la notizia riguarda la Cina da noi, con l'aria che tira, non sarebbe scappato ma avrebbe inviato la signora a preparare il caffè (in Cina il THE) e avrebbe fatto posto nel letto al marito inaspettato.


ARRIVI?
e scopate in pace!
Non a caso è un francescano a riportare nel mondo cattolico la gioia di vivere in tutte le sue manifestazioni, compreso il momento più esplosivo e personale da vivere non tanto, o non solo, come imperativo procreativo ma come la realizzazione intima del CANTICO DEI CANTICI.
Del resto il fondatore del francescanesimo, sviluppatosi poi in varie direzioni, ha posto IL CANTICO DELLE CREATURE come il manifesto del suo messaggio profetico.
LONDRA. Avviso a tutte le coppie di cattolici praticanti: fate l’amore quanto e come volete, date sfogo alla fantasia e dateci dentro, non siate timorati e non vergognatevi. Dio è con voi. Non c’è proprio nulla da ridere o da scandalizzarsi, ci troviamo di fronte a un libro serissimo scritto dal padre francescano polacco Ksawery Knotz con il via libera della Chiesa di Varsavia. Il Guardian di Londra, con doveroso articolo in prima pagina, lo ha già battezzato: è il «Kama Sutra cattolico». Probabile che diventerà un best-seller, pare infatti che ci sia la coda degli editori europei per tradurlo. Chissà se arriverà anche in Italia.
E che regalo. Forse ci sarà chi storcerà il naso. Possibile che un frate riesca a disquisire così, lui casto e puro? Padre Ksawery non si è mica alzato una mattina e ha deciso di punto in bianco di scofessare un tabù. Ha ascoltato, ha parlato, ha raccolto le confessioni del suo gregge. E alla fine ha pensato che era venuto il momento di spiegare che il «sesso è divino», non diabolico. Che non bisogna averne paura, che non è peccato. Ha scritto un libro, benedetto dalle gerarchie polacche. E continuerà le prediche. Non in parrocchia. Ma sul web. Aprirà un sito internet dove potrà dare, a mariti pigri e mogli timorate, tutti i consigli del caso. No, non esiste solo «la posizione del francescano».
un mondo, fatti, ancora fin troppo presenti dalle nostre parti di occidentali, cristiani e spesso sinistri evoluti.
non credo servano commenti, se non l'osservazione che di questo non avevo letto niente nei giornali che "fanno opinione". Una nuova tendenza del rinnovato LIBERAZIONE?
se è questo il motivo, la necessità del cambio di direttore veniva da molto lontano.
Gli esperti si sono riuniti, hanno valutato, hanno forse concluso. Io spero che poi tutto non si risolva con la "medicalizzazione" del sistema del cosiddetto "recupero".
Ma che ne vuoi sapere tu, che sei un chimico?
Già che ne posso sapere io... Eppure basta conoscere, amicalmente e dico amicalmente perchè si è più rilassati, più spontanei, meno "professionali", degli "operatori" (che brutto termine!) della scuola di base. Non la materna, tutto sommato spesso alla teoria si abbina il buon senso, ma il primo ciclo, così si diceva un tempo, della scuola un tempo elementare.
E mi riferisco a quella perchè lì entrano in funzione da subito i misuratori, quegli impossibili voti tra i primini quando le differenze sono abissali, quando i mesi di differenza, le diverse provenienze, le diverse tipologie famigliari sono tutti fattori che pesano.
E quando, ormai lo si sa, quel 8/9 %sono 1/2/3 bambini per classe con tutte le sfumature di problemi. E accade che i più fortunati sian proprio i casi più gravi, così i gruppi di lavoro, gli "esperti", sanno come intervenire: scaricado il tutto sugli insegnanti d'appoggio. Per gli altri nasce la bagarre tra i genitori con l'ossessione del risultato e della velocità di apprendimento, ovviamente rallentata da quelli con "problemi".
