quando i nonni accudiscono i piccoli nipoti migliorano le loro qualità cerebrali, in parole normali: il cervello riattiva funzioni "giovani", non giovanili.
CARI FIGLIOLI, PERO', NON APPROFITTATEVENE!
Il cambiamento di funzioni nell'alveare, con il ritorno ad attività che normalmente sono attribuite agli individui più giovani, aiuta a migliorarne le capacità di apprendimento.
Il cambiamento di ruolo sociale aiuta a conservare e migliorare le capacità di apprendimento delle api anziane: a scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori del Politecnico di Berlino, che ha presentato i risultati di uno studio in proposito al convegno della Society of Experimental Biology in corso a Glasgow.
Nel quadro di una ricerca sui processi di invecchiamento del cervello, i biologi diretti da Ricarda Scheiner avevano deciso di prendere come modello sperimentale le api, che vivono in un ambiente socialmente molto strutturato, per esaminare l'eventuale incidenza della divisione del lavoro fra di esse su tali processi.
Le api più anziane di una colonia sono molto spesso destinate a svolgere la funzione di bottinatrici, un compito che richiede un notevole sforzo energetico. I ricercatori hanno appurato che all'aumentare della durata del periodo trascorso in questa funzione, la capacità di apprendimento associativo delle api subiva un declino, mentre, d'altra parte, nulla di simile si riscontrava nelle api che passavano il tempo a svolgere compiti di nursery all'interno dell'alveare, anche quando la loro età era confrontabile con quella delle bottinatrici.
A questo punto i ricercatori hanno artificialmente forzato un sottogruppo di bottinatrici a tornare a occuparsi di compiti di nursery, scoprendo, con loro stessa sorpresa, che effettivamente tale cambiamento di ruolo sociale produceva un miglioramento delle capacità di apprendimento, il che dimostra una notevole plasticità dei circuiti neuronali di questi insetti.
"Le api sono un grande modello - ha commentato la Scheiner - non solo perché da esse possiamo apprendere molto sull'organizzazione sociale, ma anche perché ci permette di far tornare a uno stadio cerebrale 'più giovane' alcuni individui. Se rimuoviamo dall'alveare tutte quelle che si dedicano alla nursery, alcune bottinatrici torneranno a questi comportamenti e i loro cervelli 'ringiovaniscono' ".
"Ora - ha concluso la Scheiner - speriamo di riuscire a studiare i meccanismi responsabili di questi effetti dipendenti dall'età, come quelli dei danni ossidativi, e anche nuove strade per combatterli." (gg)
Se poi parliamo di ambito lavorativo specie nel settore non direttamente manuale, che richiede cioè un discreto ed adeguato corredo fisico, più che largo ai giovani sembrerbbe quasi meglio riinviare i "vecchi" a tirare la carretta. Cosìnon impoltroniscono e riorganizzano il loro cervello.
Se poi non dovesse succedere, i "vecchi" così distaccati comprenderebbero che mentre loro continuavano a dirigere e pretendere allo stesso modo, se non di più, i reparti avevano cambiato moltissimo (negli ultimi 45/50). E quindi darsi una mossa.
non mi stancherò mai di ricorrere ad esempi apparentemente banali. Questo è un altro di quegli esempi, in particolare alla fine, là dove si parla degli esperimenti di una "ragazzina", semplici come tutti gli esperimenti solo che si abbia voglia di sapere se c'è una risposta.
NON sarà una memoria da elefanti, ma sicuramente non dura pochi secondi. E' una ricerca di un'università israeliana a sfatare la credenza popolare secondo la quale la memoria dei pesci duri solo una manciata di secondi. Gli scienziati dell'Institute of Technology Technion, di Haifa, hanno, infatti, dimostrato, con un semplice esperimento, che questa può arrivare sino a cinque mesi. Una ricerca che offre anche importanti prospettive relative ad una nuova modalità di allevamento per questo genere di vertebrati.
