e così niente ritiro patente, niente scene in famiglia e affanculo l'antidoping.
meno male che non funziona al 100% se no sai il successo, anche economico. Il vaccino renderà più della droga.
Un vaccino per trattare la tossicodipendenza da cocaina ha dimostrato di poter ridurre gli effetti dell'uso della droga in un sottogruppo di soggetti che, in risposta alla somministrazione, hanno prodotto alti livelli di anticorpi specifici per la sostanza.
Tuttavia, solo il 38 per cento dei soggetti vaccinati produce livelli di anticorpi sufficientemente alti e li mantiene in ogni caso solo per due mesi.
È questo il risultato pubblicato sull'ultimo numero della rivista “Archives of General Psychiatry” a firma di Bridget A. Martell e colleghi della Yale University School of Medicine, nel New Haven, e del Veterans Affairs Connecticut Healthcare System, West Haven.
Finora, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti non ha approvato alcuna terapia farmacologica per l'abuso di cocaina. D'altra parte, le terapie comportamentali hanno un ampio range di efficacia.
Studi su animali ed esseri umani hanno suggerito che alti livelli di anticorpi specifici nel sangue possano sequestrare e inattivare la cocaina prima che entri nel cervello, riducendo le sensazioni di euforia dovute alla droga e senza causare altri effetti psicoattivi o interazioni pericolose.
I risultati sono stati ottenuti grazie a un trial di fase 2b in 115 soggetti dipendenti dalla droga, 58 dei quali sono stati scelti in modo casuale per ricevere il vaccino. Gli altri 57 hanno ricevuto iniezioni di placebo nell'arco di 12 settimane. Per valutare l'effetto delle somministrazioni, tutti i soggetti sono stati sottoposti all'esame delle urine tre volte a settimana per sei mesi per misurare la presenza di metaboliti della cocaina.
Dei 55 partecipanti che hanno completato le vaccinazioni, 21 (38 per cento) hanno raggiunto livelli di anticorpi di 43 microgrammi per millilitro o maggiori. Questi stessi soggetti mostravano campioni di urine con livelli significativamente più bassi dei metaboliti della cocaina tra la nona e la sedicesima settimana del trial con una probabilità maggiore rispetto ai soggetti che non avevano raggiunto tali livelli o che avevano ricevuto iniezioni di placebo (45 per cento di campioni di urina senza cocaina contro 35 per cento). La proporzione dei partecipanti che avevano visto ridurre i livelli di cocaina della metà, inoltre, era maggiore nel gruppo con livelli di anticorpi più alti di quelli con livelli più bassi (53 per cento contro 23 per cento).
"Il trattamento ottimale richiederà probabilmente vaccinazioni ripetute per mantenere appropriati livelli di anticorpi nel sangue", spiegano gli autori. "Inoltre, occorre uno sforzo per trattenere i soggetti durante le serie iniziali delle iniezioni poiché i livelli di anticorpi aumentano lentamente durante i primi tre mesi previsti dal protocollo per l'immunizzazione. Occorrono poi altri trattamenti durante il primo periodo di somministrazione per facilitare l'astinenza, per esempio arruolando soggetti dipendenti dalla cocaina già in programma di mantenimento con metadone".
"Per questo l'obiettivo per il prossimo futuro sviluppo del vaccino sarà quello di incrementare la proporzione dei soggetti in grado di raggiungere i livelli di anticorpi desiderati ed estendere i periodi di astinenza attraverso un programma di mantenimento a lungo termine di tali livelli”, concludono i ricercatori. (fc).
Dalla lettura diretta dal LINK una piccola panoramica dei commenti alla pagina originale.
in fondo basta poco, una cuffia speciale con un po' di elettrodi, un pc adatto e, credo, qualche programma che trasformi quel che passa per il cervello in qualcosa di udibile o, si spera, di "espressibile".
il tutto trovato su L'Espresso, ma che molti di VOI certamente conosceranno già e che certamente non meraviglia neppure me, chimica, biochimica, fisica, onde tutte cose legate all'energia e, soprattutto, legate alle piccole energie quelle che nella biochimica ci consentono di essere quel che siamo.
e il resto del mondo con NOI perchè tutti interagiscono con quel che li circonda. Chissà fra un po' riusciremo anche a captare quel che si dicono fra loro le foglie d'insalata mentre stanno aspettando di essere raccolte e condite.
madre natura è tremenda, per non modificare l'atteggiamento "neutrale" delle femmine umane, e non solo, mentre valuta il maschio, le ha dotate di na capacità divinitaria-olfattiva a prova di deodorante.
povero uomo che non deve chiedere MAI, per forza, alla fine sei solo scelto sulla base del tuo sano odore naturale di caprone.
Il sudore dell'uomo invia importanti segnali biologici alla donna, che per esso ha una capacità di discriminazione molto superiore rispetto all'altro sesso
arrivò un mattino di una domenica non lontana dalla Pasqua e fu adottato subito da chi passava un pezzo di vita con me. Con me il rapporto era molto più complesso, lo caricai una prima volta sul Bedford (come quello di un serial allora di moda), andando dalla cascina di Osteria Grande, dove allora abitavo in mezzo a una tribù di gatti, a Bologna, dove insegnavo.
evidentemente il rumore del motore ricordava paure di abbandono, lo presi al volo e chiusi il finestrino. Tornai a casa. Dopo un po' decise che forse ci stava, naturalmente espresse il suo assenso appropriandosi dello spazio del letto proprio in mezzo ai due occupanti e difendendo e impedendo qulsiasi tipo di invasione (e con 35/40 chili di Rockj in mezzo a ringhiare c'era ben poco da fare).
