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domenica, 01 febbraio 2009

BARBARA SPINELLI: FEMMINICIDIO

un mondo, fatti, ancora fin troppo presenti dalle nostre parti di occidentali, cristiani e spesso sinistri evoluti.

non credo servano commenti, se non l'osservazione che di questo non avevo letto niente nei giornali che "fanno opinione". Una nuova tendenza del rinnovato LIBERAZIONE?

se è questo il motivo, la necessità del cambio di direttore veniva da molto lontano.

Processo a un uomo perbene che picchiava un poco la moglie

Liberazione, 1 febbraio 2008
Roberto Spaccino, al processo per la morte di Barbara Cicioni: «Le davo smanate, non botte» 
«Prima o poi ti ammazzo è una espressione delle nostre parti. Mia moglie non l'ho mai picchiata, al massimo smanate e schiaffettoni che non lasciano il segno, la violenza vera è quella che ti manda all'ospedale e Barbara non è mai finita al pronto soccorso».
Unico imputato al processo per la morte della moglie Barbara Cicioni, 33 anni, incinta di otto mesi, Roberto Spaccino si difende con un sorriso beffardo. E' accusato di omicidio aggravato e maltrattamenti, la pm Antonella Duchini lo incalza proprio sugli schiaffi che per anni ha riservato alla moglie come parte integrante del ménage famigliare.
E lui, stizzito, distingue tra litigio e botte. Il litigio, nel mondo di Spaccino, sono schiaffetti, schiaffettoni, "sventoloni", "smanate", e tutto questo «non sono botte». Perché le botte «sono quelle che lasciano il segno», sono i "boccaloni" dati con il rovescio della mano. Roberto diceva spesso «io questa prima o poi l'ammazzo», l'uomo precisa che questo è un modo di dire di Marsciano, «un intercalare nostro, mio e di mia moglie».
Rinchiuso nella gabbia dell'aula della Corte d'Assise di Perugia, l'uomo trova il tempo per scherzare con gli avvocati, salvo poi piangere quando pensa ai figli Nicolò e Filippo affidati al prozio di Barbara. I suoi difensori provano a convincere i giudici che Spaccino quel 24 maggio 2007 non strangolò Barbara perché lui è un uomo perbene, non si ubriaca, non fuma, non gioca d'azzardo e insomma al massimo frequentava qualche night, tradiva talvolta la donna con le clienti della lavanderia e prostitute e tuttavia non aveva una relazione extraconiugale fissa, spesso le urlava "sei una puttana come tua madre" perché la madre aveva divorziato presto da un marito violento, le diceva "sei un cesso" e "sei grassa", eppure Spaccino le regalava sempre delle rose per il suo compleanno ed «era cocchino e premuroso», questo padre di famiglia non è stato mai denunciato per rissa né per maltrattamenti domestici e se Barbara non è mai andata dalla polizia a raccontare che veniva malmenata dal marito, perché mai lui sarebbe poi arrivato persino ad ucciderla?
La cronaca del processo Spaccino è la cronaca di un femminicidio che non fa scalpore e che tuttavia racconta l'esasperante normalità della violenza domestica. Spaccino, uomo qualunque, è italiano e tutto porta a pensare che abbia ucciso la moglie: tuttavia non è straniero e non ha stuprato nessuna. Statisticamente, Roberto impersona l'identikit più frequente e sottaciuto: il 69% degli stupratori è marito o fidanzato della vittima mentre soltanto il 10% dei violentatori è straniero. E questo vale anche per i femminicidi.
Racconta Spaccino che quella sera, sul tardi, tornò a casa e trovò Barbara morta sul pavimento della camera da letto, i due bambini dormivano nella stanza accanto ma nei giorni successivi disegnarono la madre a terra in un lago di sangue. Agli inquirenti Roberto, ex camionista, disse che erano stati gli albanesi ad uccidere la moglie dopo una rapina: mancavano soldi e gioielli, la casa a soqquadro. Vivevano in una villetta di Compignano, una frazione di Marsciano (Pg).
Poche ore prima del funerale scattò l'arresto: Roberto aveva ammesso le liti frequenti, un famigliare durante una intercettazione disse che si trattava di una «morte annunciata» perché in paese si sapeva che Roberto picchiava Barbara ma nessuno aveva il coraggio di intervenire, nessuna folla inferocita come quella di Guidonia si riuniva sotto le finestre della villetta per linciare l'aguzzino di quella donna dal viso dolce e serio. Roberto era uno di loro, un padre di famiglia che portava i bambini a calcio.
Come dice Spaccino, era Barbara «il cervello della famiglia»: aveva aperto una lavanderia e la gestiva con il marito. Durante la perizia psichiatrica in carcere, Roberto evidenzia che «il carattere della moglie era piuttosto forte, più del suo (...) una donna forte che non si faceva sottomettere facilmente». Di se stesso, allo psicopatologo forense Giovanni Battista Traverso, dice di essere «un uomo tranquillo»: Traverso afferma che l'imputato possiede «un piano cognitivo sostanzialmente integro» e privo di patologie psichiatriche, cioè un uomo assolutamente normale.
