giancarlo dotto, uno che come "finesssse" non sbaglia proprio e chiude così i suoi improperi contro gli auguri da sms seriale da una riverita tribuna come La Stampa.
Ci sono poi gli auspicatori malvagi, che non si accontentano di melassare il tuo anno che verrà con il generico sciroppo ma vanno puntigliosamente a circostanziare: «Auspico per te un meraviglioso 2008, che significa molto sesso, una casa a Parigi e una villa in Kenya». Ora, a prescindere che una villa in Kenya di questi tempi non è esattamente un augurio, se tu che lo ricevi non ce la fai nemmeno a pagarti quaranta metri quadri in borgata e la donna che te la dava, l’unica, ti ha appena mollato, si capisce perché il cotechino va di traverso e la lenticchia puzza di bruciato.
oggi su Repubblica carta era di scena la scuola, scena trasmessa anche nella versione .it, con una delle solite stranezze perchè i due servizi legati a un sondaggio e teoricamente nel casellario "scuola e giovani" li trovavi solo se andavi a titillare la ricerca sul sito.
Non ne so il motivo, forse lo capiremo domani quando probabilmente verranno riportati i dati concreti e, forse, disaggregati.
Riassumendo:
1.- la fiducia degli italiani nella scuola pubblica è del 54% (era il 63% nel 2003)
2.- per il 60% tuttavia si può avere fiducia negli insegnanti
3.- le modifiche Fioroni (esami a settembre e scuola aperta al pomeriggio) ricevono l'80 e il 77% dei consensi. Cioè la Moratti go home.
4.- La scuola privata riceve il 43% dei consensi. E questo dato mi pare più che significativo e spiega i lamenti delle scuole private specie confessionali (specie dopo le eliminazione delle "comodità" in materia di maturità interne. Chissà perchè.
Quello poi che resta incomprensibile è il tono dei due articoli di Repubblica
Quelle aule così lontane dalla società che cambia
Si tratta di dati inattesi, in contrasto con il dibattito politico e mediatico, ma anche con il senso comune. Riflettono il rapporto ambiguo fra scuola e società, tra le famiglie e il sistema educativo, tra i genitori i professori.
I cittadini, infatti, esprimono fiducia nella scuola e negli insegnanti "nonostante". Perché, in realtà, vorrebbero una scuola diversa. Con più risorse, maggiori relazioni con il mercato del lavoro. In grado di riconoscere e di promuovere il talento degli studenti, permettendo ai migliori di emergere.
Vorrebbero, inoltre, insegnanti più motivati. Sottoposti a un costante processo di "valutazione". E, quindi, "premiati" in base al merito, in termini di carriera e di retribuzione. Come propone, d'altronde, il "Quaderno bianco sulla scuola", predisposto di recente dai ministeri della Pubblica Istruzione, del Tesoro e dell'Economia. Si tratta di attese largamente deluse. Da cui originano, fra l'altro, le contestazioni di molti genitori nei confronti degli insegnanti. A "protezione" dei figli. Non sempre per "giustificato motivo".
Mi è venuto il dubbio che Ilvo Diamanti, il commentatore, se la sia presa male perchè il sondaggio non dice la stessa cosa del Quaderno Bianco ministeriale.
E' una antica abitudine dei sapienti ministeriali che evidentemente preferiscono perdersi nei sogni inutili e non coerenti con la realtà, proprio quella realtà che riesce a progredire nonostante loro, proprio loro che dovrebbero trovare il modo di dare alla scuola quella tranquillità di mezzi e quelle strutture indispensabili a ottenere ancora di più.
L'altro titolo
Scuola, fiducia leggermente in calo. Gli italiani la promuovono senza lode
Va precisato che la scuola continua ad essere intesa e valorizzata innanzitutto come scuola pubblica: gli istituti privati ottengono un apprezzamento molto più basso. Le emergenze della scuola sembrano richiamare i problemi già emersi dal sondaggio del 2004: la mancanza di fondi (20%), innanzitutto, e lo scarso collegamento con il mondo del lavoro (19%). I più giovani (15-19 anni) puntano il dito soprattutto sul primo problema, mentre quelli della fascia successiva (20-24 anni) sottolineano soprattutto la debolezza della funzione "professionalizzante".
Un problema emergente riguarda invece la violenza negli istituti (12%). Si registra una crescita del fenomeno del bullismo (66%). Se aule e corridoi diventano luoghi sempre più insicuri, la responsabilità viene però addossata quasi interamente alle famiglie: nello specifico, alla mancanza di autorità da parte dei genitori (66%). Questi ultimi, peraltro, secondo una percezione diffusa, tendono ad assumere troppo "le difese" dei figli.