ma ormai si era fatto tardi e in quel letto restammo solo io e lui più, nella casa, tutta la tribù di gatti il cui numero restava costante per colpa della strada che correva di là dal cancello, tribù stranamente felice del nuovo arrivo: ogni sera, al momento del pasto, i gatti entravano in casa omaggiando con una sfregatina di teste il nuovo inquilino seriosamente accuciato all'ingresso.
allora cominciò la litania del ritorno serale, ogni sera andare alla fermata della corriera per vedere non scendere l'amata padrona. Poi si rassegnò, ci volle qualche mese, e così cominciò una avventura di vita a due, 24 ore su 24. Si usciva al mattino per arrivare all'Aldini-Valeriani giusto in tempo per il posto nel parcheggio interno, Rochj scendeva dalla cabina, io aprivo il portellone e lui restava lì per ore ad aspettare salendo e scendendo, secondo necessità assolte vicino agli alberi attorno. Nel durante salutava ragazzi e colleghi accettando caute carezze, immobile, vista la serietà della cosa. Nei mesi più caldi c'era sempre qualcuno dei miei ragazzi che si preoccupava della sete dell'ospite e così usciva felice per l'incontro programmato con qualche coetanea o, forse, anche solo per fumarsi le prime sigarette della vita.
poi arrivò quella maledetta filaria e non ci fu più niente da fare se non per l'ultimo viaggio e mi par di vederlo ancora con gli occhi chiedere di essere aiutato a risalire in cabina, quasi sapesse che ci saremmo lasciati, e arrivammo a destinazione che si era già addormentato.
PER SEMPRE.
Ricordi, ricordi, suscitati dalle storie di cani randagi abbandonati a se stessi e dalla storia diversa vissuta da me, in prima persona, e suscitati anche da un articolo di Igor Man su La Stampa a partire dalla Gallina del Duce
Se siete ricco o povero: ignorante o istruito / peccatore o santo / siete il suo compagno e ciò gli basta. Egli sarà accanto a voi / per confortarvi, proteggervi / e dare se occorre / per voi la sua vita / Egli vi sarà fedele nella fortuna / come nella miseria: / è un cane» (1983-1995).
Codesto epitaffio l’abbiamo letto a Roma, in via dell’Imbrecciato, dove da tre generazioni la famiglia Molon gestisce una sorta di Spoon River all’italiana, insomma un cimitero per cani e gatti. Un luogo unico in Italia, non fosse altro perché ospita la gallina di Benito Mussolini (cfr. F. Sansa, Messaggero). Un giorno di primavera del 1936, il veterinario Antonio Molon venne convocato a Palazzo Venezia. «I miei figli giuocavano con la mia gallina. Ma è morta e i miei la piangono. Non mi va di gettarla nella spazzatura», disse Mussolini e Molon ritirò la gallina defunta dalle mani di donna Rachele, correndo a seppellirla nel vasto giardino che aveva ai Colli Portuensi. Nel tempo quell’anomalo cimitero si è allargato ospitando cani e gatti vegliati da lapidi invero struggenti.
Va detto subito come la strage del branco che ha sconvolto paesi buoni e civili di Sicilia non abbia alterato il sentimento di dolenti padroni di cani e/o gatti. Nelle elementari, i bravi maestri spiegano (non è facile ma ci riescono) perché e come cani in selvaggio branco abbiano ucciso e seviziato innocenti persone. Spiegano che il processo di ritorno all’«animalità» di bestiole «abitualmente docili» nasce e matura in conseguenza dell’abbandono.
(8.3.9) Trieste. Università. Chimica. L'analisi (segue da).
Allora veramente si deve cominciarla, l'analisi, e per farlo qualche vaga idea bisogna averla, almeno, come allora si diceva, della chimica inorganica. Esemplificando, molto ma proprio molto semplificando, diciamo che un composto inorganico è il risultato di una parte basica e di una parte acida e dal loro incontro salta fuori qualcosa che chiamiamo sale che può essere neutro, acido o basico, a seconda dei rapporti reciproci e delle caratteristiche dei componenti.
Schematicamente, la parte basica perde degli ioni OH negativi e rimarrà un metallo con carica positiva (una o più di una), mentre la parte acida perde degli ioni H positivi e rimane un residuo acido con una o più cariche negative.
I primi, con carica positiva, prendono il nome di cationi, i secondi, con carica negativa, prendono il nome di anioni. Questi nomi nascono da un presupposto per cui se mettiamo i terminali di una pila, come quelle piatte di un tempo con le due linguette, in una soluzione, tutti gli ioni con il (+) correranno verso il polo di segno opposto (-) chiamato catodo (di qui il nome cationi) e viceversa gli altri (-) che corrono verso l'altro polo (+), chiamato anodo e quindi denominati anioni.
Fatta questa prima distinzione, si cominciava a guardare quel campione di polvere che il prof ti lasciava scegliere in un gruppo di provette, quei tubotti di vetro con il fondo arrotondato, per cercare di indovinare qualcosa anche solo guardando. Già, qualcuno forse lo ricorda, ci sono alcuni sali che hanno un colore, come l'azzurro per molti sali di rame, il verde o il giallo per certi sali di ferro, o i toni rosati del cobalto. Apparentemente la sfiga delle sfighe era quando la polverina era completamente bianca, perchè mancavano i più facili quelli che ti dicevano coraggio qualcosa hai indovinato.
Come sempre non è così.
