(8.3.5) Trieste. Chimica. Tutta la fisica, compreso il baco.
A differenza di Matematica, Fisica non aveva subito gli sdoppiamenti di altri corsi, forse perchè non aveva i numeri. cioè i fondi e il personale sufficiente. Resta il fatto che ingegneri, matematici, fisici, chimici e via così avevamo un unico corso con qualche correttivo, in fase di esame.
La valutazione, come si dice oggi, nasceva da una prova scritta e successiva, per gli ammessi, discussione orale.
I chimici venivano ammessi anche solo con 8 (otto) su 30 (trenta). Evidentemente i titolari del corso non ritenevano possibile che un chimico potesse mai arrivare alle sublimi vette della fisica.
Sperimentalmente, prendendo io medesimo come esempio, penso non abbiano torto. Infatti io mi presi 23/30, il terzo scritto dall'alto su quasi un cenitnaio di studenti, e poi franai ignominiosamente non sotto un singolo orale ma in tre orali successivi e alla quarta prova (ormai ero emigrato), come disse una collega del titolare del corso a Bologna, dove sarò fra un paio d'anni, il prof Peli compie gli anni e per rispetto alla sua costanza le regala 21. Dea Dalmonte Casoni, venerata e venerabile docente di Organica Uno in Viale Risorgimento a Bologna. Cara Prof, ormai là nel cielo liquido dei chimici, grazie e grazie ancora.
Capii molti anni dopo, quasi venti, insegnando fisica a un serale per studenti lavoratori, dove era nascosto l'immenso baco che mi trascinavo dietro dal liceo. Pochi, infatti, si rendono conto quanto fondamentale sia l'imprinting che si riceve in quegli anni. La nostra prof di matematica e fisica, oltre a fumarsi quasi un pacchetto di sigarette nelle due ore di lezione stando sulla porta fra l'aula e il corridoio dell'Oberdan, ci ha presentato sempre la fisica come un po' di formuline o formulone senza mai un concetto.
E invece i fisici sono un incrocio fra teologi e filosofi, con prove sperimentali valutate a forza di calcoli e funzioni e bla, bla, più che di qualcosa di concretmente tangibile. Certo c'era il labortorio di FISICHETTA, quello divertentissimo, lì facevi misure, litigavi con lo strumento, gli facevi il check up completo. Potevi persino giocare con l'elettromagnetismo anche se era roba del secondo anno. Ma l'aula, la teoria, ben altro.
Eravamo arrivati nell'aula magna per la prima lezione di fisica uno già intimoriti e prevenuti. L'aula, la prima che vedevo così, era la classica aula ad anfiteatro e di fronte a noi un muro di lavagne e una cattedra che occupava l'intera larghezza. Dietro c'era il prof Poiani, smilzo elegante e allampanato signore fra i 30 e i 40 con quei visi tipici di quella costa che da Trieste arriva fino a Spalato e anche più giù, a ricordare che su quei territori il leone di San Marco non ha lasciato solo simboli e monumenti ma anche tracce significative del suo DNA.
Noi lo guardavamo curiosi di ritrovare le tracce dei racconti che i fagioli, quelli del secondo anno, ci avevano fatto. Si diceva che il portiere una sera, non avendolo visto uscire e notando le luci accese nell'Isituto, fosse andato a cercarlo e l'avesse trovato nel laboratorio in mutande che tirava una molla legata alla parete, arretrando, poi la lasciava e la rincorreva verso il muro, a riprenderla. E poi di nuovo, e ancora da capo, in un percorso tutto suo come se fosse altrove.
Vero o falso che fosse, il tutto veniva spiegato raccontandoci che era rimasto più volte all'interno di un sommergibile affondato e salvato per miracolo. Chi diceva una, chi due e chi persino tre, e noi cercavamo nel suo modo di parlare o di muovere segni residui di quel sentito dire, ma vedevamo solo un elegante e distaccato signore concentratissimo e per niente verboso che macinava argomenti e principi e leggi con un linguaggio per me sconosciuto.
Mi portavo religiosamente sempre dietro il Rostagni, un monumento ancora presente nella biblioteca degli studenti all'Università di Trieste, come mi ricorda Google, assieme agli appunti di fisica superiore dello stesso Poiani.
Ma torniamo allo scritto, lo ricordo perchè uno degli esercizi chiedeva di calcolare la spinta, la velocità di fuga, l'energia necessaria per portare un "razzo" (allora non si chiamavano missili) fuori dall'atmosfera terrestre nell'ipotesi etc etc. Non ricordo quanti fossero gli esercizi, ricordo che questionai con uno degli ingegneri (futuri) che non accettava i miei suggerimenti. Pensate con che orgoglio andai all'orale, quasi sicumera, fuori da quello stanzino dove si entrava uno alla volta e da cui uscii quasi 40 minuti dopo sconfitto e inebetito.
Eppure l'avevo scritto f = ma, ma non gli andava bene, dov'è che sbagliavo?.
E fu quella stessa domanda a incastrarmi le altre tre volte. Poi lo capii, finalmente vent'anni dopo, nello sforzo di spiegare ai miei allievi di un corso serale per ragionieri, alcuni con qualche anno più di me, la composizione delle forze, come, ad esempio, se applichiamo due forze uguali, nella stessa direzione, ma di verso opposto... e mi fermai. Avevo capito, mi avevano sempre sbattuto fuori con il classico 12 sul libretto e avevano ragione, mancava il segno di vettore, quella freccina sulla "f " e sulla "a" e la domanda era volutamente cattiva fatta da un fisico a un chimico LA MASSA NON E' UN VETTORE.
E il chimico gioca con le masse, gioca con la materia, pesa, stritola, stravolge, scalda, fonde, congela ma non c'entrano i vettori quando la manipoli, la pesi, la trasformi quella MATERIA.
Però quell'esame, lo racconterò più avanti, determinò una serie di piccoli fatti che rivoluzionarono completamente il mio futuro, futuro che mi spostò da Trieste a Bologna.
Ma forse fu solo lo spunto che mi faceva riprendere il mio randagio movimento, in fondo, quando succederà, saranno ben quasi sette anni che vivevo a Trieste, mai ero stato tanto tempo in una città, in un paesino. Ma forse è anche per questo che quella città, quell'ambiente, quel modo di vivere, forse non solo di allora, mi hanno formato.
E quando una sera, di qualche anno fa, in un TG ho visto inserito lo Spot di Fini su una manifestazione là indetta, mi sono sentito tradito per un uso così smodatamente di parte di una città di frontiera, città così sfrontatamente italiana ma anche così aperta a tutti quei popoli che tramite lei arrivavano, e arrivano ancora, da Est verso occidente e nonostante io in quella piazza avessi, oltre 50 anni prima, applaudito e condiviso le parole di Almirante.
Facce, visi, corpi, pance, colori della pelle così diversi, spesso, ma così testimoni di un passato non anonimo, non solitario in un presente, allora, ma temo anche oggi, così poco attento ai flussi veri e profondi tramandati da generazione in generazione.