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mercoledì, 07 ottobre 2009

SE 35 vi sembran pochi?

Per una volta entro nel contemporaneo, nell'immediato. Ormai Messina non fa più notizia, e del resto neppure i rifiuti di Palermo.

A questo proposito, e parlando di rifiuti "urbani", volete mettere il colpo di NAPOLI con il centro-sinistra in regione e in comune, mentre stavolta Regione e Provincia e Comune son tutte cosa loro?

Mi ha colpito la ritualità dei commenti dei grandi giornali (per Il Sole 24 Ore on line non è neppure notizia piccola piccola), salvo, onestamente, Il Messaggero, nonostante in Sicilia UDC sia presente in modo sostanzioso (Il Messaggero è "suocero" di Casini).

Solo lì c'è una dura cronaca sui morti, sul passato e il presente di trascuratezza e disagio e malambientalità, sui finanziamenti che nel loro percorso evidentemente hanno incontrato pendii scoscesi ove andare.

Poi, il titolo? Riprende un vecchio canto "Se otto ore vi sembran poche" immediatamente suggerito da una composizione, che richiama antichi sogni, raccolta in casa di amici

SIGNORI SESSANTENNI QUESTO SOGNAVATE?

SOGNI e REALTA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN PO' DI COMMENTI DA IL MESSAGGERO SOPRA CITATO.

sono siciliano di un paese vicino l alluvione

la nostra zona la nostra costa e piccola...considerate dal mare alla montagna ci sono scarsi 800m in questi 800m passa la ferrovia, l'utostrada,la nazionale,il lungomare e nel mezzo ci sono le case...non ci sono più spazi liberi...quindi da centinaia di anni abitiamo in mezzo alle montagne...e normale che se nessuno coltiva le montagne prima o poi vengono giù..
si e vero qualche casa e costruita vicino al torrente...... ma il problema non sono quelle case..il problema e la montagna..si sapeveva e vero..ma si riferisce alla montagna no alle costruzioni sul fiume..non parlate a vanvera..
abbiate rispetto per chi cerca di vivere nella propria casa..

commento inviato il 07-10-2009 alle 09:31 da salvo

ma il sindaco ci fa o ci è

Il sindaco di Messina dice che il disastro non è colpa dell'abusivismo....le case dovevano solo non essere li......ma quest'uomo sa cosa significa abusivismo?non significa case costruite con la paglia, significa proprio che non dovevano essere li!
Ma ci rendiamo conto di chi ci governa?Siciliani sveglia!

commento inviato il 07-10-2009 alle 09:21 da chia

a parte i funerali di "stato"

quel guardia-marina che si butta a salvare semplicemente perchè era giovane, generoso e forse anche educato al rischio consapevole, quello lì non merita una bandiera, un encomio solenne, una medaglia, una scuola intestata, un qualche cosa insomma di diverso dal successo recato da un reality?
Non sarebbe forse un esempio da citare, su cui soffermare gli studenti d'Italia, o almeno gli scolari, perchè i più grandi ormai sono irrecuperabili, come molti di noi, rinchiusi in rancori incomprensibiili?

commento inviato il 07-10-2009 alle 09:18 da kreben

è tutto quanto vero!

ramarro può avere tutte le ragioni di questo mondo, sergio proclama ai 4 venti la propria indignazione per lo spreco di denaro pubblico anche a nome dell'UE. Ma, personalmente e molto modestamente, mi chiedo: fare un minuto di silenzio nei campi di calcio non penso che sarebbe costato molto dal punto di vista economico, o no?

commento inviato il 07-10-2009 alle 08:33 da faustino

Risultato dei condoni edilizi, anche di Berlusconi

Questa tragedia è il risultato di anni di malgoverno, in particolare dei vergognosi condoni edilizi, realizzati, negli ultimi 15 anni, proprio dai governi Berlusconi.
Invece di sperperare denari per un ponte inutile e pericoloso li si utilizzi per il ripristino ambientale e la lotta al dissesto idrogeologico! Il ponte non serve a nessuno!

commento inviato il 07-10-2009 alle 07:49 da Alex

case abusive

Io ieri sera ho visto Porta a Porta e c'era parecchia gente che dava la colpa al governo, ma sessant'anni fa' era Berlusconi al governo? Poi c'e' stato un signore che ha messo la domanda al governo di quando potra' ritornare ad avere una casa per la sua famiglia, vorrei porre io una domanda non solo a quel signore ma a tutti quelli che danno la colpa al governo, e cioe' " Perche' siete andati ad abitare in quelle case abusive? Anche un cieco poteva vedere che quelle case non erano abitabili. PERCHE'?

commento inviato il 07-10-2009 alle 02:54 da lorenzo dall'Australia

la solidarietà perduta

Io vorrei solo dire che la società civile c'è .Tuttavia il grido di aiuto dei cittadini stride con il silenzio delle istituzioni. Bisogna proprio dirlo l'indifferenza dei massmedia,del governo,del mondo sportivo e dell'Italia intera è stato clamoroso. Forse la Sicilia nel 1861 non è stata unita con il resto dell'Italia? Le vite umane sono tutte uguali e il valore della solidarietà ,per Messina e le sue vittime è stato gettato nel lago del dimenticatoio.

commento inviato il 06-10-2009 alle 23:44 da Claudia

troppo comodo...

