Nella vicenda telefonini si inserisce il sindacato, quel sindacato sempre pronto a preoccuparsi del pensiero alto, in difesa delle donne, se in pubblicità (con molto meno efficacia, o volontà, nelle aziende), o di altri elevati principi, ma che nella vicenda assume un atteggiamento un po' particolare.
In fondo è lo stesso sindacato che non si accorgeva di quel che accadeva in Telecom alle spalle degli utenti, lo stesso sindacato che non si è mai preoccupato di come certi contratti via telefono arrivassero senza alcun consenso chiaro dei "clienti".
Un esempio banalissimo, ieri mi telefona una signora Wind, onestamente la voce è dimessa, di una che si guadagna il pane rompendo le scatole, la proposta magari era ragionevole però il mio piano Wind è da secoli così, mi sta bene, mi dice le mando un SMS così ragiona meglio, infatti arriva lo SMS "Wind la ringrazia e accetta la sua proposta di cambiamento" a quel punto cerco di capire ma evidentemente sul portale e sul 155 c'era il caos e non ho capito bene cos'era il regalo nel nuovo contratto.
E questo è solo un piccolissimo esempio.
Quanto vale la torta del costo ricariche?
Intanto le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra: le compagnie telefoniche, denunciano, stanno cercando di incamerare quel miliardo e 800 milioni di euro che arrivavano dal «costo di ricarica» in altri modi, in particolare con i nuovi piani tariffari.
Sono quindi 1800 milioni di milioni di euro, cioè circa 3500 miliardi circa di vecchie lire, quasi 100 euro per famiglia, in definitiva i "clienti" si vedono rendere quasi più di quanto gli sia arrivato dalla finanziaria, ovviamente per quelli che hanno visto un calo delle tasse.
A questo bisogna aggiungere quanto le società hanno disponibile in termini di liquidità a costo zero perchè le ricariche sono un incasso anticipato rispetto al consumo. Ognuno di noi infatti va al supermarket o sotto cas e gli versa magari 200 euro per gli acquisti che farà "li tenga lì, poi me li scala man mano acquisto" e addirittura il fornaio sotto casa aggiunge "si ricorda che non li spende entro x giorni poi li perde, si ricordi". Giusto, come no, chissà che spese a tenere i conti di quanto gli ho dato in anticipo.
E il sindacato? Cioè la Corporazione che non si ricorda di essere anche consumatore però vuol bene all'azienda e riflette tuttavia nei suoi dirigenti la mentalità di monopolio protetto ancora diffuso nel settore (ma anche all'Enel, nelle Ferrovie, e in ogni altro buco simile)
E poi qualcuno si chiede come mai in Italia ogni anche piccola innovazione richiede tempi biblici?
Sarebbe interessante chiedersi la collocazione politica di quei sindacati o, meglio, dei loro dirigenti.
P.S. dalla lettura che La 7 fa al mattino dei giornali una battuta del condutore rivela che nel decreto non sono comprese le utenze affari. Ma chissà perchè.
Imponente e massiccio, abbraccia un intero lato della piazza del Duomo. Edificato nel XII secolo, fu ampliato più volte nel XV e XVI secolo e, infine, ristrutturato nella seconda metà del XVIII
IMOLA. palazzo arcivescovile
(7.3.0) aria di seminario in arrivo.
Mi sono chiesto più volte che cosa mi avesse fatto desiderare di entrare in seminario e onestamente non ho trovato risposta. Non vengo da una famiglia o da un ambiente praticante, anzi tutti sostanzialmente agnostici dal lato materno, fatte salve certe cose come la messa domenicale, processioni, battesimi, matrimoni etc.
In fondo in Romagna la città di Dio, per dirla con Agostino, coincideva con la città dell’uomo, nel senso che pene e regole si risolvevano non tanto nel confessionale quanto in tribunali e patiboli e Pio IX, già Vescovo di Imola, in fondo erano roba al massimo da nonno del nonno, e già il padre di mio nonno ne era stato un testimone diretto.
Suppongo, e mi pare ovvio, che l’ispirazione fosse di origine molto terrena, il fascino, il prestigio che nella società dell’epoca,praticamente agricola, il prete rivestiva ancora giocherellava con la voglia di protagonista del piccolo, anche in senso fisico, benito.
E intanto il piccolo benito si godeva la tranquillità, la luce, gli odori della magnolia confinante con il piccolo giardino appena fuori della infermeria di cui era il quasi unico cliente. Ogni tanto qualche compagno di collegio arrivava, ma per un motivo o l’altro era sistemato nell’altra stanza, o perché era contagioso per malattie esantematiche, che del resto io avevo già avuto e quindi ero immune, o perché le suore decidevano che era così.
In questo modo io ero libero di leggere, del resto dovevo studiare no?, di sognare, di immaginare, senza per questo vedermi nelle vesti di un tranquillo parroco, salvo non fosse quando saliva sul pulpito per arringare o intimorire i suoi fedeli. Il pulpito era allora molto più diffuso di oggi, anche perché erano frequentissime le missioni, serie di giorni dedicate al rinnovamento spirituale o, più semplicemente, alla diffusione delle parole d’ordine necessarie a fronteggiare il montante materialismo, i facili costumi, la diffusione del ballo (al di fuori del carnevale e non più nelle aie, ma nelle balere) e, poco dopo, il comunismo. Tutti argomenti così lontani, in apparenza, e che però io sento nell'aria quasi che si volesse rimettere indietro le lancette, come quando qui si cancellano alcune parole e ci si riscrive sopra. Ma la cronaca, la storia, gli umani in genere non possono cancellare ciò che hanno vissuto e riscrivere sopra non una nuova storia, ma un vecchio racconto come se niente fosse accaduto.
