Krema Blog

Il dolce e l'amaro dentro e intorno a noi

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Un vecchio signore che non ha nessuna voglia di andare in pensione mentale ma che può finalmente scegliere orari tempi e colleghi.

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domenica, 12 agosto 2007

(10)  Da S. Prospero al Nord, via Ravenna pe raggiungere il... 

...DUCE! DUCE! DUCE!

E così, nell'estate del '43 il Benito tornò a Ravenna, mentre il piccolo Italo restava in campagna coccolato e vezzeggiato dalla Bianchina; stavano per scadere i famosi tre anni per riprendere il discorso al Rizzoli ed era più comodo Ravenna Bologna che dalla campagna a Bologna. E forse, chissà, l'aver sacrificato un'altra creatura rendeva necessario sentire vicino qualcosa di caldo e di vivo.

Tutto sommato credo di esserci tornato volentieri, i mesi, i qualche anno a quell'età sono importanti e poi quelli un po' sfigati, o in "altro modo abili" come si dice adesso, per compensazione hanno spesso un'età mentale migliore (almeno quello, poi magari a 18 anni lo scrivi su un cartello e chissà che qualcuna non lo legga).

Io non ricordo che ci sia stato un 25 luglio, a dire la verità non ricordo neppure un 8 settembre, penso che in quella periferia dell'impero ci fosse una situazione piuttosto opaca e controllata ma, soprattutto, mamma gatta sa sempre cotruire attorno ai suoi cuccioli un ambiente rassicurato e rassicurante. 

La Ravenna di allora era un piccolo centro, una miniatura bizantina in un contesto di miseria e bracciantato sfottente e più orientato alle scorciatoie che alla continuità. Il porto era di là da venire, la ferrovia ancor oggi collega malamente Ferrara e Rimini, a cui si arriva meglio via Bologna. Come porti, almeno da pesca, erano certamente meglio Comacchio (da quelle parti scappava Garibaldi) e ancor più Goro o Chioggia con quei bei barconi mediterranei o perfino Cervia.

Di un qualche interesse qualche fornace, una ha dato nome anche a una frazione oggi un tutt'unico, e una fabbrica di scarpe di gomma (o da tennis, come si diceva allora) la Callegari nota parecchio anche con altri marchi.

Questa fabbrica era luogo di lavoro per molte ragazze e luogo di caccia per gli sfrontati giovani ravennati, che ogni tanto si premuravano anche di fare qualche giornata al porto. Beffarde e rassegnate le donne del popolo ravennate sapevano cosa dovevano aspettarsi dai loro maschiotti e vi si dedicavano con intenso piacere, sapendo badare a lavoro figli e casa con efficienza grintosamente sorridente.

E qualche esemplare c'è ancora mimetizzata da assistente di bagno, di piadineria, di pensione ma effettiva ed efficiente manager. Un po' indolenti come un antico ferrarese, ma allegri e spavaldi come dei veri romagnoli, con un accento un po' più largo, ma non li dovete cercare a Marina, meglio verso Casal Borsetti o il Lido di Dante o Porto Corsini lungo quelle lunghe strade che in qualche modo arrivano al mare.

Ma di tutto questo quel bimbo presto ragazzino niente sapeva, come Ravenna non sapeva che neanche 15 anni dopo un ferrarese (Ferruzzi), un onorevole ravennate, il più onesto e veramente ottimo paravento (Zaccagnini), un senatore e più volte ministro, Medici, del modenese (onorato nel 2002 di una calda commemorazione del caro presidente della Camera Casini) e, ultimo ma non certo per importanza, il gran capo dell'ENI, Enrico Mattei avrebbero trasformata quella sonnolenta e ribalda cittadina in un polo industriale e anche portuale presto fondamentale per l'economia italiana tutta e a cui i bravi ravennati originari sono tutt'oggi ostentamente estranei, preferendo ancora lo sport principe dei loro padri e nonni. Sport che impegna molto da giovani e arricchisce, più che ampliati, i discorsi e i ricordi da vecchi.