Non si possono far case in mezzo ai torrenti e poi accusare il Governo perchè "non mette in sicurezza".

E poi, cari siciliani, la vostra Regione a Statuto Speciale non versa un euro di tasse allo Stato Italiano.
Troppo comodo, non dare niente e pretendere sempre ! ! !

commento inviato il 06-10-2009 alle 23:17 da ramarro

 

postato da: bkrema alle ore 10:19 | link | commenti
categorie: italia, politica, potere
sabato, 27 giugno 2009

RICORDI di famiglia.

E' una insolita commemorazione quella che leggo oggi su Il Sole 24 Ore, ma non poi così insolita per chi è nato (kg 1,650) nel 1936 e gli fu dato nome Benito e poi nel 1940 nasce un fratellone (kg 4,860) il 5 di agosto a cui viene dato nome Italo. 

Poco più di un mese prima nei cieli della Libia era stato ucciso, da fuoco amico come si direbbe oggi, Italo Balbo.

E non è casuale che in una famiglia decisamente fascista, la mia, al neonato fosse dato il nome Italo, non solo perchè quasi conterraneo (la provincia di Ravenna e quella di Ferrara sono intimamente connesse, specie verso la bassa), ma perchè l'ala oltranzista più che al Duce guardava Italo Balbo che , non dimentichiamolo, non voleva entrare in quella guerra che le piazze osannanti d'Italia invocavano all'inizio di giugno. 

Del resto gli italiani sono facili agli entusiasmi e altrettanto facili a cambiare santo da venerare, come il Calendario tradizionale che ogni giorno ne presenta uno nuovo, anche se pur sempre antico e sempre lo stesso a ricevere l'obolo per accendere ceri e salmodiare le solite strofe.

28 giugno 1940: cade Balbo, «l'aquila del fascismo»

E' l'unico gerarca che il duce tema. "L'unico - dice a denti stretti Mussolini - che sarebbe capace di uccidermi". L'unico che gli dia del tu in pubblico, che si permetta di scherzare a Palazzo Venezia, che lo provochi chiamandolo presidente, quasi a voler ostentare che complessi di inferiorità non ne ha. Lui, con quell'aria spregiudicata e moschettiera che seduce e irrita Mussolini, è Italo Balbo, virtuoso dello squadrismo, quadrumviro, trasvolatore, padre dell'aeronautica, grande amatore, ministro, governatore della Libia, il solo politico fascista, oltre al duce, celebre in tutto il mondo. Il solo, con Mussolini, a possedere il carisma del capo.

Il bastian contrario

La sua storia è la favola realizzata dell'uomo della strada che dice "se comandassi io" e arriva davvero a comandare, coautore, complice e vittima del sistema. Balbo è il bastian contrario del regime, con quel carattere orgoglioso, ironico e giocoso, di uno che va controcorrente e se ne vanta.

Brucia le tappe con un'ansia febbrile. In apparenza, sembra un condottiero rinascimentale, una cavaliere di ventura del Cinquecento paracadutato nel Ventesimo secolo, il Giovanni dalle Bande Nere del suo tempo. In realtà, è qualcosa di più: la sua immagine, complessa e sfaccettata, è quella di un leader moderno, che sa sfruttare i mass media, eccitare e pilotare le masse, crearsi una straordinaria popolarità come piedestallo per l'assalto al potere.

Ma il potere vero è un altro film e ha un altro nome: quello di Mussolini, il capo che accetta solo gregari. E così, dopo i trionfi di Rio e di New York e il mito dell'eroe azzurro nell'immensità del cielo, ecco giungere puntuale lo schiaffo dell'"esilio" in Libia, ras di uno scatolone di sabbia.

ITALO BALBO E IL DUCE LIBIA 1940

E' una sconfitta che gli resterà sempre dentro. Fino a quel fatale 28 giugno 1940, quando nel cielo di Tobruk, nel cuore di quella guerra che detesta, viene abbattuto dalla distratta contraerea italiana. La sua ala viene spezzata dal destino: tragica beffa per l'"aquila del regime" e per la presunzione del vincente, che nella vita si era sempre divertito a scommettere sulla fortuna.

La morte

Sono le 17,35 del diciannovesimo giorno di guerra. L'Italia è impegnata in Africa contro gli inglesi. Le mitragliere da venti dell'incrociatore San Giorgio, ancorato in rada, spediscono verso il cielo bordate di proiettili.

Il bersaglio? Due aerei presunti inglesi, in realtà due trimotori color piombo, i "gobbi maledetti" dell'aviazione italiana, resi sospetti da una precedente incursione della Raf e dal gioco del sole. Il primo aereo, raggiunto sotto l'ala destra, è in difficoltà. Il pilota si avvicina alla pista per atterrare. Il bersaglio è troppo facile, un invito a nozze. Una fiammata investe la fusoliera, centrata in pieno.

Il Savoia Marchetti esplode in una palla di fuoco. Si leva rauco un grido di esultanza, i serventi ai pezzi si abbracciano festosi. Pochi minuti e apprenderanno di avere abbattuto l'aereo del loro comandante, l'SM 79 I Manu di Italo Balbo. Nove passeggeri, nessun superstite.

