Krema Blog

Il dolce e l'amaro dentro e intorno a noi

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Nome: benito cremonini
Un vecchio signore che non ha nessuna voglia di andare in pensione mentale ma che può finalmente scegliere orari tempi e colleghi.

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domenica, 01 novembre 2009

TOGLIETE il condizionatore dal terrazzo!

la notizia riguarda la Cina da noi, con l'aria che tira, non sarebbe scappato ma avrebbe inviato la signora a preparare il caffè (in Cina il THE) e avrebbe fatto posto nel letto al marito inaspettato.

AMANTE in fuga

DA IL CORRIERE

postato da: bkrema alle ore 07:53 | link | commenti (2)
categorie: famiglia, eros, maschi
sabato, 19 settembre 2009

attesa

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ARRIVI?

postato da: bkrema alle ore 17:58 | link | commenti
categorie: famiglia, speranze, bambagia
sabato, 16 maggio 2009

ORATRE FRATRES

e scopate in pace!

Non a caso è un francescano a riportare nel mondo cattolico la gioia di vivere in tutte le sue manifestazioni, compreso il momento più esplosivo e personale da vivere non tanto, o non solo, come imperativo procreativo ma come la realizzazione intima del CANTICO DEI CANTICI.

Del resto il fondatore del francescanesimo, sviluppatosi poi in varie direzioni, ha posto IL CANTICO DELLE CREATURE come il manifesto del suo messaggio profetico. 

Praticare la sessualità e gioirne senza uscire dall'ortodossia vaticana. Naturalmente nel matrimonio 

Il «kamasutra» cattolico: il sesso spiegato da un francescano polacco. 

LONDRA. Avviso a tutte le coppie di cattolici praticanti: fate l’amore quanto e come volete, date sfogo alla fantasia e dateci dentro, non siate timorati e non vergognatevi. Dio è con voi. Non c’è proprio nulla da ridere o da scandalizzarsi, ci troviamo di fronte a un libro serissimo scritto dal padre francescano polacco Ksawery Knotz con il via libera della Chiesa di Varsavia. Il Guardian di Londra, con doveroso articolo in prima pagina, lo ha già battezzato: è il «Kama Sutra cattolico». Probabile che diventerà un best-seller, pare infatti che ci sia la coda degli editori europei per tradurlo. Chissà se arriverà anche in Italia. 

Intendiamoci, niente di piccante e di rivoluzionario, padre Ksawery non esce dai binari dell’ortodossia ecclesiale e non si sogna, ad esempio, di benedire l’uso dei contraccettivi. Però, restando nei confini della dottrina vaticana, offre della sessualità – ovviamente nell’ambito di un regolare matrimonio – una visione che stravolge il pensiero più bacchettone o conservatore che si voglia. Perché consumare senza divertirsi e senza dare fondo all'immaginazione, senza qualche scorribanda erotica gaudente? Forza, lasciate da parte, i pregiudizi. Padre Ksawery lo dice, eccome. «Molta gente immagina che il sesso debba essere privo di gioia, di giochi frivoli, di fantasia e di posizioni attraenti. Pensa che debba essere triste come uno dei canti di lode della Chiesa». Eh no. «Dio è interessato nella vita sessuale felice dei credenti e ha dato loro il suo regalo».

E che regalo. Forse ci sarà chi storcerà il naso. Possibile che un frate riesca a disquisire così, lui casto e puro? Padre Ksawery non si è mica alzato una mattina e ha deciso di punto in bianco di scofessare un tabù. Ha ascoltato, ha parlato, ha raccolto le confessioni del suo gregge. E alla fine ha pensato che era venuto il momento di spiegare che il «sesso è divino», non diabolico. Che non bisogna averne paura, che non è peccato. Ha scritto un libro, benedetto dalle gerarchie polacche. E continuerà le prediche. Non in parrocchia. Ma sul web. Aprirà un sito internet dove potrà dare, a mariti pigri e mogli timorate, tutti i consigli del caso. No, non esiste solo «la posizione del francescano».

postato da: bkrema alle ore 07:11 | link | commenti
categorie: politica, famiglia, eros, religioni, poeti
domenica, 01 febbraio 2009

BARBARA SPINELLI: FEMMINICIDIO

un mondo, fatti, ancora fin troppo presenti dalle nostre parti di occidentali, cristiani e spesso sinistri evoluti.

non credo servano commenti, se non l'osservazione che di questo non avevo letto niente nei giornali che "fanno opinione". Una nuova tendenza del rinnovato LIBERAZIONE?

se è questo il motivo, la necessità del cambio di direttore veniva da molto lontano.

