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lunedì, 23 febbraio 2009

NATURA MARAVIGLIOSA e squisitamente funzionle.

Più la Scienza affina i suoi strumenti di indagine più meraviglioso appare ogni più piccolo angolo di natura! Persino quella fastidiosa mosca che vi ronza attorno nei mesi estivi se solo vi togliete dal mondo ascettico e "confezionato", il termine "condizionato" non esprime tutta l'artificiosa essenza della situazione, è dotata di un apparato di osservazione e decisione ridotto al minimo di pezzi e al massimo del risultato.

Se lo confrontiamo con gli apparati complicati, e talvolta messi in crisi da una qualche oca o gabbiano volante, di un moderno velivolo pieno di accessori  e segnalatori di "tutto", o quasi, i dispositivi della mosca in volo sono ben poca cosa.

Certo madre natura non parte da zero, si può appropriare di precedenti esperienze su altre creature senza dover pagare brevetti, e ha impiegato qualche miliardo di anni (luce?) per avviare l'inizio però, cavolo, che risultati!

e non cambia modello così per soddisfare la rete commerciale, ma solo se serve allo scopo.

60 neuroni per un volo perfetto

MOSCA


La complessità delle connessioni fra pochi neuroni consente alla mosca, attraverso un efficiente "calcolo parallelo" un controllo perfetto dei suoi movimenti in volo.

Nella mosca le cellule che ricevono le informazioni visive per il controllo del volo rispondono a movimenti in un campo visivo molto più ampio di quello da cui ricevono un input sensoriale. La scoperta, fatta da un gruppo di ricercatori del Max-Planck-Institut per la neurobiologia, a Martinsried, in Germania,  è pubblicata sull'ultimo numero di "Nature Neuroscience".

Il cervello della mosca è formato da appena 250.000 cellule nervose e l'integrazione delle informazioni visive motorie - utili a controllare e correggere il volo - è assicurata da un'area di appena una sessantina di neuroni per ogni lato del cervello.

Proprio grazie al numero molto ridotto di neuroni, che pure permettono all'insetto un volo molto preciso, i ricercatori hanno potuto esaminare quest'area in grande dettaglio, suddividendola in sotto-aree che elaborano differenti schemi di movimenti: un gruppo di 10 cellule, chiamato VS, risponde per esempio ai movimenti rotazionali della mosca, ricevendo ciascuna di esse informazioni da una sottile striscia verticale di cellule situate nell'occhio, le cellule cosiddette del campo recettivo.

"L'aspetto più affascinante di queste cellule, è la complessità della rete delle loro connessioni, e in particolare il fatto che le cellule VS sono connesse a due differenti livelli", ha detto Alexander Borst, che ha diretto lo studio. Oltre all'input costituito dalle informazioni provenienti dall'occhio, ricevono quelle provenienti dai gruppi di cellule VS vicine, realizzando una complessa rete interattiva che i ricercatori hanno simulato al computer.

Il risultato è stato che ciascuna delle cellule di un'area VS possiede differenti campi recettivi, reagendo sia alle informazioni sensoriali dirette, sia a quelle delle unità vicine, tanto che il campo della visione della mosca è di fatto completamente coperto da ciascuna delle sei strisce di 10 cellule presenti nei due lati del cervello.

Magari fosse così anche per noi, sono più di 50 anni che parcheggio solo se c'è spazio per dieci e per immettermi da un incrocio mi viene il torcicollo a forza di guardare di qua e di là e rischio un collasso nervoso ogni volta!

postato da: bkrema alle ore 09:29 | link | commenti (6)
categorie: politica, scienza, religioni, ricerca
domenica, 15 febbraio 2009

KARA SIGnora, faccio così: stupri suo marito

Lei ottiene il suo risultato, la giustizia la arresterà per 24 ore, poi la metterà ai domiciliari e Lei potrà far crescere il figlio di un amore concluso, non per colpa Vostra, giudici, medici, papi, pretoni e pretonzoli e forse anche Ciccio Ferrara saranno contenti. A Maroni vedremo di spiegarlo.

e non pensi si FOTTANO, siamo già qualche milione a pensarlo.