Studiare non era fatica, in fondo si trattava di approfondire meglio la grammatica e quel po’ di matematica che arricchiva l’aritmetica delle elementari. D’‘altra parte chi non può correre forte, se vuole sopravvivere, attrezza i propri neuroni ad analizzare velocemente la realtà e provvedere altrettanto velocemente ad apprestare le necessarie contromosse. Come sanno tutti quelli che si ritrovano con qualche handicap tale da complicargli la vita nel confronto con i cosiddetti normali che confidano solo sulla lor prestanza fisica.
Così fra la frutta di giornata sempre disponibile e i piatti cucinate dalle suore passavano le settimane e ormai era il momento dell’esame.
L’esame avveniva nella scuola media che, all’epoca, si fregiava di un nome ben più altisonante come ginnasio, luogo quindi dedicato all’unica e vera cultura, quella umanistica fatta di greco e sopportato latino. Indispensabile percorso scolastico per arrivare al Liceo, unico abilitato all’accesso della maggior parte di facoltà. C’era anche l’avviamento, ma era riservato a quei figli di operai un po’ presuntuosi che pensavano di poter far uscire i propri figli dalla loro stessa condizione.
Sogno irrealizzabile, come del resto han ben capito anche ai nostri giorni con una riforma che tende a ricostruire le gabbie culturali, funzionali ad una collocazione dell’Italia nella divisione mondiale delle competenze quale servizievole fornitrice di servizi turistici, da non confondere con i servizi alle imprese, come ricerca, progettazione, aree di alta tecnologia, etc, che impegnerebbero troppi capitali, tanto “li maggiori” stanno già bene così e dovrebbero mettere mano al portafoglio per un futuro che vede cinesi, asiatici e indiani al galoppo anche, e soprattutto, nei settori più evoluti. Del resto proprio il nostro presidente del consiglio in carica è un tipico esponente di questa italianità fatta di allusioni pecorecci e mandolini, abbondantemente esibita in incontri internazionali.
E arrivarono gli scritti, il primo il solito tema, che arieggiava molto i titoli dell’esame di quinta elementare, appena superato in giugno, poi il problema e dopo qualche giorno, finalmente, gli orali.
Gli orali finirono i volata a metà mattina e lo scappellotto con cui uno dei professori mi salutò mi fece capire che forse era andato tutto bene. Probabilmente anche perché informati che non avrei frequentato il loro ginnasio e non avrebbero perciò corso rischi di mischiare ai rampolli della brava borghesia lughese un figlio di non si sa bene chi, oltretutto frequentatore del collegio degli orfanelli.
Fosse quel che fosse io non stetti ad aspettare il camioncino del fattore per tornare a casa, in collegio, anche per la fretta di raccontare alle suorine come era andata e per scaricare la tensione con quei quasi quattro chilometri a piedi. Poi c’è la provvidenza sotto le vesti di uno di quei meravigliosi cavalloni, quei lipiziani che avrei visto così spesso a Trieste e che di solito finivano la loro carriera trainando un qualche carretto, come questo, tipico carro da trasporto di pali, alberi ancora da segare, rare putrelle in un mondo in cui il legno trionfava ancora. Al volante, o meglio su uno dei correnti stava un tipico rappresentante della confraternita dei birocciai, spiriti liberi e solitari esposti alle intemperie e alle caldane protetti da uno di quegli enormi ombrelloni verdi come aveva anche mio nonno unito a volte dalla “caparlaza”, una versione più ampia e calda della mantella e che faceva un giro e mezzo del corpo, a proteggere in doppio la schiena. La schiena infatti era quella più esposta alla pioggia, perché il davanti era meglio protetto dall’ombrellone. Il guidatore avrà avuto fra i trenta e quarant’anni, con un cappello alto sulla fronte e due occhi intenti a scrutare quel ragazzino che non aveva certo chiesto lui il passaggio.
Figuriamoci se mi sarei abbassato ad ammettere che avevo dei dubbi sulle mie capacità di camminata! Timido e cocciuto sarei piuttosto caduto esamine a terra, anche se quando quel cavallone mi era arrivato vicino l’avevo guardato tutto emozionato perché un po’ mi intimoriva ma molto più perché mi sarebbe piaciuto carezzarlo sul naso e attorno alla bocca. Solo un somaro una volta mi aveva quasi staccato un muscolo da un braccio, ma non era un buon morsicatore: era riuscito solo a sbrindellare la camicia, e poi i somari hanno peli fin quasi sulla lingua. I cavalli invece sono lisci e morbidissimi con qualche ciuffetto qua e là di pochissimi peli, come i nei delle veccie signore nelle foto di primo novecento, però quei ciuffetti nei cavalli sono lucidi ed elastici.