Processo a un uomo perbene che picchiava un poco la moglie

Liberazione, 1 febbraio 2008
Roberto Spaccino, al processo per la morte di Barbara Cicioni: «Le davo smanate, non botte» 
«Prima o poi ti ammazzo è una espressione delle nostre parti. Mia moglie non l'ho mai picchiata, al massimo smanate e schiaffettoni che non lasciano il segno, la violenza vera è quella che ti manda all'ospedale e Barbara non è mai finita al pronto soccorso».
Unico imputato al processo per la morte della moglie Barbara Cicioni, 33 anni, incinta di otto mesi, Roberto Spaccino si difende con un sorriso beffardo. E' accusato di omicidio aggravato e maltrattamenti, la pm Antonella Duchini lo incalza proprio sugli schiaffi che per anni ha riservato alla moglie come parte integrante del ménage famigliare.
E lui, stizzito, distingue tra litigio e botte. Il litigio, nel mondo di Spaccino, sono schiaffetti, schiaffettoni, "sventoloni", "smanate", e tutto questo «non sono botte». Perché le botte «sono quelle che lasciano il segno», sono i "boccaloni" dati con il rovescio della mano. Roberto diceva spesso «io questa prima o poi l'ammazzo», l'uomo precisa che questo è un modo di dire di Marsciano, «un intercalare nostro, mio e di mia moglie».
Rinchiuso nella gabbia dell'aula della Corte d'Assise di Perugia, l'uomo trova il tempo per scherzare con gli avvocati, salvo poi piangere quando pensa ai figli Nicolò e Filippo affidati al prozio di Barbara. I suoi difensori provano a convincere i giudici che Spaccino quel 24 maggio 2007 non strangolò Barbara perché lui è un uomo perbene, non si ubriaca, non fuma, non gioca d'azzardo e insomma al massimo frequentava qualche night, tradiva talvolta la donna con le clienti della lavanderia e prostitute e tuttavia non aveva una relazione extraconiugale fissa, spesso le urlava "sei una puttana come tua madre" perché la madre aveva divorziato presto da un marito violento, le diceva "sei un cesso" e "sei grassa", eppure Spaccino le regalava sempre delle rose per il suo compleanno ed «era cocchino e premuroso», questo padre di famiglia non è stato mai denunciato per rissa né per maltrattamenti domestici e se Barbara non è mai andata dalla polizia a raccontare che veniva malmenata dal marito, perché mai lui sarebbe poi arrivato persino ad ucciderla?
La cronaca del processo Spaccino è la cronaca di un femminicidio che non fa scalpore e che tuttavia racconta l'esasperante normalità della violenza domestica. Spaccino, uomo qualunque, è italiano e tutto porta a pensare che abbia ucciso la moglie: tuttavia non è straniero e non ha stuprato nessuna. Statisticamente, Roberto impersona l'identikit più frequente e sottaciuto: il 69% degli stupratori è marito o fidanzato della vittima mentre soltanto il 10% dei violentatori è straniero. E questo vale anche per i femminicidi.
Racconta Spaccino che quella sera, sul tardi, tornò a casa e trovò Barbara morta sul pavimento della camera da letto, i due bambini dormivano nella stanza accanto ma nei giorni successivi disegnarono la madre a terra in un lago di sangue. Agli inquirenti Roberto, ex camionista, disse che erano stati gli albanesi ad uccidere la moglie dopo una rapina: mancavano soldi e gioielli, la casa a soqquadro. Vivevano in una villetta di Compignano, una frazione di Marsciano (Pg).
Poche ore prima del funerale scattò l'arresto: Roberto aveva ammesso le liti frequenti, un famigliare durante una intercettazione disse che si trattava di una «morte annunciata» perché in paese si sapeva che Roberto picchiava Barbara ma nessuno aveva il coraggio di intervenire, nessuna folla inferocita come quella di Guidonia si riuniva sotto le finestre della villetta per linciare l'aguzzino di quella donna dal viso dolce e serio. Roberto era uno di loro, un padre di famiglia che portava i bambini a calcio.
Come dice Spaccino, era Barbara «il cervello della famiglia»: aveva aperto una lavanderia e la gestiva con il marito. Durante la perizia psichiatrica in carcere, Roberto evidenzia che «il carattere della moglie era piuttosto forte, più del suo (...) una donna forte che non si faceva sottomettere facilmente». Di se stesso, allo psicopatologo forense Giovanni Battista Traverso, dice di essere «un uomo tranquillo»: Traverso afferma che l'imputato possiede «un piano cognitivo sostanzialmente integro» e privo di patologie psichiatriche, cioè un uomo assolutamente normale.
Si erano conosciuti ad una sagra di paese quando Barbara aveva appena quattordici anni e lui 18, lei aveva vissuto il divorzio dei genitori in maniera traumatica e non voleva separarsi per evitare un dolore ai figli. Il marito non era affatto contento della terza gravidanza, le ripeteva come una cantilena «questo figlio non è mio». La accusava di averlo tradito, quando era lui a svolazzare di donna in donna. Interrogato questa settimana per la prima volta durante il processo, Spaccino si lascia andare a considerazioni contradditorie: «Barbara era molto gelosa, non so perché». Poi modifica la sua versione: «In tutta la mia carriera ci sono andato (con le donne, ndr ) tre o quattro volte».