Fu comunque lì che conobbi cosa è, o era, un bombardamento notturno. Niente di tragico, gli aerei erano avvistati tempestivamente, suonava l'allarme, via in bicicletta con la mamma e i necessari accessori quando si ha un bimbo ancora da crescere da via Fiume a Tommaso Gulli (dove c'era la scuola e quel lazzarone di illustre oculista che mi aveva sinistrato l'occhio sinistro, sfiga + sfiga), sorpasso sulla ferrovia, avanti dritto più avanti il palazzo di Teodorico poi ancora un po' e la casermetta con il babbo ansioso ad aspettare.

Il rifugio, l'ho detto un po' di parole fa, era la camera mortuaria, non so perchè, infatti era una torre con un soffitto alto e una piattaforma rotonda alla base, dove venivano posate le bare. Poi arrivarono le bombe, una sola vicino, tutte le altre verso l'inizio del Candiano e la Stazione, obiettivi ormai abituali.

Il climax, nel ricordo, era del tipo passerà anche questa, come sta il bimbo, e sua suocera come mai non c'è, pensi un po'... E così, avvolto nello scialle con il calore di tutte quelle persone attorno perchè non dormire in pace? ed è la vera sensazione che mi è rimasta: curiosità, qualche vibrazione e una bella dormita.

Sono stato in situazioni analoghe a Bologna, attraversando il Po', etc., mai il terrore nel ricordo e credo di dovere per questo grande riconoscenza ai miei giovani genitori. Se proprio ho avuto qualche ricordo brividoso mi devo rifare a una gita scolastica con i miei studenti a Gardaland ormai più di pochi anni fa, su quelle maledette poltroncine che sussultano, scricchiolano, si agitano, sobbalzano in sintonia con la proiezione e i suoni terribili e terrificanti e rintronanti e gli occhi chiusi e le mani avvinghiate ai braccioli e la vocina di una mia allieva, compassionevole, prooff., apra gli occhi, è finita, andiamo!

Ecco quello è stato il vero momento di terrore della mia vita. Nemmeno le due volte in autostrada fra tir che bruciavano. Che strani gli umani, vero?

Ma del viaggio da Ravenna, Bologna, Casalbuttano parleremo un'altra volta. Sapete è come cercare di ottenere una foto da una pellicola invecchiata, quelle di un tempo, con l'immagine latente che affiora pian piano e attenti a non forzare concentrazione, temperatura e pH perchè poi, con il fissaggio, si blocca tutto e chi ha avuto ha avuto.

lunedì, 04 giugno 2007

QUARTA, REPLICA DAL NOVEMBRE 2005

bologna medicina universitĂ (4) ma bisogna riprendere il cammino ...

Abbiamo lasciato i due giovanotti dai nomi così significativi all'interno della stessa carozzina, uno perchè impedito dal rinnovo continuo dei gessi (ogni 45 giorni), l'altro perchè era nato da poco (agosto '40) e quindi più che giustificato a voler  vivere comodamente.

Tuttavia è all'inizio del '41 che la situazione comincia a chiarirsi con un ricordo molto preciso: una stanza grande, con vetrata e tanta luce, una passatoia rossa non troppo larga, un uomo enorme in  camice bianco e mia madre con borsa, scarponcini miei e altre cose in mano. E io? E io che debbo decidermi a mettere il piede destro a terra, perchè tutto ormai era stato predisposto. Già, ma com'era lunga quella striscia rossa della passatoia che correva a terra e, però, com'era anche allettante il traguardo! se riuscivo a farcela ero "come gli altri" "anch'io"!. Stringere allora i dentini e via! Via, e come no!  c'è una specie di scossa che dal piede sale al ginocchio fin quasi a stordire, ma niente lacrime ... e ...finalmente... finalmente... traballando,,, e poi   via, via più sicuro e la corsa finisce come per tutti i piccoli, al sicuro, dalla mamma.

Certo, controlli, quando tornare... e una frase "fra tre anni completeremo tutto".

bologna Putti1880-1940Ma quei pochi anni saranno lunghissimi, tanto più che là, fuori dal microcosmo familiare, stava  intanto accadendo di tutto e l'Italia era entrata in guerra, mentre li però, a Ravenna, in quell'inizio del '41 le giornate erano come sempre, il chiosco delle banane, il Corrierino dei Piccoli che alle soglie dei 5 anni quasi leggevo, il grido del venditore di zucca cotta e la bella fetta di zucca al forno come ricca merenda. 