Facemmo assieme una bella chiacchierata per quasi un’ora di cammino e se ricordassi cosa ci eravamo detti avrei avuto anche la descrizione esatta dei sogni e dei tremori e timori che riempivano la testa e i furibondi battiti del cuore del piccolo benito. Ricordo però che quel birocciaio era un attento ascoltatore e fu un colloquio da uomo a uomo e ci demmo la mano quando, arrivato al cancello, ci salutammo e con la mia cartella in mano ripassai dal solito cancello per raccontare tutto e riprendere la scansione abituale della giornata.
Ma ormai i giorni volavano, era metà settembre e prima di ottobre c’erano tante cose da fare, come prendere le misure e far fare la divisa per il seminario: una divisa tutta nera con i pantaloni lunghi, la giacca con quattro tasche allacciata fino al collo che girava fasciando tutto attorno il collare bianco di celluloide, dalla clip che non ero mai capace di chiudere da solo.
E così venne di nuovo mio nonno, andammo a Sant’Agata fra Lugo e Massalombarda, allora due case sul fiume, da una lontana cugina che prese le misure ed entro una settimana avrebbe finito il tutto. Il giorno dopo, giorno di mercato, andai con il nonno, e venne anche la nonna, a prendere le scarpe, ovviamente nere. Non dimenticherò mai la scena di quell’acquisto, fatto in un negozio proprio sotto la torre dell’orologio a Imola, saremo entrati e uscita sei o sette volte e metti le scarpe e togli le scarpe e esci e torna finchè raggiunsero il giusto rapporto qualità e prezzo e mia nonna e il bottegaio furono entrambi convinti di aver fregato l’altro.
Così quella contadina che non sapeva né leggere né scrivere, a parte la firma, tenne bravamente testa allo smaliziato cittadino che sapeva di essere praticamente l’unico negoziante di scarpe in tutta la cittadina. Allora infatti usavano ancora i calzolai.
Nella casa di mio nonno, infatti, veniva abitualmente Gusto, suo cugino e poi futuro sindaco socialista di Mordano, e restava quasi una settimana a sistemare scarpe e scarpette e fare zoccoli per tutta la tribù. Grassottello, non alto come tutta la famiglia, con gli occhiali, l’aria vagamente da intellettuale, la “r” arrotata abbiamo fatto lunghe chiacchierate lui socialista mangiapreti, però con un linguaggio educatissimo, io vestito da seminarista anche in vacanza.
Ma ormai i giochi erano tutti fatti e iniziarono tre anni in cui non era più la tromba a scandire la giornata ma la campanella: quella acuta e squillante che iniziava alle sei di mattina e dava l'ultimo segnale alle nove della sera e quella più canterina e tintinnante della cappela che segnava al mattino la messa e al pomeriggio tardo la funzione serale con tanto di rosario come contorno.
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(7.2.0) la madre arriva e benito finisce all'ospedale.
Si avvicinava la primavera del '47 e quanto restava della tribù Cremonini a Ravenna, padre, madre e fratellino, si preparavano a partire per Trieste. C'erano state alcune occasioni di lavoro per mio padre, sempre grazie all'influenza del capo partigiano che ancora incideva sulla realtà cittadina quasi che, passato il momento del confronto violento e armato fra opposti, si fosse stabilito un rapporto piuttosto complesso fra le due realtà, ma l'occasione di lavoro offerta non andava bene a mia madre. Lei conosceva fino in fondo il carattere dell'uomo che aveva vicino, si trattava di un lavoro di sorveglianza notturna in una delle poche fabbriche ravennate che comportava il possesso di un'arma, mio padre aveva fatto l'autista, il radiotelegrafista, il cuoco e il ragazzo tuttofare al reparto comando in Russia, ma non aveva mai partecipato a scontri armati e le armi forse le aveva usate solo nelle esercitazioni di tiro o, da ragazzo, per andare a caccia, senza avere mai sparato contro delle altre persone. E poi, in quel periodo, non era così insolito che qualche regolamento di conti personali fosse risolto velocemente e attribuito a cause politiche o simili.
Per cui niente da fare per questo tipo di lavoro, mia nonna, la Klopcich, aveva allertato i figli che aveva con se e tutto era stato deciso., Trieste in fondo era in una situazione di privilegio: sotto amministrazione anglo americana e con una presenza massiccia di soldati degli stessi eserciti perchè l'aria di Yalta non c'era più, i grandi amici si erano fatti guardinghi, il confine di Trieste stava diventando il confine di due imperi e Tito, ancora in rapporti decenti con Stalin, era l'avamposto dell'impero russo ai confini orientali, confine che non era particolarmente difeso dalla natura del terreno, con dei rilievi che potevano venir tranquillamente superati in bicicletta.
Le grandi fabbriche triestine e i cantieri avevano lavoro, la presenza di truppe garantiva un discreto indotto, c'era anche la disponibilità di un appartamento ad affitto bloccato e mia madre avrebbe potuto dare una mano a mia nonna nella gestione di una bancarella di frutta e verdura in piazza del Perugino. Insomma era bene muoversi da Ravenna e tornare alle quasi origini ma, prima ancora, era bene passare a salutare il figliolo in collegio, come appunto avvenne.