La prima operazione è, ricordatevi che i tempi sono sempre al passato visto che oggi, e l'oggi è cominciato da qualche dieci anni, la tecnica è decisamente più semplice, è la costruzione della soluzione alcalina, ottenuta mettendo a bollire in un becker nè grande nè piccolo (da 250 ml, è un quarto di litro ma visto nella realtà sembra non grande e poi mai riempire più della metà) un po' di quella polvere assieme ovviamente dell'acqua e qualche spatolata di sodio carbonato, la banalissima soda solvay che si trova anche in certe drogherie e che un tempo si usava anche per lavare i piatti o la biancheria e che con il tempo rendeva quelle manine delicate delle donne in qualcosa di arrossato, un poco gonfio e dal contatto non proprio vellutato.
In questo modo la maggior parte dei metalli diversi da quelli chiamati alcalini (sodio, potassio, etc. per ricordare alcuni nomi che leggete sulle etichette dei concimi o delle acque minerali o sentite dagli spot pubblicitari) precipitano come carbonati e la parte negativa, gli anioni, rimane in soluzione. In fondo è come se noi contribuissimo alla formazione di futuri cumuli di carbonati di ferro, rame, zinco, etc. etc. che porteranno magari a delle miniere.
Naturalmente questo nuovo residuo spesso è colorato, anche semplicemente in bruno, pur provenendo da una polvere visivamente bianca.
Finita la bollitura si procede alla filtrazione, così da ottenere una soluzione degli anioni limpida e priva da ogni residuo.
Per la bollitura naturalmente si è ricorso al becco Bunsen per avere una fiamma, al treppiede da mettere sopra, un anello di ferro sostenuto da tre gambe di altezza giusta da stare appena sopra il cono azzurro della fiamma, una reticella da porre sopra il treppiede con una zona centrale isolata e su cui mettere il nostro becker. Attenzione! ricordarsi di mettere una bacchetta di vetro della grossezza e lunghezza giusta all'interno del becker, regolare bene l'intensità e il volume della fiamma regolando opportunamente la vite della portata del gas e l'apporto di aria alla combustione. La bacchetta di vetro ha lo scopo di evitare la formazione di bolle grandi di vapore d'acqua nella zona ha contatto con il colore e potrebbero far traboccare il liquido dal becker.
Il tutto quando te lo raccontano la prima volta lo ascolti per un po' curioso, poi annoiato, poi manco segui più perchè tanto è così ovvio! Poi i primi tentativi ti portano a più miti consigli quando il tuo becker trabocca sulla reticella, rischiando di coinvolgere il bunsen e obbligando a pulire, asciugare e ripartire vedendo diminuire la preziosa polverina unica fonte di informazioni e che nessuno, se la finisci, reintegrerà.
Succede spesso di non apprezzare i consigli della esperienza che nell'arco di decenni, se non di secoli, ha portato alla forma e alla scelta di certi accessori. E' un po' come la forma e dimensione di piatti, scodelle, posate che hanno forme quasi standard, poi qualcuno si esibisce nel modificarle per riscuotere attenzione (i piatti su cui servono le pizze, ad esempio, che hanno assunto dimensioni enormi solo per darti l'impressione che il diametro giustifichi il prezzo. O altri, anch'essi spropositati, molto decorati e fra un po' con video incorporato, su cui sorgono alcuni mucchietti di qualcosa che sarebbe poi la fonte del costo) ma nella vita di ogni giorno torniamo a forme umane su cui del resto hanno costruito le dimensioni e le forme delle lavastoviglie.
Dopo queste profonde osservazioni sarà bene interrompere, è già passata la prima settimana, è venerdì sera, ripieghiamo il camice, mettiamolo nella borsa, non è più così immacolato come lunedì scorso, vostra madre si è raccomandata, ne va del suo onore se non siete perfetti.
Poi si accorgerà che con certe macchie è meglio rassegnarsi, che un camice perfettamente integro può uscire, una volta asciutto, con micro o macro buchi. A volte, ma quello è visibilissimo, con residui di maniche bruciacchiate perchè, chiacchierando, le avevate avvicinate al bunsen, non alla fiamma, ma lì vicino, e l'aria aveva i suoi 300/400 °C e di solito a quella temperatura molti tessuti bruciano o talvolta semplicemente si raggrinziscono.
Pian piano un bel camice macchiato farà tanto chimico, mica siete un farmacista, e si ricoprirà di scritte sia di fantasia che per segnarvi una pesata, il risultato di una prova. Certo c'è il preziosissimo quaderno di laboratorio, ma quello sta nel cassetto così non si sporca e poi voi ce l'avete la memoria!
Come no, specie se dei vari numeri e cose scritte cercherete di capire quelli del giorno rispetto ai precedenti. Il tutto farà in modo che la prossima volta porterete il camice a casa a Natale, Pasqua e fine corso. In fondo è la vostra bandiera, quanto più è logora e sfilacciata tante più battaglie avrà combattuto e qualcuna, forse, vinto. Ma l'importante è mostrare le ferite ed essere sulla strada di essere o almeno diventare un chimico.
Ricordate gli occhi sorridenti e felici di un figlioletto o un fratellino piccolo che "aiuta" i genitori a cucinare e simili? Quante più macchie di salsa e simili ha sui vestitini tanto più adulto e capace lui si sentirà.
Ma non è così per tutti, ovviamente, qualcuno impeccabile e perfetto c'è sempre: per loro ci sarà il regno dei cieli, per noi, miseri umani, la felicità del gioco e della conoscenza.
(8.3.8). Trieste. Università. Chimica. L'analisi.
Spesso quando si pensa al passato si tende a un tuffo nelle immagini, quelle fotografiche classiche di allora e la sterminata quantità, fino all'ingestibile, delle immagini digitali di oggi. Ma c'è anche il tuffo in un passato tecnico, che spesso diventa, o è già di fatto, culturale. Quello che cercherò di raccontare era lo stato dell'arte, come si usa dire, di allora e quello, nei limiti della mia pratica e delle mie conoscenze, della realtà di oggi.