Di tutte le soluzioni prospettate forse la risolutiva sarebbe quella delle "città del sorriso"! Peccato che tutto gli sia contro, dalla urbanistica esistente, alla scomparsa del circuito di cortile, di strada, di quartiere. A testimoniarlo sono quelli falciati sulle strisce pedonali, i semafori (Milano, ma non solo) spesso spenti per non rallentare il traffico, l'ossessività degli orari.
Certo sono ricordi di un vecchio, cresciuto nella civiltà del cortile di un quartiere di case popolari all'etrema periferia di Ravenna. Città allora estremamente povera. E con una madre casalinga, questa però alle prese con il dopo sbornia (non etilico) del fascismo e della guerra.
Eppure ancora la generazione dei miei figli (1965-70) è cresciuta meglio, ma si cominciava a cambiare. C'erano già problemi di condominio, i genitori erano giovani ma c'erano già i primi pensionati "proprietari" che non sopportavano i disturbi dei bimbi.
Una ipotesi di fare un unicum di verde condominiale (lo spazio verde comune raddopiava a quasi 3000 mq) portò immediatamente alla costruzione di un muretto con sopra una bella inferriata per evitare commistioni e provocando immediatamente le premesse per la guerra per bande fra i due civici. Fra adulti, prima che fra i bimbi.
Ed era una bella zona, tutta di bravi impiegati, insegnanti, con un giusto rapporto fra cemento e verde come si usava a Bologna. E una discreta presenza di giovani adulti DEMOCRATICI, visto che era una zona di cooperative di parte BIANCA (nel senso di DC, PRI, PSDI e un po' di FASCIO).
Già, già allora gli allevamenti si costruivano con l'etichetta, anche se c'eran sempre degli abusivi, dei contigui. I ROSSI avevano le aree e non i soldi dalle Banche locali, i Bianchi avevano il contrario e ogni tanto facevano un armistizio a livello Comune.
Il Comune mollava le licenze, da Roma arrivavano i soldi per i mutui.
MILANO - Ansia, depressione, iperattività patologica, anoressia, disturbo ossessivo. In Italia quasi un bambino su 10 fra gli 11 e i 14 anni soffre di un disagio mentale. A lanciare l'allarme sono gli esperti dell'Irccs Eugenio Medea di Lecco, che hanno promosso e coordinato il primo studio epidemiologico italiano realizzato per valutare la diffusione delle patologie psichiche nei pre-adolescenti delle zone urbane. Una ricerca presentata mercoledì 21 gennaio a Milano, con il lancio di una task force interdisciplinare dedicata alla salute mentale dei più piccoli.
I dati, in corso di pubblicazione sulla rivista «European Child and Adolescent Psychiatry», sono stati raccolti con la collaborazione di 7 strutture italiane, su un campione di 3.418 ragazzi reclutati sia nelle metropoli che in città medio-piccole. Milano, Roma, Lecco, Pisa, Rimini, Cagliari, Conegliano Veneto i centri coinvolti nella ricerca, iniziata 4 anni fa e chiusa nel 2007. I dati raccolti indicano che l'8,2% degli 11-14enni mostra segnali riconducibili a disturbi mentali clinicamente. Se si aggiungono i casi di disagio emozionale (che non sempre sfociano in un disturbo clinico conclamato), la percentuale sale a 9,8%.
«POCHI QUELLI INTERCETTATI» - «La preoccupazione non è dovuta a numeri da record», rassicura Massimo Molteni, responsabile dell'Unità di neuroriabilitazione e servizio di psicologia dell'educazione nel polo di Bosisio Parini dell'Irccs Medea. «L'Italia rispetto al resto del mondo si colloca nelle posizioni basse della classifica, ma qui riscontriamo la difficoltà di intervento. Sappiamo che la sofferenza nei bambini è in aumento. Con il calo demografico che incombe, ci sembra doveroso riuscire a preservare quanti più bimbi possibile». Molteni incalza: «La situazione è preoccupante. Anche in una delle Regioni più avanzate come la Lombardia, che ha approvato una delibera sui servizi di psichiatria infantile e ha un sistema che funziona, si riesce a intercettare solo il 5% dei casi».