Si erano conosciuti ad una sagra di paese quando Barbara aveva appena quattordici anni e lui 18, lei aveva vissuto il divorzio dei genitori in maniera traumatica e non voleva separarsi per evitare un dolore ai figli. Il marito non era affatto contento della terza gravidanza, le ripeteva come una cantilena «questo figlio non è mio». La accusava di averlo tradito, quando era lui a svolazzare di donna in donna. Interrogato questa settimana per la prima volta durante il processo, Spaccino si lascia andare a considerazioni contradditorie: «Barbara era molto gelosa, non so perché». Poi modifica la sua versione: «In tutta la mia carriera ci sono andato (con le donne, ndr ) tre o quattro volte».
Sottigliezze. Le prodezze del marito di Barbara sono varie, includono persino un rapporto sessuale con una spogliarellista in cambio del lavaggio di un tappeto del valore di 36 euro. Proprio per sottrarsi al controllo della moglie, l'aveva convinta ad aprire a nome suo una seconda lavanderia a Deruta dove ammiccava e seduceva numerose donne. Con la scusa di un incidente che lo aveva costretto a lasciare il mestiere di camionista, Roberto passava ogni anno una settimana alle terme e anche nelle piscine calde trovava gradevole la compagnia femminile.
Dai verbali dell'udienza emerge la dicotomia sessita: a casa la moglie e madre seria, fuori le frequentazioni allegre («Certo che la gelosia di Barbara mi dava fastidio, io le dicevo che non c'era niente. Del resto lei che ne poteva sapere? E le avventure, si sa, ce l'hanno tutti»). Lavorava come un mulo, la donna, figli e lavanderia e un marito che pretendeva tutto.
La sera della sua morte avevano litigato, Roberto insisteva per andare quella sera tardi a fare il distillo in lavanderia, Barbara sospettava che fosse una scusa per dedicarsi a nuove scappatelle, lui aveva alzato le mani contro Barbara e lei si era messa un cuscino davanti la faccia per attutire i colpi e non svegliare i bambini, questo è almeno il racconto del marito che oggi ripete continuamente che lei gli aveva fatto male al dito, quel 24 maggio.
La famiglia Spaccino fa cerchio attorno al figlio accusato di omicidio, d'altronde un giorno Barbara aveva colpito col mestolo Roberto sulla mano e il suocero, vedendo il figlio col dito sanguinante, le aveva detto: «Se non la smetti di toccare mio figlio ti mando a casa tua e ti rompo la falce sul collo». Nel clan Spaccino la violenza era usuale, tanto che la cognata di Barbara le aveva suggerito un avvocato che curasse la separazione.
Nel corso del suo esame, il 27 e 28 gennaio scorsi, Spaccino se la prende con la stampa e la televisione accusandoli di dipingerlo come un mostro: «Io a mia moglie non ho mai messo le mani addosso, non gli ho mai menato». Una visione distorta della violenza: io non sono violento, sono violenti gli altri, gli stupratori, gli stranieri, quelli che mandano all'ospedale. E senza rendersene conto si contraddice, ammette che gli «schiaffetti» erano continui per motivi banali e quotidiani, «se la cena non era pronta» oppure «quella volta dei calzini», e comunque gli schiaffetti erano reciproci, anche Barbara «smanava» e dunque lui doveva mollarle dei ceffoni «per calmarla» come se reagire per legittima difesa, da parte della donna, lo autorizzasse a rispondere con maggiore forza.
Successe anche il 24 maggio 2007, Spaccino ammette di aver schiaffeggiato la donna ma di essere uscito alle 23.30 per andare alla lavanderia quando Barbara era steso sul letto, viva, e di averla trovata morta al ritorno, a mezzanotte e mezzo. Dall'autopsia risultò che la Cicioni era stata strangolata verso le dieci e trenta, massimo undici, provocando inoltre la morte in grembo della piccola Viola. E poi i Ris trovarono tracce di sangue della vittima, portate dall'assassino, dalla camera da letto fino al garage e dentro l'Opel Zafira di Spaccino.
Il 30 maggio l'uomo venne arrestato e portato nel nuovo pentitenziario di Capanne, nella periferia di Perugia, con l'accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi, dalla crudeltà verso la vittima e dal rapporto fra coniugi. Successivamente venne trasferito al carcere di Terni, dove si trova tuttora.
La procura di Perugia gli contesta anche gli abusi nei confronti di Barbara e dei figli poiché li ha costretti ad assistere ai maltrattamenti, l'interruzione di gravidanza e la simulazione di reato.Cinque associazioni aveva chiesto di costituirsi parte civile, i giudici perugini ne hanno accettate tre (Telefono Rosa, Differenza Donna, Comitato internazionale 8 marzo), mentre le altre due (Giuristi Democratici e l'associazione Ossigeno onlus) stanno comunque seguendo il processo insieme con la Rete delle donne umbre e il Sommovimento femminista di Perugia per fare comprendere che la morte di una donna per mano del marito è una violazione dei diritti umani.
Il processo Spaccino, al di là della cronaca giudiziaria, entra nelle viscere di un delitto famigliare e della violenza domestica, mostra come in una grottesca pièce teatrale i meccanismi alla base del sessismo e del patriarcato: la madre di Roberto che chiama «puttane» le donne che il figlio frequentava, la difesa di un uomo che minimizza le botte e considera «sfaticata» la madre dei suoi figli.
Le femministe chiedono alle donne di partecipare alle prossime udienze del 12 e 19 marzo, 2, 14 e 21 aprile e per la lettura finale della sentenza di primo grado a metà maggio.
postato da: bkrema alle ore 23:50 | link | commenti (3)
categorie: politica, famiglia, femmine, giudici, medio evo
lunedì, 17 novembre 2008

