vatti a pensare che di lì passi il marito.
Gela, la donna si incontrava con l'amante in un bar chiuso
Ha lasciato fuori lo yorkshire che ha visto passare il suo padrone e gli ha fatto le feste
e sindaci comprensivi!
Disney ne avrebbe fatto il sequel di "Lilli e il vagabondo", ma anche nella realtà la storia di Peggy e di Nerino ha avuto un lieto fine: i sindaci di due comuni, infatti, si sono messi d'accordo per permettere al meticcio Nerino, cane di quartiere e di stanza a Sarzana, di andare a trovare la sua bella Peggy, una cagnetta che abita nell'adiacente paesino di Ortonovo.
Durante i suoi incontri d'amore, Nerino-Romeo rischiava ogni volta di essere accalappiato e rinchiuso come randagio, ma l'intervento di Antonietta Zarrelli, responsabile dell' ufficio provinciale tutela animali, ha smosso le acque: «non possiamo separare queste due creature, che la stessa legge europea riconosce come senzienti. Nerino ha sofferto molto e ora ha una bella amicizia. Perché disturbarlo o addirittura recluderlo in un canile solo perché sconfina?». Così Montecchi e Capuleti, ovvero il sindaco di Ortonovo, Francesco Pietrini, e quello di Sarzana, Massimo Caleo, hanno stretto un accordo.
Dopo i maltrattamenti subiti dal primo e pessimo padrone, Nerino - che è stato adottato dalle donne della fattoria di Marinella come “cane di quartiere”, secondo la legge regionale 23 - otterrà così un salvacondotto per Ortonovo, smettere di essere "clandestino" in trasferta passionale e potrà assaporare finalmente anche le dolcezze dell'amore canino...
E poi chi l'avrebbe detto che in terre liguri di montagna albergassero spiriti così umani, specie in territori in cui il rosso va stingendo.
presuntuosi, fanatici, repressori e repressi, di tutto e di più. Se appena si organizzano e imparano a leggere escrivere, tutte, manco come fuchi serviremo. Tanto più che per come pagano i ricercatori, nel mondo non solo in Italia, solo le femmine scelgono di lavorarci. I maschi, noi, tutti a dirigere, produrre e vendere... quel che loro trovano.
Scoperta rivoluzionaria del Northeast England Stem Cell Institute e dell’ateneo di Newcastle in Gran Bretagna. Per la prima volta al mondo, scrivono gli studiosi capitanati da Karim Nayernia sulla rivista Stem Cells and Development, è stato creato in laboratorio sperma umano, partendo da cellule staminali embrionali.
La ricerca britannica potrebbe rivoluzionare il campo delle cure per contrastare la sterilità. Nell’arco di appena una decina d’anni, stimano infatti i ricercatori, potrebbe essere utilizzata comunemente tra le terapie disponibili per veder spuntare la cicogna. E non è tutto.
Gli studiosi - a capo di una ricerca che sta già rimbalzando sulle testate online dell’intero pianeta - non escludono che un giorno potrebbero arrivare a creare sperma in laboratorio partendo da staminali femminili. Una possibilità che aprirebbe scenari senza precedenti, con il gentil sesso in grado di riprodursi da sè senza l’immancabile, per lo meno al momento, contributo maschile, con tutti gli inevitabili risvolti etici del caso.
Gli scienziati sono partiti da staminali derivate da embrioni donati in seguito a trattamenti di fecondazione assistita. Le cellule sono state conservate in contenitori saturi di azoto liquido, quindi portate a temperatura corporea e miscelate con un ’intrugliò chimico per incoraggiarne la crescita. Le staminali erano contrassegnate da un marcatore genetico che ha permesso ai ricercatori di individuare e separare le cosiddette germinali, ovvero quelle cellule che, durante le prime settimane di sviluppo dell’embrione, si differenziano fino a formare spermatozoi oppure oociti. Le cellule XY (maschili) sono state sottoposte, a questo punto, al processo di ’meiosì, meccanismo della riproduzione sessuale. Per arrivare alla creazione e allo sviluppo dello sperma ci sono volute dalle quattro alle sei settimane. Gli spermatozoi creati in laboratorio non sono perfetti, ammette lo stesso Nayernia, ma hanno tutte le qualità fondamentali per il processo riproduttivo. I ricercatori hanno prodotto un video per documentare la ricerca.