Adesso però vorrei anch'io fare alcune considerazioni, per oltre un anno la stampa, la televisione hanno rimestato il fango emerso qua e là soprattutto basato su esercitazioni da telefonini e you tube. Titillamenti che hanno coinvolto, in totale, forse 200/250 studenti e nemmeno una decina di insegnanti.
Quanti sono gli studenti? quanti sono gli insegnanti?
I docenti della scuola secondaria circa 400.000. gli sudenti circa 4.100.000. Qualcuno vuol calcolare la percentuale?
Valeva la pena sollevare tanto scapricciamento di titoli ad effetto o non era piuttosto il rancore represso di molti che finalmento potevano rifarsi contro quella scuola che non li ha compresi e adesso, lo aspettavano da tempo, potevano sfogarsi?
Quanti commenti ci sono a fine anno scolastico a parte l'elenco forse solo statistico di promossi e bocciati?
E per quel che riguarda poi il rapporto genitori scuola credo che qualche post un po' più sotto ci sia un evidente esempio di come spesso sia realizzato, fra un ricorso e l'altro al Tar o al Consiglio di Stato a tutela di questi poveri bambini magari di 18/vent'anni adulti a sufficienza per fottere e ubriacarsi ma non per assumersi le proprie responsabilità.
E anche questo, ovvio, riguarda una ben piccola minoranza perchè la stragrande maggioranza degli studenti fa il proprio dovere nei limiti tipici di un'età piena di curiosità e di stimoli.
In un momento come questo di Santa Madre Chiesa arroccata nei no severi e irrevocabili è consolante leggere di quando, e non era poi molto fa solo un po' prima degli illuministi quando potevano sollazzarsi in pace fra i potenti senza farlo sapere troppo ai suoi allocchi seguaci.
Riprende il discorso Claudio Rendina in un libro intitolato CARDINALI e CORTIGIANE, presentato in modo stimolante e ampio da Gian Antonio Stella sul Corriere, libro che val la pena leggere se non altro per capire che spesso, oltre ad essere cardinali e papi di qualità, sapevano essere anche uomini, nel senso più gaudioso del termine, altrettanto impegnati ed esuberanti. Magari in questo modo facevano meno danni o danni non superiori a un principe qualsiasi.
Segnalo la frase terminale della presentazione di Gian Antonio Stella
Indimenticabile, tra l'altro, la descrizione, ripresa dalle memorie di Giovanni Burcardo, cancelliere del Papa e noto come cardinale d'Argentina, del banchetto organizzato dal duca Valentino «al quale prendono parte cinquanta meretrici oneste, quelle dette cortigiane. Finito di cenare ecco le cortigiane danzare con i servitori e altre persone che si trovano lì; da principio vestite, poi nude. Sempre dopo cena vengono posati in terra i candelabri con le candele accese che illuminano la mensa; dove vengono sparse delle castagne che le meretrici, nude, raccolgono passando fra i candelabri sulle mani o sui piedi. Tutto alla presenza e sotto lo sguardo del Papa, del duca e di sua sorella Lucrezia… ».
Altrettato interessante la ripresa di una frase di Montesqiueu, che si riferisce a Venezia:
«Mai in nessun luogo si sono visti tanti devoti e tanta poca devozione come in Italia. Bisogna tuttavia ammettere che i veneziani e le veneziane hanno una devozione che riesce a stupire: un uomo ha un bel mantenere una puttana, non mancherà certo la sua messa per nessuna cosa al mondo». Proprio un proverbio veneziano del Settecento riassumeva così la dolce vita suggerita ai nobiluomini: «La matina una messetta, dopo pranzo una bassetta, dopo cena una donnetta». Messa, bisca, amante.
leggendo le cronache di oggi non è cambiato moltissimo, solo che pare che sian cambiati i partner, come se un clero meno combattivo preferisca battagliare con minori o con omogenei, chissà magari speravano in occhi e individui più sottomessi e discreti.
Entro nel dibattito innescato dal fondo di Enesto Galli della Loggia sul cinema italiano ma per una frase molto marginale e che, a mio parere, dice molto sul rapporto che gli intellettuali, gli artisti, gli "operatori culturali" (e come chiamarli?) hanno con il loro mercato, cioè con quella platea che direttamente o indirettamente gli dà da mangiare, talvolta anche molto bene, più o meno meritatamente.
