190 milioni di anni! cento milioni di anni che ci sono viventi, insiemi di atomi e molecole organizzate per raggiungere un fine, quello di mantenersi vive, coese e utili fra loro.
Avevano raggiunto questa risultato in altri milioni di anni, limando, aggiustando, eliminando quel che non era utile al fine di semplificare l'organizzazione complessiva. Il risultato erano degli ammassi enormi di materia vivente.
Come i nostri impianti industriali di oltre duecento anni fa, enormi perchè l'energia era prodotta in impianti enormi, con il vapore centralizzato che correva qua e là a muovere altri cosoni, perchè era difficile controllare ed equilibrare.
Poi l'elettricità, una energia che si poteva distribuire meglio e meglio pure regolare, con l'inconveniente che le variazioni, l'esecuzione degli ordini erano affidate alla "meccanica". Dimensioni minori, ma non poi tanto, delicatezza e mani favolose per ottenere i pezzi fondanti, e perdite di rendimento nei vari passaggi.
Poi oggi, l'elettronica, la miniaturizzazione, la gestione a grandi linee nel progetto e ogni terminale con la sua intelligenza e quindi auonomia e quindi molte più possibili interazioni. Non occorrono più dei corpacci, le informazioni arrivano, vengono "ragionate" selezionate, valutate e quindi la decisione fiale.
Poi capita come nell'Ufficio Postale che il cervello va in tilt e tutto si blocca e si affollano i saloni, gli addetti possono fare la pausa caffè. Già perchè si è esagerato nell'automatismo, nel condizionamento reciproco dei singoli pezzi, nel controllo finale costruito per controllare l'ultimo operatore umano che non si è riusciti ad eliminare.
Quest'umano così imprevedibile, così solo e multiplo, che ogni tanto avverte strane sensazioni e reagisce senza sapere esattamente perchè, però sa che di solito dopo un rimescolamento, anche feroce, qualcosa si rinnova e riprende.
Riprende la sua funzione principale: pensare, ragionare, provare e, se vuole esagerare, immaginare, anche l'assurdo, anche l'impossibile, anche quel che i capi non vogliono.
qualcuna difende la propria visione e, poi, perchè darle torto che c'è di più vistoso e coinvolgente di un cactus che sporge sicuro in un piatto deserto?
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| Keira Knightley |
non è pruriginoso, anzi scontato, però può servire ai fini di produzione e delle attività artistiche (magari con una sigla che indica la variazione di superficie dell'area cerebrale, quella del diametro temo sia decisamente personale) o farmacologico-taumaturgiche, per lo studio di nuove molecole utili allo scopo.
provato il confronto con "oggetti" (me ne scuso) dal vivo?
Mentre i volontari guardavano le proieizioni una risonanza magnetica funzionale registrava l'attività dei loro cervelli. E, nel frattempo, uno strumento ad hoc, il pletismografo penile, misurava anche la tumescenza del loro pene. «Come atteso - rivelano gli scienziati - l'erezione è arrivata con la visione della pellicola hard, così come si sono accese in corrispondenza alcune aree del cervello».
ATTIVAZIONE PROPORZIONALE - Incrociando le informazione della risonanza magnetica e del pletismografo, è stato possibile osservare la correlazione tra meccanismo cerebrale ed erezione. «Il volume dell'organo sessuale maschile - continuano i medici - è risultato proporzionale alla potenza dell'attivazione di un'area del cervello specifica: il pars opercularis, nell'area di Broca dove appare l'attivitá dei neuroni specchio». E non è tutto, gli scienziati hanno scoperto che «l'attivazione dei neuroni, e dunque di quell'area specifica cerebrale, precede l'eccitazione e l'erezione automatica. Più o meno come se quelle cellule cerebrali rappresentassero una sorta di telecomando del processo di erezione».
siamo, sono, in attesa di studi sulla base dell'età, del patrimonio culturale (analfabeti...intellettuali...laureati), del censo, dell'attività (manovale, capo, PdC...).
si suggerisce un merchandising a base di spillette con cifra che indica area, o anche etichette su abiti (quelli "non" posti sotto o sopra).
(8.3.2) Trieste. Chimica. anno primo. ci si mette il camice.

Eccola qui, l'Università di Trieste o almeno la sua sede centrale perchè negli anni si è ampliata. Allora, fra le tante facoltà non ancora esistenti, mancava ad esempio medicina.