Il "moschettiere" di Ferrara è morto come è vissuto, a modo suo. Irruente, innamorato del rischio, schierato sulle barricate. Volendo sempre, e comunque, vivere pericolosamente

postato da: kreben alle ore 17:30 | link | commenti
categorie: italia, politica, storia, guerra
domenica, 15 febbraio 2009

KARA SIGnora, faccio così: stupri suo marito

Lei ottiene il suo risultato, la giustizia la arresterà per 24 ore, poi la metterà ai domiciliari e Lei potrà far crescere il figlio di un amore concluso, non per colpa Vostra, giudici, medici, papi, pretoni e pretonzoli e forse anche Ciccio Ferrara saranno contenti. A Maroni vedremo di spiegarlo.

e non pensi si FOTTANO, siamo già qualche milione a pensarlo.

Da Il Sole 24 Ore

Ha chiesto il prelievo del liquido seminale del marito in coma, per avere un bambino tramite la fecondazione assistita, ma l'ospedale non ha dato l'autorizzazione. È successo a Pavia, dove il 30 gennaio la Direzione Sanitaria del Policlinico San Matteo ha ricevuto la richiesta («effettuata verbalmente», precisa il nosocomio) della donna per prelevare il seme del marito 35enne, ricoverato in coma presso la Struttura Complessa di Rianimazione II. «Non essendo il paziente in grado di esprimere un valido consenso alla procedura - riferisce la Fondazione San Matteo - come richiesto dalla norma, la famiglia, in maniera autonoma, ha richiesto e ottenuto, da parte del Tribunale di Pavia, la nomina dell'amministratore di sostegno, nella figura del padre del paziente, finalizzato a decidere in merito al prelievo di liquido seminale.

La Direzione Sanitaria della Fondazione Policlinico San Matteo, alla quale quest'ultimo ha fatto richiesta per l'effettuazione della procedura, ha risposto che «la richiesta non poteva essere esaudita in quanto non finalizzata ad un trattamento diagnostico e/o terapeutico correlato alla gestione clinica del malato, ma si trattava di una richiesta personale da parte della signora» e che «il centro di procreazione assistita del San Matteo non è dotato delle attrezzature nè delle autorizzazione occorrenti alla conservazione del liquido seminale». Il nosocomio di Pavia, infatti, ribadisce che «la normativa italiana attualmente impedisce l'uso di liquido seminale per inseminazione in situazioni diverse da coppia eterosessuale con problemi di sterilità, in grado di esprimere un consenso valido». In questi ultimi giorni l'amministratore di sostegno ha contattato l'Azienda Ospedaliera di Padova per il relativo prelievo. «È questa struttura - conclude la Direzione Sanitaria della Fondazione San Matteo - che deve accettare di effettuare il prelievo e mettersi in contatto con noi per accedere nel Policlinico. Nessuna richiesta in questo senso è arrivata per ora a questa Fondazione».

Il Centro di crioconservazione dei gameti maschili dell'Azienda ospedaliera di Padova
diretto dal prof. Carlo Foresta non ha chiuso la porta alla possibilità di accogliere la richiesta di Paola. Ma non ha ancora preso una decisione. Per ora ha dato solo la propria disponibilità ad approfondire il caso. Per consultare il Comitato di Bioetica e la direzione sanitaria aspetta una richiesta ufficiale dell'ospedale di Pavia e di poter esaminare tutta la documentazione. «A mia memoria, in Italia non ci sono precedenti - spiega il prof. Foresta - La signora ha fretta, ma si tratta di problematiche così delicate e difficili che hanno bisogno di un'attenta riflessione. Per ora ci siamo limitati a non avere un atteggiamento di chiusura pregiudiziale. Se arriverà una richiesta formale dall'ospedale che ha in carico il paziente studieremo attentemente il caso».


Prima che un gravissimo tumore al cervello lo devastasse , il marito della signora aveva progettato insieme a lei di avere un figlio, ma la malattia ha spezzato il loro sogno e anche la sua coscienza. Lui non è in grado di dare il suo consenso, di dire sì o no. È toccato al padre, nominato suo tutore, decidere. E ha detto sì: all'ipotesi di perdere il figlio e diventare nonno. Si è assunto la tremenda responsabilità di questa scelta a nome del figlio in coma, al quale i medici non danno più speranze.
«Dopo il tragico caso di Eluana Englaro non vogliamo rinfocolare polemiche su tematiche così complesse - sottolinea Foresta -. Quello che per ora posso dire è che la legge regionale prevede che al momento della raccolta del liquido seminale ci sia la volontà esplicita dell'interessato. In Italia inoltre è vietata la fecondazione con gameti di persone decedute - fa presente il direttore del Centro di crioconservazione -. Di qui la corsa contro il tempo della signora». E se dovesse morire dopo il prelievo del liquido seminale, ma prima dell'inizio delle procedure di fecondazione? «Sarebbe finita perchè dopo la morte è impossibile utilizzare i gameti: la legge lo proibisce».