Sottigliezze. Le prodezze del marito di Barbara sono varie, includono persino un rapporto sessuale con una spogliarellista in cambio del lavaggio di un tappeto del valore di 36 euro. Proprio per sottrarsi al controllo della moglie, l'aveva convinta ad aprire a nome suo una seconda lavanderia a Deruta dove ammiccava e seduceva numerose donne. Con la scusa di un incidente che lo aveva costretto a lasciare il mestiere di camionista, Roberto passava ogni anno una settimana alle terme e anche nelle piscine calde trovava gradevole la compagnia femminile.
Dai verbali dell'udienza emerge la dicotomia sessita: a casa la moglie e madre seria, fuori le frequentazioni allegre («Certo che la gelosia di Barbara mi dava fastidio, io le dicevo che non c'era niente. Del resto lei che ne poteva sapere? E le avventure, si sa, ce l'hanno tutti»). Lavorava come un mulo, la donna, figli e lavanderia e un marito che pretendeva tutto.
La sera della sua morte avevano litigato, Roberto insisteva per andare quella sera tardi a fare il distillo in lavanderia, Barbara sospettava che fosse una scusa per dedicarsi a nuove scappatelle, lui aveva alzato le mani contro Barbara e lei si era messa un cuscino davanti la faccia per attutire i colpi e non svegliare i bambini, questo è almeno il racconto del marito che oggi ripete continuamente che lei gli aveva fatto male al dito, quel 24 maggio.
La famiglia Spaccino fa cerchio attorno al figlio accusato di omicidio, d'altronde un giorno Barbara aveva colpito col mestolo Roberto sulla mano e il suocero, vedendo il figlio col dito sanguinante, le aveva detto: «Se non la smetti di toccare mio figlio ti mando a casa tua e ti rompo la falce sul collo». Nel clan Spaccino la violenza era usuale, tanto che la cognata di Barbara le aveva suggerito un avvocato che curasse la separazione.
Nel corso del suo esame, il 27 e 28 gennaio scorsi, Spaccino se la prende con la stampa e la televisione accusandoli di dipingerlo come un mostro: «Io a mia moglie non ho mai messo le mani addosso, non gli ho mai menato». Una visione distorta della violenza: io non sono violento, sono violenti gli altri, gli stupratori, gli stranieri, quelli che mandano all'ospedale. E senza rendersene conto si contraddice, ammette che gli «schiaffetti» erano continui per motivi banali e quotidiani, «se la cena non era pronta» oppure «quella volta dei calzini», e comunque gli schiaffetti erano reciproci, anche Barbara «smanava» e dunque lui doveva mollarle dei ceffoni «per calmarla» come se reagire per legittima difesa, da parte della donna, lo autorizzasse a rispondere con maggiore forza.
Successe anche il 24 maggio 2007, Spaccino ammette di aver schiaffeggiato la donna ma di essere uscito alle 23.30 per andare alla lavanderia quando Barbara era steso sul letto, viva, e di averla trovata morta al ritorno, a mezzanotte e mezzo. Dall'autopsia risultò che la Cicioni era stata strangolata verso le dieci e trenta, massimo undici, provocando inoltre la morte in grembo della piccola Viola. E poi i Ris trovarono tracce di sangue della vittima, portate dall'assassino, dalla camera da letto fino al garage e dentro l'Opel Zafira di Spaccino.
Il 30 maggio l'uomo venne arrestato e portato nel nuovo pentitenziario di Capanne, nella periferia di Perugia, con l'accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi, dalla crudeltà verso la vittima e dal rapporto fra coniugi. Successivamente venne trasferito al carcere di Terni, dove si trova tuttora.
La procura di Perugia gli contesta anche gli abusi nei confronti di Barbara e dei figli poiché li ha costretti ad assistere ai maltrattamenti, l'interruzione di gravidanza e la simulazione di reato.Cinque associazioni aveva chiesto di costituirsi parte civile, i giudici perugini ne hanno accettate tre (Telefono Rosa, Differenza Donna, Comitato internazionale 8 marzo), mentre le altre due (Giuristi Democratici e l'associazione Ossigeno onlus) stanno comunque seguendo il processo insieme con la Rete delle donne umbre e il Sommovimento femminista di Perugia per fare comprendere che la morte di una donna per mano del marito è una violazione dei diritti umani.
Il processo Spaccino, al di là della cronaca giudiziaria, entra nelle viscere di un delitto famigliare e della violenza domestica, mostra come in una grottesca pièce teatrale i meccanismi alla base del sessismo e del patriarcato: la madre di Roberto che chiama «puttane» le donne che il figlio frequentava, la difesa di un uomo che minimizza le botte e considera «sfaticata» la madre dei suoi figli.
Le femministe chiedono alle donne di partecipare alle prossime udienze del 12 e 19 marzo, 2, 14 e 21 aprile e per la lettura finale della sentenza di primo grado a metà maggio.
postato da: bkrema alle ore 23:50 | link | commenti (3)
categorie: politica, famiglia, femmine, giudici, medio evo
giovedì, 22 gennaio 2009