I ricercatori israeliani hanno preso un gruppo di pesci e li hanno allenati, all'interno della loro struttura, ad associare uno specifico suono al momento in cui ricevono il mangime. Dopo circa un mese di training, li hanno rilasciati in mare aperto. Passati altri quattro mesi, agli stessi pesci è stato fatto risentire il suono associato al cibo: con grande stupore degli scienziati, tutti gli esemplari hanno fatto ritorno nel punto in cui avrebbero ricevuto il loro mangime. Un risultato importante, viene fatto notare dall'università, che potrebbe aprire nuovi orizzonti nell'allevamento ittico praticato nelle zone costiere. Oggi, infatti, si usano spesso delle gabbie, posizionate sott'acqua. "Un metodo diffuso in gran parte del mondo - spiega l'università - anche se è dispendioso, sia per quanto riguarda l'acquisto delle stesse gabbie, che per il costo del lavoro delle persone che le devono monitorare, e, soprattutto, devono dar da mangiare agli animali. Un metodo controverso dal punto di vista dell'inquinamento generato dai pesci, sotto forma di azoto".
Così controverso che in alcune zone costiere questo genere di allevamento è vietato. "Lo scopo della nostra ricerca era quello di offrire una valida alternativa alle gabbie: far crescere i pesci in mare aperto, senza danneggiare l'ambiente e, soprattutto, in modo da non far fuggire questi animali". Adesso, infatti, basterà allenare i pesci a riconoscere un determinato suono, per poi farli tornare indietro, quando saranno pronti per essere catturati e immessi sul mercato per la vendita. "Tra l'altro questo metodo è molto più economico - dicono i ricercatori, Boaz Zion, Ilan Karplus e Assaf Barki - perché il nutrimento viene reperito in maniera naturale dai pesci stessi".
Già lo scorso anno, una studentessa australiana di 15 anni, Rory Stokes, aveva condotto un esperimento, che aveva permesso di dimostrare che la memoria dei pesci rossi durava fino ad una settimana. La ragazza aveva acceso ogni giorno un piccolo faro lampeggiante nella vaschetta, e subito dopo aveva sparso il mangime attorno al faro. Misurando il tempo che i pesciolini impiegavano a raggiungere il cibo, Rory si era accorta che i suoi animali avevano imparato ad associare la luce alla presenza di cibo, e presto il tempo impiegato per arrivare al faro era passato da un minuto a pochi secondi. Successivamente, la ragazza aveva rimosso per sei giorni il faro dalla vaschetta; quando, il settimo giorno, lo aveva riposizionato al suo interno e lo aveva riacceso, i pesci rossi non avevano esitato a nuotare in quella direzione e a raggiungere la "fonte di cibo".
FACILE, VERO? dopo, lo è sempre!
copio e incollo da La Stampa di Lucia Annunziata. Va letta l'ultima frase per ultima.
Immaginate come luogo una delle nostre molte località di montagna. In questo caso sono le discese di Mont'Elmo, alta Val Pusteria al confine con l'Austria, posto quieto di famiglie. Non ci sono qui mondanità ed esibizioni, ma, come si dice, anche qui arrivano i tempi moderni, anche qui, secondo quel birignao della modernità che vuole sempre che tutto sia peggio di prima, le vacanze non sono più quelle di una volta. Le piste soprattutto. Affollate di ragazzini, di pirati delle discese, di dilettanti allo sbaraglio. Quella montagna che una volta era il momento della intimità è diventata solo un altro momento della folla corsa con cui misuriamo la nostra vita su e contro quella degli altri.
Non è difficile, per pura deformazione professionale, ripassarsi in mente tutti questi pensieri mentre, in fila davanti all'autobus che ci riporta dal fondo delle piste nei vari paesini, ci sorbiamo ognuno la regolare dose di spinte per salire. Sci che si ficcano nei polpacci, gomiti che allargano gli spazi di passaggio, qualche ginocchiata ben diretta sono il pane quotidiano di chi vuole frequentare il servizio pubblico che raccorda le varie piste. Specie mentre fa buio il 24 dicembre, e tutti corrono a prepararsi.
Nella calca di ragazzetti dal gomito facile si distingue uno, con una fiammante tuta rossa, casco e scarponi ancora allacciati, che si fa largo con la sua decina d'anni a colpi di spintoni, brandendo alto un piccolo abete. Prende la rincorsa fra tutti, riesce grazie alla foga a salire per secondo e mentre tutti lo riempiono di improperi, conquista il posto su cui aveva messo gli occhi: la prima fila, dove si infila, mettendo al sicuro, tra sé e il finestrino, l'abetino - un alberello spezzato a mano alla radice, con poche file di rami radi, storto alla cima, così brutto che l'occupazione di un posto intero per salvaguardarlo appare una vera provocazione a chi è rimasto in piedi. Teppisti moderni.