ISTERIE COLLETTIVE

nella "civilissima" Lombardia, nella benestante Lombardia a volte accadono fenomeni collettivi che coinvolgono persino istituzioni che per loro natura dovrebbero essere ampiamente vaccinate da pregiudizi di razza o di censo.

eppure...

Due bimbi tolti ai genitori per disegni osé.  Indagate 3 maestre: falsa testimonianza

MILANO (16 novembr) - Per la vicenda giudiziaria durante la quale furono allontanati per oltre due mesi dalla famiglia due bambini, fratello e sorella, di Basiglio (Milano) - per un disegno osè che qualcuno intese come raffigurante un rapporto sessuale tra i due piccoli - ora sono state iscritte nel registro degli indagati della Procura di Milano, per falsa testimonianza, una dirigente scolastica e due maestre. Tre avvisi di garanzia sono stati infatti notificati nei giorni scorsi, su ordine del pm milanese Marco Ghezzi, alla preside della scuola e a due maestre le cui dichiarazioni avevano contribuito a far sì che, nel marzo dell'anno scorso, il Tribunale dei Minori di Milano decidesse di sottrarre i piccoli alla famiglia e portarli in due diverse strutture protette. E per tutto quel tempo, l'intera comunità di Basiglio ha chiesto il ritorno a casa dei due fratellini e, anche con manifestazioni di piazza, ha preso strenuamente le parti dei genitori.