Salendo per Fabio Severo, quando la strada si allarga e pare quasi di uscire e correre verso il Carso e già si intravvede la spaccatura viva di Cava Facannoni, ecco apparire sulla sinistra questo blocco di pietra d'Istria
A me pareva presa pari pari da un fumetto dei miei tempi, quello dell'uomo mascherato, un personaggio che indossava perennemente una calzamaglia (se a colori di un rossastro scuro), una mascherina nera sugli occhi e un solenne trono di forma simile, ovviamente non così enorme, e sulle ali laterali due teschi. Immaginatevi l'impressione nel salire quella scalinata che era praticamente sempre deserta.
Di spazio ce n'era, non eravamo in molti. Chimica era compresa nella facoltà di scienze, corso di laurea in..., quella che a Bologna conobbi come Chimica pura per distinguerla da Chimica Industriale dove andai due anni dopo. Le matricole di Chimica: non eravamo più di venti, c'erano anche un po' di ragazze ma, soprattutto, c'eravamo noi e le novità del cambio in corso sulla organizzazione del biennio, biennio che cominciava a differenziarsi un po' a seconda degli indirizzi.
Non eravamo ancora alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, quel fenomeno che non molti anni dopo servì a duplicare e replicare anche più volte lo stesso insegnamento così che a fianco del nome seguiva l'indicazione in numero romano. In questo modo si riusciva a dare quasi uno stipendio decente, mandandolo in cattedra, a molti dei non più giovanissimi ricercatori, assistenti, liberi docenti.
Cosa particolarmente sentita in quelle facoltà, come appunto chimica, e anche fisica, che non potevano certo fare ricerca nel salotto di casa, o nell'ufficio presso la casa editrice, o nello studio legale o amministrativo o nella clinica privata o di progettazione. Da segnalare poi come in molte facoltà cosiddette umanistiche la cattedra arrivava anche prima dei 30 anni, nelle facoltà scientifiche si pena e si suda anche oltre i 40, pur in presenza di meriti internazionali che nelle facoltà nominate prima col cavolo.
Quello che per gran parte dei docenti universitari era un bell'ornamento sulla carta intestata o sul biglietto da visita o sul portone di casa, per i prof delle facoltà di questo tipo (scientifico) era lacrime e sangue e fonte unica di reddito, specie nelle Università periferiche.
Ma non importavano queste considerazoni allora, c'era da iscriversi e quindi pagare le tasse di iscrizione, vedere con gli occhi il mistero nascosto (il laboratorio) e informarsi sul camice. Già il camice. A Milano era Blù scuro, non so perchè, forse perchè le inevitabili macchie e i buchi da cido si notano meno o perchè il blù, quel blù, non è poi così lontano dal colore delle tute e il chimico, in Lombardia, è uno da reparto da produzione.
A Trieste il camice era bianco, come in molte altre università, il chimico è uno da laboratorio, lontano dal mondo della produzione diretta, più da sussidiario del medico, più da laboratorio delle dogane, della camera di commercio a far analisi su richiesta di altri. Non un fattore di iniziativa, ma di ausilio. Una condanna a cui molti chimici si sono ben volentieri rassegnati, anche perchè l'insegnamento ricevuto era soprattutto questo.
Ma anche di questo se ne sono accorti piuttosto dopo i lavativi e i rompicoglioni, forse invidiosi del prodotto di altre facoltà, come gli INGEGNERI, a cui il destino affidava tutte le direzioni di vertice nel mondo della produzione, anche chimica.
Fu allora che io mi resi conto che mia madre mi aveva indirizzato al liceo scientifico perchè così non avrei potuto fare LEGGE e non avrei potuto entrare in politica. Nonostante il feroce anticomunismo e la nostalgia per il fascismo, mia madre non vedeva di buon occhio l'attività politica e ciò nonostante seguiva i giornali radio, teneva un diario costellato di copie di manifestini delle varie tornate elettorali e sosteneva le proprie idee con le sue amiche e le imponeva a mio padre, senza deroghe.
Allora, ancora per un po', alcune facoltà erano riserva per chi veniva dal classico e, francamente, non me ne poteva fregar di meno, specie dopo aver visto il LABORATORIO. Ci avrei passato cinque pomeriggi alla settimana, dal lunedì al venerdì, dalle 14.30 alle 19.30, dal 15 novembre fino al 15 maggio. Avrei avuto la mia postazione, con relativo armadietto, con un reagentario personale, la "mia" dotazione di bevute, becker, imbuti, matracci, refrigeranti, scarabattole per le provette, cartine indicatrici. Che bello avrei potuto fare in concreto delle cose!