Alle dieci di sera, al suono delle campane, l'intera San Candido è chiamata alla messa nella austera chiesa medievale che segna il centro della cittadina. Le pareti spesse, il campanile quadrato, e il cimitero che lo circonda danno a questo centro uno speciale silenzio in cui si entra con la massima concentrazione.
Ogni volta che si apre, la massiccia porta lascia passare il suono del coro in tedesco che ci accompagnerà fino a mezzanotte, e un fascio di luce. La luce illumina la neve e le tombe che in tante file, guardate da semplici croci di ferro, girano intorno alle mura della chiesa. E' il cimitero di questa comunità fin dal medioevo, dove i defunti di oggi si distinguono solo per i lumini accesi dai più antichi ormai senza nome.
Due file più in là dell'entrata, su una di queste semplici tombe qualcuno ha deposto un alberello. Così brutto che non è possibile che ce ne siano due uguali.
Mi avvicino, ed effettivamente non potrebbero mai essercene due di abeti così. E' lo stesso, basso, con i suoi radi rami, storto alla cima che ho visto in mano al teppistello in bus poche ore prima. E' ora davanti a questa croce, messo su con un po' di foga, formando una piccola montagnola di neve per fermarlo. Mi avvicino ancora.
L'albero adorna una croce su cui, in un ovale di ferro, c'è la foto di una vecchia signora, con i capelli raccolti in una crocchia. Ha un lungo nome in italiano e in tedesco, e una data di morte: 2005. Ma per suo nipote è ancora Natale con lei.
Non so se sono più commossa o più pentita delle mie generalizzazioni sui ragazzini.
senza che debbano per questo rinunciare alla loro visione del mondo, quello umano e quell'altro, quello del dopo.
34740. CREMONA-ADISTA. “Il pensiero di un credente controcorrente”: così, nell’edizione del 20 novembre scorso, il settimanale diocesano di Cremona, la Vita Cattolica, presenta la lettera di Marco Ruggeri, cremonese impegnato nella Caritas diocesana, che contesta la posizione della Chiesa sul caso di Eluana Englaro ed invita “a non diventare la versione cattolica del partito radicale”.
La lettera, ai cui contenuti il settimanale dedica una intera pagina, è preceduta da una breve introduzione redazionale che precisa come quella di Ruggeri, pur essendo un’opinione espressa a titolo personale, ponga “alcuni interrogativi” che meritano di essere pubblicati “come stimolo per una riflessione in più”, ed è seguita da una lunga ed articolata replica di don Cesare Nisoli, parroco di Pandino e teologo morale.
A completare il servizio sul caso di Eluana – nella pagina a fianco – una lunga cronaca che ne ricostruisce la vicenda e che dà conto della veglia di preghiera personalmente guidata dal vescovo Dante Lanfranconi nel duomo della città. Non mancano nemmeno alcune informazioni circa le iniziative prese contro “l’esecuzione di Eluana” da Comunione e Liberazione e Movimento per la Vita.
Insomma, nessun dubbio sul fatto che Vita Cattolica sposi in toto la linea assunta dalla gerarchia dopo la sentenza della Cassazione. Nonostante ciò, la scelta di dare visibilità ad interventi come quello di Ruggeri, evidenzia la difficoltà dei media ecclesiastici (specie quelli più a contatto con le realtà ecclesiali presenti sul territorio) a mettere la sordina ad un malessere – quello espresso da una parte del mondo cattolico rispetto all’intransigenza mostrata dai vertici della Chiesa cattolica e dai suoi media – che continua ad acuirsi.
“Non so che sviluppo avrà la vicenda di Eluana - scrive Ruggeri nella sua lettera - ma come padre di cinque bambine e come credente vorrei esprimere la mia vicinanza al sig. Englaro e a sua moglie. Non so se le scelte di questo padre siano giuste, ma credo che appartengano ad un ambito in cui nessun uomo in quanto tale è autorizzato a brandire verità, o presunte verità, come clave. E come papà in questo momento non ho proprio voglia di giudicare questo papà, ma solo di abbracciarlo. Spero che i credenti e la Chiesa preghino e digiunino per questa famiglia, ma auspico anche che parrocchie e movimenti non organizzino veglie o incontri che avrebbero più il sapore della manifestazione di partito, piuttosto che un mettersi in ginocchio di fronte ad una tragedia che supera le nostre possibilità di comprenderla in pienezza. Certe iniziative un po’ mi mettono a disagio e certi toni adottati anche da cristiani mi spaventano. Stiamo attenti a non diventare la versione cattolica del partito radicale: il fronte è opposto, ma l’aggressività nello sparare giudizi inappellabili rischia di essere molto simile”. “Non siamo in grado, non sta a noi e questo perché ci mancano troppi elementi per farlo”. “Che almeno la Chiesa eviti di trasformare questo dramma in un campo di battaglia”.