Era stata la preside, il 14 marzo scorso, a inoltrare una segnalazione con i requisiti di urgenza riguardante il disegno osè trovato alla sorellina in classe ai Servizi sociali del Comune di Basiglio, centro del Milanese noto per avere uno dei redditi pro-capite più alti d'Italia, e che aveva fatto scattare l'iter giudiziario.

La sera stessa, i bambini erano stati prelevati da casa e portati in alloggi protetti perché non avessero contatti con i genitori. Il 15 aprile il Tribunale aveva ratificato la decisione.

«Due giorni dopo l'episodio, la mamma di un'altra alunna si era presentata e aveva detto: quel disegno l'ha fatto mia figlia», racconta ora il legale della famiglia, Antonello Martinez. Nonostante ciò, preside e maestre avevano insistito nelle loro dichiarazioni con la conseguenza che i bambini erano stati restituiti ai genitori dopo oltre due mesi.

Nei giorni scorsi, è anche stata depositata una perizia la quale dimostra che il disegno non è opera della bambina e riconosce ai genitori «competenza genitoriale adeguata». Martinez, comunque, considera tutt'altro che conclusa la vicenda e si aspetta che altre persone siano chiamate a rispondere al pm in seguito alla denuncia presentata nei confronti dei servizi sociali del Comune di Basiglio per «violenza su minori».

PS: suggerisco uno sguardo a questo link, per ricostruire il clima. Particolarmente efficace la lettura di alcuni commenti "locali".

postato da: bkrema alle ore 16:06 | link | commenti
categorie: cultura, cronaca, società, giudici, tribù
sabato, 09 agosto 2008

problemi da CONDOMINIO

leggo con divertito ricordo questo articoletto di costume (legale) e ripenso a una riunione condominiale di quasi 40 anni fa.

Eravamo quindi tutti decisamente più giovani in quel condominio a Bologna. Nelle attese che il numero legale venisse raggiunto, mi viene in mente di cercar di capire chi è l'esuberante condomino che, con regolarità anche più che quotidiana, determina il crescendo, più che di vibrazioni, di vere e proprie percussioni che la spalliera del letto adiacente provocava sulla comune parete divisoria dei due appartamenti.

Nella mia fin troppo abituale non conoscenza della realtà che mi circonda chiesi chi poteva essere proprio all'interessato, giovane serio studioso.

L'imbarazzo di lui e la sospensione delle rullature me ne diedero la conferma.

La notizia

Grida e gemiti nel cuore della notte tengono svegli i condomini
Kerry Norris, 29 anni, e il fidanzato Adam Hinton sono stati trascinati in tribunale per aver dato vita a ripetute sessioni di sesso sfrenato - con tanto di grida sconce - ed aver così impedito ai vicini di dormire sonni tranquilli. Gli esercizi d’amore della coppia, ha detto il pm Len Baten al tribunale di Brighton e Hove, tenevano svegli i vicini di casa sino alle sei del mattino - con la classica testiera del letto che sbatte contro la parete.

«Il loro letto - ha raccontato Richard Powell, 36 anni - martella il muro quando fanno sesso e mi tiene sveglio tutta la notte: ho dovuto prendere dei giorni di ferie a causa della mancanza di sonno». Ancora peggio è andata a Michelle Tyrrel, madre di tre bambini. «Fanno talmente tanto rumore - ha detto - che mia figlia di 4 anni non riesce a prendere sonno. Una mattina poi mi ha chiesto: mamma, cosa significa sco....?. Ora ha gli incubi».