(8.3.3) Trieste. Chimica. Niiito!!! mi aiuti?
Eccolo qui lo strumento di tortura fondamentale.
Qualche anno dopo nell'aula principe dell'Istituto Ciamician a chimica pura, Bologna, osservavo il fondamento della scienza positiva della seconda metà dell'800. Era una scritta che campeggiava e prendeva tutto il fronte e la leggevo mentre il prof Bonino, uno degli ultimi accademici vecchio allora viventi, oltre che già Accademico d'Italia, faceva lezione di ricordi.
Continuavo a guardare la scritta e intanto il prof. Bonino per farci capire che la chimica era giovane, tanto giovane, mostrava delle foto, quelle che sanno di vecchio di antico. Eppure nelle foto assieme ai grandi progenitori c'era anche lui, giovane ragazzo spazzola insieme a quei nomi che con strumenti semplici, intuizioni, ore di laboratorio, errori, litigi, discussioni, in poco più di un secolo dall'alchimia, dalla magia, dal sortilegio proprio di tanti sacerdoti di antiche e moderne religioni erano passati a classificare, descrivere e infine prevedere.
OMNIA IN NUMERO MENSURA ET PONDERE. Tutto può essere descritto da un numero, una misura, un peso. C'è tutto il senso, il gusto, il piacere sensuale della materia, quella cosa apparentemente informe, spigolosa, sporca, immobile ma dentro piena di vita, di vibrazioni, di così, atomi elettroni nuclei e magari ioni e così uguale e varia e, sia pure in tempi non sempre umanamente mensurabili, eccola lì che si trasforma, magari solo nella forma cristallina. E non ha bisogno di anima, di dii, gli basta energia, magari anche poco anche solo quella del sole, così ricco di radiazioni da quelle più lunghe dalle parti dell'infrarosso a quelle che via via aumentano di energia dalle parti del violetto, dell'ultravioletto. Quegli UVA o UVB sollazzo e fonte di preoccupazioni e di guadagni nell'estate del corpo che vorrebbe ubriacarsi di luce, di sole, di follia, di energia.
E noi eccoci lì a litigare con quei due bracci, che poi costituivano una unica struttura che al centro poggia con un cuneo di pietra dura su un piano levigatissimo, anche lui di pietra dura, così se starnuti o soffia dell'aria ecco che imprimi una oscillazione scomoda, quando non disastrosa.
In fondo il principio è semplice perchè è solo una bilancia a due piatti, su uno metti quello di cui non conosci il peso, pardon! la massa, e sull'altro via via dei pesi (delle masse!) fin quasi all'equilibrio.
Ma come si vede l'equilibrio? guardando le oscillazioni, perchè al centro a partire dai bracci scende un'asta che gioca su una serie di tacche, destra, sinistra, destra, sinistra, destra... Niiitoo... va bene così?
L'avrei strangolata quella mia compagna di corso e anche di banco, io ero lì che litigavo con me stesso per decidere dove mettere il "cavaliere", un pezzettino di filo di platino che si mette a cavalcioni del trave superiore per dare l'ultimo tocco, quello del milligrammo o, con una bilancia più sensibile, del decimo di milligrammo, il top dei top, la quarta decimale.
Ma questo l'anno dopo, adesso si fa solo qualitativa, l'anno dopo quantitativa e adesso basta anche la bilancia "tecnica", seconda decimale dopo il grammo.