da sempre le religioni monoteiste preferiscono il dio che odia gli uomini e con lui tutto il creato, rispetto al dio che forse li ama. E tutto questo appare decisamente incomprensibile visto che, in fondo secondo loro, tutto il creato è,appunto, opera sua, di Dio.
questa dicotomia è ben presente e di immediato rilievo nel mondo della scienza, specie se parliamo di scienza sperimentale, quella che non si accontenta di elaborazioni più o meno mentali, ma di ogni affermzione cerca nei fatti, negli esperimenti, nei dati reali conforto e conferma. La scienza quindi del dubbio, perchè solo dal dubbio nasce la necessità e la voglia di sapere, di conoscere.
ed è forse questo il timore, perchè se uno comincia a dubitare, se qualcuno vuol conoscere e capire, allora diventa ed è pericoloso e prima o poi vorrà conoscere e capire anche il potere e, sulla base di questa conoscenza, smettere di subire e decidere, quindi, di poter accettare o rifiutare.
guai a costoro, vanno tutti bloccati e distrutti.
PER UN DIO CHE AMA LA SCIENZA: STUDIOSA CATTOLICA DIFENDE LA RICERCA SULLE STAMINALI
34705. ROMA-ADISTA. Ancora non si è insediato alla Casa Bianca – l’investitura ufficiale avverrà il prossimo 20 gennaio – che già il neoeletto presidente Barack Obama ha suscitato le prime polemiche da parte delle gerarchie cattoliche orfane di George W. Bush (presidente uscente tanto impopolare in patria quanto rimpianto in Vaticano per la sensibilità dimostrata sui “temi etici”, fra cui evidentemente non rientrano materie come la guerra).
Le dichiarazioni di John Podesta, direttore della squadra di transizione di Obama, sui primi provvedimenti che il nuovo presidente adotterà – fra cui la revoca del decreto presidenziale che negava finanziamenti federali alla ricerca sulle cellule staminali – hanno infatti provocato forti reazioni.
Tra i primi a intervenire il card. Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, che lo scorso 11 novembre (vedi Adista n. 81/08), durante una conferenza stampa sul tema della “Pastorale nella cura dei bambini malati”, così si è espresso in merito: “Le disposizioni sulle staminali embrionali si devono considerare secondo i progressi della scienza”. “In un primo momento - ha proseguito - si credevano una panacea per tutto e invece gli scienziati dicono ora che le staminali embrionali non servono a nulla e che non hanno mai portato ad una guarigione. Studi recenti danno invece valenza positiva alle cellule adulte o prelevate da cordone ombelicale”.
Sulla questione è intervenuta Elena Cattaneo, direttrice del Laboratorio di ricerca sulle cellule staminali di Milano, con un articolo pubblicato lo scorso 16 novembre sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore: “Sono cristiana e lavoro sulle cellule staminali embrionali che ho a disposizione – ha scritto la Cattaneo - oltre che sulle staminali adulte e su molte altre ricerche che non coinvolgono le staminali. Credo di essere nel giusto quando elaboro ricerche condotte su cellule che ‘embrione non sono’ e, ottenute da blastocisti, ‘che persona non sono’”.
Quanto alla rimozione del divieto alla ricerca ipotizzata dallo staff di Obama, la Cattaneo ha precisato che si tratta di un “divieto che ha sempre fatto largamente sorridere per la sua ipocrisia: non si impediva affatto la ricerca sulle embrionali, bastava che fosse svolta con fondi privati. I quali, per la fortuna dei colleghi americani, sono negli Usa numerosi e provenienti dalle altrettanto numerose donazioni, fondazioni e istituti. Quindi, negli anni della ‘proibizione’, è successo quello che normalmente succede nella ricerca statunitense: tutto è continuato”.
