arrivò un mattino di una domenica non lontana dalla Pasqua e fu adottato subito da chi passava un pezzo di vita con me. Con me il rapporto era molto più complesso, lo caricai una prima volta sul Bedford (come quello di un serial allora di moda), andando dalla cascina di Osteria Grande, dove allora abitavo in mezzo a una tribù di gatti, a Bologna, dove insegnavo.
evidentemente il rumore del motore ricordava paure di abbandono, lo presi al volo e chiusi il finestrino. Tornai a casa. Dopo un po' decise che forse ci stava, naturalmente espresse il suo assenso appropriandosi dello spazio del letto proprio in mezzo ai due occupanti e difendendo e impedendo qulsiasi tipo di invasione (e con 35/40 chili di Rockj in mezzo a ringhiare c'era ben poco da fare).
ma ormai si era fatto tardi e in quel letto restammo solo io e lui più, nella casa, tutta la tribù di gatti il cui numero restava costante per colpa della strada che correva di là dal cancello, tribù stranamente felice del nuovo arrivo: ogni sera, al momento del pasto, i gatti entravano in casa omaggiando con una sfregatina di teste il nuovo inquilino seriosamente accuciato all'ingresso.
allora cominciò la litania del ritorno serale, ogni sera andare alla fermata della corriera per vedere non scendere l'amata padrona. Poi si rassegnò, ci volle qualche mese, e così cominciò una avventura di vita a due, 24 ore su 24. Si usciva al mattino per arrivare all'Aldini-Valeriani giusto in tempo per il posto nel parcheggio interno, Rochj scendeva dalla cabina, io aprivo il portellone e lui restava lì per ore ad aspettare salendo e scendendo, secondo necessità assolte vicino agli alberi attorno. Nel durante salutava ragazzi e colleghi accettando caute carezze, immobile, vista la serietà della cosa. Nei mesi più caldi c'era sempre qualcuno dei miei ragazzi che si preoccupava della sete dell'ospite e così usciva felice per l'incontro programmato con qualche coetanea o, forse, anche solo per fumarsi le prime sigarette della vita.
poi arrivò quella maledetta filaria e non ci fu più niente da fare se non per l'ultimo viaggio e mi par di vederlo ancora con gli occhi chiedere di essere aiutato a risalire in cabina, quasi sapesse che ci saremmo lasciati, e arrivammo a destinazione che si era già addormentato.
PER SEMPRE.
Ricordi, ricordi, suscitati dalle storie di cani randagi abbandonati a se stessi e dalla storia diversa vissuta da me, in prima persona, e suscitati anche da un articolo di Igor Man su La Stampa a partire dalla Gallina del Duce
Se siete ricco o povero: ignorante o istruito / peccatore o santo / siete il suo compagno e ciò gli basta. Egli sarà accanto a voi / per confortarvi, proteggervi / e dare se occorre / per voi la sua vita / Egli vi sarà fedele nella fortuna / come nella miseria: / è un cane» (1983-1995).
Codesto epitaffio l’abbiamo letto a Roma, in via dell’Imbrecciato, dove da tre generazioni la famiglia Molon gestisce una sorta di Spoon River all’italiana, insomma un cimitero per cani e gatti. Un luogo unico in Italia, non fosse altro perché ospita la gallina di Benito Mussolini (cfr. F. Sansa, Messaggero). Un giorno di primavera del 1936, il veterinario Antonio Molon venne convocato a Palazzo Venezia. «I miei figli giuocavano con la mia gallina. Ma è morta e i miei la piangono. Non mi va di gettarla nella spazzatura», disse Mussolini e Molon ritirò la gallina defunta dalle mani di donna Rachele, correndo a seppellirla nel vasto giardino che aveva ai Colli Portuensi. Nel tempo quell’anomalo cimitero si è allargato ospitando cani e gatti vegliati da lapidi invero struggenti.
Va detto subito come la strage del branco che ha sconvolto paesi buoni e civili di Sicilia non abbia alterato il sentimento di dolenti padroni di cani e/o gatti. Nelle elementari, i bravi maestri spiegano (non è facile ma ci riescono) perché e come cani in selvaggio branco abbiano ucciso e seviziato innocenti persone. Spiegano che il processo di ritorno all’«animalità» di bestiole «abitualmente docili» nasce e matura in conseguenza dell’abbandono.
no non è il solito, sic transit gloria mundi, perchè di vera gloria come attrice non ne ha mai avuta davvero molta. Schiacciata nel suo ruolo di oca molto ben dotata di attributi visibili e facilmente apprezzabili non ha avuto l'occasione di rivelare neppure a se stessa se avesse potuto dimostrarsi star.

certo che fra il prima e il dopo c'è qualcosa di abissale, tanto da richiamare l'attenzione dei media senza che per questo le si possa dare un qualche riscontro in più di quei 650 euro di pensione che attualmente prcepisce.
pochi, molti? difficile rispondere perchè ci sono centinaia di migliaia e forse milioni di italiani nella stessa condizione reddituale.
la sua filmografia non è certo clamorosa ma il tono generale rispecchia un modo forse meno pecoreccio rispetto a molti film italiani di oggi della stessa categoria.
Biografia veloce da Wikipedia.