E' una insolita commemorazione quella che leggo oggi su Il Sole 24 Ore, ma non poi così insolita per chi è nato (kg 1,650) nel 1936 e gli fu dato nome Benito e poi nel 1940 nasce un fratellone (kg 4,860) il 5 di agosto a cui viene dato nome Italo.
Poco più di un mese prima nei cieli della Libia era stato ucciso, da fuoco amico come si direbbe oggi, Italo Balbo.
E non è casuale che in una famiglia decisamente fascista, la mia, al neonato fosse dato il nome Italo, non solo perchè quasi conterraneo (la provincia di Ravenna e quella di Ferrara sono intimamente connesse, specie verso la bassa), ma perchè l'ala oltranzista più che al Duce guardava Italo Balbo che , non dimentichiamolo, non voleva entrare in quella guerra che le piazze osannanti d'Italia invocavano all'inizio di giugno.
Del resto gli italiani sono facili agli entusiasmi e altrettanto facili a cambiare santo da venerare, come il Calendario tradizionale che ogni giorno ne presenta uno nuovo, anche se pur sempre antico e sempre lo stesso a ricevere l'obolo per accendere ceri e salmodiare le solite strofe.
E' l'unico gerarca che il duce tema. "L'unico - dice a denti stretti Mussolini - che sarebbe capace di uccidermi". L'unico che gli dia del tu in pubblico, che si permetta di scherzare a Palazzo Venezia, che lo provochi chiamandolo presidente, quasi a voler ostentare che complessi di inferiorità non ne ha. Lui, con quell'aria spregiudicata e moschettiera che seduce e irrita Mussolini, è Italo Balbo, virtuoso dello squadrismo, quadrumviro, trasvolatore, padre dell'aeronautica, grande amatore, ministro, governatore della Libia, il solo politico fascista, oltre al duce, celebre in tutto il mondo. Il solo, con Mussolini, a possedere il carisma del capo.
Il bastian contrario
La sua storia è la favola realizzata dell'uomo della strada che dice "se comandassi io" e arriva davvero a comandare, coautore, complice e vittima del sistema. Balbo è il bastian contrario del regime, con quel carattere orgoglioso, ironico e giocoso, di uno che va controcorrente e se ne vanta.
Brucia le tappe con un'ansia febbrile. In apparenza, sembra un condottiero rinascimentale, una cavaliere di ventura del Cinquecento paracadutato nel Ventesimo secolo, il Giovanni dalle Bande Nere del suo tempo. In realtà, è qualcosa di più: la sua immagine, complessa e sfaccettata, è quella di un leader moderno, che sa sfruttare i mass media, eccitare e pilotare le masse, crearsi una straordinaria popolarità come piedestallo per l'assalto al potere.
Ma il potere vero è un altro film e ha un altro nome: quello di Mussolini, il capo che accetta solo gregari. E così, dopo i trionfi di Rio e di New York e il mito dell'eroe azzurro nell'immensità del cielo, ecco giungere puntuale lo schiaffo dell'"esilio" in Libia, ras di uno scatolone di sabbia.

E' una sconfitta che gli resterà sempre dentro. Fino a quel fatale 28 giugno 1940, quando nel cielo di Tobruk, nel cuore di quella guerra che detesta, viene abbattuto dalla distratta contraerea italiana. La sua ala viene spezzata dal destino: tragica beffa per l'"aquila del regime" e per la presunzione del vincente, che nella vita si era sempre divertito a scommettere sulla fortuna.
La morte
Sono le 17,35 del diciannovesimo giorno di guerra. L'Italia è impegnata in Africa contro gli inglesi. Le mitragliere da venti dell'incrociatore San Giorgio, ancorato in rada, spediscono verso il cielo bordate di proiettili.
Il bersaglio? Due aerei presunti inglesi, in realtà due trimotori color piombo, i "gobbi maledetti" dell'aviazione italiana, resi sospetti da una precedente incursione della Raf e dal gioco del sole. Il primo aereo, raggiunto sotto l'ala destra, è in difficoltà. Il pilota si avvicina alla pista per atterrare. Il bersaglio è troppo facile, un invito a nozze. Una fiammata investe la fusoliera, centrata in pieno.