Molto più che altrove il cinema ha avuto in Italia un'importanza grandissima. Per almeno due ragioni: innanzi tutto perché in Italia, anche a causa della sua debole scolarità, era assente una moderna tradizione di letteratura popolare. Dagli anni Trenta in poi il cinema, grazie anche al fatto di poter fare a meno della parola scritta, ha fatto le veci di questa letteratura, plasmando sentimenti, modi di vivere e atteggiamenti delle più vaste masse. Con i suoi volti e le sue trame il cinema è stato in Italia non solo l'unica e vera narrazione popolare, l'unico racconto con cui il Paese ha narrato se stesso, ma anche l'unico tramite grazie al quale il Paese stesso per così dire «si è appreso». Per decenni il cinema ha costituito per milioni di italiani il solo modo di percepire un'immagine dell'Italia al di là del proprio ristretto orizzonte di vita. Cos'era un grande magazzino, un villaggio di pescatori siciliani, o cosa erano Roma o Milano, moltissimi italiani lo hanno appreso per la prima volta dal cinema.
La debole scolarità!.
E' una antica abitudine dare sempre la colpa al destino, alla situazione generale, alla nostra natura. In politica il più celebre, molti anni fa, fu Giuseppe Saragat segretario fondatore padre padrone del PartitoSocialista Democratico Italiano, familiarmente noto come PSDI e dall'indimenticato Fortebraccio assimilato a uno starnuto, a lamentarsi del destino cinico e baro, forse per giustificare di fronte ai suoi finanziatori USA il misero risultato nel confronto costi/benefici.
Sono andato allora a cercare i dati sull'analfabetismo in Inghilterra, in Francia, in Europa usando l'ormai abituale strumento di ricerca veloce, Google ovviamente. Perchè è dagli anni della prima scolarità che mi son chiesto come mai in altre nazioni europee già a partire dal 1800 avevano a disposizione autori e titoli mentre da noi ben poco di gustabile o anche semplicemente stampato c'era.qui, compresi quelli sulla scolarità ufficiale che per Italia e Spagna, fino al 1990 sono praticamente un po' più della metà del resto del mondo.
Ed è incontestabile che, fotografando la situazione a partire dal 1861 Italia e Spagna battono ogni record con praticamente il 75% contro il 19/20 di Germania e Svizzera, il 47/45 di Francia e Belgio, il 31/36 di inghilterra e Giappone, il20 degli USA e il 10 degli Scandinavi.
Nel 1900 quei numeri si riducono. con Italia e Spagna al top con il 48/51, Francia e Belgio al 17/22, Inghiltera e USA al 14/17, Giappone al 29 e gli altri solo qualche punto %
Sarà solo 40 anni dopo che troveremo Italia/Spagna al 14/17, Francia e Belgio al 12/11 e tutti gli altri fra 0.% (scandinavi) e 5 (USA).qui, compresi quelli sull scolarità ufficiale cheper Italia e Spagna, fino al 1990 sono praticamente un po' più della metà del resto del mondo.
Non è casale che in quella mostrina di risultati siano i paesi più squisitamente cattolici ad avere numeri da schifo e viene la tentazione di dare ragione allo scrittore cattolico Giuliotti che come sosteneva un suo cultore
Giuliotti, legato ad una concezione del mondo rigidamente cattolica e reazionaria, accusa la civiltà moderna di aver abbandonato la fede, per cui non riesce più a risolvere i problemi esistenziali. Giuliotti ha nostalgia dell’analfabetismo, perché sapeva "leggere in Dio", e si considera un "assolutista in ritardo", un "cattolico-gambero, retrocedente sino alla Bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII".
Ma troppo ampio sarebbe allora il discorso e bisognerebbe partire già dal fatto che nel cattolicesimo uno solo legge (leggeva) e uno solo interpreta (l'interpretava non vale se non autorizzato) perchè una e una sola è la verità, mentre per molti altri cristiani vale il prenditi il libro, leggilo, commentalo e sei anche tu abilitato a cercare la verità perchè in ognuno c'è pienamente Dio.
Torniamo al discorso iniziale e qualcosa poi cambia e già i dati italiani del 1900 sono simili a quelli di Francia e Belgio di 40 anni prima, eppure allora la Francia aveva conosciuto una ricca presenza di autori letti diffusamente, ad esempio il facondissimo Balzac, mentre in quell'inizio secolo in Italia ben poco cambia.
La stessa giustificazione del successo del cinema negli anni '30 del secolo scorso, con valori di analfabetismo ormai sotto il 20%, fanno pensare che altri fossero i problemi. Ed è a questo punto che mi chiedo perchè mai io, e non solo certamente io (basti pensare alla Medusa o alla BUR) già alle fine delle medie inferiori e pur in seminario, visto che volevo farmi prete, dovendo scegliere preferivo autori stranieri tradotti a quelli italiani.