Altro che Ferrero! Ed è un Italia in fondo serena quella dei miei ricordi in quel periodo, non c'erano ancora gli oscuramenti e gli allarmi e, con la gambina quasi in ordine, "il figlio della lupa" aveva ampie occasioni di sfoggio di divisa e del resto.

Ci fu addirittura una novità (penso grazie anche al colore della camicia di mio padre): andai in colonia! Chi conosce la riviera fra Marina di Ravenna e Punta Marina e Cervia ritrova ancora oggi alcuni monumenti dell'epoca. Li chiamo monumenti perchè sono grandi costruzioni non lontane dalla spiaggia e anche se adesso sono un po' sepolte fra gli edifici e il caos adriatico, allora erano isolati e immersi in una pineta non pineta fatta più di cespugli e di dune che di pini. Lì noi bambini andavamo in turni di 30 giorni a ritemprarci e vedere di crescere meno rachitici con  l'aiuto dello iodio e del sole (vit D) e  nello stesso tempo alleggerivamo un po' le prolifiche madri italiane, che comunque con l'aria che tirava, avevano rallentato il ritmo e senza bisogni di anticoncezionali.

Due mesi a Punta marina, un mese a Cervia. Grazie papà, grazie duce.  Fu però sempre lì che, quasi per gioco, iniziarono le esercitazioni di allarme aereo: nella notte braccia sicure di giovani avanguardisti ci prelevavano all'alba e ci portavano fuori in quella specie di tundra-pineta. E di questo io ho un ricordo molto netto e preciso: il camerone dove dormivamo, il letto della signorina contornato di tende e l'odore netto e specifico di quella tundra specie sotto quegli arbusti. Ed era l'odore di un luogo all'aperto che evidentemente serviva all'espletamento di particolari esigenze del corpo: un sano, definito e molto naturale odore di merda. 

Ma anche l'estate finiva e iniziava la scuola elementare e mio padre non c'era più a casa. Dopo l'andamento negativo dei 60.000 italiani del corpo di spedizione C.S.I.R. il duce decise che per sedersi al tavolo della pace da una posizione di prestigio occorreva mandare un corpo di spedizione più numerose e più incisivo.

E partirono tanti Alpini (la maiuscola è voluta) e anche un gruppo non piccolo di CC.NN. (camicie nere) raggruppate nella "3 gennaio", con un grosso contingente da Ravenna.

"3 GENNAIO" non è un giorno qualsiasi della tradizione fascista è il giorno in cui il non ancora duce affrontò "l'aula sorda e grigia" e iniziò a trasformarla veramente in quel  "bivacco di manipoli"  di un discorso del 1922.  Il 3 gennaio del 1925 Mussolini non si presentò per dire, avete interpretato male, sono stato male interpretato e simili come accade così spesso oggi da ben altri duci.

Anzi:  era ancora in ballo la tragica vicenda legata all'on. Matteotti e Mussolini se ne assunse la rersponsabilità piena e annunciò non la devolution, ma un rivolgimento completo e irreversibile della struttura politica, governativa, economica di questa Italia. E la fece, nel bene e nel male,  basti citare che la riforma scolastica la guidò un filosofo di tutto rispetto Giovanni Gentile e fu una riforma che anzichè escludere includeva facilitando l'accesso proprio a quella piccola borghesia, pilastro e manovalanza indispensabile per avviare la trasformazione dell'Italia da eminentemente agricola ad un'economia di respiro industriale.

Ma taccia il fanciullo fin troppo cresciuto e torniamo agli occhi sereni di quel fanciullino che non era certo in grado di capire tutto questo, tanto più che cambiava casa.

Papà, scusate il babbo, come si dice dalle mie parti del momento, era andato in Russia (volontario, poi diremo perchè) e i due ragazzini lasciavano Ravenna e andavano a S. Prospero di Imola nel natio villaggio della mamma, dove c'erano i nonni e cinque zii con mogli e figli in una struttura patriarcale coesa e solidale amministrata all'interno da nonna Iusfina (giuseppina) e sul mercato da nonno Fita (giuseppe) e nei campi da tre o quattro figli maschi.