Mamme, PapĂ , Sindaci, aiutateci a crescere meglio!

Gli esperti si sono riuniti, hanno valutato, hanno forse concluso. Io spero che poi tutto non si risolva con la "medicalizzazione" del sistema del cosiddetto "recupero".

Ma che ne vuoi sapere tu, che sei un chimico?

Già che ne posso sapere io... Eppure basta conoscere, amicalmente e dico amicalmente perchè si è più rilassati, più spontanei, meno "professionali", degli "operatori" (che brutto termine!) della scuola di base. Non la materna, tutto sommato spesso alla teoria si abbina il buon senso, ma il primo ciclo, così si diceva un tempo, della scuola un tempo elementare.

E mi riferisco a quella perchè lì entrano in funzione da subito i misuratori, quegli impossibili voti tra i primini quando le differenze sono abissali, quando i mesi di differenza, le diverse provenienze, le diverse tipologie famigliari sono tutti fattori che pesano.

E quando, ormai lo si sa, quel 8/9 %sono 1/2/3 bambini per classe con tutte le sfumature di problemi. E accade che i più fortunati sian proprio i casi più gravi, così i gruppi di lavoro, gli "esperti", sanno come intervenire: scaricado il tutto sugli insegnanti d'appoggio. Per gli altri nasce la bagarre tra i genitori con l'ossessione del risultato e della velocità di apprendimento, ovviamente rallentata da quelli con "problemi".

Di tutte le soluzioni prospettate forse la risolutiva sarebbe quella delle "città del sorriso"! Peccato che tutto gli sia contro, dalla urbanistica esistente, alla scomparsa del circuito di cortile, di strada, di quartiere. A testimoniarlo sono quelli falciati sulle strisce pedonali, i semafori (Milano, ma non solo) spesso spenti per non rallentare il traffico, l'ossessività degli orari.

Certo sono ricordi di un vecchio, cresciuto nella civiltà del cortile di un quartiere di case popolari all'etrema periferia di Ravenna. Città allora estremamente povera. E con una madre casalinga, questa però alle prese con il dopo sbornia (non etilico) del fascismo e della guerra.