E' evidente che parliamo di un'analisi qualitativa eminentemente minerale, perchè nel campo organico non è assolutamente pensabile di utilizzare quei sistemi di allora per l'enorme quantità e variabilità di composti presenti sul mercato. Sono tuttavia possibili alcune suddivisioni in categorie dai confini molto ampi.
Per la chimica minerale, o inorganica come spesso si dice, l'attrezzatura usata non era molto diversa da quella di 100-150 anni prima, a partire dal becco Bunsen. Questa apparentemente semplice invenzione mantiene una utilità notevole ed è diventato uno strumento indispensabile in un laboratorio chimico, e non solo.
Bunsen lo mette a punto nel 1855/1860 perchè aveva bisogno di una fiamma a temperatura pulita ed elevata ma con la possiblità di aver, temperature più basse e che fosse anche sicura nell'uso.
Non pensate al 1800 come fosse un mondo scientifico, e anche tecnico, quasi preistorico, lontano dagli usi e costumi scientifici attuali. Molte delle sostanze minerali erano già ben definite, nel 1700 si era lavorato sodo nel ripulire e riclassificare le conoscenze. In questo modo sparivano alcuni aspetti magici dell'alchimia, ma ancora all'inizio dell'800 non si era arrivati a una standardizzazione ad esempio dei simboli. Dalton già comincia ad usare dei simboli non alchemici ma mantiene una confusione fra "sostanze semplici" "sostanze composte" e "sostanze". Uso volutamente i termini di 50 anni fa, oggi diremmo semplicementi "elementi" e "composti" utilizzando nella formula i simboli degli elementi con le quantità (i rapporti molari interni) corrette.
Ho citato prima Bunsen (1811/1899) e adesso Dalton (1766/1844), perchè se a volte si dedicasse un po' di tempo alla storia dei singoli scienziati, così da inserirli in una realtà precisa anche temporale, si vedrebbero questi scienziati, queste persone normalissime ma dotati tutti di una curiosità insaziabile, di una assenza assoluta da pregiudizi e con una vivacità intellettuale precoce, ma perchè anche i tempi e la società erano così.
Dalton è figlio di un tessitore, cresce nella scuola del padre e a 12 anni inizia a insegnare pure lui. Oggi sarebbe un qualcosa di illogico o da denuncia al tribunale dei minori. Eppure quanti sono i nostri ragzzini che hanno curiosità e voglia di fare e che la scuola e il tipo di economia dominante bloccano? E non solo bloccano ma anche li ottundono, perchè rendono di più come mercato di acquisti banali.
Bunsen a 19 anni ottiene il dottorato, poi parte in giro per l'Europa e per tre anni annusa, conosce valenti ricercatori, respira l'aria delle varie scuole di pensiero: esce di casa, corre dietro alle curiosità proprie. E' professore consolidato a 25 anni e riesce anche a perdere un occhio in seguito a un incidente di laboratorio (il solito palloncino che scoppia, solo che un frammento di vetro lo colpì a un occhio). Per inciso da lui prende il nome il "daltonismo" che non è un partito o un movimento poetico, anche se lo potrebbe essere, è solo una anomalia per cui l'occhio non "vede" alcuni colori.
E da vecchi? Bunsen a 78 anni (1889) lascia tutto per dedicarsi al suo hobby preferito, la geologia e avrà altri 10 anni per girare e cercare senza dover perdere tempo a Porta a Porta o simili.
Dalton invece non lasciò mai il suo New College di Manchester, ma negli ultimi anni voleva capire quando come e perchè piove e quanto influisce la temperatura in questi fenomeni. Oggi noi ci alziamo al mattino e vediamo previsioni su previsioni spesso certe, anzi certissime. Apri il pc e qualche sito ti dà le microprevisioni. Qualche decina di anni fa era già molto se l'errore previsionale era ragionevole (giorni non ore). Ma bisognava comiciare da lì.
Ma che ci azzeccano questi discorsi con la chimica? Più di quel che si creda: se non sai cosa hai in mano come fai a capire quel che succede.?
Il dottor DIVAGO ha colpito ancora.
Fa niente ce n'è di tempo davanti.
Fatevi un giro in bici, davanti a quei due ciclisti c'è il mare di Barcola, il mare di Trieste. La foto era il ricordo di un pericolo scampato, mi ero distratto e avevo centrato un'auto in sosta (notare braccio sinistro bendato di fortuna). Mia madre gridava vieni via (temeva eventuali danni all'auto, per fortuna indenne, o quasi) io temevo per la bici: ruote di legno, cambio là in basso, si vede la leva, con un nome francese. Però era la mia, l'avevo comprata con sei mesi di lavoro ad accendere i ceri dentro ai lampioncini da lavori in corso per la ditta per cui lavorava mio padre, dalle cinque alle sette del pomeriggio, dal lunedì alla domenica. Che fusto, vero?, almeno le gambe erano ancora intere, o quasi.
(8.3.6) E venne finalmente il tempo delle chimiche.
All'epoca le materie erano sostanzialmente due, Chimica Generale e Inorganica I,e il Laboratorio di Preparazioni Chimiche e Analisi Qualitativa.
Trieste in parte era feudo di Roma e il docente di Chimica Generale era per forza di cose un allievo di Caglioti (1902-1998) e quindi il nostro prof. Guido Sartori era, come capita, eternamente in viaggio fra Roma e Trieste. Ma noi notammo una particolarità che ce lo rese discretamente simpatico. All'inizio del mese viaggiava a sigarette, poi passava ai toscani e verso fine mese arrivava la pipa dove bruciava tutti i residui di sigarette e sigari religiosamente tenuti da parte.