Durissimo è inoltre il giudizio sulle parole del card. Lozano Barragán: “È inevitabile chiedersi come sia possibile dar credito a dichiarazioni così assurde, non verificate e non verificabili. Perché usare l'argomentazione falsamente scientifica, sfruttando una posizione da ‘guida morale’ (e dunque non discutibile) per deformare il piano della discussione, significa interferire improvvidamente in un campo di ‘non competenza’ (intesa come conoscenza scientifica)”. “Questo - ha aggiunto la Cattaneo - in uno stato laico, non può essere civilmente accettabile. Neanche da chi è cattolico. Pensare inoltre di poter far credere di conoscere a priori le idee ancora da sviluppare e l'esito degli esperimenti ancora da svolgere significa pensare di poter far credere di essere investiti della capacità di leggere nel futuro con la sfera di cristallo”.
Al contrario di quanto sostiene il cardinale, le staminali embrionali “sono interessantissime per capire come si formano le cellule specializzate del nostro organismo e come degenerano nelle diverse malattie” e per questo motivo – quantunque non implichino “garanzia di cura nell’uomo” – contribuiscono senza dubbio a muovere un “primo passo”. “Potranno aiutarci a capire e, speriamo”, grazie all’ulteriore sviluppo della ricerca, “a diminuire le sofferenze altrui”.
“Ho anche la speranza - ha scritto la Cattaneo in conclusione del suo articolo - che esista un Dio ben più grande di qualsiasi immaginazione terrena e che non ha bisogno di dogmi per imporsi.
Un Dio che lascia liberi gli uomini e le donne di pensare, sperare, amare, gioire, e credere nei modi, nei tempi e nelle forme più diversi. Persone impegnate con la propria coscienza e la propria diversa tensione etica a contribuire ad accrescere, per chi crede, quel dono ricevuto. Un Dio che magari nutre anche un certo amore per la Scienza. Perché, forse, un Dio che vuole tenerci all'oscuro e nella sofferenza non esiste”.
nella "civilissima" Lombardia, nella benestante Lombardia a volte accadono fenomeni collettivi che coinvolgono persino istituzioni che per loro natura dovrebbero essere ampiamente vaccinate da pregiudizi di razza o di censo.
eppure...
Due bimbi tolti ai genitori per disegni osé. Indagate 3 maestre: falsa testimonianza
MILANO (16 novembr) - Per la vicenda giudiziaria durante la quale furono allontanati per oltre due mesi dalla famiglia due bambini, fratello e sorella, di Basiglio (Milano) - per un disegno osè che qualcuno intese come raffigurante un rapporto sessuale tra i due piccoli - ora sono state iscritte nel registro degli indagati della Procura di Milano, per falsa testimonianza, una dirigente scolastica e due maestre. Tre avvisi di garanzia sono stati infatti notificati nei giorni scorsi, su ordine del pm milanese Marco Ghezzi, alla preside della scuola e a due maestre le cui dichiarazioni avevano contribuito a far sì che, nel marzo dell'anno scorso, il Tribunale dei Minori di Milano decidesse di sottrarre i piccoli alla famiglia e portarli in due diverse strutture protette. E per tutto quel tempo, l'intera comunità di Basiglio ha chiesto il ritorno a casa dei due fratellini e, anche con manifestazioni di piazza, ha preso strenuamente le parti dei genitori.
Era stata la preside, il 14 marzo scorso, a inoltrare una segnalazione con i requisiti di urgenza riguardante il disegno osè trovato alla sorellina in classe ai Servizi sociali del Comune di Basiglio, centro del Milanese noto per avere uno dei redditi pro-capite più alti d'Italia, e che aveva fatto scattare l'iter giudiziario.
La sera stessa, i bambini erano stati prelevati da casa e portati in alloggi protetti perché non avessero contatti con i genitori. Il 15 aprile il Tribunale aveva ratificato la decisione.
«Due giorni dopo l'episodio, la mamma di un'altra alunna si era presentata e aveva detto: quel disegno l'ha fatto mia figlia», racconta ora il legale della famiglia, Antonello Martinez. Nonostante ciò, preside e maestre avevano insistito nelle loro dichiarazioni con la conseguenza che i bambini erano stati restituiti ai genitori dopo oltre due mesi.