Ma l’avvocato della Norris, Tony Waller, ha respinto tutte le accuse e ha detto che il rumore resta nella norma. Secondo Waller la sua cliente sta pagando per la confusione fatta dagli inquilini precedenti. Il processo continua.
Ho sempre sperato che la cessazione dell'invidiato disturbo fosse dovuto a una intelligente operazione di spostamento del letto!
postato da: bkrema alle ore 20:52 | link | commenti
categorie: eros, cronaca, giudici
venerdì, 18 aprile 2008

Omino bianco, negli USA sei solo uno dei tanti...

L'omino bianco è andato a fare atto di scusa e di sottomissione alla giustizia e alla Società USA. Quella Società che, erede della democrazia britannica, non è succube di papi, di pope e di santoni e li accetta e li glorifica finchè non tralignano.

In Europa, quella cattolica italiana specialmente, non ha bisogno di far questo: qui si muove quanto e quando vuole. Secoli di non rispetto del singolo individuo ha da sempre sanamente educato questo popolo italiota.

Ma, tornando al viaggio in terra americana, mi hanno molto divertito alcuni passaggi delle considerazioni fatte da mister B 16, ancora euforico e carico dopo aver avuto l'ebbrezza e l'onore di essere accolto nel regno personale del BUSH (a quando un ricevimento nella villona sarda, luogo diletto per i potenti? magari nella sua prossima visita in Sardegna, già così enfatizzata).

MITO USA - Elogiato il mito dell'America come terra di libertà e opportunità, il Papa ha però esortato a non dimenticare le «ingiustizie» compiute dai colonizzatori nei confronti degli indiani e nel commercio degli schiavi dall'Africa. «Gli americani sono sempre stati un popolo della speranza: i vostri antenati sono venuti in questo Paese con l'aspettativa di trovare una nuova libertà e nuove opportunità, mentre la vastità del territorio inesplorato ispirava loro la speranza di essere capaci di cominciare completamente da capo creando una nuova nazione su nuovi fondamenti. Certo questa attesa non è stata l'esperienza di tutti gli abitanti di questo Paese: basti pensare alle ingiustizie sofferte dalle native popolazioni americane e da quanti dall'Africa furono portati qui forzatamente come schiavi».

E l'altro interessante passaggio

ISPANICI - Il Papa ha infine salutato in spagnolo i fedeli di origine latinoamericana presenti in gran numero. «La Chiesa negli Stati Uniti, accogliendo nel suo grembo tanti suoi figli emigranti, è andata crescendo grazie anche alla vitalità della testimonianza di fede dei fedeli di lingua spagnola - ha detto Benedetto XVI -. Solo se rimarrete uniti a Cristo e tra di voi, la vostra testimonianza evangelizzatrice sarà credibile e si esprimerà in copiosi frutti di pace e di riconciliazione in mezzo a un mondo molte volte segnato da divisioni e scontri. La Chiesa attende molto da voi. Non la deludete nel vostro generoso impegno».

Con il primo l'Omino bianco ha dato un calcio negli stinchi a inglesi, olandesi e simili, cristiani ma protestanti, con il secondo ha richiamato all'ordine e all'obbedienza quell'America del Sud conquistata, dominata, schiavizzata proprio da quel mondo di coquistadores cattolici così ovviamente ignorati.

Se li avesse guardati bene, con i suoi occhietti austro-tedeschi, avrebbe visto facce segnate dal DNA autoctono e che in qualche modo, solo adesso attraverso e in mezzo a tragedie ed anche errori politici, cominciano finalmente a capire che nelle loro origini c'era anche tanta dignità di popoli non bianchi, non spagnoli, non cattolici.

