sarà la campagna elettorale, sarà che qualcosa bisogna pur ogni tanto dire di "nuovo" a livello di storia nostra, specie se su periodi pieni di cicatrici, tuttavia non mi pare tutta sta grossa novità.
se vado a rileggere qualche mio vecchio post di ricordi su questo blog mi rivedo all'esame di maturità (anno 1955) al liceo Oberdan (quello scetifico, per carità!) di Trieste con già allora una "brillantissim interpretazione". Chissà se con queste poche righe mi guadagnerò una cattedra o, almeno, una citazione.
Agli orali frana paurosa in francese e in scienze, onesta difesa nelle altre, brillante in storia e pure filosofia. In storia, forse perchè il mio accento non era pienamente triestino (e poi mi chiamo Benito!) il giovane commissario mi sottopose un problema non certo nel programma: il destino di Trieste se la guerra fosse andata in modo diverso.
Io, senza barare ma con convinzione, sostenni che sarebbe passata sotto l'influenza germanica e così gran parte dell'Istria. Naturalmente blah, blah rientrava in una politica di sbocco sull'Adriatico etc. etc.
Complimenti, accompagno all'uscita dall'aula, stretta di mano.
E un miserabile 7, unico in una marea di 6. In effetti io mi aspettavo il rinvio a settembre in francese e scienze però voti brillanti in storia, filosofia e sopra il 6 almeno in matematica. Siamo strani noi studenti, anzichè notare il passaggio in prima battuta, mi diedero fastidio altre cose, però non è così ingiustificato, almeno così avrei capito e dimostrato di eccellere da qualche parte e invece... Invece come mi disse il prof Suadi, promozione, gli altri voti al 6, il 7 in storia perchè il commissario mi aveva difeso, anzi, si era risentito della richiesta.
Questo scrivevo nel filo dei ricordi nell'agosto del 2006.
Questo su Il Sole 24 Ore, oggi 7 giugno 2009.
L'Italia ha perso tutti i territori che aveva ottenuto con la Grande Guerra e con le guerre del Risorgimento contro l'Austria. La repubblica italiana, governata da un regime totalitario, è uno Stato a sovranità limitata nell'ambito di un grande impero continentale, sul quale sventola la bandiera rossa con una croce uncinata. E' il Nuovo Ordine Europeo del Terzo Reich millenario.
Questo scenario non appartiene ad una invenzione romanzesca: era la sorte cui molti gerarchi nazisti intendevano destinare l'Italia dopo la vittoria della Germania nella seconda guerra mondiale. "Tutto ciò che era un tempo possesso austriaco deve ritornare in nostra mano", scriveva Goebbels nel suo diario all'indomani dell'8 settembre.
Verso questa direzione erano orientate alcune importanti decisioni prese da Hitler dopo la resa italiana dell'8 settembre. Infatti, fin dal 10 settembre, cioè prima della liberazione del duce e la costituzione della Repubblica sociale, il Führer aveva sottoposto al diretto controllo di due Geuleiter austriaci le zone denominate Alpernvorland, cioè le provincie di Bolzano, Trento e Belluno, e Adriatisches Küstenland, comprendente le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e la provincia di Lubiana annessa all'Italia nel 1941. Nel Sud Tirolo fu messa avviata una operazione di "de-italianizzazione", cancellando i nomi italiani di comuni e strade. Al confine del Brennero fu tolto il cippo che segnava lo Stato italiano. Nelle provincie della Venezia Giulia e dell'Istria furono riaperte le scuole slave che il regime aveva soppresso. Ma anche nel resto del territorio della Repubblica sociale, la sovranità italiana era ignorata dai nazisti e dai comandanti militari tedeschi, che spadroneggiavano brutalmente come una forza di occupazione. Al nuovo Stato fascista, costituito il 23 settembre da Mussolini per volere di Hitler, il Terzo Reich "non attribuì che un ruolo ausiliario e strumentale, senza reali margini di autonomia, che il due e il suo governo si illusero talore di ottenere, mentendo a se stessi".