C'era stato anche qualche imprevisto, una mattina all'alba una squadra di crabinieri aveva circondato la casa dei nonni a S.Prospero alla ricerca di mio padre che, ovviamente, era a Ravenna. L'accusa era pesante, avrebbe comandato un plotone d'esecuzione per la fucilazione di alcuni partigiani e per fortuna si arrivò in tempo a un chiarimento: mio padre, all'epoca degli ipotetici fatti era ricoverato in ospedale a Ravenna per una spalla semidemolita nell'impatto con il muro di ingresso della casermetta di : Penso che qualcuno abbia visto uno di quei film ambientati a Chicago all'epoca del proibizionismo, solo che mio padre era sul predellino di un camion di servizio e l'autista aveva sbagliato la mira, per cui la spalla di mio padre era rimasta fra il camion e il muro e il più debole, cioè la spalla, aveva ceduto.
Resta il fatto che i carabinieri non si erano mossi per caso, era stata fatta una denuncia circostanziata da una piccola autorità di villaggio, l'ex sacrestano, scopertosi a guerra finita come responsabile della cellula comunista locale. Il quale sacrestano, un pezzo d'omone che ho conosciuto anni dopo aggregato alla trebbiatrice a casa di mia nonna, voleva rifarsi dei rifiuti avuti da mia madre anni prima, all'epoca del ferroviere socialista e forse anche dimostrare all'intera famiglia Geminiani chi era l'autorità adesso.
In tempo di guerra non è che fossero poi fenomeni insoliti. In un podere vicino, casa Martignani, era accaduto qualcosa di analogo nel '44, un mattino arrivarono due giovanottini sui 17/18 anni con regolare camicia nera e armamentario d'ordinanza, sparacchiando a polli e tacchini, alla ricerca del Martignani stesso colpevole di aver preso a calci uno dei due perchè, assieme ad altri baldi giovani, stava massacrando e derubando un campo di cocomeri e glielo voleva far pagare. Fortunatamente il Martignani era al mercato a Lugo e tutto finì lì.
Ma torniamo alla brava madre in visita al diletto figliolo: arrivò, procedette alla ispezione collo, orecchie, pidocchi, scabbia e tutto in ordine, i problemi arrivarono nell'ispezione ai piedi, anzi al piede, quello sfortunato, il destro. E qui c'era la sorpresa, perchè la parte callosa del calcagno aveva ceduto, si era formata una fistola riempita di sassolini e terra varia. In questi casi le madri diventano delle furie, sia perchè hanno un quasi cucciolo a rischio, sia per non doversi sentire in colpa per aver tenuto lontano da se il povero bombo indifeso. Naturalmente partirono subito i provvedimenti e il benito finì in infermeria e la madre, rasserenata, potè tornare a Ravenna a completare i preparativi per la partenza, la terza in pochissimi anni e questa con pochissime certezze, solo non molte promesse nel futuro e molte amarezze nel presente ravennate.
Fu durante questo periodo di infermeria che ebbi l'occasione di conoscere le suore al mattino presto, colpito in particolare dal fatto che tenevano i capelli quasi rapati, a parte la suorina famosa con una capigliatura alla garçonne, o, come si diceva in italiano, alla maschietta. Non dimentichiamo, a proposito di capelli supercorti, che pidocchi e simili erano molto diffusi, così come le cimici e mentre per i primi erano utili i capelli molto corti e rituali di spidocchiamenti frequenti, per le cimici c'era il miracolo del DDT. Fatti quasi insoliti al giorno d'oggi, ma se qualcuno rivedesse, come allora, com'è un letto infestato dalle cimici, probabilmente chiuderebbe tutti e due gli occhi per non leggere l'etichetta del killer assoluto. Le cimici e il letto sono sposi indissolubili, specie con i materassi dell'epoca a base di crine di cavallo o lana, entrambi materiali fibrosi ricchi di proteine e in parte polverizzate dall'invecchiamento e perciò facilmente aggredibili e metabolizzabili dai batteri che vivono in simbiosi con le cimici. Certo che nel letto ogni tanto arriva qualche umano ed è allora che le cimici più intraprendenti si mettono in viaggio per arrivare al bar e farsi una bevuta di sangue, ottima e ricca bibita a base di proteine e altre utilissime cose per la loro dieta. Naturalmente per farsi la bevuta bisogna perforare la pelle dell'interessato con probabile cessione di batteri e in questo sta proprio la pericolosità delle cimici, oltre al ribrezzo istintivo nel vedere muoversi e brulicare intorno tutti quei cosi.
Le cure, apprestate dal buon medico, erano di tipo squisitamente tradizionali: bagni in acqua salata bollita, perchè gli umori negativi uscissero dal piede, esposizione della parte alla luce del sole per utilizzarne le qualità taumaturgiche e, infine, un decisivo intervento chirurgico per ripulire la parte di osso colpita dalla osteomielite. In questo modo si sarebbe ripulito il tutto dalla infezione e si sarebbe anche eliminata quella rugosità fonte di nuove ulcerazioni e ripresa dell'infezione, in un piede che, di suo, era pochissimo innervato e vascolarizzato.
L'arrivo all'ospedale di Lugo non credo abbia costituito un trauma particolare, erano anni che ogni tanto arrivavo in luoghi simili e quei saloni pieni di letti e finestroni erano anche più piccoli dei locali del collegio ed ero anche stato promosso fra gli uomini, visto che ormai avevo dieci anni e, allora, pochissimo prima di cominciare a lavorare come tutti, anche solo a titolo gratuito, pur di imparare un mestiere.