Ma torniamo a LEI! Quel va bene così? era il preludio quasi sempre di un crollo di tutto il sistema e allora riprendi in mano i piatti, sistema i coltelli, ricordati di rispettare quello che è a destra, deve essere a destra, altrimenti la taratura finale di chi l'ha costruita va a farsi benedire. E poi, quella lì, era il contrario di tutto, nè rossa nè bionda, nè alta nè bassa, nè grassa nè magra ed era anche la prima volta che stavo gomito a gomito con quella roba lì, una femmina, specie umana che non avevo mai frequentato così da vicino.
Non ne aveva nessuna colpa, poverina.
Ero io che tentavo di educare le mani, gli occhi, la testa per non perdere un gesto, un effetto, un cambiamento: finalmento cominciavo ad imparare come modificare il mondo.
Nessuno mi doveva distrarre!
(8.3.2) Trieste. Chimica. anno primo. ci si mette il camice.

Eccola qui, l'Università di Trieste o almeno la sua sede centrale perchè negli anni si è ampliata. Allora, fra le tante facoltà non ancora esistenti, mancava ad esempio medicina.
Salendo per Fabio Severo, quando la strada si allarga e pare quasi di uscire e correre verso il Carso e già si intravvede la spaccatura viva di Cava Facannoni, ecco apparire sulla sinistra questo blocco di pietra d'Istria
A me pareva presa pari pari da un fumetto dei miei tempi, quello dell'uomo mascherato, un personaggio che indossava perennemente una calzamaglia (se a colori di un rossastro scuro), una mascherina nera sugli occhi e un solenne trono di forma simile, ovviamente non così enorme, e sulle ali laterali due teschi. Immaginatevi l'impressione nel salire quella scalinata che era praticamente sempre deserta.
Di spazio ce n'era, non eravamo in molti. Chimica era compresa nella facoltà di scienze, corso di laurea in..., quella che a Bologna conobbi come Chimica pura per distinguerla da Chimica Industriale dove andai due anni dopo. Le matricole di Chimica: non eravamo più di venti, c'erano anche un po' di ragazze ma, soprattutto, c'eravamo noi e le novità del cambio in corso sulla organizzazione del biennio, biennio che cominciava a differenziarsi un po' a seconda degli indirizzi.
Non eravamo ancora alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, quel fenomeno che non molti anni dopo servì a duplicare e replicare anche più volte lo stesso insegnamento così che a fianco del nome seguiva l'indicazione in numero romano. In questo modo si riusciva a dare quasi uno stipendio decente, mandandolo in cattedra, a molti dei non più giovanissimi ricercatori, assistenti, liberi docenti.
Cosa particolarmente sentita in quelle facoltà, come appunto chimica, e anche fisica, che non potevano certo fare ricerca nel salotto di casa, o nell'ufficio presso la casa editrice, o nello studio legale o amministrativo o nella clinica privata o di progettazione. Da segnalare poi come in molte facoltà cosiddette umanistiche la cattedra arrivava anche prima dei 30 anni, nelle facoltà scientifiche si pena e si suda anche oltre i 40, pur in presenza di meriti internazionali che nelle facoltà nominate prima col cavolo.
Quello che per gran parte dei docenti universitari era un bell'ornamento sulla carta intestata o sul biglietto da visita o sul portone di casa, per i prof delle facoltà di questo tipo (scientifico) era lacrime e sangue e fonte unica di reddito, specie nelle Università periferiche.
Ma non importavano queste considerazoni allora, c'era da iscriversi e quindi pagare le tasse di iscrizione, vedere con gli occhi il mistero nascosto (il laboratorio) e informarsi sul camice. Già il camice. A Milano era Blù scuro, non so perchè, forse perchè le inevitabili macchie e i buchi da cido si notano meno o perchè il blù, quel blù, non è poi così lontano dal colore delle tute e il chimico, in Lombardia, è uno da reparto da produzione.