Vede come è difficile? E se andasse all'estero? Forse lo dichiarerebbero figlio di N.N. o come si dice oggi? E che gliene importa a LEI, sarebbe sempre meglio che figlio di uno di quei signori, con e senza tonaca.

postato da: bkrema alle ore 16:46 | link | commenti
categorie: italia, politica, religioni, provvidenza
sabato, 25 ottobre 2008

ottobre d'Italia, ci siamo anche noi!

MARCIA SU ROMA. 28 OTTOBRE 1922

perchè un altro OTTOBRE non si ripeta.

postato da: kreben alle ore 07:12 | link | commenti
categorie: cultura, italia, politica, speranze
mercoledì, 15 ottobre 2008

grembiulini e giacche con cravatta

chissà se alla Gelmini saremmo piaciuti, è roba di 55 anni fa. Ce n'è però uno senza giacca e cravatta, ma era il mio primo giubbotto comprato apposta per me.

sostituiva le giacche dei cugini romagnoli, ormai non più portabili. L'ha scovata uno dei miei compagni ritrovati nel web grazie a questo scalcinato blog.

alcuni non sono più fisicamente da qualche parte, di altri cerco di abbinare immagini dell'ultimo anno (qui era il terzo del liceo scientifico Oberdan di Trieste, sezione E) in parte soffocati dagli anni, alle sensazioni vissute assieme. Al di fuori dell'aula troppo diverse le provenienze perchè ci potessero essere ricordi o esperienze comuni. 

si cambia veloci in quegli anni e l'ultimo saluto era alla maturità, senza grembiuli, ma in giacca e cravatta, quella sì anche se era LUGLIO.

 

OBERDAN LICEO 1950-1955

CIAO A TUTTI e nessun addio. Nemmeno ai sogni e alle Illusioni e al Coraggio di vivere.

Passeremo con calma il testimone e forse abbiamo ancora qualcosa da dire, non fosse altro di certo gli errori nati spesso dalla voglia di provare, di rischiare.

Quella voglia forse oggi è piuttosto attutita e spesso sostituita dalla ricerca delle scorciatoie e dal timore del nuovo e del diverso.

Se adesso c'è una crisi di soldi, allora c'era tutta una Nazione in ricostruzione e i nostri genitori d'allora si rimboccarono le maniche e lasciarono esempi e principi troppo spesso poi dimenticati o oscurati.   

postato da: bkrema alle ore 18:42 | link | commenti (2)
categorie: italia, politica, racconti, liceo, trieste, umanitĂ 
lunedì, 07 luglio 2008

GIAPPONE: 7 LUGLIO.

GIAPPONE. Oriente simbolo di modernità, passato in un tempo velocissimo dal Medio Evo alla modernità democratica, senza per questo rinunciare ai suoi riferimenti poetici e mitologici, incasellati come sono nella natura e nel cielo che lo avvolgono e rassicurano.GIAPPONE 7 LUGLIO festa tanabata

Tanti e tanti anni fa c’era un luogo che ai giorni nostri viene chiamato Via Lattea. E in esso due mondi separati: quello degli uomini era a occidente, mentre a oriente c’era il mondo delle divinità.
Kengyû (la stella Altair), un giovane bellissimo, si innamorò ricambiato della splendida dea Orihime (la stella Vega).

Ma una dea malvagia, per contrastare il loro amore, fece straripare il fiume che divideva i due mondi e l’effetto dell’inondazione è visibile ancora oggi, nell’alone latteo.

L’amore alla fine prevalse sull’odio e ai due innamorati fu concesso di incontrarsi ogni anno proprio al centro della Via Lattea il 7 di luglio.

Nelle notti d’estate la Via Lattea risplende bianca e bellissima; due stelle brillano più delle altre: sono Kengyû ed Orihime.

Solo se si riflette sulle motivazioni che permeano una società nel suo profondo si può comprendere la notizia sotto riportata, notizia che riesce ancora a scandalizzare loro, mentre da noi sbevazzamenti, urla e, suppongo, rutti conseguenti, riescono a inondare persino gli augusti scranni del Senato. E non a caso luogo dove, oggi, alberga un gruppo che guida la nostra società impegnato a discutere del linguaggio, degli apprezzamenti, delle disavventure giudizarie e delle carriere che intersecano in modo ormai inestricabile provvedimenti molto personali ad altri di puro effetto demagogico e strumentale.

Ma veniamo alla notizia  

Stupore e indignazione in Giappone, con gran concorso mediatico, per il comportamento tenuto in Italia da alcuni giapponesi. Ma quali turpi imprese hanno perpetrato, senza che ce ne fossimno accorti, quelli che sono ormai battezzati «turisti della vergogna»?

Si tratta di nove studenti e di un professore che, in tempi diversi, hanno lasciato la loro firma sulla cupola di Santa Maria del Fiore e sono stati denunciati da altri connazionali al ritorno in patria. Non ha attenuato la responsabilità dei ragazzi il fatto che abbiano vergato ingenuamente, accanto al nome, data e scuola di provenienza. Gli studenti sono stati sospesi, mentre il professore rischia il licenziamento.

(...)