Eppure ancora la generazione dei miei figli (1965-70) è cresciuta meglio, ma si cominciava a cambiare. C'erano già problemi di condominio, i genitori erano giovani ma c'erano già i primi pensionati "proprietari" che non sopportavano i disturbi dei bimbi.

Una ipotesi di fare un unicum di verde condominiale (lo spazio verde comune raddopiava a quasi 3000 mq) portò immediatamente alla costruzione di un muretto con sopra una bella inferriata per evitare commistioni e provocando immediatamente le premesse per la guerra per bande fra i due civici. Fra adulti, prima che fra i bimbi.

Ed era una bella zona, tutta di bravi impiegati, insegnanti, con un giusto rapporto fra cemento e verde come si usava a Bologna. E una discreta presenza di giovani adulti DEMOCRATICI, visto che era una zona di cooperative di parte BIANCA (nel senso di DC, PRI, PSDI e un po' di FASCIO).

Già, già allora gli allevamenti si costruivano con l'etichetta, anche se c'eran sempre degli abusivi, dei contigui. I ROSSI avevano le aree e non i soldi dalle Banche locali, i Bianchi avevano il contrario e ogni tanto facevano un armistizio a livello Comune.

Il Comune mollava le licenze, da Roma arrivavano i soldi per i mutui.  

BUONA LETTURA

MILANO - Ansia, depressione, iperattività patologica, anoressia, disturbo ossessivo. In Italia quasi un bambino su 10 fra gli 11 e i 14 anni soffre di un disagio mentale. A lanciare l'allarme sono gli esperti dell'Irccs Eugenio Medea di Lecco, che hanno promosso e coordinato il primo studio epidemiologico italiano realizzato per valutare la diffusione delle patologie psichiche nei pre-adolescenti delle zone urbane. Una ricerca presentata mercoledì 21 gennaio a Milano, con il lancio di una task force interdisciplinare dedicata alla salute mentale dei più piccoli.

I dati, in corso di pubblicazione sulla rivista «European Child and Adolescent Psychiatry», sono stati raccolti con la collaborazione di 7 strutture italiane, su un campione di 3.418 ragazzi reclutati sia nelle metropoli che in città medio-piccole. Milano, Roma, Lecco, Pisa, Rimini, Cagliari, Conegliano Veneto i centri coinvolti nella ricerca, iniziata 4 anni fa e chiusa nel 2007. I dati raccolti indicano che l'8,2% degli 11-14enni mostra segnali riconducibili a disturbi mentali clinicamente. Se si aggiungono i casi di disagio emozionale (che non sempre sfociano in un disturbo clinico conclamato), la percentuale sale a 9,8%.

«POCHI QUELLI INTERCETTATI» - «La preoccupazione non è dovuta a numeri da record», rassicura Massimo Molteni, responsabile dell'Unità di neuroriabilitazione e servizio di psicologia dell'educazione nel polo di Bosisio Parini dell'Irccs Medea. «L'Italia rispetto al resto del mondo si colloca nelle posizioni basse della classifica, ma qui riscontriamo la difficoltà di intervento. Sappiamo che la sofferenza nei bambini è in aumento. Con il calo demografico che incombe, ci sembra doveroso riuscire a preservare quanti più bimbi possibile». Molteni incalza: «La situazione è preoccupante. Anche in una delle Regioni più avanzate come la Lombardia, che ha approvato una delibera sui servizi di psichiatria infantile e ha un sistema che funziona, si riesce a intercettare solo il 5% dei casi».

LA TASK FORCE - Con questo spirito a Milano una sessantina di professionisti (medici, psichiatri, psicologi e pediatri, ma anche avvocati, notai, ingegneri, politici, industriali, esperti informatici, sportivi) hanno deciso di dare vita a un piano strategico. Gli obiettivi sono: promuovere ricerche epidemiologiche per calibrare gli interventi, battere la strada della prevenzione stimolando servizi che seguano i minori nel loro percorso di crescita, dare vita a una «città del sorriso.


postato da: bkrema alle ore 08:12 | link | commenti (2)
categorie: politica, famiglia, scuola, societĂ , potere
martedì, 09 dicembre 2008

cattolici con cui capirsi

senza che debbano per questo rinunciare alla loro visione del mondo, quello umano e quell'altro, quello del dopo.

