tornai alla solita vita, un po' complicata da un gesso che doveva proteggere la zona di intervento, il calcagno, dalle sollecitazioni della "deambulazione" così da consentire il completarsi della cicatizzazione dei tessuti. E avevo ben altri problemi emergenti, ritornavo a scuola dopo due giorni e mi aspettavano sedici interrogazioni e 11 giorni disponibili. Il patto fatto con il prof, perchè fosse valido, era, inevitabile, che dovevo dimostrare che le materie da promuovere erano state approfondite e solo lui, di quelle sedici, ne aspettava sei.

Il prof Suadi, infatti, andava a blocchi, lezioni, letture, discussioni, interrogazione a tappeto, lui che girava tra i banchi (anche se di solito spesso parcheggiava il suo sedere sul banco della Titti), faceva le domande e poi passava la palla a un altro e via così, a raffica, e se non bastavano due ore ne usavamo altre, ma in quelle due ore spesso ritornava adosso, per cui già ascoltare era un ripasso efficace e la sufficienza finale arrivava solo dopo aver superato tutti, e dico TUTTI, i blocchi.

Dimenticavo, sedici interrogazioni e due temi di italiano e due scritti di latino (uno dal e uno in), in fondo alla classe, mentre gli altri esaurivano le rifiniture.

Me lo fossi meritato o no, tutto finì come previsto sia a lezione che agli scrutini, e anche ottobre andò bene. Ormai era finita si entrava nell'ultimo anno, il liceo, l'adolescenza era agli sgoccioli, non era la salita a spaventare, erano i tornanti con lo strapiombo attorno della discesa a spaventare e allora non c'erano gard rail, al massimo qualche cippo in cemento o in sasso.

Vedremo.

postato da: bkrema alle ore 04:19 | link | commenti (1)
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