sarà la campagna elettorale, sarà che qualcosa bisogna pur ogni tanto dire di "nuovo" a livello di storia nostra, specie se su periodi pieni di cicatrici, tuttavia non mi pare tutta sta grossa novità.
se vado a rileggere qualche mio vecchio post di ricordi su questo blog mi rivedo all'esame di maturità (anno 1955) al liceo Oberdan (quello scetifico, per carità!) di Trieste con già allora una "brillantissim interpretazione". Chissà se con queste poche righe mi guadagnerò una cattedra o, almeno, una citazione.
Agli orali frana paurosa in francese e in scienze, onesta difesa nelle altre, brillante in storia e pure filosofia. In storia, forse perchè il mio accento non era pienamente triestino (e poi mi chiamo Benito!) il giovane commissario mi sottopose un problema non certo nel programma: il destino di Trieste se la guerra fosse andata in modo diverso.
Io, senza barare ma con convinzione, sostenni che sarebbe passata sotto l'influenza germanica e così gran parte dell'Istria. Naturalmente blah, blah rientrava in una politica di sbocco sull'Adriatico etc. etc.
Complimenti, accompagno all'uscita dall'aula, stretta di mano.
E un miserabile 7, unico in una marea di 6. In effetti io mi aspettavo il rinvio a settembre in francese e scienze però voti brillanti in storia, filosofia e sopra il 6 almeno in matematica. Siamo strani noi studenti, anzichè notare il passaggio in prima battuta, mi diedero fastidio altre cose, però non è così ingiustificato, almeno così avrei capito e dimostrato di eccellere da qualche parte e invece... Invece come mi disse il prof Suadi, promozione, gli altri voti al 6, il 7 in storia perchè il commissario mi aveva difeso, anzi, si era risentito della richiesta.
Questo scrivevo nel filo dei ricordi nell'agosto del 2006.
Questo su Il Sole 24 Ore, oggi 7 giugno 2009.
L'Italia ha perso tutti i territori che aveva ottenuto con la Grande Guerra e con le guerre del Risorgimento contro l'Austria. La repubblica italiana, governata da un regime totalitario, è uno Stato a sovranità limitata nell'ambito di un grande impero continentale, sul quale sventola la bandiera rossa con una croce uncinata. E' il Nuovo Ordine Europeo del Terzo Reich millenario.
Questo scenario non appartiene ad una invenzione romanzesca: era la sorte cui molti gerarchi nazisti intendevano destinare l'Italia dopo la vittoria della Germania nella seconda guerra mondiale. "Tutto ciò che era un tempo possesso austriaco deve ritornare in nostra mano", scriveva Goebbels nel suo diario all'indomani dell'8 settembre.
Verso questa direzione erano orientate alcune importanti decisioni prese da Hitler dopo la resa italiana dell'8 settembre. Infatti, fin dal 10 settembre, cioè prima della liberazione del duce e la costituzione della Repubblica sociale, il Führer aveva sottoposto al diretto controllo di due Geuleiter austriaci le zone denominate Alpernvorland, cioè le provincie di Bolzano, Trento e Belluno, e Adriatisches Küstenland, comprendente le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e la provincia di Lubiana annessa all'Italia nel 1941. Nel Sud Tirolo fu messa avviata una operazione di "de-italianizzazione", cancellando i nomi italiani di comuni e strade. Al confine del Brennero fu tolto il cippo che segnava lo Stato italiano. Nelle provincie della Venezia Giulia e dell'Istria furono riaperte le scuole slave che il regime aveva soppresso. Ma anche nel resto del territorio della Repubblica sociale, la sovranità italiana era ignorata dai nazisti e dai comandanti militari tedeschi, che spadroneggiavano brutalmente come una forza di occupazione. Al nuovo Stato fascista, costituito il 23 settembre da Mussolini per volere di Hitler, il Terzo Reich "non attribuì che un ruolo ausiliario e strumentale, senza reali margini di autonomia, che il due e il suo governo si illusero talore di ottenere, mentendo a se stessi".
E' questo il giudizio conclusivo espresso da Monica Fioravanzo in un nuovo studio sui rapporti fra la Repubblica sociale e il Terzo Reich. Avvalendosi di documenti inediti italiani e tedeschi, e con una attenta rilettura critica delle fonti edite, la Fioravanzo ha confutato la tesi, sostenuta da alcuni storici, fra i quali Renzo De Felice, secondo la quale un Mussolini politicamente defunto, malato, avvilito, depresso e desideroso solo di rintanarsi nella vita privata, avrebbe assunto la guida di un nuovo Stato fascista non per ambizione personale né per desiderio di potere, ma unicamente per dovere patriottico, cioè per proteggere gli italiani dalla furia vendicatrice del Führer, che avrebbe minacciato di radere al suolo le principali città italiane se il duce avesse rifiutato. In realtà, precisa la Fioravanzo, ancora prima della liberazione del duce, Hitler aveva già deciso la costituzione di un nuovo Stato fascista, con o senza Mussolini, perchè lo riteneva necessario agli interessi del Reich, mentre a questi interessi non avrebbe giovato ridurre l'Italia ad una tabula rasa. Quanto a Mussolini, la studiosa sostiene che la sua decisione di costituire la Repubblica sociale fu ispirata dalla volontà, pîù volte pubblicamente espressa dal duce stesso, di ridare vita ad uno Stato fascista, con la speranza che le nuove armi segrete del Reich nazista avrebbero alla fine consentito di sconfiggere gli Alleati.
Mosso da questa illusione, il duce si sarebbe rassegnato ad assistere impotente alla prevaricazione di ogni autonomia e sovranità della Repubblica sociale da parte del Terzo Reich, invocando invano dal potente alleato che almeno si desse agli italiani, "la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è ‘una preda bellica' dopo dodici mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich, del Governo stesso", come Mussolini scriveva all'ambasciatore del Reich il 17 agosto 1944. Nonostante le assicurazioni di Hitler, Mussolini era convinto,e lo confidava in sfoghi privati, che i tedeschi "perseguono un programma annessionistico. Tendono a ridurci ad una provincia tedesca." Che un movente patriottico possa aver contribuito alla decisione mussoliniana di costituire la Repubblica sociale, non ci sentiamo di escluderlo recisamente.
Ciò non significa ritenere che la RSI sia stata una "repubblica necessaria" per salvare l'Italia dalla violenza di una vendetta nazista. Lo stesso De Felice, come ricorda la Fioravanzo, ha affermato che la costituzione della RSI fu "all'origine della guerra civile" che "divise profondamente gli italiani e scavò solchi d'odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana." Il movente idealistico di molti giovani e anziani, uomini e donne, che aderirono volontariamente alla RSI convinti di combattere per l'onore della patria, non può oscurare il fatto che il nuovo Stato mussoliniano nacque per collaborare alla vittoria del Terzo Reich, cioè alla costruzione di un nuovo ordine europeo, totalitario, razzista e antisemita, dominato dalla Germania nazista, nel quale probabilmente alla stessa Italia fascista sarebbe stato assegnato il rango di uno Stato vassallo.