A Trieste il camice era bianco, come in molte altre università, il chimico è uno da laboratorio, lontano dal mondo della produzione diretta, più da sussidiario del medico, più da laboratorio delle dogane, della camera di commercio a far analisi su richiesta di altri. Non un fattore di iniziativa, ma di ausilio. Una condanna a cui molti chimici si sono ben volentieri rassegnati, anche perchè l'insegnamento ricevuto era soprattutto questo.
Ma anche di questo se ne sono accorti piuttosto dopo i lavativi e i rompicoglioni, forse invidiosi del prodotto di altre facoltà, come gli INGEGNERI, a cui il destino affidava tutte le direzioni di vertice nel mondo della produzione, anche chimica.
Fu allora che io mi resi conto che mia madre mi aveva indirizzato al liceo scientifico perchè così non avrei potuto fare LEGGE e non avrei potuto entrare in politica. Nonostante il feroce anticomunismo e la nostalgia per il fascismo, mia madre non vedeva di buon occhio l'attività politica e ciò nonostante seguiva i giornali radio, teneva un diario costellato di copie di manifestini delle varie tornate elettorali e sosteneva le proprie idee con le sue amiche e le imponeva a mio padre, senza deroghe.
Allora, ancora per un po', alcune facoltà erano riserva per chi veniva dal classico e, francamente, non me ne poteva fregar di meno, specie dopo aver visto il LABORATORIO. Ci avrei passato cinque pomeriggi alla settimana, dal lunedì al venerdì, dalle 14.30 alle 19.30, dal 15 novembre fino al 15 maggio. Avrei avuto la mia postazione, con relativo armadietto, con un reagentario personale, la "mia" dotazione di bevute, becker, imbuti, matracci, refrigeranti, scarabattole per le provette, cartine indicatrici. Che bello avrei potuto fare in concreto delle cose!
Non è che nel resto della giornata, al mattino, ci si grattasse, tutt'altro. Non meno di 4 ore di lezione, quelle di 60 minuti, a parte qualche piccolo quarto d'ora accademico specie per i corsi fondamentali. Alcune materie, anzi, scusate, insegnamenti erano riservate a neo nominati, Trieste era, a seconda delle facoltà, nella sfera di potere di altre grosse Università. Chimica, ad esempio, era riserva di caccia di Roma e i neonominati Prof. continuavano il loro lavoro là da dove provenivano ma venivano da noi a fare lezione. Roma-Trieste quasi otto ore di treno, fatte spesso dal neo-prof di notte per pesare meno sul bilancio personale per le tre ore settimanali di lezione, talvolta condensate in due giorni consecutivi (e quindi una sola notte a dormire fuori).
Ma c'era anche un altro acquisto importante, oggi quasi una curiosità da antiquariato librario:
KUSTER FW, Logaritmi e tabelle per chimici, farmacisti, medici e fisici. Elaborate secondo lo stato attuale delle ricerche da A.Thiel, 1931, € 23,00 ...
Già, in quel libretto di non troppo spessore, tutto tabelle, elenchi di formule, pesi atomici e pesi molecolari c'era tutto lo scibile necessario al lavoro del chimico, a cominciare dalla copertina, anzi no, la pagina 3: è un errore operare in modo poco preciso se richiesto, ma è anche un errore operare in modo troppo preciso quando non è necessario. Da qualche parte deve esserci ancora, sopravissuto a traslochi, versamenti vari di acidi e basi, con la sua copertina di cartone telato rosso. O era giallo? Naturalmente una ristampa un po' più recente, ma andava bene anche quella. Nel 1931 o nel 2006 pesi atomici e molecolari ai fini concreti immediati non sono poi così cambiati, magari i logaritmi non servono più, adesso c'è il computer e l'inevitabile meccanicità del calcolo. Appunto.