Il corso di Chimica generale I è decisamente fondamentale per la formazione mentale di un chimico perchè affronta in modo parallelo sia i primi tentativi di costruzione di teorie generalizzatrici dei vari fenomeni chimici e nello stesso tempo costringe a prendere in mano i singoli "oggetti" chimici, sali acidi basi con le loro caratteristiche individuali di colore, corrodibilità, igroscopicità, massa, etc.
Questo aspetto, negli ultimi decenni ha perso molta della importanza che un tempo gli veniva attribuita, con il risultato che molti degli aspetti concreti vengono trascurati e non conosciuti, esponendo quindi il neo laureato a rimpalli disagevoli nell'ambiente di lavoro, specie se in reparti di produzione e, anche se può sembrare strano, a concorrenza competente da agronomi, veterinari e simili.
Indirettamente mostro così tutta la mia "antichità", ma anche il vantaggio di un processo conoscitivo che mi è arrivato via via dal particolare al generale. Scienza giovane la chimica, Lavoisier, di cui qualcuno ricorderà il nome dai testi del liceo, viene ghigliottinato durante la Rivoluzione Francese ed è praticamente con lui che si comincia a passare dalla sfera alchemica a quella scientifica e siamo già a fine '700, inizio '800.
Tuttavia non era con Sartori che siamo cresciuti, troppe poche le ore di contatto vero. Ben diverso era con il Prof. Antonio Ciana. Anche se praticamente coetaneo di Sartori il Ciana, ovviamente, non era in cattedra ma ci teneva per mano nelle lunghe, interessanti e spesso divertenti ore di laboratorio, con l'appoggio del camice blu, il tecnico arguto e paziente Coglievina.
In laboratorio, come già detto dal lunedi al venerdi dalle 14,30 alle 19.30, dal 15 novembre al 15 maggio, il tutto era affidato a noi e toccava a noi consegnarlo alla fine perfettamente pulito e in ordine, comprese le tracce, di quando in quando, di merende a base di salumi, paste asciutte e fiasconi di vino rituali alle viste delle vacanze scolastiche tradizionali o, alla fine del corso, nelle prove finali (di solito tre giorni di otto ore ciascuno) incognite i cui risultati influivano sul voto.
Ma era sempre il Ciana che camminava instancabile fra i banchi e vedeva tutto.
Una delle inevitabili, forse, abitudini dei nuovi studenti è prendere una provetta e introdurvi via via qualcuno dei reattivi che hai davanti agli occhi, con risultati abbastanza strani sia nell'aspetto che, spesso, nel profumo. Allora ti arrivava alle spalle implacabile il Ciana, ti prendeva la provetta dalle mani, la rigirava e rimirava e fra gli occhiali e i baffi sul biondo ti chiedeva cosa fosse quella smerdolosità, andandosene poi sornione e sorridente senza neppure attendere la risposta inevitabilmente impossibile.
Molte delle metodiche, di cui oggi spesso non si riconosce neppure il nome, venivano direttamente dal '700 e '800, come l'impiego del cannello ferruminatorio o la perla al borace. Alcune di queste metodiche di analisi qualitativa sono, fra l'altro, utilizzabili ovunque senza necessità di evoluti e costosissimi laboratori, come del resto non lo erano quei laboratori di un paio di secoli fa dove furono riconosciuti e ben "sistemati" molti di quegli elementi e quei composti che porteranno via via alla affermazione di questa giovane scienza.

Il cannello ferruminatorio è ancor oggi usato per laboratori portatili mineralologici, assieme magari ad una scatola di fiammiferi, una candela e un pezzo di carbone di legna, più qualche sale opportuno. Il tutto nasce da un piccola conca costruita sulla superficie del carbone entro la quale si pone la sostanza incognita opportunamente macinata (da un mortaietto e pestello a uno dei vecchi macinini da pepe o sale, o anche solo usando della selce), la candela serve per fare la fiamma, il cannello per inviare la fiamma, soffiando, sull'alloggiamento del campione.
Fiamma + aria = carbone che brucia in eccesso di aria e quindi temperatura elevata, il carbone e l'aria reagiscono con la sostanza incognita e osservando quel che succede si "deduce". Il cadmio, ad esempio, lascia un alone di vari colori sulla superfice del carbone a cui hanno dato il nome di coda di pavone e così diventa facile rivelarne la presenza nei sali di zinco, visto che il cadmio è uno di quegli elementi che è bene non venga ingerito neppure in tracce.
La perla al borace invece si ottiene mescolando borace e sale incognito, ci si arriva sopra con un filo di platino (infilato al rosso in una bacchetta di vetro) rovente, si torna a scaldare con attenzione, il tutto a questo punto fonde, si toglie dalla fiamma, si forma una gocciolina di vari colori che si lascia raffreddare sul piano di porcellana o simili e di nuovo si "osserva" e si "deduce".
Oggi naturalmente tutto è più semplice (e costoso, però veloce), si introduce il campione, il sistema fa tutto e poi ti spedisce il foglietto con il risultato e non occorre più "osservare" e "dedurre".
Il chè può essere un gran vantaggio, perchè c'è più tempo da dedicare agli mp3 infilati nell'orecchio, o ai titillamenti dell'ultimo i.pode (sempre che sia scritto giusto).