Monica Fioravanzo, "Mussolini e Hitler. La Repubblica sociale sotto il Terzo Reich", Donzelli Editore, Roma 2009, pagine 215, Euro 16,00
no non è il solito, sic transit gloria mundi, perchè di vera gloria come attrice non ne ha mai avuta davvero molta. Schiacciata nel suo ruolo di oca molto ben dotata di attributi visibili e facilmente apprezzabili non ha avuto l'occasione di rivelare neppure a se stessa se avesse potuto dimostrarsi star.

certo che fra il prima e il dopo c'è qualcosa di abissale, tanto da richiamare l'attenzione dei media senza che per questo le si possa dare un qualche riscontro in più di quei 650 euro di pensione che attualmente prcepisce.
pochi, molti? difficile rispondere perchè ci sono centinaia di migliaia e forse milioni di italiani nella stessa condizione reddituale.
la sua filmografia non è certo clamorosa ma il tono generale rispecchia un modo forse meno pecoreccio rispetto a molti film italiani di oggi della stessa categoria.
Biografia veloce da Wikipedia.
(8.3.9) Trieste. Università. Chimica. L'analisi (segue da).
Allora veramente si deve cominciarla, l'analisi, e per farlo qualche vaga idea bisogna averla, almeno, come allora si diceva, della chimica inorganica. Esemplificando, molto ma proprio molto semplificando, diciamo che un composto inorganico è il risultato di una parte basica e di una parte acida e dal loro incontro salta fuori qualcosa che chiamiamo sale che può essere neutro, acido o basico, a seconda dei rapporti reciproci e delle caratteristiche dei componenti.
Schematicamente, la parte basica perde degli ioni OH negativi e rimarrà un metallo con carica positiva (una o più di una), mentre la parte acida perde degli ioni H positivi e rimane un residuo acido con una o più cariche negative.
I primi, con carica positiva, prendono il nome di cationi, i secondi, con carica negativa, prendono il nome di anioni. Questi nomi nascono da un presupposto per cui se mettiamo i terminali di una pila, come quelle piatte di un tempo con le due linguette, in una soluzione, tutti gli ioni con il (+) correranno verso il polo di segno opposto (-) chiamato catodo (di qui il nome cationi) e viceversa gli altri (-) che corrono verso l'altro polo (+), chiamato anodo e quindi denominati anioni.
Fatta questa prima distinzione, si cominciava a guardare quel campione di polvere che il prof ti lasciava scegliere in un gruppo di provette, quei tubotti di vetro con il fondo arrotondato, per cercare di indovinare qualcosa anche solo guardando. Già, qualcuno forse lo ricorda, ci sono alcuni sali che hanno un colore, come l'azzurro per molti sali di rame, il verde o il giallo per certi sali di ferro, o i toni rosati del cobalto. Apparentemente la sfiga delle sfighe era quando la polverina era completamente bianca, perchè mancavano i più facili quelli che ti dicevano coraggio qualcosa hai indovinato.
Come sempre non è così.
La prima operazione è, ricordatevi che i tempi sono sempre al passato visto che oggi, e l'oggi è cominciato da qualche dieci anni, la tecnica è decisamente più semplice, è la costruzione della soluzione alcalina, ottenuta mettendo a bollire in un becker nè grande nè piccolo (da 250 ml, è un quarto di litro ma visto nella realtà sembra non grande e poi mai riempire più della metà) un po' di quella polvere assieme ovviamente dell'acqua e qualche spatolata di sodio carbonato, la banalissima soda solvay che si trova anche in certe drogherie e che un tempo si usava anche per lavare i piatti o la biancheria e che con il tempo rendeva quelle manine delicate delle donne in qualcosa di arrossato, un poco gonfio e dal contatto non proprio vellutato.
In questo modo la maggior parte dei metalli diversi da quelli chiamati alcalini (sodio, potassio, etc. per ricordare alcuni nomi che leggete sulle etichette dei concimi o delle acque minerali o sentite dagli spot pubblicitari) precipitano come carbonati e la parte negativa, gli anioni, rimane in soluzione. In fondo è come se noi contribuissimo alla formazione di futuri cumuli di carbonati di ferro, rame, zinco, etc. etc. che porteranno magari a delle miniere.
Naturalmente questo nuovo residuo spesso è colorato, anche semplicemente in bruno, pur provenendo da una polvere visivamente bianca.
Finita la bollitura si procede alla filtrazione, così da ottenere una soluzione degli anioni limpida e priva da ogni residuo.
Per la bollitura naturalmente si è ricorso al becco Bunsen per avere una fiamma, al treppiede da mettere sopra, un anello di ferro sostenuto da tre gambe di altezza giusta da stare appena sopra il cono azzurro della fiamma, una reticella da porre sopra il treppiede con una zona centrale isolata e su cui mettere il nostro becker. Attenzione! ricordarsi di mettere una bacchetta di vetro della grossezza e lunghezza giusta all'interno del becker, regolare bene l'intensità e il volume della fiamma regolando opportunamente la vite della portata del gas e l'apporto di aria alla combustione. La bacchetta di vetro ha lo scopo di evitare la formazione di bolle grandi di vapore d'acqua nella zona ha contatto con il colore e potrebbero far traboccare il liquido dal becker.
Il tutto quando te lo raccontano la prima volta lo ascolti per un po' curioso, poi annoiato, poi manco segui più perchè tanto è così ovvio! Poi i primi tentativi ti portano a più miti consigli quando il tuo becker trabocca sulla reticella, rischiando di coinvolgere il bunsen e obbligando a pulire, asciugare e ripartire vedendo diminuire la preziosa polverina unica fonte di informazioni e che nessuno, se la finisci, reintegrerà.
Succede spesso di non apprezzare i consigli della esperienza che nell'arco di decenni, se non di secoli, ha portato alla forma e alla scelta di certi accessori. E' un po' come la forma e dimensione di piatti, scodelle, posate che hanno forme quasi standard, poi qualcuno si esibisce nel modificarle per riscuotere attenzione (i piatti su cui servono le pizze, ad esempio, che hanno assunto dimensioni enormi solo per darti l'impressione che il diametro giustifichi il prezzo. O altri, anch'essi spropositati, molto decorati e fra un po' con video incorporato, su cui sorgono alcuni mucchietti di qualcosa che sarebbe poi la fonte del costo) ma nella vita di ogni giorno torniamo a forme umane su cui del resto hanno costruito le dimensioni e le forme delle lavastoviglie.