Da Il Sole 24 Ore

Ha chiesto il prelievo del liquido seminale del marito in coma, per avere un bambino tramite la fecondazione assistita, ma l'ospedale non ha dato l'autorizzazione. È successo a Pavia, dove il 30 gennaio la Direzione Sanitaria del Policlinico San Matteo ha ricevuto la richiesta («effettuata verbalmente», precisa il nosocomio) della donna per prelevare il seme del marito 35enne, ricoverato in coma presso la Struttura Complessa di Rianimazione II. «Non essendo il paziente in grado di esprimere un valido consenso alla procedura - riferisce la Fondazione San Matteo - come richiesto dalla norma, la famiglia, in maniera autonoma, ha richiesto e ottenuto, da parte del Tribunale di Pavia, la nomina dell'amministratore di sostegno, nella figura del padre del paziente, finalizzato a decidere in merito al prelievo di liquido seminale.

La Direzione Sanitaria della Fondazione Policlinico San Matteo, alla quale quest'ultimo ha fatto richiesta per l'effettuazione della procedura, ha risposto che «la richiesta non poteva essere esaudita in quanto non finalizzata ad un trattamento diagnostico e/o terapeutico correlato alla gestione clinica del malato, ma si trattava di una richiesta personale da parte della signora» e che «il centro di procreazione assistita del San Matteo non è dotato delle attrezzature nè delle autorizzazione occorrenti alla conservazione del liquido seminale». Il nosocomio di Pavia, infatti, ribadisce che «la normativa italiana attualmente impedisce l'uso di liquido seminale per inseminazione in situazioni diverse da coppia eterosessuale con problemi di sterilità, in grado di esprimere un consenso valido». In questi ultimi giorni l'amministratore di sostegno ha contattato l'Azienda Ospedaliera di Padova per il relativo prelievo. «È questa struttura - conclude la Direzione Sanitaria della Fondazione San Matteo - che deve accettare di effettuare il prelievo e mettersi in contatto con noi per accedere nel Policlinico. Nessuna richiesta in questo senso è arrivata per ora a questa Fondazione».

Il Centro di crioconservazione dei gameti maschili dell'Azienda ospedaliera di Padova
diretto dal prof. Carlo Foresta non ha chiuso la porta alla possibilità di accogliere la richiesta di Paola. Ma non ha ancora preso una decisione. Per ora ha dato solo la propria disponibilità ad approfondire il caso. Per consultare il Comitato di Bioetica e la direzione sanitaria aspetta una richiesta ufficiale dell'ospedale di Pavia e di poter esaminare tutta la documentazione. «A mia memoria, in Italia non ci sono precedenti - spiega il prof. Foresta - La signora ha fretta, ma si tratta di problematiche così delicate e difficili che hanno bisogno di un'attenta riflessione. Per ora ci siamo limitati a non avere un atteggiamento di chiusura pregiudiziale. Se arriverà una richiesta formale dall'ospedale che ha in carico il paziente studieremo attentemente il caso».


Prima che un gravissimo tumore al cervello lo devastasse , il marito della signora aveva progettato insieme a lei di avere un figlio, ma la malattia ha spezzato il loro sogno e anche la sua coscienza. Lui non è in grado di dare il suo consenso, di dire sì o no. È toccato al padre, nominato suo tutore, decidere. E ha detto sì: all'ipotesi di perdere il figlio e diventare nonno. Si è assunto la tremenda responsabilità di questa scelta a nome del figlio in coma, al quale i medici non danno più speranze.
«Dopo il tragico caso di Eluana Englaro non vogliamo rinfocolare polemiche su tematiche così complesse - sottolinea Foresta -. Quello che per ora posso dire è che la legge regionale prevede che al momento della raccolta del liquido seminale ci sia la volontà esplicita dell'interessato. In Italia inoltre è vietata la fecondazione con gameti di persone decedute - fa presente il direttore del Centro di crioconservazione -. Di qui la corsa contro il tempo della signora». E se dovesse morire dopo il prelievo del liquido seminale, ma prima dell'inizio delle procedure di fecondazione? «Sarebbe finita perchè dopo la morte è impossibile utilizzare i gameti: la legge lo proibisce».

Vede come è difficile? E se andasse all'estero? Forse lo dichiarerebbero figlio di N.N. o come si dice oggi? E che gliene importa a LEI, sarebbe sempre meglio che figlio di uno di quei signori, con e senza tonaca.

postato da: bkrema alle ore 16:46 | link | commenti
categorie: italia, politica, religioni, provvidenza
sabato, 14 febbraio 2009

breve ricordo di Eluana Englaro

da Guido Ceronetti

“La ballata dell’angelo ferito”
di GUIDO CERONETTI
:::
Urlate urlate urlate urlate.
Non voglio lacrime. Urlate.
Idolo e vittima di opachi riti
Nutrita a forza in corpo che giace
Io Eluana grido per non darvi pace