Nei giorni scorsi, è anche stata depositata una perizia la quale dimostra che il disegno non è opera della bambina e riconosce ai genitori «competenza genitoriale adeguata». Martinez, comunque, considera tutt'altro che conclusa la vicenda e si aspetta che altre persone siano chiamate a rispondere al pm in seguito alla denuncia presentata nei confronti dei servizi sociali del Comune di Basiglio per «violenza su minori».
PS: suggerisco uno sguardo a questo link, per ricostruire il clima. Particolarmente efficace la lettura di alcuni commenti "locali".
ed ecco pronti a gesti scaramantici e toccamenti di ogni tipo, specie se maschi. C'è qualcosa di strano nel mondo dei cimiteri italiani debbo ancora capire se è un fatto culturale, religioso o semplicemente un discorso che si vuole cacciare.
Io non ho girato molto all'estero, però qualche ricordo ce l'ho, di un paio di viaggi destinazione Polonia e poi un altro destinazione Ungheria. Viaggi con scopo lavoro, ma fatti anche per capire e conoscere, anche se in modo epidermico, come vivono, come sentono, come sono quelli che abitano lì, specie nei centri minori, visto che di cose connesse all'agricoltura mi occupavo, non è certo nelle città maggiori che si coltiva e si alleva. Anche se è poi nelle città maggiori che si finisce per discutere contratti e progetti.
E fu proprio andando che mi accorsi che ogni tanto, al bordo della strada, senza mura a proteggere e separare c'erano dei quadrati di campo con delle croci, delle strutture metalliche, delle lapidi con vialetti, immagini, il tutto sereno, tranquillo e qualche persona che si trovava lì, come a fare due chiacchiere.
Quest'estate son tornato in Val di Vizze, ci si arriva da Vipiteno, c'ero stato in qualche anno fra il 1970 e il 1980, avevo un ricordo di un gasthof, o gasthaus non ricordo, in pratica entravo in una casa linda e colorata dove, con una scala di legno a sbalzo tipica del mondo contadino di un tempo, anche nella mia Romagna dell'infanzia, si accedeva alla stanza dove avrei dormito. Un antenato dei B & D di oggi, solo che il letto era di legno rustico e il materasso ancora fatto con un saccone di tela grezza e riempito dei cartocci del granturco. Quelli che se ti muovi si sente un suono crocchiante e se dormi non da solo forse è meglio che usi un po' di riguardi per il riposo degli altri.
Stavolta era diverso, alberghi e B & D colorati e accoglienti ancora, ma più vicini agli usi e costumi dei cittadini di oggi e così ho notato, camminando nelle frazioni, a Caminata, che proprio lì, a due passi, di lato della strada c'era un piccolo ordinato cimitero con persone che stavano proprio lì anche da oltre 150 anni e senza la cupezza, il terrore incubico della morte, così presente fra noi italioti.
Certo non era l'allegro cimitero trovato in un altro luogo d'Europa di matrice culturale simile, fra Ungheria e Romania, con lapidi in legno che raccontano le abitudini, le attitudini e le piccole manie di chi è sepolto proprio lì. Una tradizione iniziata una settantina di anni fa e che continua con chi ha ereditato il gusto artigianale, diventato alla fine fatto culturale.

Ma perchè questo discorso "cimiteriale"? Non certo perchè è il 2 di Novembre, ma per capire come mai in questa nostra Italia possano accadere fatti come quelli raccontati dal Corriere. Anche se, almeno secondo me, c'è ben poco da capire.
A forza di parlare di Paradisi Inferni Purgatori Limbi e simili si è talmente intriso i discorsi di divino tanto da dimenticare l'umano che è in tutti noi. O che dovrebbe esserci. E anche quel divino è più rivolto alla salvaguardia degli addetti, specie se di alto livello, così da privilegiare il monumentale e nascondere tutto il resto o caricandolo di significati paurosi. Chissà, forse perchè così non ci si deve accorgere di quanto splendido sia il solo fatto di vivere e allora la morte e il ricordo della morte non sono che la normale conseguenza del vivere stesso.
LA NOTIZIA
«Cessate d'uccidere i morti», invocava Giuseppe Ungaretti. Scriveva, il grande poeta, della carneficina della guerra. Ma mai come oggi quei versi sono apparsi attuali. Mai come oggi, infatti, la morte è stata stuprata. «È arrivato questa mattina il corpo di una bambina, che ne facciamo? Deve essere cremata», chiede in un'intercettazione il dipendente al titolare di un'azienda coinvolta in uno degli scandali più sconvolgenti. Risposta: «Mah... Niente cremazione, buttala via, nell'immondizia, tanto è poca roba».