Dopo queste profonde osservazioni sarà bene interrompere, è già passata la prima settimana, è venerdì sera, ripieghiamo il camice, mettiamolo nella borsa, non è più così immacolato come lunedì scorso, vostra madre si è raccomandata, ne va del suo onore se non siete perfetti.
Poi si accorgerà che con certe macchie è meglio rassegnarsi, che un camice perfettamente integro può uscire, una volta asciutto, con micro o macro buchi. A volte, ma quello è visibilissimo, con residui di maniche bruciacchiate perchè, chiacchierando, le avevate avvicinate al bunsen, non alla fiamma, ma lì vicino, e l'aria aveva i suoi 300/400 °C e di solito a quella temperatura molti tessuti bruciano o talvolta semplicemente si raggrinziscono.
Pian piano un bel camice macchiato farà tanto chimico, mica siete un farmacista, e si ricoprirà di scritte sia di fantasia che per segnarvi una pesata, il risultato di una prova. Certo c'è il preziosissimo quaderno di laboratorio, ma quello sta nel cassetto così non si sporca e poi voi ce l'avete la memoria!
Come no, specie se dei vari numeri e cose scritte cercherete di capire quelli del giorno rispetto ai precedenti. Il tutto farà in modo che la prossima volta porterete il camice a casa a Natale, Pasqua e fine corso. In fondo è la vostra bandiera, quanto più è logora e sfilacciata tante più battaglie avrà combattuto e qualcuna, forse, vinto. Ma l'importante è mostrare le ferite ed essere sulla strada di essere o almeno diventare un chimico.
Ricordate gli occhi sorridenti e felici di un figlioletto o un fratellino piccolo che "aiuta" i genitori a cucinare e simili? Quante più macchie di salsa e simili ha sui vestitini tanto più adulto e capace lui si sentirà.
Ma non è così per tutti, ovviamente, qualcuno impeccabile e perfetto c'è sempre: per loro ci sarà il regno dei cieli, per noi, miseri umani, la felicità del gioco e della conoscenza.
(8.3.5) Trieste. Chimica. Tutta la fisica, compreso il baco.
A differenza di Matematica, Fisica non aveva subito gli sdoppiamenti di altri corsi, forse perchè non aveva i numeri. cioè i fondi e il personale sufficiente. Resta il fatto che ingegneri, matematici, fisici, chimici e via così avevamo un unico corso con qualche correttivo, in fase di esame.
La valutazione, come si dice oggi, nasceva da una prova scritta e successiva, per gli ammessi, discussione orale.
I chimici venivano ammessi anche solo con 8 (otto) su 30 (trenta). Evidentemente i titolari del corso non ritenevano possibile che un chimico potesse mai arrivare alle sublimi vette della fisica.
Sperimentalmente, prendendo io medesimo come esempio, penso non abbiano torto. Infatti io mi presi 23/30, il terzo scritto dall'alto su quasi un cenitnaio di studenti, e poi franai ignominiosamente non sotto un singolo orale ma in tre orali successivi e alla quarta prova (ormai ero emigrato), come disse una collega del titolare del corso a Bologna, dove sarò fra un paio d'anni, il prof Peli compie gli anni e per rispetto alla sua costanza le regala 21. Dea Dalmonte Casoni, venerata e venerabile docente di Organica Uno in Viale Risorgimento a Bologna. Cara Prof, ormai là nel cielo liquido dei chimici, grazie e grazie ancora.
Capii molti anni dopo, quasi venti, insegnando fisica a un serale per studenti lavoratori, dove era nascosto l'immenso baco che mi trascinavo dietro dal liceo. Pochi, infatti, si rendono conto quanto fondamentale sia l'imprinting che si riceve in quegli anni. La nostra prof di matematica e fisica, oltre a fumarsi quasi un pacchetto di sigarette nelle due ore di lezione stando sulla porta fra l'aula e il corridoio dell'Oberdan, ci ha presentato sempre la fisica come un po' di formuline o formulone senza mai un concetto.
E invece i fisici sono un incrocio fra teologi e filosofi, con prove sperimentali valutate a forza di calcoli e funzioni e bla, bla, più che di qualcosa di concretmente tangibile. Certo c'era il labortorio di FISICHETTA, quello divertentissimo, lì facevi misure, litigavi con lo strumento, gli facevi il check up completo. Potevi persino giocare con l'elettromagnetismo anche se era roba del secondo anno. Ma l'aula, la teoria, ben altro.
Eravamo arrivati nell'aula magna per la prima lezione di fisica uno già intimoriti e prevenuti. L'aula, la prima che vedevo così, era la classica aula ad anfiteatro e di fronte a noi un muro di lavagne e una cattedra che occupava l'intera larghezza. Dietro c'era il prof Poiani, smilzo elegante e allampanato signore fra i 30 e i 40 con quei visi tipici di quella costa che da Trieste arriva fino a Spalato e anche più giù, a ricordare che su quei territori il leone di San Marco non ha lasciato solo simboli e monumenti ma anche tracce significative del suo DNA.
Noi lo guardavamo curiosi di ritrovare le tracce dei racconti che i fagioli, quelli del secondo anno, ci avevano fatto. Si diceva che il portiere una sera, non avendolo visto uscire e notando le luci accese nell'Isituto, fosse andato a cercarlo e l'avesse trovato nel laboratorio in mutande che tirava una molla legata alla parete, arretrando, poi la lasciava e la rincorreva verso il muro, a riprenderla. E poi di nuovo, e ancora da capo, in un percorso tutto suo come se fosse altrove.
Vero o falso che fosse, il tutto veniva spiegato raccontandoci che era rimasto più volte all'interno di un sommergibile affondato e salvato per miracolo. Chi diceva una, chi due e chi persino tre, e noi cercavamo nel suo modo di parlare o di muovere segni residui di quel sentito dire, ma vedevamo solo un elegante e distaccato signore concentratissimo e per niente verboso che macinava argomenti e principi e leggi con un linguaggio per me sconosciuto.
Mi portavo religiosamente sempre dietro il Rostagni, un monumento ancora presente nella biblioteca degli studenti all'Università di Trieste, come mi ricorda Google, assieme agli appunti di fisica superiore dello stesso Poiani.
Ma torniamo allo scritto, lo ricordo perchè uno degli esercizi chiedeva di calcolare la spinta, la velocità di fuga, l'energia necessaria per portare un "razzo" (allora non si chiamavano missili) fuori dall'atmosfera terrestre nell'ipotesi etc etc. Non ricordo quanti fossero gli esercizi, ricordo che questionai con uno degli ingegneri (futuri) che non accettava i miei suggerimenti. Pensate con che orgoglio andai all'orale, quasi sicumera, fuori da quello stanzino dove si entrava uno alla volta e da cui uscii quasi 40 minuti dopo sconfitto e inebetito.
Eppure l'avevo scritto f = ma, ma non gli andava bene, dov'è che sbagliavo?.
