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Il dolce e l'amaro dentro e intorno a noi

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Un vecchio signore che non ha nessuna voglia di andare in pensione mentale ma che può finalmente scegliere orari tempi e colleghi.

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domenica, 28 ottobre 2007

Mi ero femato a fine agosto nel racconto di Benito, se qualcuno vuol ritrovarsi deve andare al 30 agosto 2007 o seguire la tag "elementari". Non è per esibizione o pretese di scrittore, ci vuole ben altro, sono i ricordi di più di 60 anni fa filtrati e distillati dalle inevitabili vicende personali di una vita piena di vicissitudni "normali" come per gran parte dei miei coetanei.

13. Coraggio, duce, 18 mesi all'alba... 

Da quell'ottobre del '43 all'aprile del '45 in fondo son solo pochi mesi più di un anno e in mezzo due inverni, e due Natali e giovani e vecchi a scegliere dove stare, chi scegliere, chi nascondere, chi spiare, chi denunciare.

Quasi come una tragedia greca, dove però è il coro a recitare veramente, perchè è il coro che continua a lavorare, a coltivare la terra, a provvedere che le merci girino ancora, che la posta funzioni, che un po' di bimbi e ragazzi vadano a scuola, che gli ospedali provvedano e che il medico condotto ci sia anche per i meno fortunati. E' in fondo questo il vero miracolo di un popolo che deve attingere, anche se non lo sa, ai ricordi ancestrali di eserciti, di bande, di parlate ostrogote e comunque andare ossequiando e fottendo e figliando e schierandosi, anche solo con un passa parola, con un cenno del capo, con un non so e un po' che non lo vedo.

Signor Duce, solo trent'anni fa smaltivi le azioni anti guerra di Libia assieme a quel repubblicano di Nenni, poi ti eri messo in testa di preparare la rivoluzione e arrivavi alla direzione dell'Avanti. Ma non era aria, i socialisti italiani avevano capito niente, quasi pacifisti ante litteram erano convinti che i lavoratori, i proletari, quelli che fabbricavano ancora figli con la carta carbone, si sarebbero opposti e non avrebbero lasciato andare in guerra i propri figli più grandi.

Una volta tanto aveva visto giusto e non appena era capitata l'occasione di un giornale tutto suo ci si era buttato, tenendo un tono ancora dubbio, molto populista e socialrivoluzionario e, poi, era pure andato in guerra. Quasi come se ciccio Ferrara fosse andato volontario in Iraq! altre tempre, altre trippe: in fondo il duce era un ragazzino, poco più di trent'anni, da subito caporale e poi gloriosamente ferito e carismaticamente a casa a preparare la sua rivoluzione. Aiutato dall'imbecillità di molti e dai soldi di pochi, ma importanti.

Ma il nostro piccolo Benito era arrivato in quel di Bussolengo. Chi vede oggi questa cittadina ormai quasi un vasto sobborgo di Verona non s'accorge neppure che c'è ancora un centro e, per fortuna o per caso, quasi intatto nella sua piccolezza. Per questo pochi anni fa ho ritrovato la Chiesa dei miei ricordi. La casa che ci ospitava era poco lontano, bastava uscire dal grande portone di legno che isolava il piccolo agglomerato confinante con gli orti dalla strada principale, e si prende a destra in direzione della Chiesa, e si era subito lì.

Ho sovrapposto quel ricordo a quello di un'altra Chiesa di una città molto più importante  e che tempo fa, il Papa era un altro, era su tutti i giornali e TG, Colonia. Non c'entra l'aspetto, lo stile, entrambe però erano, e spero siano ancora, parte costituente della comunità. A Colonia nei primi '80, in occasione di uno dei tanti Fotokina, "messe"  fiera dell'ottica e tutto il resto che una pellicola può fissare, ero rimasto affascinato da quel piazzale pieno di ragazzi e ragazze di ogni età dai 2 ai 90nni, chi pattinava (skettinare non mi è mai piaciuto come verbo, tocca mettere la bocca a culo di gallina), chi leggeva, chi passeggiava, chi scambiava due chiacchiere per andare poi lì vicino in uno dei tanti locali con orchestrina jazz e die alte bier, la vecchia birra fresca di giornata bevuta in piccoli bicchieri da un ottavo, come i nostri da goto, però di vetro meno spesso. Ma anche lì, a Bussolengo, lo spiazzo avanti la Chiesa era luogo di incontro e svago con un genere di persone più omogeneo, pur variando a seconda degli orari.

E allora puoi anche capire perchè uno ci vada, in quelle chiese, per respirare l'odore dell'incenso e della cera stropicciata dalla fiamma (non quei pulsanti che accendono la lampadina davanti al santo solo per giustificare l'obolo). Con il parroco, allora senza parsimonia di giovani sacerdoti in allevamento, circondato da chierichetti e giovani parrocchiane, rigorosamente a braccia coperte e ampio fazzolettone sul capo per evitare che i riccioli turbassero i non presenti uomini, che arrivavano per la messa principale della domenica mattina, quella delle 11, così da arrivare puntuali a pranzo, apparecchiato dalle "vecchie" che la Messa l'avevano avuta alle 6/6.30.