E' questo il giudizio conclusivo espresso da Monica Fioravanzo in un nuovo studio sui rapporti fra la Repubblica sociale e il Terzo Reich. Avvalendosi di documenti inediti italiani e tedeschi, e con una attenta rilettura critica delle fonti edite, la Fioravanzo ha confutato la tesi, sostenuta da alcuni storici, fra i quali Renzo De Felice, secondo la quale un Mussolini politicamente defunto, malato, avvilito, depresso e desideroso solo di rintanarsi nella vita privata, avrebbe assunto la guida di un nuovo Stato fascista non per ambizione personale né per desiderio di potere, ma unicamente per dovere patriottico, cioè per proteggere gli italiani dalla furia vendicatrice del Führer, che avrebbe minacciato di radere al suolo le principali città italiane se il duce avesse rifiutato. In realtà, precisa la Fioravanzo, ancora prima della liberazione del duce, Hitler aveva già deciso la costituzione di un nuovo Stato fascista, con o senza Mussolini, perchè lo riteneva necessario agli interessi del Reich, mentre a questi interessi non avrebbe giovato ridurre l'Italia ad una tabula rasa. Quanto a Mussolini, la studiosa sostiene che la sua decisione di costituire la Repubblica sociale fu ispirata dalla volontà, pîù volte pubblicamente espressa dal duce stesso, di ridare vita ad uno Stato fascista, con la speranza che le nuove armi segrete del Reich nazista avrebbero alla fine consentito di sconfiggere gli Alleati.
Mosso da questa illusione, il duce si sarebbe rassegnato ad assistere impotente alla prevaricazione di ogni autonomia e sovranità della Repubblica sociale da parte del Terzo Reich, invocando invano dal potente alleato che almeno si desse agli italiani, "la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è ‘una preda bellica' dopo dodici mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich, del Governo stesso", come Mussolini scriveva all'ambasciatore del Reich il 17 agosto 1944. Nonostante le assicurazioni di Hitler, Mussolini era convinto,e lo confidava in sfoghi privati, che i tedeschi "perseguono un programma annessionistico. Tendono a ridurci ad una provincia tedesca." Che un movente patriottico possa aver contribuito alla decisione mussoliniana di costituire la Repubblica sociale, non ci sentiamo di escluderlo recisamente.
Ciò non significa ritenere che la RSI sia stata una "repubblica necessaria" per salvare l'Italia dalla violenza di una vendetta nazista. Lo stesso De Felice, come ricorda la Fioravanzo, ha affermato che la costituzione della RSI fu "all'origine della guerra civile" che "divise profondamente gli italiani e scavò solchi d'odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana." Il movente idealistico di molti giovani e anziani, uomini e donne, che aderirono volontariamente alla RSI convinti di combattere per l'onore della patria, non può oscurare il fatto che il nuovo Stato mussoliniano nacque per collaborare alla vittoria del Terzo Reich, cioè alla costruzione di un nuovo ordine europeo, totalitario, razzista e antisemita, dominato dalla Germania nazista, nel quale probabilmente alla stessa Italia fascista sarebbe stato assegnato il rango di uno Stato vassallo.
Monica Fioravanzo, "Mussolini e Hitler. La Repubblica sociale sotto il Terzo Reich", Donzelli Editore, Roma 2009, pagine 215, Euro 16,00
Il 14 novembre di cento anni fa nasceva Astrid Lindgren, nome forse sconosciuto, non solo per me, mentre certo non lo era e non lo è quello della sua "creatura", Pippi, proprio lei, Pippi Calzelunghe.

Penso sia strano questo ricordo da parte di un vecchio signore che ha come scusante di essere nonno di due ragazzine di 5 e 8 anni, per le quali però la Pippi è una perfetta sconosciuta.
In effetti avevo notato in questi mesi le pupatte adagiate qua e là negli autogrill e avevo resistito all'acquisto perchè l'avrei fatto proprio e solo per me, come negli anni lontani in cui ero pur giovane e mi ero guardato le sue storie in TV.
Non mi ero mai posto il pensiero di cosa mi attirava, se non forse il desiderio inconscio di avere una ragazzina in famiglia che da qualche generazione conosce solo maschi. Poi oggi ho forse capito il perchè ascoltando RAI 3, Farenheit, e un commento intervista di Conchita De Gregorio, giornalista che leggo sempre con molta simpatia e adesione.