E fu quella stessa domanda a incastrarmi le altre tre volte. Poi lo capii, finalmente vent'anni dopo, nello sforzo di spiegare ai miei allievi di un corso serale per ragionieri, alcuni con qualche anno più di me, la composizione delle forze, come, ad esempio, se applichiamo due forze uguali, nella stessa direzione, ma di verso opposto... e mi fermai. Avevo capito, mi avevano sempre sbattuto fuori con il classico 12 sul libretto e avevano ragione, mancava il segno di vettore, quella freccina sulla "f " e sulla "a" e la domanda era volutamente cattiva fatta da un fisico a un chimico LA MASSA NON E' UN VETTORE.
E il chimico gioca con le masse, gioca con la materia, pesa, stritola, stravolge, scalda, fonde, congela ma non c'entrano i vettori quando la manipoli, la pesi, la trasformi quella MATERIA.
Però quell'esame, lo racconterò più avanti, determinò una serie di piccoli fatti che rivoluzionarono completamente il mio futuro, futuro che mi spostò da Trieste a Bologna.
Ma forse fu solo lo spunto che mi faceva riprendere il mio randagio movimento, in fondo, quando succederà, saranno ben quasi sette anni che vivevo a Trieste, mai ero stato tanto tempo in una città, in un paesino. Ma forse è anche per questo che quella città, quell'ambiente, quel modo di vivere, forse non solo di allora, mi hanno formato.
E quando una sera, di qualche anno fa, in un TG ho visto inserito lo Spot di Fini su una manifestazione là indetta, mi sono sentito tradito per un uso così smodatamente di parte di una città di frontiera, città così sfrontatamente italiana ma anche così aperta a tutti quei popoli che tramite lei arrivavano, e arrivano ancora, da Est verso occidente e nonostante io in quella piazza avessi, oltre 50 anni prima, applaudito e condiviso le parole di Almirante.
Facce, visi, corpi, pance, colori della pelle così diversi, spesso, ma così testimoni di un passato non anonimo, non solitario in un presente, allora, ma temo anche oggi, così poco attento ai flussi veri e profondi tramandati da generazione in generazione.
(8.3.3) Trieste. Chimica. Niiito!!! mi aiuti?
Eccolo qui lo strumento di tortura fondamentale.
Qualche anno dopo nell'aula principe dell'Istituto Ciamician a chimica pura, Bologna, osservavo il fondamento della scienza positiva della seconda metà dell'800. Era una scritta che campeggiava e prendeva tutto il fronte e la leggevo mentre il prof Bonino, uno degli ultimi accademici vecchio allora viventi, oltre che già Accademico d'Italia, faceva lezione di ricordi.
Continuavo a guardare la scritta e intanto il prof. Bonino per farci capire che la chimica era giovane, tanto giovane, mostrava delle foto, quelle che sanno di vecchio di antico. Eppure nelle foto assieme ai grandi progenitori c'era anche lui, giovane ragazzo spazzola insieme a quei nomi che con strumenti semplici, intuizioni, ore di laboratorio, errori, litigi, discussioni, in poco più di un secolo dall'alchimia, dalla magia, dal sortilegio proprio di tanti sacerdoti di antiche e moderne religioni erano passati a classificare, descrivere e infine prevedere.
OMNIA IN NUMERO MENSURA ET PONDERE. Tutto può essere descritto da un numero, una misura, un peso. C'è tutto il senso, il gusto, il piacere sensuale della materia, quella cosa apparentemente informe, spigolosa, sporca, immobile ma dentro piena di vita, di vibrazioni, di così, atomi elettroni nuclei e magari ioni e così uguale e varia e, sia pure in tempi non sempre umanamente mensurabili, eccola lì che si trasforma, magari solo nella forma cristallina. E non ha bisogno di anima, di dii, gli basta energia, magari anche poco anche solo quella del sole, così ricco di radiazioni da quelle più lunghe dalle parti dell'infrarosso a quelle che via via aumentano di energia dalle parti del violetto, dell'ultravioletto. Quegli UVA o UVB sollazzo e fonte di preoccupazioni e di guadagni nell'estate del corpo che vorrebbe ubriacarsi di luce, di sole, di follia, di energia.
E noi eccoci lì a litigare con quei due bracci, che poi costituivano una unica struttura che al centro poggia con un cuneo di pietra dura su un piano levigatissimo, anche lui di pietra dura, così se starnuti o soffia dell'aria ecco che imprimi una oscillazione scomoda, quando non disastrosa.
In fondo il principio è semplice perchè è solo una bilancia a due piatti, su uno metti quello di cui non conosci il peso, pardon! la massa, e sull'altro via via dei pesi (delle masse!) fin quasi all'equilibrio.
Ma come si vede l'equilibrio? guardando le oscillazioni, perchè al centro a partire dai bracci scende un'asta che gioca su una serie di tacche, destra, sinistra, destra, sinistra, destra... Niiitoo... va bene così?
L'avrei strangolata quella mia compagna di corso e anche di banco, io ero lì che litigavo con me stesso per decidere dove mettere il "cavaliere", un pezzettino di filo di platino che si mette a cavalcioni del trave superiore per dare l'ultimo tocco, quello del milligrammo o, con una bilancia più sensibile, del decimo di milligrammo, il top dei top, la quarta decimale.
Ma questo l'anno dopo, adesso si fa solo qualitativa, l'anno dopo quantitativa e adesso basta anche la bilancia "tecnica", seconda decimale dopo il grammo.
Ma torniamo a LEI! Quel va bene così? era il preludio quasi sempre di un crollo di tutto il sistema e allora riprendi in mano i piatti, sistema i coltelli, ricordati di rispettare quello che è a destra, deve essere a destra, altrimenti la taratura finale di chi l'ha costruita va a farsi benedire. E poi, quella lì, era il contrario di tutto, nè rossa nè bionda, nè alta nè bassa, nè grassa nè magra ed era anche la prima volta che stavo gomito a gomito con quella roba lì, una femmina, specie umana che non avevo mai frequentato così da vicino.
Non ne aveva nessuna colpa, poverina.
Ero io che tentavo di educare le mani, gli occhi, la testa per non perdere un gesto, un effetto, un cambiamento: finalmento cominciavo ad imparare come modificare il mondo.
Nessuno mi doveva distrarre!
(8.3.2) Trieste. Chimica. anno primo. ci si mette il camice.

Eccola qui, l'Università di Trieste o almeno la sua sede centrale perchè negli anni si è ampliata. Allora, fra le tante facoltà non ancora esistenti, mancava ad esempio medicina.