Il Savoia Marchetti esplode in una palla di fuoco. Si leva rauco un grido di esultanza, i serventi ai pezzi si abbracciano festosi. Pochi minuti e apprenderanno di avere abbattuto l'aereo del loro comandante, l'SM 79 I Manu di Italo Balbo. Nove passeggeri, nessun superstite.
Il "moschettiere" di Ferrara è morto come è vissuto, a modo suo. Irruente, innamorato del rischio, schierato sulle barricate. Volendo sempre, e comunque, vivere pericolosamente
sarà la campagna elettorale, sarà che qualcosa bisogna pur ogni tanto dire di "nuovo" a livello di storia nostra, specie se su periodi pieni di cicatrici, tuttavia non mi pare tutta sta grossa novità.
se vado a rileggere qualche mio vecchio post di ricordi su questo blog mi rivedo all'esame di maturità (anno 1955) al liceo Oberdan (quello scetifico, per carità!) di Trieste con già allora una "brillantissim interpretazione". Chissà se con queste poche righe mi guadagnerò una cattedra o, almeno, una citazione.
Agli orali frana paurosa in francese e in scienze, onesta difesa nelle altre, brillante in storia e pure filosofia. In storia, forse perchè il mio accento non era pienamente triestino (e poi mi chiamo Benito!) il giovane commissario mi sottopose un problema non certo nel programma: il destino di Trieste se la guerra fosse andata in modo diverso.
Io, senza barare ma con convinzione, sostenni che sarebbe passata sotto l'influenza germanica e così gran parte dell'Istria. Naturalmente blah, blah rientrava in una politica di sbocco sull'Adriatico etc. etc.
Complimenti, accompagno all'uscita dall'aula, stretta di mano.
E un miserabile 7, unico in una marea di 6. In effetti io mi aspettavo il rinvio a settembre in francese e scienze però voti brillanti in storia, filosofia e sopra il 6 almeno in matematica. Siamo strani noi studenti, anzichè notare il passaggio in prima battuta, mi diedero fastidio altre cose, però non è così ingiustificato, almeno così avrei capito e dimostrato di eccellere da qualche parte e invece... Invece come mi disse il prof Suadi, promozione, gli altri voti al 6, il 7 in storia perchè il commissario mi aveva difeso, anzi, si era risentito della richiesta.
Questo scrivevo nel filo dei ricordi nell'agosto del 2006.
Questo su Il Sole 24 Ore, oggi 7 giugno 2009.
L'Italia ha perso tutti i territori che aveva ottenuto con la Grande Guerra e con le guerre del Risorgimento contro l'Austria. La repubblica italiana, governata da un regime totalitario, è uno Stato a sovranità limitata nell'ambito di un grande impero continentale, sul quale sventola la bandiera rossa con una croce uncinata. E' il Nuovo Ordine Europeo del Terzo Reich millenario.
Questo scenario non appartiene ad una invenzione romanzesca: era la sorte cui molti gerarchi nazisti intendevano destinare l'Italia dopo la vittoria della Germania nella seconda guerra mondiale. "Tutto ciò che era un tempo possesso austriaco deve ritornare in nostra mano", scriveva Goebbels nel suo diario all'indomani dell'8 settembre.
Verso questa direzione erano orientate alcune importanti decisioni prese da Hitler dopo la resa italiana dell'8 settembre. Infatti, fin dal 10 settembre, cioè prima della liberazione del duce e la costituzione della Repubblica sociale, il Führer aveva sottoposto al diretto controllo di due Geuleiter austriaci le zone denominate Alpernvorland, cioè le provincie di Bolzano, Trento e Belluno, e Adriatisches Küstenland, comprendente le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e la provincia di Lubiana annessa all'Italia nel 1941. Nel Sud Tirolo fu messa avviata una operazione di "de-italianizzazione", cancellando i nomi italiani di comuni e strade. Al confine del Brennero fu tolto il cippo che segnava lo Stato italiano. Nelle provincie della Venezia Giulia e dell'Istria furono riaperte le scuole slave che il regime aveva soppresso. Ma anche nel resto del territorio della Repubblica sociale, la sovranità italiana era ignorata dai nazisti e dai comandanti militari tedeschi, che spadroneggiavano brutalmente come una forza di occupazione. Al nuovo Stato fascista, costituito il 23 settembre da Mussolini per volere di Hitler, il Terzo Reich "non attribuì che un ruolo ausiliario e strumentale, senza reali margini di autonomia, che il due e il suo governo si illusero talore di ottenere, mentendo a se stessi".