Già, Pippi nasce nel 1945, ovviamente non nasce neonata, quindi è praticamente mia coetanea visto che io allora avevo neppure nove anni (lo sarebbero stati a dicembre), ma il suo mondo non era poi così lontano dal mio. La Svezia di quegli anni non è quella Svezia di oggi in cui si comincia a discutere dell'eccesso di Welfare, senza tuttavia rinunciarvi, e ciononostante ricca di iniziative e di capacità concorrenziali sul mercato.
La Svezia era una nazione povera, fino a tutto il 1800 e parte del '900, i suoi abitanti, pur così pochi (poco più di nove milioni) hanno alimentato una feroce emigrazione, circa un milione trecentomila svedesi emigrarono verso gli Stati Uniti.
Poi qualcosa cambiò, ci fu una ripresa della natalità e iniziò l'immigrazione dai territori baltici circostanti. In questo contesto, in questo ambiente fatto di grandi spazi, spesso rudi e climaticamente rigidi una ragazza madre, e nell'ambiente svedese d'allora non era certo un fattore di accoglienza, cresce la sua figliola a cui racconta delle storie durante una malattia. Queste storie diventeranno poi un libro.
Ecco allora formarsi il racconto e la vita di Pippi, fatta di sogni, di libertà e di responsabilità. Di libertà, tanta libertà nel correre, nel cercare, nel vivere senza rigidi vincoli con una madre, quella di Pippi, morta troppo presto perchè lei l'avesse conosciuta e un padre fantasmatico che naviga per mare come un pirata, anzi un capopirata, di un tempo.
Già, la Svezia ha nella sua storia una infinità di guerre, nazione povera cresciuta con moduli rigidi e con monarchi piuttosto vivaci finchè il suo vicino russo non si sveglia e regola i rapporti reciproci.
Quegli spazi, quelle libertà, quelle responsabilità in parte eran state anche mie. La campagna di allora non era ordinata e organizzata come quella di oggi, la periferia di Ravenna in cui abitavo era all'estremo limite della città da lì partivano i campi e le scorribande nei campi confinanti, quando i contadini rabbiosi con noi lavoravano altrove. I sogni eran i miei sogni negli anni di collegio, dove i campi c'erano ancora, ma di là del muro che chiudeva tutti gli spazi.
Era questo che io vedevo nello scorrere delle immagini televisive, o forse era questo che inconsciamente vedevo e che mi attirava perchè non ricordo particolari simpatie verso questo personaggio di chi viveva con me o dei miei figli.
Del resto gli altri libri della Lingden hanno avuto poco successo in Italia, diceva la Conchita, forse perchè quei ragazzini maschi e femmine correvano troppi rischi e non erano letture adatte a giudizio delle madri italiane. Quelle madri capaci di tener per mano, premurose e ansiose, i loro pargoletti che scendono dagli scivoletti dei giardini pubblici. Chi non ha nell'orecchio "attento" "non farti male" "vieni qui dalla mamma che ti contola".
Madri così ansiose e premurose che crescono poi fantoccioni capaci di ben altro, una volta un po' cresciuti e posti un po' lontano dallo sguardo materno, specie se maschi, anzi solo se maschi. Sguardo capace di far nascere artigli graffianti in difesa dei propri cocchi contro maestri, prof e, se necessario, vigili urbani e simili. Madri subito prone a rassicurarli che domani sarà sempre un giorno radioso, finchè c'è mamma con te.
Ma questa è un'altra storia.
Ma quanta e quale meraviglia!
Denigrati, stanchi e malpagati ma c'è la corsa a diventare prof
C'è un eufemismo imbecille, "mal da cultura". Con questo termine si tende a indicare tutte quelle patologie collegate al trasporto quotidiano che gli allievi fanno dei sacri testi.
Ed è doppiamente imbecille perchè si copre con un eufemismo una vera stortura didattico sociologica, e nello stesso tempo dimostra l'assurdità didattica e culturale (nel senso di capacità di ragionamento e di osservazione e di sedimenti tradizionali) sia di quanti nella scuola operano e dei genitori e parenti di chi nella scuola va per crescere.