Gli esperti spiegano che per la mentalità giapponese riesce intollerabile l’offesa, non soltanto rivolta nel caso a un’opera d’arte come il capolavoro di Brunelleschi, ma all’ospitalità offerta da un paese straniero. Rammentano ancora che, secondo l’etica di stampo confuciano, esiste una responsabilità collettiva chiamata in causa dalle malefatte dei singoli.

Ma a noi profani vien da pensare che la condanna di un gesto vandalico tutto sommato veniale contenga un’altra motivazione, occultata dall’atavica cortesia. Il disdoro ottenuto cioè dall’imitazione, da parte di cittadini giapponesi, di un malcostume che appartiene in modo speciale agli italiani nella loro vita comunitaria e che non si vorrebbe importare. La sporcizia, la sciatteria, l’inosservanza delle regole, il mancato rispetto dei loro «maggiori».

Quanto a "mancato rispetto dei loro «maggiori»", possiamo tranquillamente ignorarlo. Si pensi solamente che il nostro duce supremo, l'eccellentissimo PdC, la prima cosa che ha fatto in Giappone è andare per i dovuti salamelecchi al non più primo ministro Koizumi. Dimissionario per cessato gradimento Koizumi è molto influente nel partito di maggioranza giapponese ed è il principale sostenitore degli accordi di Kyoto (che fosse lì per perorare la causa di BUSH?).

Per non ricordare quando all'ultimo momento fece saltare la visita in Giappone per problemi parlamentari italiani (sempre per cose sue).

postato da: bkrema alle ore 06:06 | link | commenti
categorie: italia, politica, cronaca
domenica, 29 giugno 2008

(8.3.8). Trieste. Università. Chimica. L'analisi.

Spesso quando si pensa al passato si tende a un tuffo nelle immagini, quelle fotografiche classiche di allora e la sterminata quantità, fino all'ingestibile, delle immagini digitali di oggi. Ma c'è anche  il tuffo in un passato tecnico, che spesso diventa, o è già di fatto, culturale. Quello che cercherò di raccontare era lo stato dell'arte, come si usa dire, di allora e quello, nei limiti della mia pratica e delle mie conoscenze, della realtà di oggi.

E' evidente che parliamo di un'analisi qualitativa eminentemente minerale, perchè nel campo organico non è assolutamente pensabile di utilizzare quei sistemi di allora per l'enorme quantità e variabilità di composti presenti sul mercato. Sono tuttavia possibili alcune suddivisioni in categorie dai confini molto ampi.

Per la chimica minerale, o inorganica come spesso si dice, l'attrezzatura usata non era molto diversa da quella di 100-150 anni prima, a partire dal becco Bunsen. Questa apparentemente semplice invenzione mantiene una utilità notevole ed è diventato uno strumento indispensabile in un laboratorio chimico, e non solo.

Bunsen lo mette a punto nel 1855/1860 perchè aveva bisogno di una fiamma a temperatura pulita ed elevata ma con la possiblità di aver,  temperature più basse e che fosse anche sicura nell'uso.

Non pensate al 1800 come fosse un mondo scientifico, e anche tecnico, quasi preistorico, lontano dagli usi e costumi scientifici attuali. Molte delle sostanze minerali erano già ben definite, nel 1700 si era lavorato sodo nel ripulire e riclassificare le conoscenze. In questo modo sparivano alcuni aspetti magici dell'alchimia, ma ancora all'inizio dell'800  non si era arrivati a una standardizzazione ad esempio dei simboli. Dalton già comincia ad usare dei simboli non alchemici ma mantiene una confusione fra "sostanze semplici"  "sostanze composte" e "sostanze". Uso volutamente i termini di 50 anni fa, oggi diremmo semplicementi "elementi" e "composti" utilizzando nella formula i simboli degli elementi con le quantità (i rapporti molari interni) corrette.

Ho citato prima Bunsen (1811/1899) e adesso Dalton (1766/1844), perchè se a volte si dedicasse un po' di tempo alla storia dei singoli scienziati, così da inserirli in una realtà precisa anche temporale, si vedrebbero questi scienziati, queste persone  normalissime ma dotati tutti di una curiosità insaziabile, di una assenza assoluta da pregiudizi e con una vivacità intellettuale precoce, ma perchè anche i tempi e la società erano così.

Dalton è figlio di un tessitore, cresce nella scuola del padre e a 12 anni inizia a insegnare pure lui. Oggi sarebbe un qualcosa di illogico o da denuncia al tribunale dei minori. Eppure quanti sono i nostri ragzzini che hanno curiosità e voglia di fare e che la scuola e il tipo di economia dominante bloccano? E non solo bloccano ma anche li ottundono, perchè rendono di più come mercato di acquisti banali.

Bunsen a 19 anni ottiene il dottorato, poi parte in giro per l'Europa e per tre anni annusa, conosce valenti ricercatori, respira l'aria delle varie scuole di pensiero: esce di casa, corre dietro alle curiosità proprie. E' professore consolidato a 25 anni e riesce anche a perdere un occhio in seguito a un incidente di laboratorio (il solito palloncino che scoppia, solo che un frammento di vetro lo colpì a un occhio). Per inciso da lui prende il nome il "daltonismo" che non è un partito o un movimento poetico, anche se lo potrebbe essere, è solo una anomalia per cui l'occhio non "vede" alcuni colori.