Naturalmente se ero tra gli uomini io mi trovavo compagni di strada già adulti, quello alla mia destra era un panzone affetto da emorroidi piuttosto lamentoso e che girava con un piccolo pneumatico, con buco al centro, su cui sedersi senza particolari danni, quello alla mia sinistra era invece un tipo interessante anche se piuttosto monotono nei suoi racconti di vita. Secondo lui faceva il capo cameriere di bordo e i suoi racconti prevedevano sempre la stessa scena, arrivo in porto, preferibilmente in Cina, lui che sta finendo il consuntivo di carico e carico della sua sezione, una ragazza che entra, si infila sotto il tavolo e, dopo aver giocato un po' con i bottoni, di cui anche le mutande erano allora molto arricchite, provvedeva ad un'arte di cui allora non conoscevo bene nè le tecniche nè i risultati, ma che dovevano essere notevoli dalle espressionio usate nei commenti.
Lui non aveva particolari disturbi, erano comunque localizzati sull'attrezzo così ripetutamente illustrato e se non era sifilide, era almeno gonorrea o simili, perchè l'attrezzo era stato inciso e veniva ripetutamente medicato. Dopo qualche giorno arrivò finalmente il momento atteso e, eroicamente, sul mattino tardi salii sulla barella salutando tutti certo di un ritorno altrettanto disinvolto. In effetti fu quasi così. L'anestesia locale aveva attutito gli inconvenienti del dopo intervento, perchè la mascherina a etere o cloroformio aveva come conseguenza parecchie ore di malessere e di vomito, però quando lo scalpello toccava l'osso il dolore arrvava dritto al ginocchio con una sensazione aggiuntiva tipo scossa elettrica. Fortuna che i medici e i robusti infermieri che mi tenevano stretto erano scherzosi e si divertivano a prendermi in giro e contemporaneamente ascoltare i miei profondi pensieri e poi non fu una cosa lunga perchè gli altri dovevano ancora finire il solito pranzo da ospedale quando tornai, seduto sulla barella sostenendo che non avevo sentito proprio niente, o quasi. Il quasi lo dicevano il tremolio della voce e gli occhi lucidi lucidi, vi è mai capitato di chiedere a un bimbo, caduto correndo ma deciso a non piangere, se si è fatto male? quella è l'espressione giusta, per non correre rischi di pianto chiude la bocca e scuote la testa. E poi come facevo a piangere, contro quale stomaco o spalle o tette materne avrei potuto piangere?
Passò ancora qualche giorno e arrivò anche mio nonno, che era a Lugo almeno due volte al mese al mercato, che mi caricò sul calessino e mi riportò in collegio dove fui di nuovo riaffidato alla infermieria. Non molto a lungo, perchè la fine dell'anno scolastico stava arrivando e io avevo complicato le cose con la storia di volere andare in seminario perchè così dovevo pure fare l'esame di ammissione alle medie e non era così facile come all'esame di quinta. Per quell'esame, quello di quinta la maestra ci aveva preparato a dovere, avevamo avuto tre temi, li avevamo scritti, la maestra li aveva corretti, noi li avevamo ricopiati in bella e così, dopo il rituale sorteggio, dovevamo solo ricordare dove lo avevamo messo, il tema giusto che era appunto uno dei tre, in modo da ricopiarlo e consegnarlo, per la nostra felicità e la soddisfazione della maestra.
Poi la vita di collegio riprese, tutti quei fatti mi avevano un po' isolato dagli altri che, era estate, in parte erano andati a casa, mentre io mi preparavo alla sessione di settembre dell'esame di ammissione, seguito un po' da una delle suorone e un po' dal curato. Il vero vantaggio era che finalmente potevo leggere come e quanto mi pareva senza doverlo fare di nascosto.
(7.1.0) fra litigi e botte si diventa grandi. eccome.
Il primo impatto fu decisamente favorevole, l'impressione era di un luogo aperto. Come in tutti questi luoghi, come fra qualche anno in seminario, c'è sempre un portone regolarmente chiuso, che esclude tutto il resto del mondo, ma non parafrasando Leopardi. C'era anche qui, ma non era di legno pieno. Entrando c'era una grande doppia porta a vetri e i rinforzi metallici non avevano l'aspetto di un'inferriata e poi c'era l'impressione di un ingresso in qualche modo arredato, su cui si aprivano altre porte con ufficio del direttore, da un lato, e la reception, ed era il 1945, nell'altro lato. Da qui si accedeva ad un ampio corridoio, attraversato il quale un'altra vetrata larga almeno otto metri permetteva di accedere all'enorme cortile interno. Luce, aria, spazio, non male per un benito abituato al bilocale più cucina a carbone, più sette quasi otto abitanti dalla Natalina, sia pure con lo sfogo dei tanti cortili e della banda. A sinistra il corridoio portava al refettorio e subito prima la deviazione verso le officine di vario tipo (indirizzo meccanico) che fiancheggiavano il campo-cortile interno, la stessa cosa a destra, con la cappella che prendeva il posto della mensa e le officine (a indirizzo falegnameria) che si affacciavano anch'esse al campo-cortile. In pratica un ferro da cavallo, o, se volete, un corpo centrale e due ali che erano chiuse in fondo da una banale rete metallica, neanche tanto alta, che separava il collegio dal podere, grande grande, di pertinenza del collegio stesso e che serviva da palestra per il terzo indirizzo, quello agricolo.