Salendo per Fabio Severo, quando la strada si allarga e pare quasi di uscire e correre verso il Carso e già si intravvede la spaccatura viva di Cava Facannoni, ecco apparire sulla sinistra questo blocco di pietra d'Istria
A me pareva presa pari pari da un fumetto dei miei tempi, quello dell'uomo mascherato, un personaggio che indossava perennemente una calzamaglia (se a colori di un rossastro scuro), una mascherina nera sugli occhi e un solenne trono di forma simile, ovviamente non così enorme, e sulle ali laterali due teschi. Immaginatevi l'impressione nel salire quella scalinata che era praticamente sempre deserta.
Di spazio ce n'era, non eravamo in molti. Chimica era compresa nella facoltà di scienze, corso di laurea in..., quella che a Bologna conobbi come Chimica pura per distinguerla da Chimica Industriale dove andai due anni dopo. Le matricole di Chimica: non eravamo più di venti, c'erano anche un po' di ragazze ma, soprattutto, c'eravamo noi e le novità del cambio in corso sulla organizzazione del biennio, biennio che cominciava a differenziarsi un po' a seconda degli indirizzi.
Non eravamo ancora alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, quel fenomeno che non molti anni dopo servì a duplicare e replicare anche più volte lo stesso insegnamento così che a fianco del nome seguiva l'indicazione in numero romano. In questo modo si riusciva a dare quasi uno stipendio decente, mandandolo in cattedra, a molti dei non più giovanissimi ricercatori, assistenti, liberi docenti.
Cosa particolarmente sentita in quelle facoltà, come appunto chimica, e anche fisica, che non potevano certo fare ricerca nel salotto di casa, o nell'ufficio presso la casa editrice, o nello studio legale o amministrativo o nella clinica privata o di progettazione. Da segnalare poi come in molte facoltà cosiddette umanistiche la cattedra arrivava anche prima dei 30 anni, nelle facoltà scientifiche si pena e si suda anche oltre i 40, pur in presenza di meriti internazionali che nelle facoltà nominate prima col cavolo.
Quello che per gran parte dei docenti universitari era un bell'ornamento sulla carta intestata o sul biglietto da visita o sul portone di casa, per i prof delle facoltà di questo tipo (scientifico) era lacrime e sangue e fonte unica di reddito, specie nelle Università periferiche.
Ma non importavano queste considerazoni allora, c'era da iscriversi e quindi pagare le tasse di iscrizione, vedere con gli occhi il mistero nascosto (il laboratorio) e informarsi sul camice. Già il camice. A Milano era Blù scuro, non so perchè, forse perchè le inevitabili macchie e i buchi da cido si notano meno o perchè il blù, quel blù, non è poi così lontano dal colore delle tute e il chimico, in Lombardia, è uno da reparto da produzione.
A Trieste il camice era bianco, come in molte altre università, il chimico è uno da laboratorio, lontano dal mondo della produzione diretta, più da sussidiario del medico, più da laboratorio delle dogane, della camera di commercio a far analisi su richiesta di altri. Non un fattore di iniziativa, ma di ausilio. Una condanna a cui molti chimici si sono ben volentieri rassegnati, anche perchè l'insegnamento ricevuto era soprattutto questo.
Ma anche di questo se ne sono accorti piuttosto dopo i lavativi e i rompicoglioni, forse invidiosi del prodotto di altre facoltà, come gli INGEGNERI, a cui il destino affidava tutte le direzioni di vertice nel mondo della produzione, anche chimica.
Fu allora che io mi resi conto che mia madre mi aveva indirizzato al liceo scientifico perchè così non avrei potuto fare LEGGE e non avrei potuto entrare in politica. Nonostante il feroce anticomunismo e la nostalgia per il fascismo, mia madre non vedeva di buon occhio l'attività politica e ciò nonostante seguiva i giornali radio, teneva un diario costellato di copie di manifestini delle varie tornate elettorali e sosteneva le proprie idee con le sue amiche e le imponeva a mio padre, senza deroghe.
Allora, ancora per un po', alcune facoltà erano riserva per chi veniva dal classico e, francamente, non me ne poteva fregar di meno, specie dopo aver visto il LABORATORIO. Ci avrei passato cinque pomeriggi alla settimana, dal lunedì al venerdì, dalle 14.30 alle 19.30, dal 15 novembre fino al 15 maggio. Avrei avuto la mia postazione, con relativo armadietto, con un reagentario personale, la "mia" dotazione di bevute, becker, imbuti, matracci, refrigeranti, scarabattole per le provette, cartine indicatrici. Che bello avrei potuto fare in concreto delle cose!
Non è che nel resto della giornata, al mattino, ci si grattasse, tutt'altro. Non meno di 4 ore di lezione, quelle di 60 minuti, a parte qualche piccolo quarto d'ora accademico specie per i corsi fondamentali. Alcune materie, anzi, scusate, insegnamenti erano riservate a neo nominati, Trieste era, a seconda delle facoltà, nella sfera di potere di altre grosse Università. Chimica, ad esempio, era riserva di caccia di Roma e i neonominati Prof. continuavano il loro lavoro là da dove provenivano ma venivano da noi a fare lezione. Roma-Trieste quasi otto ore di treno, fatte spesso dal neo-prof di notte per pesare meno sul bilancio personale per le tre ore settimanali di lezione, talvolta condensate in due giorni consecutivi (e quindi una sola notte a dormire fuori).
Ma c'era anche un altro acquisto importante, oggi quasi una curiosità da antiquariato librario:
KUSTER FW, Logaritmi e tabelle per chimici, farmacisti, medici e fisici. Elaborate secondo lo stato attuale delle ricerche da A.Thiel, 1931, € 23,00 ...
Già, in quel libretto di non troppo spessore, tutto tabelle, elenchi di formule, pesi atomici e pesi molecolari c'era tutto lo scibile necessario al lavoro del chimico, a cominciare dalla copertina, anzi no, la pagina 3: è un errore operare in modo poco preciso se richiesto, ma è anche un errore operare in modo troppo preciso quando non è necessario. Da qualche parte deve esserci ancora, sopravissuto a traslochi, versamenti vari di acidi e basi, con la sua copertina di cartone telato rosso. O era giallo? Naturalmente una ristampa un po' più recente, ma andava bene anche quella. Nel 1931 o nel 2006 pesi atomici e molecolari ai fini concreti immediati non sono poi così cambiati, magari i logaritmi non servono più, adesso c'è il computer e l'inevitabile meccanicità del calcolo. Appunto.
E' il primo vero messaggio, attento giovanotto farai tante misure, ti verrà richiesta accuratezza, precisione ma tocca a te decidere come fare la misura, con che strumento. Se pesi 100 grammi di spaghetti, non ti occorre una bilancia che senta la quarta, o anche solo la prima, decimale dopo il grammo. Se però devi determinare qualcosa con la precisione dello 1 su mille e il tuo campione disponibile è al massimo 0.1 grammi, allora cercati una bilancia che senta almeno quattro decimali, dopo il grammo.
E fu proprio il primo esempio di lavoro, dopo il primo mese di assemblaggi in laboratorio, imparare a pesare. Durò quasi 2 (due) settimane e ne parleremo la prossima volta.