Lo facevano sul serio, di buttare i corpi nel pattume. La cronaca di Nadia Francalacci su Panorama gela il sangue: «Quando le ruspe hanno iniziato a scavare, è spuntato un piede. Era di uno dei sei corpi saponificati abbandonati in un campo di 30 metri quadrati assieme ai resti di amputazioni ospedaliere, a feti abortiti per gravi malformazioni e a decine di sacchi di plastica neri che contenevano le ceneri di centinaia di persone cremate e mai riconsegnate ai familiari».
Non passa giorno, ormai, senza il trauma di una nuova inchiesta della magistratura o di una nuova ispezione dei carabinieri dei Noe, i Nuclei operativi ecologici. I quali, partendo da una indagine sul «riciclaggio» di maniglie di ottone, crocefissi, bare e perfino abiti dei defunti, hanno messo sotto esame una cinquantina di strutture che si occupano di cremazioni scoprendone di tutti i colori. È successo a Roma, dove i giudici indagano da tempo su diverse salme dimenticate nelle loro casse in un deposito anche per due anni mentre già i parenti portavano «mazzi di crisantemi al camposanto di Fiumicino, convinti che le ceneri dei familiari stessero definitivamente lì». È successo a Padova, dove qualche settimana fa sono state sequestrate le ceneri di tre persone buttate tutte insieme nello stesso contenitore dagli addetti alla cremazione di una ditta che si vantava d'avere ottenuto il riconoscimento di controllo di qualità «Iso 9000». È successo a Segrate, dove sono state trovate otto casse che contenevano ceneri mischiate di chissà quanti defunti e ottanta casse zincate con i resti ossei di centinaia di corpi ormai derubati della loro identità. È successo a Mirteto, Prato, Collecchio, Roccastrada, Vignola, Fornovo, Parma, Piacenza e, insomma, un po' in tutte le località in cui la «Euroservizi», una delle aziende più coinvolte, aveva vinto gli appalti per le cremazioni. Per non dire di Fidenza, dove la società aveva ammassato in 60 sacchi neri dell'immondizia una tale quantità di ceneri che, dice una stima, «potrebbero appartenere a circa 2 mila corpi cremati».
Tra i rifiuti, dicono le cronache, c'erano «un tronco umano saponificato e una bara bianca con un bambino al quale era stato tolto il nome». Tutti insieme. Tutti mischiati. Nell'indifferenza totale per l'impegno assunto (in cambio di soldi, tanti soldi) e per il dolore lancinante dei parenti, convinti che «quella» piccola urna con le ceneri loro consegnata contenesse davvero i resti del padre, della madre, del fratello, del figlio... Nella «A livella», la straordinaria poesia di Totò dedicata alla giornata che si celebra oggi («Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza / per i defunti andare al Cimitero... »), il «nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno » lo sputa in faccia al vicino di tomba, il netturbino Esposito Gennaro: «la Vostra salma andava, sì, inumata / ma seppellita nella spazzatura! ». Il senso di quelle rime struggenti, la morte che come una livella mette tutti sullo stesso piano, dal nobile marchese fino a Gennaro «'o muorto puveriello», era però un altro. A mischiare le ceneri, nella sua misericordia, è Dio. Che però distingue una dall'altra ogni singola sua creatura. O se volete, laicamente, a mischiare tutto è la natura. Non l'ingordo padrone di un'impresa funebre che vuole risparmiare sull'accensione del forno, sulle bare, sui vestiti messi addosso ai morti da mogli, sorelle, figlie in lacrime.