Naturalmente dimenticavo lo scalone, al lato sinistro della vetrata, che portava al piano superiore del solo corpo centrale con il grande camerone per la truppa, un paio di stanze per gli ufficiali superiori, un po' di lavandini, non pochi, per le pratiche igieniche di primo mattino. I servizi igienici, cioè i cessi, al piano inferiore mentre nei cameroni c'erano i buglioli, cioè "il" bugliolo della dimensione di un bigoncio, 30/40 litri, per le necessità liquide d'emergenza notturna. Nei vari settori del camerone c'erano i due letti dei graduati, quelli a contatto con la truppa, opportunamente dotati di velatura a soffitto per la necessaria privacy (loro).
Sul lato destro, dimenticavo anche questo, una piccola costruzione a due piani, non comunicante con il corpo centrale, dove c'era l'infermeria e quattro sei, non ricordo bene, suorine-suorone, una delle quali molto giovane e carina di cui si parlerà in seguito e che la tribù di ragazzini guardava con commenti e che quelli più grandi (ce n'erano anche oltre 18 anni in temporanea sosta con la qualità di "corrigendi") forse non guardavano solamente, almeno un paio di loro. In quell'infermeria passerò parecchie settimane nella primavera estate 1947.
Per completare la descrizione non bisogna dimenticare una specie di torretta, a metà del lato sinistro, che al primo piano presentava due celle, non da fraticello ma da contenzione con tanto di inferriate al posto della finestre e della porta d'accesso a entrambi queste due camerette speciali. Onestamente quando le vidi io, erano in disarmo con un prosaico contenuto di scope segatura e poco altro, visto che al piano terra era la zona "igienica".
La giornata era ritmata in modo similmilitare, sveglia alle sei e trenta con squilli di tromba, breve riassetto ai lavandini, indossamento di scarpe e pantaloncini, corsa veloce a torso nudo ai bordi del campo, verifica di collo, orecchie e simili, un po' di uno due con le braccia, qualche flessione, poi ritorno nel camerone a completare la vestizione, fare il letto e alle sette in refettorio, dopo una breve sosta di cinque minuti in cappella. Il giovedi e la domenica mattina alle sette messa poi mensa. Naturalmente se fuori non pioveva o nevicava, perchè il passeggio al campo non conosceva stagioni e poi, tanto, mica c'era il riscaldamento allora (a onor del vero anche molte case benestanti avevano dei riscaldamenti molto rudimentali, tipo caminetto, stufone e, per la notte, lo scaldino di terra cotta, la suora, che si infilava in una costruzione in legno che sollevava lenzuola e coperte, il prete. Molto diffuso anche un contenitore metallico che conteneva acqua calda, per i piedi. Normale quindi, in inverno, vestirsi bene per andare a letto).
Crescevamo così rinfrancati e atletici e, devo dire, non ricordo epidemie di influenza o nasi gocciolanti o smoccolanti e neanche mal di gola, mio e di altri. La colazione era simpatica, sul piatto di alluminio uno strato non piccolo di un miele supertrasparente e duro prodotto dalle api di casa, una tazzona di latte, penso delle mucche sempre di casa, e qualche sano pezzo di pane, con la farina dal grano di casa. Alle otto finalmente a scuola e per questo si usciva incolonnati dal collegio divisi più o meno ordinatamente e la scuola era esattamente dall'altra parte della strada e, assieme agli orfanelli, c'erano anche i ragazzi del paese. L'edificio conteneva le classi delle elementari e dell'avviamento, del resto forse in quel luogo di contadini e operai si anticipava la riforma Moratti per questo molto simile a quella riforma di Bottai che però non aveva avuto successo. Bottai era un po' molto di sinistra, anche se sugli ebrei aveva tendenze molto vicine a quelle di moda in Germania, ma anche in Italia e la sua riforma era funzionale alle industrie dell'epoca Cose che naturalmente ho imparato molti anni dopo.
Forse per questo non ho l'impressione che fosse un collegio chiuso, o almeno non sempre.
Tornati a casa dopo le lezioni, il pranzo. Io ricordo tanto riso nè asciutto, nè in brodo, con i miei compagni che andavano a caccia di puntolini neri (sembra che fossero le testoline di parassiti vari), io non li ho mai visti e ho sempre mangiato veloce e completo. E il motivo era anche che se restavi indietro, rischiavi che qualcuno dei più grandi si facesse il tuo secondo e per te non restava niente. Del secondo, dellapietanz cioè, ricordo soprattutto il baccalà fritto, due tre cinque mille volte alla settimana, ma forse no, forse c'erano anche altri mangiari, forse. Alla sera una minestrina, minestrona di pasta e vedure, o fagioli, o patate e, forse, un pezzo di formaggio, quello con la scorza rossa, di sezione quadrata degli aiuti alleati.
Naturalmente durante il pasto uno a turno leggeva e gli altri dovevano mangiare in silenzio e senza rumore di stoviglie sui piatti di metallo o chiacchiericcio se no... Se no arrivava il prefetto, tu allungavi le mani belle tese con i palmi verso il basso e lui ti colpiva il dorso con una riga, quelle belle robuste e taglienti da disegno, e tu lo guardavi duro con gli occhi lucidi di lacrime e la lingua stretta fra i denti per non dargli la minima soddisfazione e non passare con i compagni per un piagnone (magari gli stessi che ti avevano provocato a pizzicotti o ti avevano rubato il pane o ti avevano preso in giro). C'erano nomignoli per tutti, i miei erano gamba storta o occhio marcio, ovvi del resto sia per la gamba, sia per il ricordo che mi aveva lasciato l'oculista a un anno d'età il cui intervento aveva aiutato il mio occhio sinistro ad abbonarsi alla congiuntivite cronica. Aggiungete che ero piccolino e magrolino, ma una lingua impertinente e cattiva e una corsa poco veloce, e quindi l'unica mia difesa era prenderle rimbeccare, tornarle a prendere, finchè non si stufavano o suonava la campanella delle due e mezzo e si tornava dentro per studiare e fare i compiti, fino alle cinque, poi di nuovo a giocare fino alle sette.