Veramente erano cinque gli zii ma uno, Lino, (classe 1911, il più giovane dei maschi) era da qualche parte in Africa a fare il soldato e tornerà prima che tutto finisse a El Alamein, un altro, Minghì (domenico, classe 1907, terzo della serie), partirà per spezzare le reni alla Grecia e, dopo vicende penose e infinite su e giù per i Balcani vestito da alpino, tornerà a casa dopo l'8 settembre 1943 intero, sano e, soprattutto, vivo.

La squadra dei Ciaraval (soprannome che identificava meglio del cognome Geminiani fin troppo diffuso) era divisa in due case: la principale, Caranta,  sulla Lughese dove la strada abbandona il Canalazzo correndo verso Mordano, con i capi tribù (i due nonni maschio e femmina alla pari sovrani nelle loro competenze) e tre figli maschi e una femmina, l'altra casa, Madò (suono nasale),  là in fondo dove il Canalazzo si convinceva ad entrare nel Santerno che faceva una grande ansa tutto attorno al podere. 

In questa seconda casa, quasi un avamposto, i due figli maggiori con mogli e i propri unici maschi, uno a testa, in mezzo alle tante femmine della seconda generazione.

Uffa, basta!, era  finalmente  l'ottobre 1942, Benito andava in prima elementare sotto la guida della maestra Speranza. E sarà proprio questo quanto avremo occasione di raccontare  prima o poi.

postato da: kreben alle ore 19:06 | link | commenti (1)
categorie: politica, racconti, storia, tribĂą, figli della lupa, 1940/42
venerdì, 25 maggio 2007

sabato, 12 novembre 2005

(3). Dove si cerca di arrivare alla prima elementare fra interventi, viaggi e arrivi del fratellino, lui sì bello, biondo e paffutino come un vero e proprio puttino

Molta letteratura è stata spesa sul problema dell’arrivo del nuovo rompiscatole che attrae attenzione e interesse in modo esorbitante:  così si mantiene in essere il mercato di prodotti, servizi psicologici, etc., tanto il mercato dell’ultimo neonato non lo porta via nessuno, almeno per chi ce la fa (per gli altri c’è il ben noto riciclo a scendere, tanto più oggi che vince l’unisex).

Io francamente non ho ricordi in questa direzione, o forse mi sono mal rapportato con il mio subconscio, specie quello superaffondato. C’è comunque una foto significativa, che spero di recuperare fra gli avanzi dei troppi traslochi, dove i due fratellini sono all’interno della stessa carrozzina con uno che mette in primo piano la gambina destra ben ingessata e l’altro che ruba la scena con quel faccino splendido e i riccioli a far da cornice. E la madre ostentatamente soddisfatta e tutta pronta a proclamare che sì, son proprio i suoi quei due maschiotti e con nomi in linea con il tempo: Benito e Italo.

*

Non è casuale e sta a dimostrare anche da una parte la resa del sistema di comunicazioni del partito e stato fascista e dall’altro la integrazione elevata di quei due genitori, mio padre e mia madre, nonostante il livello di scolarità della Valda (le quattro classi delle elementari esistenti nella piccola frazione di origine), mentre il Bruno ha alle spalle ben due classi dopo l’intera scuola elementare di 5 anni. Se il nome Benito è scontato (già quanti saranno i Silvio?), per Italo (che in Romagna non poteva avere le connotazioni nazionalistiche delle zone di confine) il riferimento era a Italo Balbo.Sembra l'ultimo commento di un mondo che non aveva ancora compreso quali conseguenze derivavano dai milioni di morti della Grande Guerra, dal cinismo del comportamento degli Stati Maggiori tutti e, soprattutto, aver posto gomito a gomito ragazzi e uomini, aver loro fatto toccar con mano l'incapacità e l'aridità dei loro maggiori capi e avere, forse ancor più determinante, dato l'occasione al diffondersi di virus socio-politici che esploderanno a breve.

*

Ma chi era Italo Balbo? Essenzialmente un rompicoglioni: esponente importante del fascismo agrario ferrarese (terra di latifondo, zanzare, vino clinton, salama, poi di bonifica e anche di battaglie bracciantili  nel dopoguerra, dopo il 1945 cioè, una in particolare, dalle parti di Codigoro, con i braccianti che fecero barriera con le bicilette, tutto il loro avere, e le blindo della Celere di Scelba passarci tranquillamente sopra),  ma soprattutto di formazione repubblicana, nazionalista e combattente vero nella Grande Guerra fra gli Alpini.