Diciassette di coma che m’impietra
Gli anni di stupro mio che non ha fine.
Una marea di sangue repentina
Angelica mi venne e fu menzogna
Resto attaccata alla loro vergogna

Ero troppo felice? Mi ha ghermita
Triste fato una notte e non finita.
Gloria a te Medicina che mi hai rinata
Da naso a stomaco una sonda ficcata
Priva di morte e orfana di vita

Ho bussato alla porta del Gran Prete
Benedetto: Santità fammi morire!
Il papa è immerso in teologica fumata
Mi ha detto da una finestra un Cardinale
Bevi il tuo calice finché sia secco
Ti saluta Sua Santità con tanto affetto

Ho bussato alla porta del Dalai Lama.
Tu il Riverito dai gioghi tibetani
Tu che il male conosci e l’oppressura
Accendimi Nirvana e i tubi oscura
Ma gli occhi abbassa muto il Dalai Lama

Ho bussato alla porta del Tribunale
E il Giudice mi ha detto sei prosciolta
La legge oggi ti libera ma tu domani
Andrai tra di altri giudici le mani.
Iniquità che predichi io gemo senza gola
Bandiera persa qui nel gelo sola

Ho bussato alla porta del Signore
Se tu ci sei e vedi non mi abbandonare
Chiamami in cielo o dove mai ti pare
Soffia questa candela d’innocente
Ma il Signore non dice e non fa niente

Ho bussato alla porta del padre mio
Lui sì risponde! Figlia ti so capire
Dolcissimo io vorrei darti morire
Ma c’è una bieca Italia di congiura
Che mi sentenzia che non è natura

E il mio papà piangeva da fontana
Me tra ganasce di sorte puttana.
Cittadini, di tanta inferta offesa
Venga alla vostra bocca il sale amaro.
Pensate a me Eluana Englaro.

postato da: bkrema alle ore 11:16 | link | commenti
categorie: politica, vita, speranze, poeti, scrittori italiani
venerdì, 06 febbraio 2009

CHE STRANO

AUMENTANDO I CONTROLLI calano quelli oltre i limiti per l'alcol, e non solo, almeno a Torino.

E calano anche gli incidenti! Cose dell'altro mondo, signora mia!

TORINO
Nel settore della sicurezza stradale Torino fa registrare un dato in controtendenza rispetto a quello di altre città: il calo degli automobilisti positivi all’etilometro, dato che, secondo la polizia municipale, va legato all’aumento dei controlli sulla strada eseguiti dai vigili in città. Infatti, nell’ambito della riduzione degli incidenti, che da 8 mila 110 nel 2006 sono passati a 7 mila 586 nell’anno successivo e a 6 mila 762 nel 2008, le violazioni per guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti accertate in occasione di incidenti sono scese dalle 199 del 2007 (168 a causa dell’alcol e 31 per droga) alle 153 degli ultimi 12 mesi (134 per alcol e 19 per stupefacenti). Su un totate di 5 mila 820 controlli, dunque, quelli positivi al test alcolimetrico sono passati dal 10% del 2007 all’attuale 4,5%.

Lo scorso anno si è ripetuta la collaborazione, avviata dal 2005, con la polizia stradale e sono state intensificate anche le iniziative comuni con i carabinieri. Ai controlli, inoltre, ha partecipato anche la Croce Rossa, che ha messo a disposizione un ambulatorio mobile a supporto delle verifiche per la guida sotto l’effetto di stupefacenti, mentre il Centro Regionale Antidoping ha collaborato alla stesura di un protocollo operativo e ha realizzato le analisi dei campioni prelevati.

Da una piccola indagine conoscitiva fatta dalla polizia municipale emergono anche cambiamenti dei comportamenti. In particolare si sta diffondendo anche a Torino la figura del guidatore designato, fatto confermato dal dato riguardante i passeggeri trasportati. Infatti i passeggeri di 100 auto i cui conducenti erano risultati negativi all’etilometro e che si sono sottoposti volontariamente al controllo il 18% superava i limiti di alcol previsti dalla legge.

postato da: bkrema alle ore 05:34 | link | commenti
categorie: politica, societĂ , provvidenza
domenica, 01 febbraio 2009

BARBARA SPINELLI: FEMMINICIDIO

un mondo, fatti, ancora fin troppo presenti dalle nostre parti di occidentali, cristiani e spesso sinistri evoluti.

non credo servano commenti, se non l'osservazione che di questo non avevo letto niente nei giornali che "fanno opinione". Una nuova tendenza del rinnovato LIBERAZIONE?

se è questo il motivo, la necessità del cambio di direttore veniva da molto lontano.