Eppure, per millenni, il rispetto per i morti è stato uno dei cardini della cultura umana. In Occidente come in Oriente. Gli egizi cercavano con la mummificazione di conservare i corpi perché sopravvivessero nell'Aldilà e infilavano tra le bende del defunto un rotolo di pergamena col Libro dei Morti, chiamato serenamente il «Libro per uscire al giorno». Gli antichi greci lavavano e profumavano le spoglie mortali dei loro cari e ornavano le case con mirto e alloro e andavano in processione al cimitero accompagnati dalle melodie dei suonatori di flauto e gli adulti venivano seppelliti con i sigilli e i dadi e le donne coi gioielli più preziosi e i bambini coi loro giocattoli. E gli etruschi coprivano le pareti delle tombe con pitture che raffiguravano il defunto seduto a un grande banchetto presieduto da Ade e Persefone. E i romani custodivano in casa, nei «penetralia », le maschere di cera degli antenati che veneravano e invocavano a protezione della famiglia. E Polibio racconta nelle sue Storie pagine indimenticabili sui riti (la salma portata al Foro sui rostri, la Laudatio funebris dalla tribuna, il corteo con i parenti che indossavano le maschere funebri degli avi...) con cui le famiglie patrizie onoravano i loro cari nei giorni dello strazio. Per non dire di culture lontane come quella di Tana Toraja nell'isola indonesiana di Sulawesi, dove il morto non è davvero morto ma solo «addormentato» finché non viene sepolto e i funerali vengono dunque trascinati per mesi e mesi, anni ed anni, e tutti i parenti accorrono e si ritrovano intorno a chi «dorme» per cucinare e mangiare insieme il maiale e i polli e certe focacce fritte che sono una bontà.
Per questo, oggi, è il caso di fermarsi un attimo a riflettere sul senso di queste cronache oscene che ci tolgono il sonno. E di domandarci se, in fondo in fondo, non sia tutto «normale», che una società che troppo spesso non rispetta i vivi non possa poi rispettare i morti. Quanto agli immondi mercanti che trattano le salme fottendosene della loro sacralità e del dolore che dilania le mogli, i mariti, i figli, c'è solo da sperare che (al di là della giustizia nei tribunali degli uomini) avessero ragione gli antichi greci. Secondo i quali i malvagi che non portavano rispetto a un defunto venivano per anni perseguitati dalla sua anima, fino a renderli pazzi.
Se notate nei riferimenti storici e culturali non c'è un solo riferimento che in qualche modo si colleghi al mondo cattolico. Gli unici riferimenti che abbiamo sono i marmi che riempiono le Chiese a ricordo dei benefattori che, forse, sono sepolti nelle gallerie sottostanti ai nostri piedi che camminano all'interno della chiesa che stiamo visitando.

Il resto non c'è, o è lontano. Vicino, se non è area fabbricabile, c'è la vigna.
Nella foto un cimitero austro-ungarico, immerso nelle rocce e nella natura.
190 milioni di anni! cento milioni di anni che ci sono viventi, insiemi di atomi e molecole organizzate per raggiungere un fine, quello di mantenersi vive, coese e utili fra loro.
Avevano raggiunto questa risultato in altri milioni di anni, limando, aggiustando, eliminando quel che non era utile al fine di semplificare l'organizzazione complessiva. Il risultato erano degli ammassi enormi di materia vivente.
Come i nostri impianti industriali di oltre duecento anni fa, enormi perchè l'energia era prodotta in impianti enormi, con il vapore centralizzato che correva qua e là a muovere altri cosoni, perchè era difficile controllare ed equilibrare.
Poi l'elettricità, una energia che si poteva distribuire meglio e meglio pure regolare, con l'inconveniente che le variazioni, l'esecuzione degli ordini erano affidate alla "meccanica". Dimensioni minori, ma non poi tanto, delicatezza e mani favolose per ottenere i pezzi fondanti, e perdite di rendimento nei vari passaggi.
Poi oggi, l'elettronica, la miniaturizzazione, la gestione a grandi linee nel progetto e ogni terminale con la sua intelligenza e quindi auonomia e quindi molte più possibili interazioni. Non occorrono più dei corpacci, le informazioni arrivano, vengono "ragionate" selezionate, valutate e quindi la decisione fiale.
Poi capita come nell'Ufficio Postale che il cervello va in tilt e tutto si blocca e si affollano i saloni, gli addetti possono fare la pausa caffè. Già perchè si è esagerato nell'automatismo, nel condizionamento reciproco dei singoli pezzi, nel controllo finale costruito per controllare l'ultimo operatore umano che non si è riusciti ad eliminare.
Quest'umano così imprevedibile, così solo e multiplo, che ogni tanto avverte strane sensazioni e reagisce senza sapere esattamente perchè, però sa che di solito dopo un rimescolamento, anche feroce, qualcosa si rinnova e riprende.
Riprende la sua funzione principale: pensare, ragionare, provare e, se vuole esagerare, immaginare, anche l'assurdo, anche l'impossibile, anche quel che i capi non vogliono.