Ed ecco qua il segue, sperando che non sappia troppo di naftalina o di irrancidito.
(8.3.1) Università. Anno zero. 1955. Trieste.
Alla cena della matura la prof. Sponza, di scienze, mi chiese cosa avrei fatto e io, non so neppure perchè, dissi CHIMICA.
Quel non so neppure perchè uscì spontaneo, immediato, ma lei non ne fu sorpresa perchè, probabilmente, da laureata di scienze naturali e quindi meticolasamente certa di ogni ossicino, di ogni muscolo, di ogni mono- di- e, non so neppure se esistono, pluricotiledoni aveva un concetto catalogativo della natura. Del resto anche nei quasi due anni di chimica aveva applicato gli stessi concetti, che qualsiasi, anche modesto, studente poteva ragionevolmente affrontare. Come uno come me che in scienze difendeva, con fatica, un miserabile 6, poco più, poco meno.
Avevamo i suoi appunti che io scrivevo diligentemente in quaderni sottili a quadretti con la copertina nero bitume e con la stilografica dall'inchiostro acquoso. Nei tanti traslochi della mia vita da oltre 20anni randagia ogni tanto rispuntano, io li guardo, leggo e mi stupisco che io un tempo sapessi tutti quei nomi e sapessi anche inserirli in modo logico e nello stesso tempo mi chiedo come si facesse allora a entusiarmarsi di una scienza apparentemente così arida.
E invece no e l'ho scoperto veramente da poco, su uno di quei massi rocciosi della costa cagliaritana coperti e scoperti continuamente dal mare in modo tranquillo con piccole onde sempre uguali ed eternamente disuguali. Su questi massi di ogni misura c'erano patelle, ferme fisse immutabili, e lumachine. Queste ultime le potevi prendere e piazzare in un altro punto, come dei gattini quasi neonati, poi le posi e quasi subito loro debbono decidere in che direzione muovere. E lo fanno subito, appena arriva una piccola onda che le sommerge e poi si ritira, ecco che le vedi muoversi immancabilmente e diligentemente nella direzione mare.
Naturalmente quasi per un gioco cattivo le riprendevo, le mettevo in un altro punto ed orientate in modo diverso e loro, zac, alla prima ondina riposizionarsi. E allora ne prendi un'altra e poi un'altra e un'altra ancora e tutte a comportarsi nello stesso modo. E sei contento, puoi scrivere una prima regola o legge o istinto delle lumachine di quel particolare scoglio o pezzettino di mare cagliaritano e ti comincia a venire la curiosità e ti chiedi se è una caratteristica solo di quelle ed è bene che le cominci a classificare dalla forma del guscio, dal tipo di avvolgimenti, dalle dimensioni, dal colore e dalla tipologia dell'ambiente, dal tipo di mare se più mosso o più calmo.
Non lo sai, ma stai diventando un ricercatore e le risposte diventano una ossessione quasi maniacale e quasi ti dimentichi che giochi con un materiale vivo e lo disponi in funzione delle domande e non di loro stesse povere lumachine. Nello stesso tempo cominci seriamente a chiederti chi è che ha insegnato loro come comportarsi. Non può essere che quello che si preoccupa dei gigli dei campi e dei passeri dell'aria sia poi in grado di seguirli uno per uno e mamma lumachina non è come mamma gatta (i padri son sempre altrove a far cose "importanti") che trasmette esperienze a colpi di zampette unghiate e strofinate leccose.
In quegli anni '50 DNA e RNA e simili erano lontani dall'essere immaginati dalla massa dei prof. e degli operatori nonostante già nel 1953 un biochimico USA (Watson), un biofisico britannico (Crick) e due ricercatori dell'Università di Cambridge (Wilkins e Franklin) fossero arrivati alla elaborazione di un modello che farà assegnare loro, nel 1962, il Nobel per la medicina.
E' opportuno ricordare che il Nobel arriverà ai primi tre, mentre Rosalind Franklin ne rimase esclusa perchè semplicemente non era più viva ma morta di cancro nel 1958 a 38 anni. Probabilmente anzi quasi certamente anche per la esposizione alle radiazioni indispensabili, così indispensabili, per studiare le strutture incontrate nel corso delle ricerche (qualcosa a suo tempo era successo a monsieur Curie e a madame no, il maschio in quel caso era lei). Tuttavia l'inerzia tipica italiana e del sistema Italia e l'ingessatura del programma ministeriale (non certo colpa del marxismo o del comunismo) farà sì che queste cose, questi fatti, queste novità scientifiche entreranno molto più tardi nel comune sapere diffuso anche universitario. Ve lo immaginate uno dei nostri baroni distogliersi dal gioco delle cattedre e lasciare "il se tu mi chiedi quello per il tuo pupillo allora mi devi appoggiare quando io..." e prendersi la briga di modificare le sue alate lezioni così immutabili nei decenni?
La chimica, a malapena intravista nel corso del liceo, aveva anche un fascino suo speciale, perchè nelle fantasie adolescenti quasi ti trasformavano in un dio: dai singoli elementi potevi arrivare a composti complessi dalle proprietà le più diverse. La radio e la pubblicità vantavano lo splendido avvenire di Agip, da poco (1953) affiancata dalla neonata ENI, tutta l'Italia veniva simbolicamente ravvivata dallo splendido avvenire dela chimica. Quella stessa chimica che aveva modificato radicalmente anche le coltivazioni agricole, grazie ad esempio all'UREA, concime di sintesi di cui l'Italia possedeva forti e innovative conoscenze dalla Montecatini (grazie soprattutto ai brevetti Fauser, per il passato recente, e al lavoro della scuola torinese di Natta), poi Montedison, poi, ma sarà storia più recente e molto italiana, Valerio e Gardini e il grande splash...
Tutti questi fatti mi fecero dire chimica.
E CHIMICA FU.
pagelle on line, la vita intima, vera, del povero studente sottomessa e sottoposta in ogni suo bisbiglio all'occhio di tutti, come se fosse evidente, mentre cammini, se ti sei cambiato le mutande oppure no!
Leggevo il commento di Michele Ainis alle ipotesi di Brunetta: basta carta, tutto sul web!. Ainis concludeva così:
Sì, la pagella online è proprio una grande innovazione. E allora perché intanto che scrivo il mio respiro di sollievo si trasforma in rantolo? No, non è soltanto nostalgia d’un tempo ormai perduto, quando da ragazzo prendevo in mano quel cartoncino doppio col cuore palpitante, quando il responso dei docenti aveva un che di misterioso come il verdetto d’un dio. È che a quel tempo non avrei apprezzato, non sarei stato d’accordo, se i miei dati scolastici si fossero trovati esposti alla mercé d’ogni sguardo, foss’anche quello di mamma e papà. Mi sarebbe parsa una mancanza di rispetto, un’ingerenza, un’invasione. Allora, però, non c’era Internet. Adesso c’è, e a quanto pare non possiamo farne senza. Però c’è almeno una preghiera da rivolgere al Signore delle Reti: che le pagelle restino consultabili soltanto fra le mura domestiche, pardon, soltanto fra i computer di casa. Se non altro eviteremo figuracce con chi ci osserva da lontano.