E' questo il giudizio conclusivo espresso da Monica Fioravanzo in un nuovo studio sui rapporti fra la Repubblica sociale e il Terzo Reich. Avvalendosi di documenti inediti italiani e tedeschi, e con una attenta rilettura critica delle fonti edite, la Fioravanzo ha confutato la tesi, sostenuta da alcuni storici, fra i quali Renzo De Felice, secondo la quale un Mussolini politicamente defunto, malato, avvilito, depresso e desideroso solo di rintanarsi nella vita privata, avrebbe assunto la guida di un nuovo Stato fascista non per ambizione personale né per desiderio di potere, ma unicamente per dovere patriottico, cioè per proteggere gli italiani dalla furia vendicatrice del Führer, che avrebbe minacciato di radere al suolo le principali città italiane se il duce avesse rifiutato. In realtà, precisa la Fioravanzo, ancora prima della liberazione del duce, Hitler aveva già deciso la costituzione di un nuovo Stato fascista, con o senza Mussolini, perchè lo riteneva necessario agli interessi del Reich, mentre a questi interessi non avrebbe giovato ridurre l'Italia ad una tabula rasa. Quanto a Mussolini, la studiosa sostiene che la sua decisione di costituire la Repubblica sociale fu ispirata dalla volontà, pîù volte pubblicamente espressa dal duce stesso, di ridare vita ad uno Stato fascista, con la speranza che le nuove armi segrete del Reich nazista avrebbero alla fine consentito di sconfiggere gli Alleati.
Mosso da questa illusione, il duce si sarebbe rassegnato ad assistere impotente alla prevaricazione di ogni autonomia e sovranità della Repubblica sociale da parte del Terzo Reich, invocando invano dal potente alleato che almeno si desse agli italiani, "la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è ‘una preda bellica' dopo dodici mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich, del Governo stesso", come Mussolini scriveva all'ambasciatore del Reich il 17 agosto 1944. Nonostante le assicurazioni di Hitler, Mussolini era convinto,e lo confidava in sfoghi privati, che i tedeschi "perseguono un programma annessionistico. Tendono a ridurci ad una provincia tedesca." Che un movente patriottico possa aver contribuito alla decisione mussoliniana di costituire la Repubblica sociale, non ci sentiamo di escluderlo recisamente.
Ciò non significa ritenere che la RSI sia stata una "repubblica necessaria" per salvare l'Italia dalla violenza di una vendetta nazista. Lo stesso De Felice, come ricorda la Fioravanzo, ha affermato che la costituzione della RSI fu "all'origine della guerra civile" che "divise profondamente gli italiani e scavò solchi d'odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana." Il movente idealistico di molti giovani e anziani, uomini e donne, che aderirono volontariamente alla RSI convinti di combattere per l'onore della patria, non può oscurare il fatto che il nuovo Stato mussoliniano nacque per collaborare alla vittoria del Terzo Reich, cioè alla costruzione di un nuovo ordine europeo, totalitario, razzista e antisemita, dominato dalla Germania nazista, nel quale probabilmente alla stessa Italia fascista sarebbe stato assegnato il rango di uno Stato vassallo.
Monica Fioravanzo, "Mussolini e Hitler. La Repubblica sociale sotto il Terzo Reich", Donzelli Editore, Roma 2009, pagine 215, Euro 16,00
Un contributo da parte di Adista
35046. ROMA-ADISTA. Una rigorosa distinzione tra lo studio storico della figura di Gesù e la riflessione di fede. È questo il criterio metodologico che ha ispirato Jesús. Aproximación historica, il libro di José Antonio Pagola, direttore dell’Instituto de Teología y Pastoral de San Sebastián, pubblicato in Spagna nel 2008 (v. Adista n. 51/08) ed oggi finalmente disponibile anche in italiano con il titolo Gesù. Un approccio storico (2009, ed. Borla, euro 40; il libro può essere richiesto anche presso la nostra agenzia inviando una mail all’indirizzo: abbonamenti@adista.it o direttamente acquistato su http://www.adista.it/).