Ciliegina sulla torta era anche uno dei quadrumviri della marcia su Roma.

E' decisamente più bello, più colto (uno maestro, l’altro laureato) e trascinatore non declamatoriodel capo. Fra l’altro, politicamente intelligente aveva inquadrato i cani sciolti e riottosi del fascismo delle “eroiche”  squadre d’assalto in una formazione, come la M V S N,  che li costringeva ad una gerarchizzazione e ad una quotidianità perfino più moderata di quella Celere di futura levatura scelbiana e che inquadrò non pochi degli ex giovani della R.S.I., più nota come Salò e basta.

*  

Balbo poi aveva avuto l’onore delle cronache mondiali, con la trasvolata atlantica, primo esempio di aviazione non più individuale ma di squadra. Sottosegretario all’aeronautica nel 1926, quando l’aviazione in fondo era il ricordo delle gesta del barone rosso o del nostro lughese Baracca, prende il brevetto di pilota nel 1927 e nel 1928 è generale di squadra aerea a 32 anni.

*

In questo modo Mussolini (13 anni più veccio) si liberava di un pericoloso concorrente, assecondandolo e lasciandolo “giocare".  E qualche anno dopo se ne liberò anche meglio, facendolo Governatore della Libia. Solo che Balbo non era Graziani e la Libia era vicina ma contemporaneamente lontana, con un primo nucleo di italiani testa dura che avevano trovato da quelle parti finalmente terra da coltivare.

*

E questi italiani godevano pure di una discreta libertà d'azione e trovarono in Balbo un punto di raccordo così efficace da determinare una resistenza non piccola alla futura guerra al seguito di Hitler: troppo alto il rischio, troppo ancora da costruire e già qualcosa che valeva la pena non perdere per quei contadini finalmente proprietari!

*

Per questo, quando il 28 giugno del '40 Balbo tornava da una missione di guerra e il fuoco amico, così si dice oggi, abbattè l'aereo e ovviamente anche il suo pilota fu inevitabile pensare, non solo in Italia, a un fatto non puramente casuale .

Piccola, ma non insignificante annotazione, il capo delle forze aeree inglesi del Vicino Oriente, generale Arthur Laymore, fece gettare su Tobruk un messaggio, racchiuso in un barattolo di latta legato con nastri tricolori, del seguente tenore: "Le forze aeree britanniche esprimono il loro sincero compianto per la morte del Maresciallo Balbo, un grande condottiero e valoroso aviatore, da me personalmente conosciuto,  il destino ha voluto che fosse dell'opposto campo".

*

Sembra l'ultimo commento di un mondo che non aveva ancora compreso quali conseguenze derivavano dai milioni di morti della Grande Guerra, dal cinismo del comportamento degli Stati Maggiori tutti e, soprattutto, aver posto gomito a gomito ragazzi e uomini, aver loro fatto toccar con mano l'incapacità e l'aridità dei loro maggiori capi e avere, forse ancor più determinante, dato l'occasione al diffondersi di virus socio-politici che esploderanno a breve. 

*

O forse no, semplicemente alcuni degli attori del momento, e non necessariamente i più marginali, non avevano capito che guerra, politica, economia eran tutti figli della stessa visione dove l'individuo, il piccolo normale individuo, nonostante le costituzioni lo blandissero, tutelassero e gli garantissero finanche la felicità, non esisteva più, esistevano invece altri enti, apparentemente economici, che erano in grado di garantire alleanze e risultati al di sopra e al di là dei governi e delle ideologie. Ed è così che a guerra finita i poteri allora riconosciuti fecero a gara nel garantirsi la proprietà degli uomini e delle suburre dei poteri sconfitti perchè "tecnicamente utili" agli obiettivi di "libertà e democrazia" mai in quanto tali ma con opportuni aggettivi che ne garantivano il copyright e l'appartenenza comunque. 

*

pope, papi e iman compresi.

postato da: kreben alle ore 21:03 | link | commenti
categorie: politica, ravenna, 1940, figli della lupa
martedì, 22 maggio 2007

sempre mercoledì 09 novembre 2005

E siamo già alla seconda puntata, è già il 1937 e un po' di più

 

(2) piccoli fascisti crescono ...