PS: a proposito del Prof Sartori un anonimo suggeritore nega che Sartori fumasse sigarette. Probabile, ma i ricordi sono come il primo amore, magari sono sbagliati però sembrano veri. Così come capii anni dopo la sua insistenza sui complessi e composti di coordinazione in genere, da un suo libro. Argomento allora innovativo, e molto importante ancor oggi, per tutte le implicazioni anche biologiche, ad esempio, nelle interazioni amminoacidi-metalli su cui mi trovai a pubblicare una specie di brevetto, raro esempio di "carmina" che talvolta "dant panem". E che finiscono velocemente, e simpaticamente, in "circenses".
(8.3.5) Trieste. Chimica. Tutta la fisica, compreso il baco.
A differenza di Matematica, Fisica non aveva subito gli sdoppiamenti di altri corsi, forse perchè non aveva i numeri. cioè i fondi e il personale sufficiente. Resta il fatto che ingegneri, matematici, fisici, chimici e via così avevamo un unico corso con qualche correttivo, in fase di esame.
La valutazione, come si dice oggi, nasceva da una prova scritta e successiva, per gli ammessi, discussione orale.
I chimici venivano ammessi anche solo con 8 (otto) su 30 (trenta). Evidentemente i titolari del corso non ritenevano possibile che un chimico potesse mai arrivare alle sublimi vette della fisica.
Sperimentalmente, prendendo io medesimo come esempio, penso non abbiano torto. Infatti io mi presi 23/30, il terzo scritto dall'alto su quasi un cenitnaio di studenti, e poi franai ignominiosamente non sotto un singolo orale ma in tre orali successivi e alla quarta prova (ormai ero emigrato), come disse una collega del titolare del corso a Bologna, dove sarò fra un paio d'anni, il prof Peli compie gli anni e per rispetto alla sua costanza le regala 21. Dea Dalmonte Casoni, venerata e venerabile docente di Organica Uno in Viale Risorgimento a Bologna. Cara Prof, ormai là nel cielo liquido dei chimici, grazie e grazie ancora.
Capii molti anni dopo, quasi venti, insegnando fisica a un serale per studenti lavoratori, dove era nascosto l'immenso baco che mi trascinavo dietro dal liceo. Pochi, infatti, si rendono conto quanto fondamentale sia l'imprinting che si riceve in quegli anni. La nostra prof di matematica e fisica, oltre a fumarsi quasi un pacchetto di sigarette nelle due ore di lezione stando sulla porta fra l'aula e il corridoio dell'Oberdan, ci ha presentato sempre la fisica come un po' di formuline o formulone senza mai un concetto.
E invece i fisici sono un incrocio fra teologi e filosofi, con prove sperimentali valutate a forza di calcoli e funzioni e bla, bla, più che di qualcosa di concretmente tangibile. Certo c'era il labortorio di FISICHETTA, quello divertentissimo, lì facevi misure, litigavi con lo strumento, gli facevi il check up completo. Potevi persino giocare con l'elettromagnetismo anche se era roba del secondo anno. Ma l'aula, la teoria, ben altro.
Eravamo arrivati nell'aula magna per la prima lezione di fisica uno già intimoriti e prevenuti. L'aula, la prima che vedevo così, era la classica aula ad anfiteatro e di fronte a noi un muro di lavagne e una cattedra che occupava l'intera larghezza. Dietro c'era il prof Poiani, smilzo elegante e allampanato signore fra i 30 e i 40 con quei visi tipici di quella costa che da Trieste arriva fino a Spalato e anche più giù, a ricordare che su quei territori il leone di San Marco non ha lasciato solo simboli e monumenti ma anche tracce significative del suo DNA.
Noi lo guardavamo curiosi di ritrovare le tracce dei racconti che i fagioli, quelli del secondo anno, ci avevano fatto. Si diceva che il portiere una sera, non avendolo visto uscire e notando le luci accese nell'Isituto, fosse andato a cercarlo e l'avesse trovato nel laboratorio in mutande che tirava una molla legata alla parete, arretrando, poi la lasciava e la rincorreva verso il muro, a riprenderla. E poi di nuovo, e ancora da capo, in un percorso tutto suo come se fosse altrove.
Vero o falso che fosse, il tutto veniva spiegato raccontandoci che era rimasto più volte all'interno di un sommergibile affondato e salvato per miracolo. Chi diceva una, chi due e chi persino tre, e noi cercavamo nel suo modo di parlare o di muovere segni residui di quel sentito dire, ma vedevamo solo un elegante e distaccato signore concentratissimo e per niente verboso che macinava argomenti e principi e leggi con un linguaggio per me sconosciuto.
Mi portavo religiosamente sempre dietro il Rostagni, un monumento ancora presente nella biblioteca degli studenti all'Università di Trieste, come mi ricorda Google, assieme agli appunti di fisica superiore dello stesso Poiani.
Ma torniamo allo scritto, lo ricordo perchè uno degli esercizi chiedeva di calcolare la spinta, la velocità di fuga, l'energia necessaria per portare un "razzo" (allora non si chiamavano missili) fuori dall'atmosfera terrestre nell'ipotesi etc etc. Non ricordo quanti fossero gli esercizi, ricordo che questionai con uno degli ingegneri (futuri) che non accettava i miei suggerimenti. Pensate con che orgoglio andai all'orale, quasi sicumera, fuori da quello stanzino dove si entrava uno alla volta e da cui uscii quasi 40 minuti dopo sconfitto e inebetito.
Eppure l'avevo scritto f = ma, ma non gli andava bene, dov'è che sbagliavo?.