LA TASK FORCE - Con questo spirito a Milano una sessantina di professionisti (medici, psichiatri, psicologi e pediatri, ma anche avvocati, notai, ingegneri, politici, industriali, esperti informatici, sportivi) hanno deciso di dare vita a un piano strategico. Gli obiettivi sono: promuovere ricerche epidemiologiche per calibrare gli interventi, battere la strada della prevenzione stimolando servizi che seguano i minori nel loro percorso di crescita, dare vita a una «città del sorriso.
senza che debbano per questo rinunciare alla loro visione del mondo, quello umano e quell'altro, quello del dopo.
34740. CREMONA-ADISTA. “Il pensiero di un credente controcorrente”: così, nell’edizione del 20 novembre scorso, il settimanale diocesano di Cremona, la Vita Cattolica, presenta la lettera di Marco Ruggeri, cremonese impegnato nella Caritas diocesana, che contesta la posizione della Chiesa sul caso di Eluana Englaro ed invita “a non diventare la versione cattolica del partito radicale”.
La lettera, ai cui contenuti il settimanale dedica una intera pagina, è preceduta da una breve introduzione redazionale che precisa come quella di Ruggeri, pur essendo un’opinione espressa a titolo personale, ponga “alcuni interrogativi” che meritano di essere pubblicati “come stimolo per una riflessione in più”, ed è seguita da una lunga ed articolata replica di don Cesare Nisoli, parroco di Pandino e teologo morale.
A completare il servizio sul caso di Eluana – nella pagina a fianco – una lunga cronaca che ne ricostruisce la vicenda e che dà conto della veglia di preghiera personalmente guidata dal vescovo Dante Lanfranconi nel duomo della città. Non mancano nemmeno alcune informazioni circa le iniziative prese contro “l’esecuzione di Eluana” da Comunione e Liberazione e Movimento per la Vita.
Insomma, nessun dubbio sul fatto che Vita Cattolica sposi in toto la linea assunta dalla gerarchia dopo la sentenza della Cassazione. Nonostante ciò, la scelta di dare visibilità ad interventi come quello di Ruggeri, evidenzia la difficoltà dei media ecclesiastici (specie quelli più a contatto con le realtà ecclesiali presenti sul territorio) a mettere la sordina ad un malessere – quello espresso da una parte del mondo cattolico rispetto all’intransigenza mostrata dai vertici della Chiesa cattolica e dai suoi media – che continua ad acuirsi.
“Non so che sviluppo avrà la vicenda di Eluana - scrive Ruggeri nella sua lettera - ma come padre di cinque bambine e come credente vorrei esprimere la mia vicinanza al sig. Englaro e a sua moglie. Non so se le scelte di questo padre siano giuste, ma credo che appartengano ad un ambito in cui nessun uomo in quanto tale è autorizzato a brandire verità, o presunte verità, come clave. E come papà in questo momento non ho proprio voglia di giudicare questo papà, ma solo di abbracciarlo. Spero che i credenti e la Chiesa preghino e digiunino per questa famiglia, ma auspico anche che parrocchie e movimenti non organizzino veglie o incontri che avrebbero più il sapore della manifestazione di partito, piuttosto che un mettersi in ginocchio di fronte ad una tragedia che supera le nostre possibilità di comprenderla in pienezza. Certe iniziative un po’ mi mettono a disagio e certi toni adottati anche da cristiani mi spaventano. Stiamo attenti a non diventare la versione cattolica del partito radicale: il fronte è opposto, ma l’aggressività nello sparare giudizi inappellabili rischia di essere molto simile”. “Non siamo in grado, non sta a noi e questo perché ci mancano troppi elementi per farlo”. “Che almeno la Chiesa eviti di trasformare questo dramma in un campo di battaglia”.
letto e pubblicato
di Piero Fiorelli, Assistente ordinario di Stato del diritto italiano nell’Università di Roma
[Da «Enciclopedia Cattolica», vol. VII, coll. 526-527]
Che nel medioevo, particolarmente nei secc. dall’XI al XIII, ma anche molto prima e molto dopo, i signori feudali avessero ed esercitassero un diritto di trascorrere con le mogli dei loro sudditi la prima notte di matrimonio (ius primae noctis o più crudamente ius cunnatici), è un’opinione non ben fondata, che il fantasioso storico scozzese Ettore Boece (1526) mise per primo in circolazione, e che poi, accolta da scrittori anche seri, fu diffusa oltre i limiti dell’onesto da un’abbondante e per lo più scadente letteratura.