Certo il mondo è cambiato, forse non basta la valigetta in "fibra" Giovanardi a contenere il monolibro sussidiario, il calamaio e la "cannetta" portapennino dei miei tempi.
Eppure qualcuno l'ha adottata qualche azione in questa direzione, ad esempio lo sposalizio stretto fra la singola classe e la relativa aula, indispensabile per classi a tempo pieno o prolungato, ma utile anche nelle altre, visto che la riduzione delle nascite ha notevolmente ridotto i casi di doppi e anche tripli turni che pure esistevano.
C'è una considerazione che spesso viaggia per tranquilizzare l'animo dei prof: in fondo molti di loro non compreranno altri libri nella loro vita. Di certo cominciando ad odiarli da subito diventa molto probabile, ma spesso sono anche gli unici libri su cui i docenti impostano le loro lezioni.
Poi arrivano i palliativi: usate il trolley! e perchè non il carrello del supermercato?
O la scuola è il luogo di lavoro e di vita di docenti ed allievi (e su questo spesso i docenti per motivi personali non sono assolutamente d'accordo, per poter poi vantare il lavoro fatto a casa spesso per ben altri scopi) o come contenitore a ore è almeno doveroso alleggerire il trasporto degli strumenti indispensabili.
In fondo era quasi 50 anni fa che il manovale si presentava al lavoro armato di carriola e pala, acquistati in proprio.
ROMA —L'ideale sarebbe trascinare i libri fino al banco col trolley. E così fanno una buona parte dei bambini fino alla terza o quarta elementare. Poi la moda impone di passare al modello classico con le cinghie da issare sulle spalle, meglio se firmato e con le scritte giuste. Quello con le rotelle, più pratico e meno caro, viene considerato out, conferma il Moige, il movimento italiano genitori. Ed è un errore perché protegge dalle malattie da zaino. Lesioni, distorsioni e strappi alla schiena. In un grande ospedale pediatrico come il Bambin Gesù di Roma su 10 mila visite ortopediche all'anno, il 20% riguardano patologie dolorose della colonna e fra queste 7 su 10 sono dovute al cosiddetto peso della cultura.
Secondo uno studio della Consumer Product Sabety Commission, negli Stati Uniti nel 2006 sono state 7.300 le lesioni di questo tipo.
Comunque per chi non è ancora genitore in età da scuola può approfondire la questione qui , ma preferirei fosse un interessamento culturale, non un atto di rassegnazione. La soluzione è altrove, non solo perchè costa meno ed è meno fastidioso ma perchè cambia in senso positivo la didattica complessiva e una parte del risparmio può essere indirizzata alla biblioteca di classe o personale.
ma perchè questo accada bisogna sentire la scuola come un fattore indispensabile per la crescita fisica e intellettuale dei ragazzi e non un contenitore adattabile ai propri orari di lavoro, sia come docenti che come genitori.
Entro nel dibattito innescato dal fondo di Enesto Galli della Loggia sul cinema italiano ma per una frase molto marginale e che, a mio parere, dice molto sul rapporto che gli intellettuali, gli artisti, gli "operatori culturali" (e come chiamarli?) hanno con il loro mercato, cioè con quella platea che direttamente o indirettamente gli dà da mangiare, talvolta anche molto bene, più o meno meritatamente.
Molto più che altrove il cinema ha avuto in Italia un'importanza grandissima. Per almeno due ragioni: innanzi tutto perché in Italia, anche a causa della sua debole scolarità, era assente una moderna tradizione di letteratura popolare. Dagli anni Trenta in poi il cinema, grazie anche al fatto di poter fare a meno della parola scritta, ha fatto le veci di questa letteratura, plasmando sentimenti, modi di vivere e atteggiamenti delle più vaste masse. Con i suoi volti e le sue trame il cinema è stato in Italia non solo l'unica e vera narrazione popolare, l'unico racconto con cui il Paese ha narrato se stesso, ma anche l'unico tramite grazie al quale il Paese stesso per così dire «si è appreso». Per decenni il cinema ha costituito per milioni di italiani il solo modo di percepire un'immagine dell'Italia al di là del proprio ristretto orizzonte di vita. Cos'era un grande magazzino, un villaggio di pescatori siciliani, o cosa erano Roma o Milano, moltissimi italiani lo hanno appreso per la prima volta dal cinema.