E' il primo vero messaggio, attento giovanotto farai tante misure, ti verrà richiesta accuratezza, precisione ma tocca a te decidere come fare la misura, con che strumento. Se pesi 100 grammi di spaghetti, non ti occorre una bilancia che senta la quarta, o anche solo la prima, decimale dopo il grammo. Se però devi determinare qualcosa con la precisione dello 1 su mille e il tuo campione disponibile è al massimo 0.1 grammi, allora cercati una bilancia che senta almeno quattro decimali, dopo il grammo.
E fu proprio il primo esempio di lavoro, dopo il primo mese di assemblaggi in laboratorio, imparare a pesare. Durò quasi 2 (due) settimane e ne parleremo la prossima volta.
c'è un asterisco di Sylvie Coyaud, su La Repubblica dell Donne, che permette di cogliere due specifici aspetti di mala società e che alla fine son solo due aspetti diversi della stessa arroganza di chi ritiene di gestire il mondo secondo i loro piccoli interessi.
Mi tocca dare un altro dispiacere ai commissari della Università di Messina che ai concorsi hanno bocciato Federica Migliardo, avendo appurato che:
a) è un'incapace
b) le sue pubblicazioni sono scadenti
c) le sue collaborazioni con laboratori europei sono un complotto per sceditare il loro illustre ateneo
d) i premi che colleziona da quando s'è laureata sono un'offesa alla reputazione di acclarat integrità e competenza dei commissari medesimi.
Duole riferire che l'incapace era a Parigi ieri, e riceveva il premio Unesco-L'Oréal per giovani ricercatrici eccellenti da una giurìa internazionale di scienziati ovviamente privi di integrità e competenza.
Ed è inevitabile che qualcuna sia penalizzata due volte, perchè femmina e perchè senza spalle coperte da qualche "autorità".

è dell'anno scorso, magari sarà un po' cresciuto...
Ci sono articoli che si commentano da soli e che vale la pena di leggere in prima persona. Anche perchè, almeno io, ne ho le "tasche" piene di politica che è peggio della peggior telenovela.
Affascinanti, slanciati,occhiali scuri e abbigliamento sportivo, sembrano usciti vincitori da un opportuno patteggiamento col diavolo, Nicolas Sarkozy e Carla Bruni, nella fotografia che occupa la prima pagina di Le Journal de Dimanche. Lei, a quarant’anni, sembra una ragazza e lui, a cinquantaquattro, un quarantenne di quelli eterni, appena appena appannati di grigio, uno di quelli che riescono a dimostrare quarant’anni fino a un passo dalla sepoltura. Al modello «forever young» mancava un bambino (il drappello di ventenni biondi generosamente offerti da Cecilia e il ragazzino prodotto insieme, seppur anch’essi avvenenti, non bastavano) ed ecco che Carla fornisce il piccolo Aurelien, e Nicolas, nella foto, se lo carica sulle spalle, con le mani gli tiene i piedini, forte come un toro, dolce come si portano i patrigni nelle favole moderne.
Mezza Francia è deliziata dall’immagine del Presidente con la fidanzata. L’altra metà è scandalizzata dalla rapidità con cui si è consolato della perdita della precedente Madame Sarkò.
E magari è scandalizzata anche dalla fama di mangiatrice di uomini che accompagna la futura Madame Sarko. Tutte e due le metà dei francesi sono unite nell’inevitabile invidia: sono, i due promessi sposi, l’incarnazione del modello eterosessuale dominante. Il più ovvio. Quello cui tutti, sapendolo o inconsciamente, non possiamo fare a meno di aspirare. Lei è bella, piena di grazia, canta come un angelo ed è famosa quanto basta perché tutti sappiano che è bella e piena di grazia. Lui è forte, determinato, ricco e potente. Un uomo di successo. La fiaba è una sorta di sequel di Cenerentola: anche se la nostra bella non è mai stata povera, neanche da bambina, il più piazzato è certamente lui. Una ex-mannequin neo-chanteuse conta, comunque, meno di un Presidente. Quindi lo schema del sogno eterosessuale è rispettato: lei conferisce valore a lui nella misura in cui accende il desiderio degli altri uomini. Lui premia il valore di lei, mettendole a disposizione il suo regno. Si sposeranno, pare, a febbraio. La mamma di lei benedice le nozze dalle pagine di quotidiani e settimanali, le vacanze e i weekend dimostrano che l’uomo di potere non trascura le gioie private.