A cominciare da Girolamo Muzio (1553), che riferiva tradizioni al suo dire non remote, s’è creduto da qualcuno all’esistenza di tale diritto anche in terra italiana, e si sono interpretate come allusive ad esso alcune carte e narrazioni di vane regioni ed età, venete, piemontesi, meridionali, dal sec. XII in poi.
Quanto di vero e quanto d’arbitrario sia contenuto in quel che si racconta dello ius primae noctis, non si può stabilire se non distinguendo. Un costume di far deflorare la sposa da un personaggio autorevole della sua tribù, o della stessa sua famiglia, è attestato presso popoli primitivi, e le sue origini sono variamente spiegate dagli etnologi. E non è meno sicuro che abusi senza nome, in luoghi e tempi disparati, furon perpetrati da feudatari in danno delle spose dei loro sudditi. Non è invece provato che quel costume pagano si continuasse presso i popoli cristiani del medioevo, né che quegli abusi feudali assurgessero in alcun luogo o tempo a vero e proprio diritto. Provato è soltanto che molti signori feudali, in Italia e fuori, imposero ai loro sudditi tasse matrimoniali, da pagarsi dove una volta tanto, dove a determinate scadenze (anno, settimana) per tutta la durata del matrimonio: tasse, che hanno lasciato fino ai nostri giorni qualche tenue traccia nel costume di certe regioni, anche in Italia.
In esse non è da vedere il prezzo del riscatto di un ipotetico ius primae noctis, e forse neppure una trasformazione della compra germanica della sposa; ma piuttosto, e più semplicemente, il compenso per l’assentimento dato dal signore alle nozze; tanto più che nel medioevo una tassa simile fu spesso riscossa dall’autorità ecclesiastica per la dispensa dall’obbligo imposto agli sposi di serbar castità nella prima o nelle tre prime notti di matrimonio.
Bibliografia: K. Schmidt, I. p. n., Friburgo in Br. 1881; A. de Foras, Le droit du seigneur au rnoyen âge, Chambéry 1886; A. Manno, Di un preteso diritto infame medievale, in Atti della R. Accademia delle scienze di Torino, 22 (1886-87), p. 564 sgg.; A. H. Post, Grundriss der ethnologischen Juriprudenz, I, Oldenburg e Lipsia 1894, p. 24 sgg.; F. Gabotto, Un millennio di storia eporediese (356-1357), in Eporediensia, Pinerolo 1900, p. 131, n. 1; R. Corso, Von Geschlechtsleben in Kalabrien, in Anthropophyteia, 8 (1911), p. 148 sg.; G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, I, Sulmona 1924, p. 251 sgg.; G. M. Monti, Il dominio universale feudale e l’«jus cunnatici» in terra d’ Otranto, in Annali del Seminario giuridico-economico dell’Università di Bari, Bari 1927, parte 2a, p. 14 sgg.
la primavera è finita, siamo in estate. allora si va a spasso!
FELICE E BUONA PASSEGGIATA. ALMENO LI' SENZA CAINANO!
non sia mai detto che arrivino da noi pulciosi cani stranieri, le razze canine han da essere padane, parola di Gentilini! (ma qualcuno vuol far il DNA del vicesindaco.sindaco, fosse mai che qualche antenata avesse tralignato in passato, lei fortunata di esser morta prima).
TREVISO
Tolleranza zero, difesa dei diritti degli italiani, salvaguardia delle tradizioni locali. Non sono temi nuovi, quelli sul tavolo del prosindaco di Treviso, il leghista Gentilini. Solo, questa volta, la crociata è a difesa dei cani. Italiani, certo.