E chissà perchè mi è venuta la voglia diriprendere vecchi post in cui raccontavo pezzi di una vita di un allora studente universitario alle prime armi e presuntuosamente li ripropongo a me stesso, prima cha a voi. Forse un modo, rifugiarsi in un mondo di oltre 50 anni fa, per dimenticare delusioni e rimorsi molto contemporanei che il ribaltone politico almeno a me ha donato.
SEGUE
eleonora rossi drago, già nel suo nome d'arte era il suo destino di signora italiana della borghesia vera.
Di quelle donne discrete, dalla voce lieve, lo sguardo attento a interpretare immediatamente desideri e opinioni degli "ospiti", inevitabilmente maschi, inevitabilmente legati per lavoro al marito, inevitabilmente guardate ogni tanto con il retrogusto del "ma ci starà" nei pensieri del neo arrivato nel giro bene.
Ma anche quando il desiderio di sentirsi viva, individuo e in qualche modo amata, accetta di diventare per una volta desiderata e amata, c'è sempre il dubbio, l'incertezza.
La brava signora borghese non può essere qualcuno, specialmente se viene dal "basso", che fine farebbero allora i suoi pensieri di ragazzina, di maestrina appena dipomata, di concorrente a miss Italia, ben sapendo che essendo già sposaa e con un figlio comunque non avrebbe potuto vincere?
Eppure qualche soddisfazione c'è poi stata in sensualità con due partner come Amedeo Nazzari e Marcello Mastroianni, Nazzari (1907) travolgente mito già nell'anteguerra (la cena delle beffe) ma ormai unico adorato interprete dei drammoni lagrimogeni stile figli di nessuno o la cieca di Sorrento, Mastroianni ancora solo bel giovane praticamente coetaneo (1924 lui, 1925 lei) mentre Nazzari può essere quasi suo padre (1907) o, almeno,

un simpatico zio.
Ma la naturale eleganza del suo viso, accompagnato da una statura e da una dimensione corporea non tipicamente italica la condannano a ruoli che la rendono sempre anche come persona vincolata ad essere, più che tormentata, rassegnata.
Eppure riuscirà alla fine a riprendersi in una quieta vita lontana da clamori e arrancamente mediatici stile Gina o Sophia.
BUON VIAGGIO, ovunque tu sia adesso.
14. Duce, ci hanno liberati, che facciamo?
In quel mondo di "sfollati" il tempo era corso veloce, monotono, e del resto non poteva essere diverso, quel mondo così inevitabilmente provvisorio.
C'erano state un po' di mitragliate del solito "pippo", o di qualche suo sostituto, al pomeriggio, nell'orario dei giochi. Ma le madri sono sempre all'erta ed erano corse in tempo a portarsi a casa quei pochi chili di speranza e di tenerezza e nessuno s'era fatto male.
Eravamo anche ossessionati dalle raccomandazioni: non prendete niente da terra, anche se sembra una caramella, una stilografica, un gioco (bambole soprattutto e di pezza). Verità, propaganda contro, non so, io non li ho mai incontrati quei così, ma volantini e certe strisce luccicanti sì: quelle pagliuzze di stagnola, o cosa fosse, che in teoria, seppi dopo, dovevano imbrogliare i radar. Quali? un nome che la gente comune, cioè il 99% degli italiani, manco sapeva esistesse, come in quell'aeroporto molto milanese, ricordate?
Tant'è che arrivò un giorno d'aprile, e per la strada principale cominciarono a passare camion, camionette, blindatini, motociclette carichi tutti di ordinati tedeschi che andavano verso fuori e vennero aperti anche i magazzini militari e un paio di militi cercò di dare un po' di ordine alla folla che correva ad approvvigionarsi.
Arrivarono poi un paio di moto forse SS, aprirono il fuoco con i mitra e i due militi non avevano più bisogno di mettere ordine, erano morti, e la gente potè riempire le dispense.
Anche mia madre. Arrivò a casa una mistura di sale e zucchero: nella fretta s'erano rotti i sacchi e avevano raccolto da terra quello che veniva. Per oltre un anno usammo quello, con il burro fatto in casa dal latte (quello munto veramente a mano, con tutto il suo grasso) non era poi male, a parte il suono della forchetta che batteva contro la tazza. E c'erano anche patate secche, non fritte, tagliate a fette sottili e seccate e poco altro, molto tedesco, perchè era il magazzino della piccola guarnigione tedesca, ecco spiegato il perchè erano arrivati quel paio di mototedeschi: degli italiani mai fidarsi, neanche in camicia nera.
Il passaggio durò tutta la notte e con i tedeschi passò anche un reparto polacco (chissà se erano gli stessi che arrivarono poi con gli americani!).
Prima però c'era stato un momento di tensione. il cielo era coperto di aerei e il terreno di volantini: in segno di resa mettete delle lenzuola alle finestre, altrimenti ... Altrimenti bombe e che se no! E fu la prima volta che ascoltsai una discussione fra mia madre e i nostri ospitanti, lei non voleva che si mettesse niente alle finestre, gli altri, anzi, le altre, ne avevano le scatole piene e non vedevano l'ora che finalmente tutto fosse finito. E io ero d'accordo con loro, non per paura, ma perchè era uno spettacolo nuovo, tutti quegli aerei che luccicavano, il loro ron ron lontano, e poi erano tanti che sembravano immobili. Vennero finalmente messe le lenzuola alle finestre e poco dopo, prima di pranzo, arrivarono gli americani.
Era proprio una festa, quei loro carri armati tutti aperti, sigarette, caramelle e cioccolata per tutti, tutti sventolavano qualcosa e persino mia madre era meno incarognita del solito, non ci ricordavamo nessuno che il mio babbo mancava da alcuni giorni.
E come ho già detto fu la sua fortuna, quando arrivò la notte in bicicletta e in borghese, mio madre gli ordinò di non consegnarsi a nessuno lì a Bussolengo e andare dritto a Ravenna e consegnarsi al comando partigiano e gli diede dietro anche tutti i loro risparmi. Ben 25000 lire dell'epoca. Che nessuno vide più.
Il mio bravo babbo si consegnò, gli sequestrarono la bicicletta e le altre "cose" che aveva con se, prese qualche papagnone quasi simbolico, e finì con altri 11 in una stanzetta (prigione d'emergenza) e un po'di mesi dopo messo in libertà. E lo capisco quel comandante partigiano che ne ordinò la scarcerazione, dopo essersi visto mia madre un giorno sì e l'altro pure o magari proprio per quello. Strana la guerra!