Non è che nel resto della giornata, al mattino, ci si grattasse, tutt'altro. Non meno di 4 ore di lezione, quelle di 60 minuti, a parte qualche piccolo quarto d'ora accademico specie per i corsi fondamentali. Alcune materie, anzi, scusate, insegnamenti erano riservate a neo nominati, Trieste era, a seconda delle facoltà, nella sfera di potere di altre grosse Università. Chimica, ad esempio, era riserva di caccia di Roma e i neonominati Prof. continuavano il loro lavoro là da dove provenivano ma venivano da noi a fare lezione. Roma-Trieste quasi otto ore di treno, fatte spesso dal neo-prof di notte per pesare meno sul bilancio personale per le tre ore settimanali di lezione, talvolta condensate in due giorni consecutivi (e quindi una sola notte a dormire fuori).
Ma c'era anche un altro acquisto importante, oggi quasi una curiosità da antiquariato librario:
KUSTER FW, Logaritmi e tabelle per chimici, farmacisti, medici e fisici. Elaborate secondo lo stato attuale delle ricerche da A.Thiel, 1931, € 23,00 ...
Già, in quel libretto di non troppo spessore, tutto tabelle, elenchi di formule, pesi atomici e pesi molecolari c'era tutto lo scibile necessario al lavoro del chimico, a cominciare dalla copertina, anzi no, la pagina 3: è un errore operare in modo poco preciso se richiesto, ma è anche un errore operare in modo troppo preciso quando non è necessario. Da qualche parte deve esserci ancora, sopravissuto a traslochi, versamenti vari di acidi e basi, con la sua copertina di cartone telato rosso. O era giallo? Naturalmente una ristampa un po' più recente, ma andava bene anche quella. Nel 1931 o nel 2006 pesi atomici e molecolari ai fini concreti immediati non sono poi così cambiati, magari i logaritmi non servono più, adesso c'è il computer e l'inevitabile meccanicità del calcolo. Appunto.
E' il primo vero messaggio, attento giovanotto farai tante misure, ti verrà richiesta accuratezza, precisione ma tocca a te decidere come fare la misura, con che strumento. Se pesi 100 grammi di spaghetti, non ti occorre una bilancia che senta la quarta, o anche solo la prima, decimale dopo il grammo. Se però devi determinare qualcosa con la precisione dello 1 su mille e il tuo campione disponibile è al massimo 0.1 grammi, allora cercati una bilancia che senta almeno quattro decimali, dopo il grammo.
E fu proprio il primo esempio di lavoro, dopo il primo mese di assemblaggi in laboratorio, imparare a pesare. Durò quasi 2 (due) settimane e ne parleremo la prossima volta.
Il mondo cambia, ma la struttura fondamentale non poi tanto. Ricchezza e potere son sempre gli strumenti iù forti.
Uno studio sulla situazione "anagrafica" di Leonardo scopre un tassello che a noi, poveri qualsiasi di spirito di potere e di ricchezza oltreche di cultura specifica, possono apparire inaspettati.
Figlio di una schiava, ma sempre genio. Parliamo di Leonardo Da Vinci e della tesi sulle sue origini, raccolta da alcuni studiosi. Vanni di Niccolò di Ser Vanni, banchiere fiorentino e anche usuraio, vissuto nel ’400, cambiò il suo testamento nel giro di due mesi e lasciò la sua casa di via Ghibellina, nel quartiere di Santa Croce, in usufrutto alla moglie Agnola fino alla morte: dopo la casa sarebbe andata al notaio Ser Piero da Vinci, suo esecutore testamentario e anche amico. Nel frattempo, il testamento destinava a Ser Piero la schiava di Ser Vanni, Caterina, e da lei sarebbe nato Leonardo. La storia è raccontata nel libro «La madre di Leonardo era una schiava?», di Francesco Cianchi, presentato stamani al museo del Bigallo di Firenze insieme al volume «Per la genealogia di Leonardo», di Elisabetta Ulivi.
Notare l'incipit dell'articolo del Corriere: Figlio di una schiava, ma sempre genio.
Quel MA SEMPRE dice più di un sogghigno.
LA TESI. E’ quanto emerge da documenti inediti raccolti in due nuovi volumi a cura di Agnese Sabato e Alessandro Vezzosi, direttore del museo Ideale di Vinci dedicato all’artista fiorentino, che avvalorano ipotesi emerse già alcuni anni fa. Il libro “La madre di Leonardo era una schiava?” di Francesco Cianchi, racconta la storia di una certa “Caterina sclava”, a oggi la più probabile donna madre di Leonardo. Nel secondo libro, di Elisabetta Ulivi, dal titolo “Per la genealogia di Leonardo”, si aggiorna invece l’albero genealogico dell’artista: secondo quanto emerge, Leonardo aveva in totale 21 fratelli e viene scoperta per la prima volta l’esistenza di altri due fratellastri. Con loro Leonardo ebbe vivaci rapporti, anche legati a questioni di eredità.