Chi è stato Gesù? Come ha inteso la sua vita? Quale alternativa ha voluto introdurre con il suo comportamento? In che cosa consiste la forza della sua personalità e l'originalità del suo messaggio? Perché è stato processato e ucciso? Come si è conclusa la sua avventura? Un racconto vivo e appassionante del comportamento e del messaggio di Gesù di Nazaret che, partendo dallo stato attuale della ricerca, lo colloca nel suo contesto sociale, economico, politico e religioso, tenendo presenti gli studi e le acquisizioni storiche più recenti. “Il mio intento fondamentale - scrive Pagola nella sua introduzione - è stato quello di ‘accostarmi’ a Gesù con rigore storico e con un linguaggio semplice, per avvicinare la sua persona e il suo messaggio all'uomo e alla donna di oggi. Ho voluto mettere nelle loro mani un libro che li orientasse, perché non si addentrassero nelle vie attraenti ma false di tanti romanzi-fiction, scritti in margine alla moderna ricerca e contro di essa. Ma ho perseguito qualcosa di molto maggiore: nella società moderna intendo destare il ‘desiderio di Gesù’ e suggerire una via sulla quale si possano compiere i ‘primi passi’ verso il suo mistero”.
Un’operazione che la gerarchia cattolica non ha capito o non ha voluto capire. Il 18 giugno 2008, infatti, il libro di Pagola è stato censurato da una “Nota di chiarificazione” della Commissione episcopale per la Dottrina della Fede “con l’autorizzazione della Commissione permanente della Conferenza dei vescovi spagnoli”. Una Nota arrivata nonostante l’autore avesse accettato di intraprendere una revisione del suo libro, che peraltro aveva venduto già oltre 50mila copie. Il pericolo da arginare era, secondo l’episcopato spagnolo, che si producesse “una rottura tra l’indagine storica su Gesù e la fede in Lui, tra il cosiddetto ‘Gesù storico’ e il ‘Cristo della fede’”: un modo di procedere “dannoso”, “poiché finisce per delegittimare l’insegnamento della Chiesa”. “Se il ‘Gesù storico’ che mostra l’Autore è incompatibile con il Gesù della Chiesa - affermava la Nota - non è perché questa abbia inventato nel corso del tempo un Gesù differente, ma perché la ‘storia’ che si propone è una storia falsata”. Una storia che, secondo i vescovi spagnoli, assume l’analisi “propria della lotta di per descrivere l’ambiente familiare, sociale, economico, politico e religioso”; che presenta in maniera riduttiva Gesù come mero profeta; che nega la sua coscienza filiale divina, il senso redentore della sua morte e della sua intenzione di fondare la Chiesa come comunità gerarchica; che fa confusione sul carattere storico, reale e trascendente della resurrezione di Gesù.
Ma se i vangeli si basano su dati storici, non si tratta di cronache storiche, osservava Rafael Aguirre, già decano e professore della Facoltà di Teologia dell’Università di Deusto (Bilbao). La Nota, nel suo atteggiamento fondamentalista, ha scritto Aguirre, “apre un contenzioso non con Pagola, ma con i presupposti fondamentali degli studi biblici moderni”, uno dei segni distintivi del Vaticano II.
Del resto, nel suo libro Gesù di Nazareth Ratzinger ha invitato gli studiosi ad ‘andare oltre’ il metodo storico-critico nell’esegesi biblica e il Sinodo dei vescovi sulla Parola del 2008, se non ha messo totalmente da parte tale metodo, certamente lo ha marginalizzato, proponendo una lettura teologica della Bibbia che non riconosce autonomia all’analisi storica dei testi. Il libro di Pagola tenta di fare ordine anche su questo punto, ridando centralità ed autonomia ad una rigorosa e storica analisi sulla figura di Gesù.