Tutto perfetto. Auguri e figli maschi... Sì, proprio figli maschi, perché nascere maschi, ancora oggi, anche qui in occidente, continua ad essere una bella botta di fortuna. Provate per un attimo a immaginare, sempre restando in tema di presidenti francesi, che Sarko avesse perso le elezioni e le avesse vinte, invece, Ségolène Royal, anche lei di bell’aspetto, anche lei cinquantenne, anche lei madre, anche lei non proprio perfettamente felice col marito. Ci siete? La vedete passeggiare da padrona per i saloni dell’Eliseo? Bene. Ora immaginate che Francois Holland, scocciato dall’idea di fare il «first lady», abbia deciso di divorziare due giorni dopo il trionfo della moglie. Verosimile no? Agli uomini le posizioni vicarie sembrano, in genere, piuttosto imbarazzanti (perfino quando hanno parecchio da farsi perdonare come Bill Clinton), non hanno la libidine dell’accompagno. Quindi: immaginate Ségolène neopresidente e neodivorziata, un po’ triste, un po’ smarrita e immaginate che, con sospetta rapidità, un grandissimo pubblicitario amico suo (magari lo stesso, Jacques Séguela, che ha fatto la campagna elettorale di Mitterand e ha fatto incontrare Carla Bruni a Sarko), le abbia appena presentato un bellissimo esemplare della nostra razza, un italiano di fascino, chennesò... Kim Rossi Stuart... Raul Bova... immaginate che Ségolène lo corteggi e lui si lasci corteggiare. Li vedete? Lei è più vecchia, ma è una bella donna. Lui la ammira. Insieme sono una bella coppia.
Eppure... eppure, la fotografia di loro due, Ségolène e Kim, Segolene e Raul, non piace. Lei non è invidiata, perché la bellezza di lui, a lei, non conferisce valore. Lui non è invidiato, perché il potere di lei annulla il suo, e lui è maschio, e i maschi devono essere più potenti delle donne. Di lei si direbbe: se l’è comprato, guarda lì, che schifo, una donna di cinquant’anni che si piglia su un bell’ometto. Di lui si direbbe: ma che uomo è? Vuole vivere all’ombra di una donna Presidente della Repubblica. Ma ce l’ha una dignità? Ma ce l’ha le palle?
Esagero? No, siate onesti, ho ragione. L’uomo «con le palle» è quello che acchiappa Carla Bruni, non quello che acchiappa la prima donna Presidente della Repubblica, anche se un o una Presidente della Repubblica conta più di una/un cantante, di una/un fotomodello, di un attore o di un attrice. Del resto, basta la recente polemica sulle rughe della povera Hillary Clinton a dare la misura di quanto, per le donne, qualunque sia il risultato delle loro ambizioni, sia cambiato, a livello profondo, ben poco. L’immaginario collettivo vuole il Principe Maschio e Cenerentola Femmina. L’«ordinary people» continua a considerare un uomo che ha molte donne, invidiabile. Una donna che ha molti uomini un po’ puttana. E ciò che rende l’uomo più forte anche in amore, il potere, alle donne continua a costare caro. Ségolène non c’è l’ha fatta, per quanto ci sia andata vicino. Hillary, se ce la farà, dovrà tenersi ben stretto il marito, si innamorasse chennesò... di Brad Pitt, il poveretto verrebbe retrocesso a «stagista» nonostante la carriera hollywoodiana.
È un fatto: il potere, per noi donne, non è eroticamente utile. Sarà per questo che, in fondo, continua ad essere piuttosto limitato il numero di quelle che provano a conquistarlo?
PS: però almeno Sarkosy non è il nostro EX!