E da vecchi? Bunsen a 78 anni (1889) lascia tutto per dedicarsi al suo hobby preferito, la geologia e avrà altri 10 anni per girare e cercare senza dover perdere tempo a Porta a Porta o simili.

Dalton invece non lasciò mai il suo New College di Manchester, ma negli ultimi anni voleva capire quando come e perchè piove e quanto influisce la temperatura in questi fenomeni. Oggi noi ci alziamo al mattino e vediamo previsioni su previsioni spesso certe, anzi certissime. Apri il pc e qualche sito ti dà le microprevisioni. Qualche decina di anni fa era già molto se l'errore previsionale era ragionevole (giorni non ore). Ma bisognava comiciare da lì.

Ma che ci azzeccano questi discorsi con la chimica? Più di quel che si creda: se non sai cosa hai in mano come fai a capire quel che succede.?madre e figlio

Il dottor DIVAGO ha colpito ancora.

Fa niente ce n'è di tempo davanti.

Fatevi un giro in bici, davanti a quei due ciclisti c'è il mare di Barcola, il mare di Trieste. La foto era il ricordo di un pericolo scampato, mi ero distratto e avevo centrato un'auto in sosta (notare braccio sinistro bendato di fortuna). Mia madre gridava vieni via (temeva eventuali danni all'auto, per fortuna indenne, o  quasi) io temevo per la bici: ruote di legno, cambio là in basso, si vede la leva, con un nome francese. Però era la mia, l'avevo comprata con sei mesi di lavoro ad accendere i ceri dentro ai lampioncini da lavori in corso per la ditta per cui lavorava mio padre, dalle cinque alle sette del pomeriggio, dal lunedì alla domenica. Che fusto, vero?, almeno le gambe erano ancora intere, o quasi.

 

postato da: bkrema alle ore 11:25 | link | commenti
categorie: italia, politica, racconti, trieste, universitĂ , chimica, 1955
venerdì, 13 giugno 2008

e non solo matematica in quel 1955 a Trieste

(8.3.5) Trieste. Chimica. Tutta la fisica, compreso il baco.

A differenza di Matematica, Fisica non aveva subito gli sdoppiamenti di altri corsi, forse perchè non aveva i numeri. cioè i fondi e il personale sufficiente. Resta il fatto che ingegneri, matematici, fisici, chimici e via così avevamo un unico corso con qualche correttivo, in fase di esame.

La valutazione, come si dice oggi, nasceva da una prova scritta e successiva, per gli ammessi, discussione orale.

I chimici venivano ammessi anche solo con 8 (otto) su 30 (trenta). Evidentemente i titolari del corso non ritenevano possibile che un chimico potesse mai arrivare alle sublimi vette della fisica.

Sperimentalmente, prendendo io medesimo come esempio, penso non abbiano torto. Infatti io mi presi 23/30, il terzo scritto dall'alto su quasi un cenitnaio di studenti, e poi franai ignominiosamente non sotto un singolo orale ma in tre orali successivi e alla quarta prova (ormai ero emigrato), come disse una collega del titolare del corso a Bologna, dove sarò fra un paio d'anni, il prof Peli compie gli anni e per rispetto alla sua costanza le regala 21. Dea Dalmonte Casoni, venerata e venerabile docente di Organica Uno in Viale Risorgimento a Bologna. Cara Prof, ormai là nel cielo liquido dei chimici, grazie e grazie ancora.

Capii molti anni dopo, quasi venti, insegnando fisica a un serale per studenti lavoratori, dove era nascosto l'immenso baco che mi trascinavo dietro dal liceo. Pochi, infatti, si rendono conto quanto fondamentale sia l'imprinting che si riceve in quegli anni. La nostra prof di matematica e fisica, oltre a fumarsi quasi un pacchetto di sigarette nelle due ore di lezione stando sulla porta fra l'aula e il corridoio dell'Oberdan, ci ha presentato sempre la fisica come un po' di formuline o formulone senza mai un concetto.

E invece i fisici sono un incrocio fra teologi e filosofi, con prove sperimentali valutate a forza di calcoli e funzioni e bla, bla, più che di qualcosa di concretmente tangibile. Certo c'era il labortorio di FISICHETTA, quello divertentissimo, lì facevi misure, litigavi con lo strumento, gli facevi il check up completo. Potevi persino giocare con l'elettromagnetismo anche se era roba del secondo anno. Ma l'aula, la teoria, ben altro.

Eravamo arrivati nell'aula magna per la prima lezione di fisica uno già intimoriti e prevenuti. L'aula, la prima che vedevo così, era la classica aula ad anfiteatro e di fronte a noi un muro di lavagne e una cattedra che occupava l'intera larghezza. Dietro c'era il prof Poiani, smilzo elegante e allampanato signore fra i 30 e i 40 con quei visi tipici di quella costa che da Trieste arriva fino a Spalato e anche più giù, a ricordare che su quei territori il leone di San Marco non ha lasciato solo simboli e monumenti ma anche tracce significative del suo DNA.