Da più grande poi questa istintiva avversione trovò ancora più spazio perchè, a parte certi momenti del verismo, mi è sempre apparsa artefatta, quasi falsa la lingua, la tessitura, la scelta degli argomenti che trovavo fra i prodotti locali. Ed è la stessa situazione che troverò nei testi scientifici e che, discutendone con il giovane prof USA che mi seguiva in tesi, lui mi rispose che loro, in USA, scrivevano per chi doveva leggere e studiare, non per far figura con i colleghi. E francamente anche nei testi francesi trovavo, visto che di quelli potevo farne uso nella lingua originale, molta più comprensibilità e soddisfazione che negli analoghi testi italiani.
Altra annotazione, d'obbligo, la lingua dei traduttori è mediamente splendida, non credo che sia merito solo degli originali.
E allora mi vien da pensare che le parole che Scalfari ha usato per il cinema forse vadano bene in generale anche per le parole scritte:
Lizzani ha segnalato con maggior forza degli altri intervenuti nel dibattito questo problema che anch'io assumo come essenziale: il linguaggio. Cioè la forma, la modalità espressiva con la quale si racconta la realtà. Il cinema, come ogni altra manifestazione creativa e artistica, è anzitutto linguaggio. Con un linguaggio appropriato si può raccontare tutto; anche una società priva di valori e colma di vizi, dove le poche virtù brillano per contrasto come schegge di diamante confuse con la terra e la roccia.
La grande letteratura francese dell'Ottocento, la grande letteratura russa, la grande musica tedesca, sono nate in mezzo a società percorse e segnate da valori negativi, istinti ignobili non frenati dalla ragione ma esaltati dalla furbizia e dalla cupidigia. E così la poesia e il teatro elisabettiano. Così le arti italiane dei secoli dell'avvilimento politico e morale, tra il XVI e il XVII. Roma, Firenze, Venezia divennero le capitali mondiali delle arti nel momento stesso in cui affondavano nella più nera delle corruzioni che inquinava non solo le corti ma la società intera.
Ma c'era un linguaggio espressivo che sapeva raccontare e raccontava. Crisi dei valori? Quali? Quali valori esprimeva la corte dei Papi dal Quattrocento fino a Pio IX (compreso)? Quali valori la Francia degli ultimi Valois e poi quella degli ultimi Luigi? E la Francia di Napoleone III? La Russia di Alessandro e di Nicola? L'Inghilterra dei Tudor e degli Stuart? Ma non furono proprio quelli i periodi di maggior fulgore dei linguaggi dell'arte, d'ogni genere di arte? E del pensiero, della filosofia, della scienza? Ci vorrebbe un volume per allineare i nomi dei pittori, scultori, architetti, compositori di musica, romanzieri, poeti, che illuminarono il mondo con le loro creazioni in mezzo a società deturpate, immorali, abbandonate al vizio, alla corruttela privata e pubblica, alla violenza, all'uomo lupo contro lupi.
Volete qualche esempio di come un grande talento si esercita a raccontare una società che sta rovinando e scomparendo sotto i suoi occhi? Andate a rileggere il "Tempo ritrovato" nella "Recherche" proustiana. La decadenza dei Guermantes, le cupe orge omosessuali di Charlus. O i romanzi balzachiani. I "Fleurs du Mal". "I fratelli Karamazov". Ma anche "Anna Karenina". Il Gogol delle "Anime morte". Quali valori? Quelli dell'arte, certo; ma non quelli della società, della nazione, della massa degli individui che ne fanno parte.
Del resto quante letterature italiane possono competere con l'armonia, l'essenzialità e il respiro unitario che percorrono la letteratura del De Santis?
Quanti preziosismi, accademismi percorrono al contrario antologie e sacri testi che sembrano costruiti più allo scopo di imbrigliare che di sollecitare il lettore e lo studente.
Naturalmente sono queste le considerazioni di un chimico, non certo di un esperto o di un cultore preparato e competente per studi laureee e diplomi ma non credo di essere tanto peggio o tanto meglio di un "cliente" medio. Nè mi interessa la bella confezione o la sopracoperta con il premio strappato dalla feroce contrattazione fra le varie case editrici.
L'immagineche più si avvicina, nel mio immaginario, "all'operatore culturale italiano" è quello di Signorinella pallida dolce dirimpettaia... cioè PORTO IL MANTELLO A RUOTA E FO IL NOTAIO.
Tanto se vogliono stipulare da qui passano.