«Non vogliamo razze straniere - ha detto il vicesindaco- oggi chiedo un salto di qualità: avere come amico dell’uomo i cani e le razze che avevano i nostri progenitori. Vogliamo quegli amici dell’uomo che accompagnavano i nostri agricoltori e rispettavano l’economia floreale».
La notizia, riportata dalla "Tribuna" di Treviso ha suscitato la reazione di allevatori e veterinari. Ha detto Fabio Fattori: «I cani sono sempre incroci di razze che vengono da diverse aree geografiche. È difficile trovare una razza italiana di cane, figuriamoci una veneta o addirittura trevigiana». Anche l'allevatore Guido Pontello smentisce l'esistenza di "padani a quattro zampe". «Al massimo l’unica connotazione possibile è nazionale, vedi il setter inglese o il bracco italiano. Più specifici non si può andare».
Il Gentilini dev'essere uno di città, nei miei lontani anni di nascita contadina ho conosciuto cani di tutte le razze e, di solito, concentrate in un unico esemplare chiamato "can da pagliaio", poi c'eran i cani da caccia, spesso meticci anche quelli per unire il gusto della penna a quello del pelo, secondo sapienza di cacciatori contadini.
Magari il Gentilini farà il controllo anche di quel che mangia evitando prodotti estranei, tipo avocado o simili, pensate sol che gli venga il pensiero di ospitare all'interno un DNA di merda, in parte non padana!
non entro nel merito, materia troppo delicata per parlarne solo da informazioni di rimbalzo, certo la ragazzina, anzi la donna, è decisa e tenace, ma, consentitelo, anche i genitori dimostrano, alla fine, di assumersi responsabilità quasi certamente non loro.
PORDENONE - Sono tornati sui loro passi i genitori della quindicenne incinta che a Pordenone, si era rivolta all'avvocato per scongiurare l'eventualità di dover abortire. "L'esposizione mediatica della vicenda - ha detto l'avvocato dei genitori - ha convinto la coppia a cambiare idea. Ordinare alla figlia di abortire, sarebbe stata una scelta eccessivamente severa. Visto come sono andate le cose, i genitori della ragazza si sono detti disponibili a tenere il bambino e ad accogliere la figlia di nuovo a casa".
E' stato il clamore della notizia rimbalzata sui giornali e nei telegiornali, a far tornare sui loro passi i genitori della minorenne. Erano convinti che a 15 anni o poco più, un secondo figlio da un 21enne albanese non era una scelta giusta.
Prima di questa gravidanza, due anni fa, la ragazzina aveva dato alla luce un altro bambino, figlio dello stesso amore per il giovane extracomunitario, che però era stato dato subito in adozione.
Questa volta i genitori sembravano convinti che il bambino non dovesse nascere, che la soluzione migliore fosse l'aborto. La figlia però era contraria e per difendere la sua decisione, si era rivolta ad un avvocato: "Voglio questo figlio. Non saprei sopportare il dolore di un altro allontanamento, né di un aborto".
Quando l'avvocato si era già rivolto al giudice tutelare, la questione è diventata di dominio pubblico e il rumore che aveva provocato sui giornali ha indotto i genitori a cambiare idea. "Dopo due anni di silenzio e di indifferenza - ha spiegato Laura Ferretti, l'avvocato dei genitori - le due parti contrapposte si sono scontrate aspramente, facendo emergere tutte le diffidenze e i pregiudizi reciproci. Alla fine di questa discussione, i genitori si sono detti disponibili a tenere il bambino e ad accogliere sia il bambino sia la figlia nella loro abitazione. Una volta tanto, l'intervento mediatico è stato risolutivo". Nel frattempo, il giovane neopapà si è trovato un lavoro e anche la futura suocera si è detta pronta a contribuire alla crescita del nipotino.
Spero solo che il comportamento dei due neo genitori nasca da un reale sentimento e non da arroganza nello scaricare le proprie illusioni e difficoltà sugli altri.
Giustamente se si ha la volontà di donare una vita si ha anche l dovere di accettare di assumersene tutte le responsabilità successive.
Un figlio non è uno spot e nemmeno un giocattolo!