34740. CREMONA-ADISTA. “Il pensiero di un credente controcorrente”: così, nell’edizione del 20 novembre scorso, il settimanale diocesano di Cremona, la Vita Cattolica, presenta la lettera di Marco Ruggeri, cremonese impegnato nella Caritas diocesana, che contesta la posizione della Chiesa sul caso di Eluana Englaro ed invita “a non diventare la versione cattolica del partito radicale”.

La lettera, ai cui contenuti il settimanale dedica una intera pagina, è preceduta da una breve introduzione redazionale che precisa come quella di Ruggeri, pur essendo un’opinione espressa a titolo personale, ponga “alcuni interrogativi” che meritano di essere pubblicati “come stimolo per una riflessione in più”, ed è seguita da una lunga ed articolata replica di don Cesare Nisoli, parroco di Pandino e teologo morale.

A completare il servizio sul caso di Eluana – nella pagina a fianco – una lunga cronaca che ne ricostruisce la vicenda e che dà conto della veglia di preghiera personalmente guidata dal vescovo Dante Lanfranconi nel duomo della città. Non mancano nemmeno alcune informazioni circa le iniziative prese contro “l’esecuzione di Eluana” da Comunione e Liberazione e Movimento per la Vita.

Insomma, nessun dubbio sul fatto che Vita Cattolica sposi in toto la linea assunta dalla gerarchia dopo la sentenza della Cassazione. Nonostante ciò, la scelta di dare visibilità ad interventi come quello di Ruggeri, evidenzia la difficoltà dei media ecclesiastici (specie quelli più a contatto con le realtà ecclesiali presenti sul territorio) a mettere la sordina ad un malessere – quello espresso da una parte del mondo cattolico rispetto all’intransigenza mostrata dai vertici della Chiesa cattolica e dai suoi media – che continua ad acuirsi.

“Non so che sviluppo avrà la vicenda di Eluana - scrive Ruggeri nella sua lettera - ma come padre di cinque bambine e come credente vorrei esprimere la mia vicinanza al sig. Englaro e a sua moglie. Non so se le scelte di questo padre siano giuste, ma credo che appartengano ad un ambito in cui nessun uomo in quanto tale è autorizzato a brandire verità, o presunte verità, come clave. E come papà in questo momento non ho proprio voglia di giudicare questo papà, ma solo di abbracciarlo. Spero che i credenti e la Chiesa preghino e digiunino per questa famiglia, ma auspico anche che parrocchie e movimenti non organizzino veglie o incontri che avrebbero più il sapore della manifestazione di partito, piuttosto che un mettersi in ginocchio di fronte ad una tragedia che supera le nostre possibilità di comprenderla in pienezza. Certe iniziative un po’ mi mettono a disagio e certi toni adottati anche da cristiani mi spaventano. Stiamo attenti a non diventare la versione cattolica del partito radicale: il fronte è opposto, ma l’aggressività nello sparare giudizi inappellabili rischia di essere molto simile”. “Non siamo in grado, non sta a noi e questo perché ci mancano troppi elementi per farlo”. “Che almeno la Chiesa eviti di trasformare questo dramma in un campo di battaglia”.


postato da: bkrema alle ore 19:44 | link | commenti
categorie: cultura, politica, famiglia, religioni, santa madre
giovedì, 02 ottobre 2008

solo testo, senza commento

letto e pubblicato

Ius primae noctis 

di Piero Fiorelli, Assistente ordinario di Stato del diritto italiano nell’Università di Roma

[Da «Enciclopedia Cattolica», vol. VII, coll. 526-527]

Che nel medioevo, particolarmente nei secc. dall’XI al XIII, ma anche molto prima e molto dopo, i signori feudali avessero ed esercitassero un diritto di trascorrere con le mogli dei loro sudditi la prima notte di matrimonio (ius primae noctis o più crudamente ius cunnatici), è un’opinione non ben fondata, che il fantasioso storico scozzese Ettore Boece (1526) mise per primo in circolazione, e che poi, accolta da scrittori anche seri, fu diffusa oltre i limiti dell’onesto da un’abbondante e per lo più scadente letteratura.