Noi lo guardavamo curiosi di ritrovare le tracce dei racconti che i fagioli, quelli del secondo anno, ci avevano fatto. Si diceva che il portiere una sera, non avendolo visto uscire e notando le luci accese nell'Isituto, fosse andato a cercarlo e l'avesse trovato nel laboratorio in mutande che tirava una molla legata alla parete, arretrando, poi la lasciava e la rincorreva verso il muro, a riprenderla. E poi di nuovo, e ancora da capo, in un percorso tutto suo come se fosse altrove.

Vero o falso che fosse, il tutto veniva spiegato raccontandoci che era rimasto più volte all'interno di un sommergibile affondato e salvato per miracolo. Chi diceva una, chi due e chi persino tre, e noi cercavamo nel suo modo di parlare o di muovere segni residui di quel sentito dire, ma vedevamo solo un elegante e distaccato signore concentratissimo e per niente verboso che macinava argomenti e principi e leggi con un linguaggio per me sconosciuto.

Mi portavo religiosamente sempre dietro il Rostagni, un monumento ancora presente nella biblioteca degli studenti all'Università di Trieste, come mi ricorda Google, assieme agli appunti di fisica superiore dello stesso Poiani.

Ma torniamo allo scritto, lo ricordo perchè uno degli esercizi chiedeva di calcolare la spinta, la velocità di fuga, l'energia necessaria per portare un "razzo" (allora non si chiamavano missili) fuori dall'atmosfera terrestre nell'ipotesi etc etc. Non ricordo quanti fossero gli esercizi, ricordo che questionai con uno degli ingegneri (futuri) che non accettava i miei suggerimenti. Pensate con che orgoglio andai all'orale, quasi sicumera, fuori da quello stanzino dove si entrava uno alla volta e da cui uscii quasi 40 minuti dopo sconfitto e inebetito.

Eppure l'avevo scritto  f = ma, ma non gli andava bene, dov'è che sbagliavo?.

E fu quella stessa domanda a incastrarmi le altre tre volte. Poi lo capii, finalmente vent'anni dopo, nello sforzo di spiegare ai miei allievi di un corso serale per ragionieri, alcuni con qualche anno più di me, la composizione delle forze, come, ad esempio, se applichiamo due forze uguali, nella stessa direzione, ma di verso opposto... e mi fermai. Avevo capito, mi avevano sempre sbattuto fuori con il classico 12 sul libretto e avevano ragione, mancava il segno di vettore, quella freccina sulla "f " e sulla "a" e la domanda era volutamente cattiva fatta da un fisico a un chimico LA MASSA NON E' UN VETTORE.

E il chimico gioca con le masse, gioca con la materia, pesa, stritola, stravolge, scalda, fonde, congela ma non c'entrano i vettori quando la manipoli, la pesi, la trasformi quella MATERIA.

Però quell'esame, lo racconterò più avanti, determinò una serie di piccoli fatti che rivoluzionarono completamente il mio futuro, futuro che mi spostò da Trieste a Bologna.

Ma forse fu solo lo spunto che mi faceva riprendere il mio randagio movimento, in fondo, quando succederà, saranno ben quasi sette anni che vivevo a Trieste, mai ero stato tanto tempo in una città, in un paesino. Ma forse è anche per questo che quella città, quell'ambiente, quel modo di vivere, forse non solo di allora, mi hanno formato.

E quando una sera, di qualche anno fa, in un TG ho visto inserito lo Spot di Fini su una manifestazione là indetta, mi sono sentito tradito per un uso così smodatamente di parte di una città di frontiera, città così sfrontatamente italiana ma anche così aperta a tutti quei popoli che tramite lei arrivavano, e arrivano ancora, da Est verso occidente e nonostante io in quella piazza avessi, oltre 50 anni prima, applaudito e condiviso le parole di Almirante.

Facce, visi, corpi, pance, colori della pelle così diversi, spesso, ma così testimoni di un passato non anonimo, non solitario in un presente, allora, ma temo anche oggi, così poco attento ai flussi veri e profondi tramandati da generazione in generazione. 

postato da: bkrema alle ore 20:24 | link | commenti (3)
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domenica, 13 aprile 2008

eppure c'è chi riesce a trasmettere voglia di vivere

nei blog, di solito, abbondano tristezza e noia di vivere, ma non tutti sono così, per questo mi permetto di senalarvi questo

Spesso mi si chiede come faccio ad essere sempre così energico, sorridente e felice. Innanzitutto vorrei precisare che non è, che io non sia mai stanco, triste ed infelice, ma quando sto giù cerco di darmi una mossa/scossa, per reagire a quella sensazione di stanchezza, tristezza ed infelicità che mi prende...

Basta veramente poco per essere sempre in forma caratterialmente e di conseguenza fisicamente.

Il concetto essenziale, principale, fondamentale, è che basta rendersi conto ed essere felici per tutte le esperienze buone che ci capitano quotidianamente... inoltre trasformare quelle negative in energia buona per affrontare nel migliore modo possibile i momenti buoi che si presentano.

Qualsiasi difficoltà che si incontri, chiediamoci innanzitutto se c'è una soluzione oppure no, se non c'è una soluzione è inutile starci male, bisogna quanto prima ritrovare la serenità ricordandosi che la vita va avanti...