La debole scolarità!.
E' una antica abitudine dare sempre la colpa al destino, alla situazione generale, alla nostra natura. In politica il più celebre, molti anni fa, fu Giuseppe Saragat segretario fondatore padre padrone del PartitoSocialista Democratico Italiano, familiarmente noto come PSDI e dall'indimenticato Fortebraccio assimilato a uno starnuto, a lamentarsi del destino cinico e baro, forse per giustificare di fronte ai suoi finanziatori USA il misero risultato nel confronto costi/benefici.
Sono andato allora a cercare i dati sull'analfabetismo in Inghilterra, in Francia, in Europa usando l'ormai abituale strumento di ricerca veloce, Google ovviamente. Perchè è dagli anni della prima scolarità che mi son chiesto come mai in altre nazioni europee già a partire dal 1800 avevano a disposizione autori e titoli mentre da noi ben poco di gustabile o anche semplicemente stampato c'era.qui, compresi quelli sulla scolarità ufficiale che per Italia e Spagna, fino al 1990 sono praticamente un po' più della metà del resto del mondo.
Ed è incontestabile che, fotografando la situazione a partire dal 1861 Italia e Spagna battono ogni record con praticamente il 75% contro il 19/20 di Germania e Svizzera, il 47/45 di Francia e Belgio, il 31/36 di inghilterra e Giappone, il20 degli USA e il 10 degli Scandinavi.
Nel 1900 quei numeri si riducono. con Italia e Spagna al top con il 48/51, Francia e Belgio al 17/22, Inghiltera e USA al 14/17, Giappone al 29 e gli altri solo qualche punto %
Sarà solo 40 anni dopo che troveremo Italia/Spagna al 14/17, Francia e Belgio al 12/11 e tutti gli altri fra 0.% (scandinavi) e 5 (USA).qui, compresi quelli sull scolarità ufficiale cheper Italia e Spagna, fino al 1990 sono praticamente un po' più della metà del resto del mondo.
Non è casale che in quella mostrina di risultati siano i paesi più squisitamente cattolici ad avere numeri da schifo e viene la tentazione di dare ragione allo scrittore cattolico Giuliotti che come sosteneva un suo cultore
Giuliotti, legato ad una concezione del mondo rigidamente cattolica e reazionaria, accusa la civiltà moderna di aver abbandonato la fede, per cui non riesce più a risolvere i problemi esistenziali. Giuliotti ha nostalgia dell’analfabetismo, perché sapeva "leggere in Dio", e si considera un "assolutista in ritardo", un "cattolico-gambero, retrocedente sino alla Bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII".
Ma troppo ampio sarebbe allora il discorso e bisognerebbe partire già dal fatto che nel cattolicesimo uno solo legge (leggeva) e uno solo interpreta (l'interpretava non vale se non autorizzato) perchè una e una sola è la verità, mentre per molti altri cristiani vale il prenditi il libro, leggilo, commentalo e sei anche tu abilitato a cercare la verità perchè in ognuno c'è pienamente Dio.
Torniamo al discorso iniziale e qualcosa poi cambia e già i dati italiani del 1900 sono simili a quelli di Francia e Belgio di 40 anni prima, eppure allora la Francia aveva conosciuto una ricca presenza di autori letti diffusamente, ad esempio il facondissimo Balzac, mentre in quell'inizio secolo in Italia ben poco cambia.
La stessa giustificazione del successo del cinema negli anni '30 del secolo scorso, con valori di analfabetismo ormai sotto il 20%, fanno pensare che altri fossero i problemi. Ed è a questo punto che mi chiedo perchè mai io, e non solo certamente io (basti pensare alla Medusa o alla BUR) già alle fine delle medie inferiori e pur in seminario, visto che volevo farmi prete, dovendo scegliere preferivo autori stranieri tradotti a quelli italiani.