A ben guardare, appesi in quella croce che gesuiti e cappellani dei conquistadores alzavano c'erano proprio i loro antenati e questo Omino bianco cercava di fregarli un'altra volta! 

per le restanti parti rimando agli articoli inginocchiati apparsi nei nostri grandi quotidiani a partire da questo.  

postato da: bkrema alle ore 04:46 | link | commenti
categorie: cultura, politica, cronaca, religioni, giudici, santa madre
mercoledì, 17 ottobre 2007

iniziò più di 40 anni fa il lento rinnovamento delle tipologie di magistrati, allora erano pretori adesso qualcuno è arrivato in Cassazione mantenendo intatti cultura e principi...

Una sentenza che farà discutere. E che ribalta quanto richiesto dal procuratore generale della Cassazione. Ma che per la prima volta segna dei «paletti» chiari dal punto di vista giuridico sul fronte dell'eutanasia. Ci sarà infatti un nuovo processo «in una diversa sezione della Corte d'Appello di Milano» sul caso di Eluana Englaro, la giovane in coma dal 1992 a seguito di un incidente stradale e per la quale il padre si è battuto per anni in tribunale affinchè venisse interrotta l'alimentazione fino al sopraggiungere della morte.

(...)

In proposito la Cassazione sottolinea di voler tenere presente la Convenzione di Oviedo sui trattamenti sanitari anche se non è stata «a tutt'oggi ratificata dallo Stato italiano» perchè la mancanza di un ratifica - spiega piazza Cavour - non significa che tale convenzione «sia priva di alcun effetto nel nostro ordinamento». 

(...)

«Noi vescovi ribadiamo la difesa della vita fino alla sua naturale conclusione e il riconoscimento dell’idratazione indotta come diritto della persona alla vita e non come accanimento terapeutico» : è questa invece la posizione espressa dal segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, alla domanda di come valuti la Chiesa il caso di Eluana Englaro. «Non vorrei entrare nel caso specifico - ha spiegato Betori - ma noi vescovi ribadiamo la difesa della vita sempre».

questi ultimi hanno già visto tutto migliaia di anni fa...

Dal Corriere


postato da: bkrema alle ore 03:56 | link | commenti
categorie: politica, vita, religioni, giudici
venerdì, 28 settembre 2007

tribunale di Cagliari: ma dove andremo a finire, mio caro signore...

<B>Cagliari, coltivare droga in casa non è reato<br>"se si dimostra che l'uso è personale"</B>

Una pianta di marijuana

CAGLIARI - Coltivare un paio di piantine di marijuana nel terrazzo della propria casa non è reato. Ma solo se si dimostra che la piantagione serve a soddisfare le esigenze personali di consumo. Il Tribunale di Cagliari questa mattina ha assolto un giovane denunciato dai carabinieri lo scorso agosto perchè nella sua abitazione erano state trovate due piante di marijuana.

L'imputato, giudicato col rito abbreviato, è stato assolto perché il fatto non sussiste. Le motivazioni si conosceranno fra trenta giorni, ma è probabile che il giudice abbia accolto le argomentazioni del suo difensore, l'avvocato Giovanni Battista Gallus, che ha richiamato una decisione della Cassazione dello scorso maggio e una, di analogo contenuto, del Gup di Cagliari, risalente a giugno.

Il 10 maggio la VI Sezione Penale della Suprema Corte, con la sentenza 17983, aveva annullato la decisione della Corte d'Appello di Roma, confermativa di quella di un tribunale locale, che aveva condannato un giovane per aver coltivato nel proprio fondo cinque piante di marijuana. La Cassazione aveva assolto il ragazzo perché il fatto non sussisteva, individuando una netta differenza tra la coltivazione in senso tecnico e la detenzione per uso personale. La coltivazione presuppone infatti la disponibilità di un terreno, oltre a una serie di attività, che vanno dalla preparazione della terra alla semina, dal controllo delle piante alla creazione di magazzini per la custodia del prodotto. La cosiddetta coltivazione "domestica" di poche piantine non poteva essere compresa all'interno del concetto tecnico-giuridico.