Il mangiare è una componente fondamentale della giornata di un bambino, almeno lo era fino alle merendine, chicles e altre delizie e così feci conoscenza con la polenta, quasi sconosciuta nelle campagne romagnole, dove il pane trionfa su tutto, sostituito solo al sabato (quando si cuoceva il pane per tutta la settimana) da quelle piade grandi e spesse tutte ricoperte di formaggi morbidi e molto squacqueronici.

Alla mattina latte e polenta, a mezzogiorno minestra e polenta, alla sera polenta con quel che c'era, ma la casa era ospitale, gentile, generosa verso questi extra terrestri arrivati dalle Romagne al seguito di un capo, neanche fosse un esercito alla Pancho Villa.

O forse era proprio come quegli eserciti sudamericani, un po' bandidos, un po' soldati, con vita militare e vita personale strettamente avvinghiate. Le donne, e in questo mia madre era una specie di capo, curavano una specie di mensa per tutti quei giovani e meno giovani dai 16 ai 40anni, quando rientravano la sera, penso dopo essere stati in giro a marcare il territorio e andare a caccia di renitenti, disertori e traditori, uno dei tanti nomi che significarono poi partigiani in quelle prime modeste alture veronesi.

E forse a caccia anche di un po' di polli, conigli e maialotti che venivano consegnati alle cuoche. L'atmosfera di quelle cene era allegra, chiassosa, con le solite prese in giro dei più giovani da parte dei veterani e finivano poi al canto e al suono di canzoni che solo lì posso avere imparato.

Ancora oggi mi capita, nei rientri notturni e solitari in macchina di urlare dei mischioni di canzoni per tenere lontano il sonno, alternando i battaglioni del duce battaglioni, con bandiera rossa la trionferà, e poi magari giovinezza e il canto dei sommergibilisti, con fischia il vento infuria la bufera, o sebben che siamo donne paura non abbiamo, o ancora addio lugano bella e, molto più raramente, siamo arditi della fede siamo araldi della croce, a ricordarmi momenti e entusiasmi di una vita in fondo così breve, ma così variabile.

E uno su tutti di quei canti e quei suoni, il violino di Calderoni, non il solito violino da festa paesana e neppure quello troppo colto, era un violino che aveva conosciuto le pianure e i paesi e le feste dell'est Europa, quell'est che era stato così ricco di dittatori di varie taglie e in gran parte filo fascisti e che fu poi affidato alle cure dell'occupante russo, ma non credo che per la gente comune cambiasse poi così in peggio.

Romania, Ungheria, Polonia, cambiò la forma degli stivali o gli sbuffi dei pantaloni e gli addobbi, ma sempre pochi individui organizzavano il numero giusto per controllare i tanti, in nome dell'avvenire religioso o del proletariato che fosse.

Con gli occhi del poi nessuno di quei ragazzi, di quegli uomini, di quelle poche ausiliarie tornò a casa, a Ravenna. A parte mio padre, che su ordine di mia madre prese la bicicletta e arrivò a Ravenna pedalando, vennero a prenderli con un po' di camion per riportarli a casa, poi "sbagliarono" strada, finirono in un bosco dalle parti di Treviso e restarono tutti e tutte lì, corpi un po' maltrattati e affidati alla pietà di qualche contadino e prete, che pietosamente fotografò quel che restava. 

Foto che furono in seguito oggetto di ricerca e identificazione e mi rimasero impressi gli occhi della figlia di Calderoni, il mio primo vero grande impossibile amore mai dichiarato e che con i suoi quasi quattordici anni stordiva i  miei quasi dieci anni. E altri ancora, con cui avevo riso, che mi avevano tenuto sulle ginocchia, che mi avevano messo il loro berretto  da ardito in testa, che mi avevano scompigliato i capelli, di cui conoscevo odori e sculacciatine. Che ne sa un bimbo di retate e rappresaglie e scontri quasi all'arma bianca e botte a finire in tanti quello solo, e dell'odio accumulato negli anni e anche della insicurezza sul futuro appena arrivato, ma già dubbio nel suo prossimo sviluppo!

Ma sono i discorsi e i pensieri dell'oggi, perchè c'erano anche scene comiche come quando il mio fratellino, di poco più di tre anni, arrivò con una piccola pipa di legno con dentro una delle sigarette di mia madre (quasi certamente una milit) accesa sicuramente da uno sportello della stufona di cucina. Lui arrivò tutto tronfio e pippante e non fu nemmeno sgridato. 

E  c'era anche uno spettacolo quasi quotidiano, con mia madre e un cavalletto stradale si andava non so perchè a regolare il traffico, almeno credo, perchè mia madre manovrava una bandiera rossa a bloccare e sbloccare il traffico di carretti, somari e biciclette. E doveva essere non lontano da Pescantina e dal fiume, perchè spesso stavamo lì, in mezzo ai pietroni delle sponde, vicino agli ulivi, a guardare le fortezze volanti che andavano lente lente a bombardare Verona, quasi a cadenza bisettimanale, senza che niente le contrastasse, se non qualche buffo sbuffo della contraerea.

Ma questo non stupiva o preoccupava, sarebbe arrivata la famosa arma segreta.

Segreta fino all'ultimo.

postato da: bkrema alle ore 15:37 | link | commenti
categorie: vita, elementari, 1943/44, salo rsi, bussolengo