Nei mesi caldi, alle due si andava a riposare e potevo finalmente leggere, di nascosto perchè era proibito, sfruttando le fessure degli scuri di legno, quelle fessure da cui escono quei fasci con tutte quelle particelle che brillano e corrono qua e là, loro sì libere di impazzire e correre dove gli pare. Moti browniani, credo, anzi so, e quando nelle prime lezioni di chimica tanti anni dopo, neanche poi così tanti meno di una decina,, ne sentivo parlare mi rivedevo lì con il libro di Salgari, non so arrivato da dove nè da chi, ogni tanto nuovo e Sandokan, troppo importante e protagonista, ma Tremal Naik, quello sì e anche la principessa o cosa era, e poi i tigrotti di Mompracem! dio come li ho invidiati e mi immaginavo lì con loro, con un capo invincibile e buono con i suoi tigrotti e che per questo gli erano fedeli. Poi capitò che il prefetto gli girassero le scatole e così ebbi la possibilità di conoscere l'altro tipo di punizione: le flessioni.
Niente di eccezionale, o le facevi in mezzo alle file dei tavoloni, e lì avevi gli occhi di tutti addosso, oppure, ma allora vuol dire che era una cosa seria, eri tu e il graduato nella zona dormitorio e le flessioni diventavano qualcosa di molto impegnativo. Io non so se fosse effetto delle flessioni ma a me capitò, durante i su e giù, di non riuscire a trattenermi e riempire le mutande, dopodichè pulizia, nuovo paio di mutande, nuova pulizia, insomme se ne andarono tre paie di mutande e tutto finì lì, anche perchè penso avessi solo tre paia di mutande. Ma nell'insieme in quei due anni altre cose di rilievo o diversi da quello detto sopra non accaddero. E' vero giocavo a calcio, non pensate a quelle cose con calzoncini, magliette colorate e scarpette da foot ball, era tutto più semplice specie per le scarpe, normalmente erano i soliti zoccoli di legno e ne so qualcosa perchè, non essendo veloce di gambe, ero finito in porta e gettarsi a valanga a mani nude su un paio di zoccoli in corsa non è particolarmente divertente Qualche volta però ci riuscivo ed evitavo il goal ed ero finalmente grande e importante anch'io e se anche le mani restavano gonfie per qualche giorno erano comunque per un motivo importante. Anche per i compagni.
Oltre alle scarpe, neanche il pallone era d'ordinanza, di solito una palla di gomma, neppure troppo grande ma eravamo pieni di energia e avere tre pasti al giorno in quegli anni non era cosa di tutti, anche se forse non lo sapevamo. Chissà se un ragazzino d'oggi sarebbe contento di fare merenda con una fetta di pane e basta. Ma ogni tanto c'erano anche delle merende speciali, se qualcuno dei "campagnoli" ti regalava qualche spicchio di aglio, dovevate sentire che sapore quella fetta di pane. E non è ironia, è il ricordo preciso di sensazioni, entusiasmi, malinconie, dolori e piaceri dentro. E' la dimostrazione che in ogni situazione è possibile ritagliarsi uno spazio, reale o immaginario non importa, in cui sopravvivere e talvolta riuscire anche a non trasformarlo in paranoia o scindersi in tante persone diverse che riescono a presentare le tante faccie che ti chiedono. A muso duro contro il mondo, era il gioco mentale che ogni sera accompagnava il benito prima di addormentarsi e che spesso gli tornava nei sogni vividi, ancora più splendenti della realtà immaginata.
Un giorno in refettorio capitò un fatto che ci aiutò nelle chiacchiere di cortile: uno dei prefetti, sui trenta-trentacinque, fece a cazzotti con uno dei ragazzi grandi, uno di quelli di passaggio. Naturalmente ci chiedemmo il motivo, tanto più che quello giovane due giorni dopo fu trasferito e qualche giorno dopo ancora anche la suorina, quella giovane e molto carina, e che non aveva i capelli rasati come le sue consorelle, fu trasferita e noi concludemmo che era vero, che la scazzottata era fra quello di prima e quello di dopo. Io poi ero ben informato perchè la suorina carina l'avevo vista molte mattine, perchè avevo passato un lungo periodo, qualche settimana, in in infermeria, e le suore, quando è mattino presto, giravano senza il solito enorme velo e relativo soggolo.
Ma di questo avremo occasione di riparlare, perchè la mia gamba, anzi il mio piede, diede qualche problemino e provai ad essere ospite di un ospedale a Lugo in quegli anni in cui tutta l'Italia stava cominciando a correre, perchè non si può piangere in eterno senza darsi da fare. Sarà che la vita era dura e tutto sommato semplice per tutti, cioè era in fondo normale allo stesso modo per tutti e non c'era tempo per le piacevolezze e sdolcinature di oggi, o forse ero solo io che recitavo la mia solita parte di super tigrotto nella mia giungla, con le mie tigri, anzi pantere, o i miei pirati cattivi e predatori o più semplicemente come molti, come tutti la necessità biologica del vivere prevaleva su tutto il resto.