Se c'è una soluzione invece, bisogna quanto prima ritrovare la serenità per far si che si riesce ad applicare la soluzione e vivere sereni e felici...

questo almeno è quello che provo io e cerco di trasmettere agli altri.

Il desiderio di vivere serenamente, deve farci superare tutti i momenti sconfortanti.

Ricordatevi di vivere che è fantastico e non di sopravvivere che è deprimente!

Vi spedisco un abbraccio pieno di energia positiva, felicità e serenità.

Buona vita!

Nessuna difficoltà è insormontabile (solo alla morte non c'è soluzione)...

quindi nei momenti di crisi soprattutto bisogna rimboccarsi le maniche ed essere ancora più forti, più energici, più carichi di quanto va tutto bene.

Un mega sorriso, Manoli.

postato da: Manoli alle ore 13:09 | Permalink | commenti (57)
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categorie: italia, politica, vita, umanitĂ 
giovedì, 10 aprile 2008

uno sguardo sul '400 toscano

Il mondo cambia, ma la struttura fondamentale non poi tanto. Ricchezza e potere son sempre gli strumenti iù forti.

Uno studio sulla situazione "anagrafica" di Leonardo scopre un tassello che a noi, poveri qualsiasi di spirito di potere e di ricchezza oltreche di cultura specifica, possono apparire inaspettati.

Il notaio Ser Piero da Vinci "ereditò" la schiava di un amico. Da quella schiava sarebbe nato il grande genio fiorentino

Figlio di una schiava, ma sempre genio. Parliamo di Leonardo Da Vinci e della tesi sulle sue origini, raccolta da alcuni studiosi. Vanni di Niccolò di Ser Vanni, banchiere fiorentino e anche usuraio, vissuto nel ’400, cambiò il suo testamento nel giro di due mesi e lasciò la sua casa di via Ghibellina, nel quartiere di Santa Croce, in usufrutto alla moglie Agnola fino alla morte: dopo la casa sarebbe andata al notaio Ser Piero da Vinci, suo esecutore testamentario e anche amico. Nel frattempo, il testamento destinava a Ser Piero la schiava di Ser Vanni, Caterina, e da lei sarebbe nato Leonardo. La storia è raccontata nel libro «La madre di Leonardo era una schiava?», di Francesco Cianchi, presentato stamani al museo del Bigallo di Firenze insieme al volume «Per la genealogia di Leonardo», di Elisabetta Ulivi.

Notare l'incipit dell'articolo del Corriere: Figlio di una schiava, ma sempre genio.

Quel MA SEMPRE dice più di un sogghigno.

LA TESI. E’ quanto emerge da documenti inediti raccolti in due nuovi volumi a cura di Agnese Sabato e Alessandro Vezzosi, direttore del museo Ideale di Vinci dedicato all’artista fiorentino, che avvalorano ipotesi emerse già alcuni anni fa. Il libro “La madre di Leonardo era una schiava?” di Francesco Cianchi, racconta la storia di una certa “Caterina sclava”, a oggi la più probabile donna madre di Leonardo. Nel secondo libro, di Elisabetta Ulivi, dal titolo “Per la genealogia di Leonardo”, si aggiorna invece l’albero genealogico dell’artista: secondo quanto emerge, Leonardo aveva in totale 21 fratelli e viene scoperta per la prima volta l’esistenza di altri due fratellastri. Con loro Leonardo ebbe vivaci rapporti, anche legati a questioni di eredità.

SCHIAVI. «Parlare di schiavi a Firenze nel ’400 - hanno spiegato Sabato e Vezzosi - sembra quasi un’eresia, ma in realtà erano molte le famiglie di notabili e benestanti che compravano donne dall’est Europa o dal Medio Oriente. Le giovani venivano poi ribattezzate, e i nomi più comuni erano Maria, Marta e anche Caterina». Come appurato dai documenti, Ser Piero va a vivere nella casa di via Ghibellina nel 1480, tre anni dopo la morte di Ser Vanni, mentre Caterina segue il figlio a Milano. Nel frattempo il padre si era sposato quattro volte e aveva avuto numerosi figli. Il libro di Ulivi, grazie alla consultazione di nuovi documenti compresi registri battesimali di Santa Maria del Fiore, scopre anche due nuovi fratellastri. Fratelli e sorelle avevano avuto rapporti con Leonardo, figlio illegittimo, e anche tensioni per motivi di eredità visto che lo zio di Leonardo, Francesco, fratello di Ser Piero, aveva lasciato a lui molti dei suoi beni. «Molti viaggi di Leonardo - ha detto Vezzosi - erano dovuti proprio alle tensioni familiari». Quel che emerge nel complesso, dunque, è «una famiglia allargata - ha continuato Vezzosi - e i nuovi documenti svelano anche molto della vita e dei luoghi fiorentini del tempo».
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Complicate storie di qualche secolo fa, chissà chi era Papa, Vescovo, Cardinale o semplicemente parroco allora. O forse no,
in fondo anche adesso divorziati, concubini, e simili, quando sono potenti o utili alla Chiesa, hanno sempre un trattamento che nasce dalla umana comprensione. La rigidità è per il VOLGO. 

postato da: bkrema alle ore 00:41 | link | commenti (2)
categorie: cultura, italia, politica, arte, storia, umanitĂ , potere