Da più grande poi questa istintiva avversione trovò ancora più spazio perchè, a parte certi momenti del verismo, mi è sempre apparsa artefatta, quasi falsa la lingua, la tessitura, la scelta degli argomenti che trovavo fra i prodotti locali. Ed è la stessa situazione che troverò nei testi scientifici e che, discutendone con il giovane prof USA che mi seguiva in tesi, lui mi rispose che loro, in USA, scrivevano per chi doveva leggere e studiare, non per far figura con i colleghi. E francamente anche nei testi francesi trovavo, visto che di quelli potevo farne uso nella lingua originale, molta più comprensibilità e soddisfazione che negli analoghi testi italiani.
Altra annotazione, d'obbligo, la lingua dei traduttori è mediamente splendida, non credo che sia merito solo degli originali.
E allora mi vien da pensare che le parole che Scalfari ha usato per il cinema forse vadano bene in generale anche per le parole scritte:
Lizzani ha segnalato con maggior forza degli altri intervenuti nel dibattito questo problema che anch'io assumo come essenziale: il linguaggio. Cioè la forma, la modalità espressiva con la quale si racconta la realtà. Il cinema, come ogni altra manifestazione creativa e artistica, è anzitutto linguaggio. Con un linguaggio appropriato si può raccontare tutto; anche una società priva di valori e colma di vizi, dove le poche virtù brillano per contrasto come schegge di diamante confuse con la terra e la roccia.
La grande letteratura francese dell'Ottocento, la grande letteratura russa, la grande musica tedesca, sono nate in mezzo a società percorse e segnate da valori negativi, istinti ignobili non frenati dalla ragione ma esaltati dalla furbizia e dalla cupidigia. E così la poesia e il teatro elisabettiano. Così le arti italiane dei secoli dell'avvilimento politico e morale, tra il XVI e il XVII. Roma, Firenze, Venezia divennero le capitali mondiali delle arti nel momento stesso in cui affondavano nella più nera delle corruzioni che inquinava non solo le corti ma la società intera.
Ma c'era un linguaggio espressivo che sapeva raccontare e raccontava. Crisi dei valori? Quali? Quali valori esprimeva la corte dei Papi dal Quattrocento fino a Pio IX (compreso)? Quali valori la Francia degli ultimi Valois e poi quella degli ultimi Luigi? E la Francia di Napoleone III? La Russia di Alessandro e di Nicola? L'Inghilterra dei Tudor e degli Stuart? Ma non furono proprio quelli i periodi di maggior fulgore dei linguaggi dell'arte, d'ogni genere di arte? E del pensiero, della filosofia, della scienza? Ci vorrebbe un volume per allineare i nomi dei pittori, scultori, architetti, compositori di musica, romanzieri, poeti, che illuminarono il mondo con le loro creazioni in mezzo a società deturpate, immorali, abbandonate al vizio, alla corruttela privata e pubblica, alla violenza, all'uomo lupo contro lupi.
Volete qualche esempio di come un grande talento si esercita a raccontare una società che sta rovinando e scomparendo sotto i suoi occhi? Andate a rileggere il "Tempo ritrovato" nella "Recherche" proustiana. La decadenza dei Guermantes, le cupe orge omosessuali di Charlus. O i romanzi balzachiani. I "Fleurs du Mal". "I fratelli Karamazov". Ma anche "Anna Karenina". Il Gogol delle "Anime morte". Quali valori? Quelli dell'arte, certo; ma non quelli della società, della nazione, della massa degli individui che ne fanno parte.
Del resto quante letterature italiane possono competere con l'armonia, l'essenzialità e il respiro unitario che percorrono la letteratura del De Santis?
Quanti preziosismi, accademismi percorrono al contrario antologie e sacri testi che sembrano costruiti più allo scopo di imbrigliare che di sollecitare il lettore e lo studente.
Naturalmente sono queste le considerazioni di un chimico, non certo di un esperto o di un cultore preparato e competente per studi laureee e diplomi ma non credo di essere tanto peggio o tanto meglio di un "cliente" medio. Nè mi interessa la bella confezione o la sopracoperta con il premio strappato dalla feroce contrattazione fra le varie case editrici.
L'immagineche più si avvicina, nel mio immaginario, "all'operatore culturale italiano" è quello di Signorinella pallida dolce dirimpettaia... cioè PORTO IL MANTELLO A RUOTA E FO IL NOTAIO.
Tanto se vogliono stipulare da qui passano.