La piantagione casalinga era stata equiparata dalla Suprema Corte alla detenzione per uso personale, ragione per cui la condanna del giovane romano era stata annullata senza rinvio, mettendo fine alla vicenda. Insomma, di volta in volta, sarebbe toccato al giudice valutare se una coltivazione, per le sue caratteristiche e la sua estensione, rientrasse nel concetto di piantagione illecita oppure no. E il tribunale di Cagliari ha sentenziato: la coltivazione di quel ragazzo, due piantine in totale, è lecita, perché la droga è destinata solo a lui.

Da Repubblica

certo che in qualche modo bisogna intervenire, la cannabis è una pianta molto bella, molto rustica, molto "efficace" (un po' molto "robusta" se Geneticamente Modificata), con un inconveniente: molto alta, di statura.

Va quindi tutelata e anche i suoi ammiratori...

Al di là della battuta, ma Fini cosa dice? e l'Arcivescovo? Occorre leggere velocemente l'Unione Sarda per capire come va, prima la legge 40, adesso anche la droga. Dev'essere colpa di Soru.

postato da: bkrema alle ore 17:59 | link | commenti (2)
categorie: politica, sardegna, giudici
martedì, 25 settembre 2007

vivaddio, c'è un giudice a Berlino, anzi a Cagliari!

Non so se il merito sia di una antica tradizione sarda, se qualcuno vuol documentarsi cerchi su giudici o giudicati + Sardegna (oppure guardi qui ), in cui un giudice-re regnava sotto il controllo del popolo ma in piena indipendenza. Certo quei giudici hanno deciso in piena indipendenza e preoccupandosi dei diritti e degli interessi legittimi di chi era ricorso a loro. E tutto questo nonostante l'arroganza dell'Arcivescovo locale, di cui trovate un esempio in Nitokrema.

"Ce l'ho fatta, ho vinto la mia battaglia contro una legge ingiusta. Ora, tra un mese avrò finalmente il mio primo figlio e subito dopo vorrò averne un altro".

C'è una donna sarda di 37 anni - la chiameremo Federica, con un nome di fantasia - che esulta per la sentenza emessa ieri dal tribunale di Cagliari. I magistrati sardi hanno detto sì alla diagnosi preimpianto, mettendo così in discussione uno dei punti-cardine della legge sulla procreazione assistita, la numero 40. La signora, di Quartu Sant'Elena, terza città della Sardegna considerata una sorta di appendice del capoluogo sardo, è felicissima e con lei e il suo compagno lo sono il suo ginecologo Gianni Monni il suo difensore Luigi Concas che ieri ha dato la notizia a Radio Radicale.
E' il secondo passaggio della legge ad essere aggirato nella pratica: il primo, si era scoperto solo poche settimane fa, si realizza attraverso le diffide legali ai medici da parte delle pazienti per non ricevere l'impianto di tre embrioni. Una procedura che porta al congelamento degli stessi embrioni, pratica anch'essa negata dalle norme in vigore.

Da Repubblica, continua

Nel merito vi sono alcune dichiarazioni che fanno vomitare, sol che si pensi a quali leggi abbiano fatto approvare nella scorsa legislatura in preda alla cupidigia di servilismo verso il loro capo. Così come la legge 40 ha voluto dimostrare ai peggiori degli omini vestiti di bainco, di rosso e di nero o di porpora quanto erano zelanti così da raccoglierne i voti. Servili verso il capo per essere tra i candidati, servili verso gli altri perchè giocando con le coscienze e il confessionale gli procurassero i voti.

Di tutt'altro tenore le prese di posizione dell'associazione "Scienza e Vita" secondo cui "la sentenza rappresenta un caso di eugenetica", mentre il capogruppo dell'Udc alla Camera, Luca Volontè, chiede al ministro della Giustizia "di verificare come le leggi vengano applicate dal tribunale del capoluogo sardo". (...) Per Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, infine, "è inaccettabile che in Italia la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita venga sistematicamente aggirata".

POVERI COCCHI!

postato da: bkrema alle ore 08:34 | link | commenti
categorie: politica, religioni, giudici