E fu quella stessa domanda a incastrarmi le altre tre volte. Poi lo capii, finalmente vent'anni dopo, nello sforzo di spiegare ai miei allievi di un corso serale per ragionieri, alcuni con qualche anno più di me, la composizione delle forze, come, ad esempio, se applichiamo due forze uguali, nella stessa direzione, ma di verso opposto... e mi fermai. Avevo capito, mi avevano sempre sbattuto fuori con il classico 12 sul libretto e avevano ragione, mancava il segno di vettore, quella freccina sulla "f " e sulla "a" e la domanda era volutamente cattiva fatta da un fisico a un chimico LA MASSA NON E' UN VETTORE.
E il chimico gioca con le masse, gioca con la materia, pesa, stritola, stravolge, scalda, fonde, congela ma non c'entrano i vettori quando la manipoli, la pesi, la trasformi quella MATERIA.
Però quell'esame, lo racconterò più avanti, determinò una serie di piccoli fatti che rivoluzionarono completamente il mio futuro, futuro che mi spostò da Trieste a Bologna.
Ma forse fu solo lo spunto che mi faceva riprendere il mio randagio movimento, in fondo, quando succederà, saranno ben quasi sette anni che vivevo a Trieste, mai ero stato tanto tempo in una città, in un paesino. Ma forse è anche per questo che quella città, quell'ambiente, quel modo di vivere, forse non solo di allora, mi hanno formato.
E quando una sera, di qualche anno fa, in un TG ho visto inserito lo Spot di Fini su una manifestazione là indetta, mi sono sentito tradito per un uso così smodatamente di parte di una città di frontiera, città così sfrontatamente italiana ma anche così aperta a tutti quei popoli che tramite lei arrivavano, e arrivano ancora, da Est verso occidente e nonostante io in quella piazza avessi, oltre 50 anni prima, applaudito e condiviso le parole di Almirante.
Facce, visi, corpi, pance, colori della pelle così diversi, spesso, ma così testimoni di un passato non anonimo, non solitario in un presente, allora, ma temo anche oggi, così poco attento ai flussi veri e profondi tramandati da generazione in generazione.
(8.3.4) Trieste. Chimica. Lezione di matematica.
Come sempre nella società leggi, riforme, accadimenti (!) esterni modificano la storia di ognuno. Fino all'anno prima il biennio "propedeutico" non aveva corsi particolari per i non matematici, fisici e ingegneri ma tutti assieme appassionatamente partecipavano ai corsi fondamentali. Corsi fatti sia di solide prove scritte che dei successivi esami orali.
Nel nuovo ordinamento del biennio propedeutico di chimica alcune materie come le matematiche erano scorporate, il chè significava che gli insegnamenti come analisi matematica e simili erano fatti su misura per noi chimici.
Negli anni questo sistema poi prese piede in modo eccessivo e, per aumentare le cattedre, si inventarono i corsi più variegati e possibili e i necessari sdoppiamenti, magari fra chi era alto dametri zero a metri uno e settanticinque centimetri e due millimetri. Ma allora eravamo ancora lontani da queste sottigliezze burocratico-comode di moltiplicazione di pani e pesci non proprio evangeliche, le moltiplicazioni.
Per fortuna, quella separazione. Mi capitò anni dopo, ero già laureato, di prendere in mano un testo di analisi (matematica) e rimasi come uno che per la prima volta vede dei geroglifi egizi, nemmeno una parola (o quasi), tanti bei simboli, perchè le parole sono inutili quando importano i concetti e se i concetti sono condivisi basta mettere un simbolo.
Quasi come la solita barzelletta che racconta come si raccontano fra loro le barzellette un gruppo di rappresentanti (agenti di commercio) riuniti in un unico scompartimento ferroviario: uno dice un numero e gli altri se la raccontano mentalmente e ridono in modo più o meno legato al carattere di ciascuno.
Il fatto è che i chimici di oggi sono tutta matematica e funzioni e calcoli noi, allora, eravamo ancora alla preistoria e i due corsi del primo anno erano tenuti, Istituzioni uno da un giovanissimo docente alle soglie della cattedra (diventerà illustre cattedratico a Milano anni dopo), mentre esercitazioni matematiche uno, no.
Noi, le matricole di chimica, eravamo sì e no una ventina, le lezioni le tenevamo in una auletta con quelle poltroncine tutto legno, con bracciolo semimobile con funzione di appoggio-scrivania, si fa per dire. Cinque fila di poltroncine-scrivania per cinque cadauna, ingresso lato sinistro guardando le due lavagne affiancate frontali. Sulla parete opposta, lato sinistro, la quinta delle poltroncine toccava il muro, sulla parete della porta non più di cinquanta centimetri fra la poltroncina e il muro.
Il primo giorno eravamo lì presuntuosi, noi dello scientifico Oberdan, con quegli analfabeti matematici del classico che neanche conoscevano vocaboli come derivata, integrali, studio di funzioni, noi invece ...
Noi invece, e anche gli altri, vedemmo entrare un cosino giovane giovane sul metro e sessanta, poco più, giovanissima, anche rispetto a noi minus quam (matricole insicure e arroganti, quando gli anziani non ci controllavano) e, come allora usava, vestita da donna ma in modo molto stringato: blusa-corpetto, sottanina dello stesso colore e stoffa sotto il ginocchio, non troppo (le minigonne erano lontane, era il 1955), accenno di camicetta di quelle tutte disegnini come si usa in certi felici paesini dell'Alto Adige, musetto tondo, paffutto con quel colore rosato tendente al vivace, tipico delle genti del Carso, scarpe solide ma non troppo anche se le gambe avrebbero ingentilito degli scarponi da alpini, e due labbra vere quasi infantili, senza rossetto e lo stesso brillanti, vivaci.