A cominciare da Girolamo Muzio (1553), che riferiva tradizioni al suo dire non remote, s’è creduto da qualcuno all’esistenza di tale diritto anche in terra italiana, e si sono interpretate come allusive ad esso alcune carte e narrazioni di vane regioni ed età, venete, piemontesi, meridionali, dal sec. XII in poi.

Quanto di vero e quanto d’arbitrario sia contenuto in quel che si racconta dello ius primae noctis, non si può stabilire se non distinguendo. Un costume di far deflorare la sposa da un personaggio autorevole della sua tribù, o della stessa sua famiglia, è attestato presso popoli primitivi, e le sue origini sono variamente spiegate dagli etnologi. E non è meno sicuro che abusi senza nome, in luoghi e tempi disparati, furon perpetrati da feudatari in danno delle spose dei loro sudditi. Non è invece provato che quel costume pagano si continuasse presso i popoli cristiani del medioevo, né che quegli abusi feudali assurgessero in alcun luogo o tempo a vero e proprio diritto. Provato è soltanto che molti signori feudali, in Italia e fuori, imposero ai loro sudditi tasse matrimoniali, da pagarsi dove una volta tanto, dove a determinate scadenze (anno, settimana) per tutta la durata del matrimonio: tasse, che hanno lasciato fino ai nostri giorni qualche tenue traccia nel costume di certe regioni, anche in Italia.

In esse non è da vedere il prezzo del riscatto di un ipotetico ius primae noctis, e forse neppure una trasformazione della compra germanica della sposa; ma piuttosto, e più semplicemente, il compenso per l’assentimento dato dal signore alle nozze; tanto più che nel medioevo una tassa simile fu spesso riscossa dall’autorità ecclesiastica per la dispensa dall’obbligo imposto agli sposi di serbar castità nella prima o nelle tre prime notti di matrimonio.

Bibliografia: K. Schmidt, I. p. n., Friburgo in Br. 1881; A. de Foras, Le droit du seigneur au rnoyen âge, Chambéry 1886; A. Manno, Di un preteso diritto infame medievale, in Atti della R. Accademia delle scienze di Torino, 22 (1886-87), p. 564 sgg.; A. H. Post, Grundriss der ethnologischen Juriprudenz, I, Oldenburg e Lipsia 1894, p. 24 sgg.; F. Gabotto, Un millennio di storia eporediese (356-1357), in Eporediensia, Pinerolo 1900, p. 131, n. 1; R. Corso, Von Geschlechtsleben in Kalabrien, in Anthropophyteia, 8 (1911), p. 148 sg.; G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, I, Sulmona 1924, p. 251 sgg.; G. M. Monti, Il dominio universale feudale e l’«jus cunnatici» in terra d’ Otranto, in Annali del Seminario giuridico-economico dell’Università di Bari, Bari 1927, parte 2a, p. 14 sgg.

postato da: bkrema alle ore 22:39 | link | commenti
categorie: politica, famiglia, storia, religioni, femmine, santa madre
giovedì, 26 giugno 2008

la primavera è finita, siamo in estate. allora si va a spasso!cuccioli

FELICE E BUONA PASSEGGIATA. ALMENO LI' SENZA CAINANO!

postato da: bkrema alle ore 05:33 | link | commenti (2)
categorie: politica, famiglia
domenica, 01 giugno 2008

NIENTE CANI CLANDESTINI o extracomunitari: le PULCI han da essere padane!

non sia mai detto che arrivino da noi pulciosi cani stranieri, le razze canine han da essere padane, parola di Gentilini! (ma qualcuno vuol far il DNA del vicesindaco.sindaco, fosse mai che qualche antenata avesse tralignato in passato, lei fortunata di esser morta prima).

TREVISO
Tolleranza zero, difesa dei diritti degli italiani, salvaguardia delle tradizioni locali. Non sono temi nuovi, quelli sul tavolo del prosindaco di Treviso, il leghista Gentilini. Solo, questa volta, la crociata è a difesa dei cani. Italiani, certo.

«Non vogliamo razze straniere - ha detto il vicesindaco- oggi chiedo un salto di qualità: avere come amico dell’uomo i cani e le razze che avevano i nostri progenitori. Vogliamo quegli amici dell’uomo che accompagnavano i nostri agricoltori e rispettavano l’economia floreale».