Anzi i FIGLI della LUPA si allevano. Ma ce ne vuole di tempo: occorreva raggiungere i 6 anni di età, anche  se in Italia c'è sempre qualche scorciatoia e, così, fui promosso velocemente caposquadra a poco più di 5 anni e non perchè mio padre era un milite della 3Gennaio di Ravenna, semplicemente perchè zoppicavo e, in linea con gli altri,  avrei determinato qualche  complicazione  al marziale passo.

Ve li immaginate quei piccoli monturati in divisa medaglione e tutto il resto?  

Ma non fate della facile ironia, io me lo ricordo ancora il moschetto ben imbracciato e che schiocchi faceva con le cartuccine rosse e  sotto gli occhi ho ancora la visione impettita della mia squadra, anzi del mio manipolo.

Chissà, avrà probabilmente inciso la rivalsa interiore per i sù e giù prima fra Imola e Bologna (l'Istituto Rizzoli), poi fra Ravenna e Bologna, sempre l'Istituto Rizzoli e, a questo proposito, ci sta proprio una piccola parentesi legata al mondo sanitario e al "welfare" dell'epoca. E, ancora, senza facili ironie, perchè ben altra 10/15 anni prima era la situazione.

Le mie sfortune congenite erano particolarmente concentrate poco più su della caviglia destra,  grazie suppongo ad  un qualche  gioco di geni, DNA e altre diavolerie biologiche.

In definitva uno sviluppo abnorme del cordone ombelicale aveva strangolato il piede destro, definito con medica eleganza "piede torto equino". Quanto tutto ciò abbia tormentato quei poveri cristi dei miei, specie mia madre, ve lo risparmio: al fondo è sempre rimasta un'idea molto contadina e che cioè il figlio nato all'ospedale (cosa insolita all'epoca) fosse un altro, bello roseo, tutto perfetto e i cattivi l'avevano sostituito con più di 1 Kg e 640 grammi di un coso con una gamba infelice, un labbro deturpato e qualche altro pezzettino mancante (per la felicità magari di un qualche conte Manzoni, allora grande proprietario, ancora per poco, in zona).

E meno male che ero maschio e, almeno su quello, non c'erano dubbi, almeno in quel momento.

Da notare che all'epoca non c'era nè la ASL, nè tantomeno la mutua, specie per gli eroici appartenenti alla MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale).

Come dio volle, però, il podestà di Imola in qualche modo intervenne e anche la famiglia di mia madre diede una mano (per gli amanti del Welfare, all'epoca se uno non ci aveva i soldi il Comune anticipava, se ne aveva voglia, e poi bussava cassa alle famiglie di origine dei genitori e, se avevano patrimoni in vista, erano cavoli veri). 

Fu  comunque così che, nato ormai da 30 giorni, fui presentato in Bologna, al Rizzoli, a lezione dal prof. Puppi e dubito che per questo abbiano fatto uno sconto. Si aggiunsero quindi  infinite indagini su malattie veneree dei genitori, etc., tutto diligentemente inscritto nella mia corposa cartella clinica ancora oggi aperta.

Conclusione delle indagini: intervento con sostituzione di un tendine frantumato con un altro di origine animale (agnello).

Ma ci volevano i soldi e su questo lasciate fare alle donne: mia madre scrisse al suo DUCE e tempo di due mesi arrivò la comunicazione che il podestà di Ravenna aveva trovato il necessario per il suo  piccolo e frastornato cittadino, sia pure arrivato da  poco.

E i miei trovarono anche casa, in via Fiume, nelle case popolari (ancora esistenti), dove all'epoca Ravenna finiva e c'erano campi  a perdita d'occhio verso il mare a due passi dall'inizio del Candiano. 120 lire al mese per camera e cucina, cesso e niente garage, contro uno stipendio di 360 lire, compreso assegni familiari e sussidi. Non era poi poco, se una canzone faceva sognare un mondo di nababbi a 1000 lire al mese.

Ma adesso stop, continua, altrimenti ci annoiamo.

Ciao papà Kreben..........continua: adoro le storie!
Un abbraccio

Zoll
    utente anonimo
postato da: kreben alle ore 19:16 | link | commenti
categorie: racconti, viaggio, biografia, 1937, figli della lupa