Io ero sul bordo verso il muro d'ingresso e pur essendo attorno al metro e ottanta ero pur empre tra i piccoli, scattammo in piedi ammutoliti e lei si fece piccolissima per riuscire a passare tra noi e il muro guardando fissa davanti a se stessa. Era una nuvola color antracite ravvivata dalla blusa e dal viso con i capelli pettinati svelti che mi passavano sotto gli occhi, veniva da dirgli coraggio, saremo buoni, è la prima volta anche per noi.
Le lezioni erano a blocchi di due ore, praticamente senza intervallo e senza quarto d'ora accademico e anche senza momenti di relax. Ma non fu del tutto vero, c'erano i ruoli da rispettare, non era più un liceo, non era una accademia, in pochi giorni ci trasformò, eravamo una squadra e lei ci spingeva, ci fermava, tornava indietro, andava avanti, lasciandoci ritenere che fossimo noi a guidare alternadoci alla lavagna, alla discussione. Sempre tranquilla, ci lasciava controllare sullo ZWIRNER ogni passaggio perchè, non lo diceva ma lei lo sapeva, le rotaie del testo ci davano sicurezza e non ci lasciavano scappatoie o fughe laterali.
E quando finì quella prima lezione capimmo quanto anche lei fosse stata tesa, uscendo dall'aula tutte le parti un po' in evidenza di quella giovane e morbida sagoma femminile di prof erano sporche, no! macchiate o impolverate di gesso. Non usavamo ancora quelle stecche di steatite che scrivono senza polvere.
Nessuno di noi sorrise ma non perdemmo una lezione e io presi uno dei rarissimi trenta della mia storia (a istituzioni uno non superai il 25).
(8.3.3) Trieste. Chimica. Niiito!!! mi aiuti?
Eccolo qui lo strumento di tortura fondamentale.
Qualche anno dopo nell'aula principe dell'Istituto Ciamician a chimica pura, Bologna, osservavo il fondamento della scienza positiva della seconda metà dell'800. Era una scritta che campeggiava e prendeva tutto il fronte e la leggevo mentre il prof Bonino, uno degli ultimi accademici vecchio allora viventi, oltre che già Accademico d'Italia, faceva lezione di ricordi.
Continuavo a guardare la scritta e intanto il prof. Bonino per farci capire che la chimica era giovane, tanto giovane, mostrava delle foto, quelle che sanno di vecchio di antico. Eppure nelle foto assieme ai grandi progenitori c'era anche lui, giovane ragazzo spazzola insieme a quei nomi che con strumenti semplici, intuizioni, ore di laboratorio, errori, litigi, discussioni, in poco più di un secolo dall'alchimia, dalla magia, dal sortilegio proprio di tanti sacerdoti di antiche e moderne religioni erano passati a classificare, descrivere e infine prevedere.
OMNIA IN NUMERO MENSURA ET PONDERE. Tutto può essere descritto da un numero, una misura, un peso. C'è tutto il senso, il gusto, il piacere sensuale della materia, quella cosa apparentemente informe, spigolosa, sporca, immobile ma dentro piena di vita, di vibrazioni, di così, atomi elettroni nuclei e magari ioni e così uguale e varia e, sia pure in tempi non sempre umanamente mensurabili, eccola lì che si trasforma, magari solo nella forma cristallina. E non ha bisogno di anima, di dii, gli basta energia, magari anche poco anche solo quella del sole, così ricco di radiazioni da quelle più lunghe dalle parti dell'infrarosso a quelle che via via aumentano di energia dalle parti del violetto, dell'ultravioletto. Quegli UVA o UVB sollazzo e fonte di preoccupazioni e di guadagni nell'estate del corpo che vorrebbe ubriacarsi di luce, di sole, di follia, di energia.
E noi eccoci lì a litigare con quei due bracci, che poi costituivano una unica struttura che al centro poggia con un cuneo di pietra dura su un piano levigatissimo, anche lui di pietra dura, così se starnuti o soffia dell'aria ecco che imprimi una oscillazione scomoda, quando non disastrosa.
In fondo il principio è semplice perchè è solo una bilancia a due piatti, su uno metti quello di cui non conosci il peso, pardon! la massa, e sull'altro via via dei pesi (delle masse!) fin quasi all'equilibrio.
Ma come si vede l'equilibrio? guardando le oscillazioni, perchè al centro a partire dai bracci scende un'asta che gioca su una serie di tacche, destra, sinistra, destra, sinistra, destra... Niiitoo... va bene così?
L'avrei strangolata quella mia compagna di corso e anche di banco, io ero lì che litigavo con me stesso per decidere dove mettere il "cavaliere", un pezzettino di filo di platino che si mette a cavalcioni del trave superiore per dare l'ultimo tocco, quello del milligrammo o, con una bilancia più sensibile, del decimo di milligrammo, il top dei top, la quarta decimale.
Ma questo l'anno dopo, adesso si fa solo qualitativa, l'anno dopo quantitativa e adesso basta anche la bilancia "tecnica", seconda decimale dopo il grammo.
Ma torniamo a LEI! Quel va bene così? era il preludio quasi sempre di un crollo di tutto il sistema e allora riprendi in mano i piatti, sistema i coltelli, ricordati di rispettare quello che è a destra, deve essere a destra, altrimenti la taratura finale di chi l'ha costruita va a farsi benedire. E poi, quella lì, era il contrario di tutto, nè rossa nè bionda, nè alta nè bassa, nè grassa nè magra ed era anche la prima volta che stavo gomito a gomito con quella roba lì, una femmina, specie umana che non avevo mai frequentato così da vicino.
Non ne aveva nessuna colpa, poverina.
Ero io che tentavo di educare le mani, gli occhi, la testa per non perdere un gesto, un effetto, un cambiamento: finalmento cominciavo ad imparare come modificare il mondo.
Nessuno mi doveva distrarre!