è un dato di fatto in tutte le specie animali, la diversità nei DNA dei genitori favorisce una prole più forte nel percorso della vita e a seconda del grado di evoluzione e dei sistemi di riproduzione si mettono in atto vari meccanismi.
un'altra situazione abituale è che i maschi sono di solito più aggressivi, non fosse altro perchè in questo modo solo il più forte può accedere all'ambito premio dell'accoppiamento.
nella specie umana a questo scopo si ricorre al "tabù" spesso consolidato in teorie e pratiche religiose, anche se spesso in condizioni troppo isolate o troppo affollate fanno indebolire il peso di questo tabù.
in natura, data la abituale situazione di subalternità fisica, alcune femmine fanno ricorso a metodi di difesa passiva, come ad esempio le FEMMINE DEL GALLO SELVATICO.
Le femmine di gallo selvatico riescono a evitare i rischi dell'accoppiamento fra consanguinei limitando il numero di spermatozoi che raggiungono le uova
Accoppiarsi fra parenti stretti ha spesso conseguenze dannose per la prole, e per questo motivo la maggior parte degli animali tende a evitarlo.
Le femmine del gallo rosso della giungla (Gallus gallus), invece, non hanno molta scelta a causa dell'aggressività dei loro fratelli, ma possono evitare gli effetti dannosi dell'incesto scegliendo quali spermatozoi feconderanno le loro uova. Negli animali promiscui, i maschi e le femmine possono avere strategie differenti riguardo all'incrocio fra consanguinei.
Poiché i maschi possono produrre facilmente molti spermatozoi, per loro non è un gran danno se l'unione con le loro madri o le loro sorelle genera uova difettose. Le femmine, che compiono uno sforzo molto maggiore per produrre le uova, cercano invece molto più strenuamente di evitare l'incesto. Il rischio di incrocio fra fratelli e sorelle è particolarmente alto per il gallo rosso della giungla, progenitore selvatico delle galline domestiche, in quanto gli animali rimangono vicini al loro luogo di nascita. Le femmine, più piccole, non sono in grado di resistere agli assalti dei maschi.
Ma il biologo Tommaso Pizzari dell'Università di Leeds e colleghi hanno scoperto che le femmine immagazzinano un numero di spermatozoi minore se provengono dai loro fratelli e che di questi spermatozoi ben pochi raggiungono le uova, anche quando i maschi nel tentativo di compensare ne producono di più.
In un articolo pubblicato sulla rivista "Proceedings of the Royal Society London B", i ricercatori descrivono quella che sembra l'escalation di una guerra dei sessi combattuta a colpi di spermatozoi. I risultati suggeriscono che i maschi, e forse anche le femmine, siano in grado di riconoscere la parentela, anche se non è chiaro come riescano a farlo o come le galline discriminino il seme dei fratelli. "Una possibilità - spiega Pizzari - è che espellano gli spermatozoi subito dopo l'accoppiamento". Lo studio mostra chiaramente che gli animali rispondono alla parentela e non alla semplice familiarità.
la presenza di un sito ispirato dal K K K, il caro e simpatico gruppetto o gruppone di persone che combattono in nome della buona e brava "razza" bianca contro il pericolo costituito dai miliardi di individui dalle molte sfumature di colore (privilegiando fra i nemici quelli particolarmente scuri) ha suscitato alcune perplessità nella rete.
riporto qui una delle opinioni, quella di ZAMBARDINO "opinion maker" (sòrbole!) del settore per Repubblica.
Un po’ di domande sul caso KKK on line.
Il ministro Mara Carfagna interviene sulla notizia che parla di un sito del KKK in Italia e dice: “Necessario l’intervento degli organismi preposti al controllo della rete per evitare la diffusione di messaggi così negativi e incivili”.
Ora a parte che non sapevamo che in Italia ci fossero “organismi preposti al controllo della rete” e l’informazione del ministro arriva certo non gradita ma utile – quali sono questi organismi, ministro? A parte questo, c’è che siamo, con questo caso, anche noi italiani nel cuore di un dibattito mondiale.
Tanti i casi precedenti: Yahoo! e i siti nazisti, i cimeli hitleriani su eBay, e davvero mille e mille altre evenienze. Il riflesso della politica e degli stessi gestori è eliminare il corpo del reato, che in questo caso è reato di opinione. E’ come se oscurare un sito che predica follie razziste, omofobe e liberticide – perché di questo si tratta – bastasse per risolvere il problema e liberasse la società da ogni altra incombenza.
E allora la domanda è: chiuso il sito, il problema è risolto? Basta impedire l’espressione di un pensiero criminale perché non vi faccia seguito l’azione? Non si tratterà di indagare, cercare, scavare? A margine: la permanenza del sito non farebbe bene a quelle indagini? Risposta: sì e speriamo che nessuno ci chieda come.
E il riflesso di reprimere le idee, anche se si tratta di idee abiette, sta nelle regole dello stato di diritto? Non è proprio dello stato di diritto e della democrazia il paradosso di dare voce ai nemici della libertà che essi garantiscono?
Non permette invece – la repressione dei siti a contenuto abietto – la nascita di una pratica, da parte degli “organismi preposti al controllo della rete”, che non ha potenzialmente alcun limite? E’ compito dei governanti tracciare cosa si reprime e cosa no? Se è così, ricordiamo la pagina Facebook con relativo giochino Buttiamo a mare l’immigrato, realizzata dal figlio del senatore Bossi. Se il giovanotto diventa ministro, quel gioco lo vendiamo alla Standa?
Non sarebbe meglio spostare altrove il limite e renderlo invalicabile?
Ripeto: è una questione delle pratiche che si abilitano. In Cina l’asticella sta molto più in là, e non è il limite estremo. Davvero. In Iran, dove i blog sono tutti registrati, come vorrebbe che fossero in Italia qualche proposta di legge già scritta, si può essere arrestati per “offesa alla religione” e per “vilipendio dei rappresentanti dello stato”. Praticamente, in quella società, tutto.
E allora, non sarebbe meglio inaugurare in Italia la prassi e il principio che l’espressione abominevole resta dov’è e sono da reprimere le connesse pratiche?
Anche perché è forte il sospetto, quasi una certezza, che, chiuso il sito, si ritenga risolto il problema.
Oppure pensiamo che l’emergere di questo e di altri fenomeni sia “proprio” della rete? Per cui basta spegnere internet e tutto scompare. Ma sì, e questo che al fondo pensiamo, il non detto dei signori della politica e della censura: che è la facoltà di parola che crea il crimine e non viceversa.