La notizia, riportata dalla "Tribuna" di Treviso ha suscitato la reazione di allevatori e veterinari. Ha detto Fabio Fattori: «I cani sono sempre incroci di razze che vengono da diverse aree geografiche. È difficile trovare una razza italiana di cane, figuriamoci una veneta o addirittura trevigiana». Anche l'allevatore Guido Pontello smentisce l'esistenza di "padani a quattro zampe". «Al massimo l’unica connotazione possibile è nazionale, vedi il setter inglese o il bracco italiano. Più specifici non si può andare».

Il Gentilini dev'essere uno di città, nei miei lontani anni di nascita contadina ho conosciuto cani di tutte le razze e, di solito, concentrate in un unico esemplare chiamato "can da pagliaio", poi c'eran i cani da caccia, spesso meticci anche quelli per unire il gusto della penna a quello del pelo, secondo sapienza di cacciatori contadini.

Magari il Gentilini farà il controllo anche di quel che mangia evitando prodotti estranei, tipo avocado o simili, pensate sol che gli venga il pensiero di ospitare all'interno un DNA di merda, in parte non padana!

postato da: bkrema alle ore 06:12 | link | commenti
categorie: politica, famiglia, cronaca, femmine, potere, tribĂą
domenica, 23 marzo 2008

ragazza tenace

non entro nel merito, materia troppo delicata per parlarne solo da informazioni di rimbalzo, certo la ragazzina, anzi la donna, è decisa e tenace, ma, consentitelo, anche i genitori dimostrano, alla fine, di assumersi responsabilità quasi certamente  non loro.


<B>15 anni, incinta: "Non abortisco"<br>I genitori cambiano idea: "Tienilo"</B>

PORDENONE - Sono tornati sui loro passi i genitori della quindicenne incinta che a Pordenone, si era rivolta all'avvocato per scongiurare l'eventualità di dover abortire. "L'esposizione mediatica della vicenda - ha detto l'avvocato dei genitori - ha convinto la coppia a cambiare idea. Ordinare alla figlia di abortire, sarebbe stata una scelta eccessivamente severa. Visto come sono andate le cose, i genitori della ragazza si sono detti disponibili a tenere il bambino e ad accogliere la figlia di nuovo a casa".

E' stato il clamore della notizia rimbalzata sui giornali e nei telegiornali, a far tornare sui loro passi i genitori della minorenne. Erano convinti che a 15 anni o poco più, un secondo figlio da un 21enne albanese non era una scelta giusta.

Prima di questa gravidanza, due anni fa, la ragazzina aveva dato alla luce un altro bambino, figlio dello stesso amore per il giovane extracomunitario, che però era stato dato subito in adozione.

Questa volta i genitori sembravano convinti che il bambino non dovesse nascere, che la soluzione migliore fosse l'aborto. La figlia però era contraria e per difendere la sua decisione, si era rivolta ad un avvocato: "Voglio questo figlio. Non saprei sopportare il dolore di un altro allontanamento, né di un aborto".

Quando l'avvocato si era già rivolto al giudice tutelare, la questione è diventata di dominio pubblico e il rumore che aveva provocato sui giornali ha indotto i genitori a cambiare idea. "Dopo due anni di silenzio e di indifferenza - ha spiegato Laura Ferretti, l'avvocato dei genitori - le due parti contrapposte si sono scontrate aspramente, facendo emergere tutte le diffidenze e i pregiudizi reciproci. Alla fine di questa discussione, i genitori si sono detti disponibili a tenere il bambino e ad accogliere sia il bambino sia la figlia nella loro abitazione. Una volta tanto, l'intervento mediatico è stato risolutivo". Nel frattempo, il giovane neopapà si è trovato un lavoro e anche la futura suocera si è detta pronta a contribuire alla crescita del nipotino.

Spero solo che il comportamento dei due neo genitori nasca da un reale sentimento e non da arroganza nello scaricare le proprie illusioni e difficoltà sugli altri.

Giustamente se si ha la volontà di donare una vita si ha anche l dovere di accettare di assumersene tutte le responsabilità successive.

Un figlio non è uno spot e nemmeno un giocattolo!

postato da: bkrema alle ore 06:43 | link | commenti
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