(7.0.0) vita di collegio. 1945-1947
Nell'immaginario popolare il collegio è, era, il luogo dove si mandavano i figli disobbedienti a farsi rieducare. Oppure era il luogo dove andavano i figli quando, allora non c'era divorzio, uno dei genitori moriva e quello nuovo/a (di solito nuova) non era in sintonia con tutto quello che si ritrovava. Luogo di sofferenza, di costrizione, di penitenza forse, il collegio, allora?
No, non sempre, talvolta era anche il luogo dove andavano i ragazzini con qualche dote intellettuale e grandi scomodità logistiche che ostacolavano la frequenza di scuole superiori e, naturalmente, occorreva l'intervento di uno sponsor, come diciamo oggi, o un benefattore, come si diceva un tempo. Talvolta poteva essere qualche buon parroco in zone lontane o scomode che muoveva così le sue amicizie per dirottare in un collegio di barnabiti, o gesuiti, o salesiani o simili i ragazzi promettenti di famiglie povere e disagiate. Era questo, in fondo, l'inizio di una cooptazione che, talvolta, si concludeva con una investitura sacrale e poi, magari, un futuro nelle grandi gerarchie ecclesiastiche. la cooptazione è uno strumento che, se usato bene, non ha gli inconvenienti dovuti a carriere costruite in base alla pura e semplice ereditarietà, come capita non solo nei capitali o tra i capitalisti, ma in modo fin troppo spudorato, ad esempio, specialmente nelle carriere professionali, mediche e universitarie, non importa l'indirizzo,. In questi casi e solo per merito di nascita non importa più ciò che si sa o ciò che si è in quanto individui, ma conta solo in quale canestro e a quale nido ti ha portato la cicogna o l'Arcangelo Gabriele, a seconda dei casi.
Tutto questo non riguardava certamente il benito, a parte il ragionamento pratico, così come dev'essere progettare il futuro dei propri figli, quando si sa che non ci sono premesse particolarmente favorevoli specie con tutti quei mancamenti che gli impediranno certo un lavoro normale (manuale cioè). Vediamo allora se ce la facciamo a farlo studiare e se lui ci riuscirà.
Comunque fosse, mia madre mi caricò in bicicletta e via Granarolo ravennate, Alfonsine, Massalombarda, Mordano arrivammo un'altra volta a S. Prospero, e il mio è un ricordo preciso perchè in quelle quasi quattro ore di viaggio, seduto sul sellino della biciletta da donna, imparai a fischiare, nonostante la scarsa motilità del labbro superiore. Immaginate quale incubo deve essere stato per la pedalante madre: il labbro inferiore tirato a forza sui denti, la lingua come ancia vibrante in qualche modo sopra il labbro , e soffiare, soffiare in modo sfiatato per chilometri e, guarda il caso, finalmente un trillo più o meno sibilante, proprio quando ormai eravamo arrivati di fronte al cancello. Altro che autoradio con MP3 !
Mi sa che quel viaggio sia stato la necessaria premessa di un aiuto della famiglia di mia madre per riuscire a preparare un po' di corredo e compensare così l'appoggio che il capo partigiano di Ravenna aveva dato, nell'indicare e superare il problema che quel luogo era per orfanelli e io, per fortuna, non lo ero. Comunque sia stato il viaggio da S.Prospero di Imola a Villa S.Martino di Lugo lo feci sul biroccino di mio nonno assieme a un paio di fagotti, tipo federe da letto, contenenti un po' di biancheria, calzini mutande magliette camicie fazzoletti, tutti rigorosamente contrassegnati da numerini rossi su fondo bianco cuciti su ogni indumento.
E fu anche per uno di questi motivi che mio nonno mi lasciò all'inizio del viale d'accesso (lunghissimo con gli occhi e le gambette d'allora, cinque alberi per lato con gli occhi di vent'anni dopo), e lì c'era mia madre arrivata in bicicletta, mi accompagnò dal direttore, mi fece una carezza sulla testa, girò gli occhi e ritornò a Ravenna, sempre in bicicletta e io cominciai a percorrere quei corridoi, quelle grandi sale e un immenso cortile confinante con i campi e tutte le officine intorno e il campo "da calcio" pronto per i quasi centocinquanta abitatori del luogo.
Non so se appaia insolito, oggi, che i gesti d'affetto al massimo arrivassero a una carezza o, se piangevi con ragione, a un abbraccio. Era già molto e sufficiente tanto che anni dopo, a Trieste, quando mia madre diceva, in qualche incontro in mezzo alla strada, su benito dai un bacio alla nonimportachi avrei preferito finire sotto un tram. E naturalmente sbaglio, ma vi immaginate vedervi negli occhi di un vostro figliolone con più 40 che 30 a sbaciucchiarlo. O forse sì, perchè rimangono in eterno quei cosi ridenti e urlanti che vi avvicinavano alla vita, ma che adesso hai difficoltà ad abbracciare, perchè di mezzo c'è la pancia e hanno spalle e toraci da atleta.