Ma ancor più strano quel che accadde a Bussolengo. Come forse qualcuno ricorda ero nato con un problemino, uno dei tanti, al piede destro. La situazione era tale che non avevo potuto rispettare la scadenza con il Rizzoli di Bologna per il nuovo intervento e così erano rimasti irrisolti i problemi di circolazione e di innervamento. Con le nervature, come si chiamano in gergo di popolo, non funzionanti non c'era sensibilità e senza sensibilità ogni feritina si vedeva spesso troppo tardi e così mi era venuta una bella setticemia, come testimoniavano le "ghiandole" in alto della coscia.
Mamma "medico ormai esperto" era preoccupata e naturalmente ruppe l'anima all'ufficiale italo-americano ospite anche lui di quella più che ospitale casa (noi allogeni ci divertivamo a "bussolengati magna polenta e rati" ma solo grazie a loro quei mesi e quei giorni furono tutto sommato sereni). Comunque fu così che, in pieno centro, nel via vai inevitabile dopo tanto penare, si vide il figlio del fascista in braccio all'ufficiale americano e con al seguito la ancor giovane e forse piacevole fanatica fascista, moglie di un milite chissà dove finito, attraversare la strada e arrivare alla piazzetta con la palazzina comando e servizi medici americani.
Comunque fosse, io me la cavai e la pennicillina sconosciuta ai vinti ma non ai vincitori risolse in pochi giorni la febbre e il benito può essere ancora qui a raccontarla.
15. si torna a Ravenna
Qualche giorno dopo la piccola squadra Cremonini tornò verso casa, a Ravenna, con un po' di treni e di camion, perchè la linea era a pezzi e Verona, Venezia, Bologna, Castelbolognese, Ravenna più lontane dell'immaginabile. In quel viaggio mi fece compagnia un desiderio represso e non, purtroppo, soddisfatto: la befana di qualche mese prima avevo visto una cosa che sognavo ancora. Si trattava di un calesse, trainato da un cavallo con una gran ruota sotto la pancia, azionata dal calesse con i pedali. Su quel seggiolino ci saremmo stati tutti e due, benito e Italo, anche se lui era quasi come me, solo appena più basso, e io avevo quasi quattro anni più di lui! Quell'immagine mi ha perseguitato per tanti anni, nel significato buono, non so se per il giocattolo in se o per l'idea di autonomia legata ai pedali e al cavallino e alle mie gambette non proprio il massimo.
E così tornavamo finalmente a Ravenna, eravamo partiti nel settembre/ottobre del '43 dalla parte di chi comandava, tornavamo nel maggio '45 dalla parte di chi era sconfitto e in un momento in cui le piccole arroganze tra vicini venivano ricambiate con gli interessi. E così il nostro appartamento di camera cucina e cesso e focolare a carbone (fornello con ventola e camino) era stato occupato da uno dei figli di una vicina. Il ragazzo aveva fatto a tempo a sposarsi e col cavolo che si spostava, anzi, si teneva pure quei pochi mobili che aveva trovato e, silenzio, e passi lunghi e ben distesi. Trasmigrammo allora al "palazzo" vicino, dalla Natalina che di stanze ne aveva una in più, e così anche due figli e quasi tre, di tre padri diversi, il primo, il padre di Aldo, morto anni prima, il secondo era il Calderoni, babbo della Lia, quello del violino finito vicino Treviso, il terzo, si chiamerà Ivan, era figlio di chi era di turno.
La Natalina! era un romanzo tutta, lei. Romagnola ravennate tipica di borgata, non l'ho mai sentita arrabbiata, aveva sempre qualcosa da fare, ma in modo tranquillo, efficiente ed efficace, con una mano a smoccolare un figlio, con l'altra rimestare il ragù, con gli occhi a controllare la situazione e con le labbra rispondere ai discorsi che si intrecciavano in quel microcosmo di sette persone, quasi otto.
Il padre di Ivan faceva un lavoro molto interessante, sminavano le mine antiuomo (delle scatolette di legno) per ricavarne i detonatori, molto ricercati nel settore edile. Le saponette di esplosivo, senza detonatore al fulminato, erano accumulate in cortile, tanto si potevano bruciare senza alcun pericolo. Me lo ricordo bene, perchè un giorno venne in casa tutto contento del raccolto, con una cartata di quei tubicini snelli, corti e luccicanti e le sgrida della Natalina perchè potevano cadere per terra. E poi successe che saltasse su una mina e gli andò bene, perse solo una gamba, la sinistra, amputata su verso la coscia.
Fu così che si dedicò a qualcosa di più tranquillo, come tentare di svuotare una farmacia, i medicinali c'erano ma bisognava pagarli ed erano un buon mercato "parallelo", solo che assieme ai farmaci avevano preso anche della morfina (l'eroina non era ancora di moda, allora andavano oppiacei più rustici) e così lo beccarono e, mentre andavo a trovare il mio babbo, andavamo a trovare anche il Baccarini, padre dell'Ivan che intanto era nato.
Io mi ero ambientato veloce. Avevo preso una menata disintossicante perchè avevano scritto viva il duce sul muro esterno di una delle case popolari e il tribunale del cortile aveva deciso che ero stato io. Poi si vede che si pentirono, perchè fui promosso scorta del capo. Avete presente i cancelli e quelle aste con punta che talvolta ne costituiscono la difesa? Il capo era Vincenzo, 13/14 anni, poi c'era Giorgio, suo fratello con due anni di meno e, infine, io il più piccolo. benito e Giorgio scortavano Vincenzo con il giavellotto ben bilanciato in mano, scorta decisa ed efficiente, specie al pomeriggio, verso le cinque, quando mandavamo a casa le ragazzine, perchè veniva sera e le donne vanno a casa.
Un'ora dopo toccava a noi, quando cominciava la chiamata delle madri a squarciagola: benitooo i compitiiii, e via via tutti gli altri. E tutti, eroicamente, obbedivamo e qualche volta, dopocena, avevamo il permesso di tornare giù, specie quando si ritrovavano tutte quelle vedove, o perchè erano morti (dispersi!) o perchè erano in galera.
Di questa specie di via Paal parleremo poi, come di quella che, per me, è la civiltà del cortile, giusto equilibrio fra l'anarchia e la gerarchia dei coetanei e l'imperio più o meno affettuoso (più meno che più) dei genitori, costituiti da un unico soggetto vero: le madri e in Romagna, almeno allora, proprietarie della vita, del futuro e del pensiero di tutti quelli, fortuna o no, che erano nella loro zona di influenza.
Matriarcato? No, ben di più, dittatura del proletariato con staline al potere. In fondo tutti quei maschioni con il loro Duce e la guerra avevano combinato un bel casino.