Processo a un uomo perbene che picchiava un poco la moglie

Liberazione, 1 febbraio 2008
Roberto Spaccino, al processo per la morte di Barbara Cicioni: «Le davo smanate, non botte» 
«Prima o poi ti ammazzo è una espressione delle nostre parti. Mia moglie non l'ho mai picchiata, al massimo smanate e schiaffettoni che non lasciano il segno, la violenza vera è quella che ti manda all'ospedale e Barbara non è mai finita al pronto soccorso».
Unico imputato al processo per la morte della moglie Barbara Cicioni, 33 anni, incinta di otto mesi, Roberto Spaccino si difende con un sorriso beffardo. E' accusato di omicidio aggravato e maltrattamenti, la pm Antonella Duchini lo incalza proprio sugli schiaffi che per anni ha riservato alla moglie come parte integrante del ménage famigliare.
E lui, stizzito, distingue tra litigio e botte. Il litigio, nel mondo di Spaccino, sono schiaffetti, schiaffettoni, "sventoloni", "smanate", e tutto questo «non sono botte». Perché le botte «sono quelle che lasciano il segno», sono i "boccaloni" dati con il rovescio della mano. Roberto diceva spesso «io questa prima o poi l'ammazzo», l'uomo precisa che questo è un modo di dire di Marsciano, «un intercalare nostro, mio e di mia moglie».
Rinchiuso nella gabbia dell'aula della Corte d'Assise di Perugia, l'uomo trova il tempo per scherzare con gli avvocati, salvo poi piangere quando pensa ai figli Nicolò e Filippo affidati al prozio di Barbara. I suoi difensori provano a convincere i giudici che Spaccino quel 24 maggio 2007 non strangolò Barbara perché lui è un uomo perbene, non si ubriaca, non fuma, non gioca d'azzardo e insomma al massimo frequentava qualche night, tradiva talvolta la donna con le clienti della lavanderia e prostitute e tuttavia non aveva una relazione extraconiugale fissa, spesso le urlava "sei una puttana come tua madre" perché la madre aveva divorziato presto da un marito violento, le diceva "sei un cesso" e "sei grassa", eppure Spaccino le regalava sempre delle rose per il suo compleanno ed «era cocchino e premuroso», questo padre di famiglia non è stato mai denunciato per rissa né per maltrattamenti domestici e se Barbara non è mai andata dalla polizia a raccontare che veniva malmenata dal marito, perché mai lui sarebbe poi arrivato persino ad ucciderla?
La cronaca del processo Spaccino è la cronaca di un femminicidio che non fa scalpore e che tuttavia racconta l'esasperante normalità della violenza domestica. Spaccino, uomo qualunque, è italiano e tutto porta a pensare che abbia ucciso la moglie: tuttavia non è straniero e non ha stuprato nessuna. Statisticamente, Roberto impersona l'identikit più frequente e sottaciuto: il 69% degli stupratori è marito o fidanzato della vittima mentre soltanto il 10% dei violentatori è straniero. E questo vale anche per i femminicidi.
Racconta Spaccino che quella sera, sul tardi, tornò a casa e trovò Barbara morta sul pavimento della camera da letto, i due bambini dormivano nella stanza accanto ma nei giorni successivi disegnarono la madre a terra in un lago di sangue. Agli inquirenti Roberto, ex camionista, disse che erano stati gli albanesi ad uccidere la moglie dopo una rapina: mancavano soldi e gioielli, la casa a soqquadro. Vivevano in una villetta di Compignano, una frazione di Marsciano (Pg).
Poche ore prima del funerale scattò l'arresto: Roberto aveva ammesso le liti frequenti, un famigliare durante una intercettazione disse che si trattava di una «morte annunciata» perché in paese si sapeva che Roberto picchiava Barbara ma nessuno aveva il coraggio di intervenire, nessuna folla inferocita come quella di Guidonia si riuniva sotto le finestre della villetta per linciare l'aguzzino di quella donna dal viso dolce e serio. Roberto era uno di loro, un padre di famiglia che portava i bambini a calcio.
Come dice Spaccino, era Barbara «il cervello della famiglia»: aveva aperto una lavanderia e la gestiva con il marito. Durante la perizia psichiatrica in carcere, Roberto evidenzia che «il carattere della moglie era piuttosto forte, più del suo (...) una donna forte che non si faceva sottomettere facilmente». Di se stesso, allo psicopatologo forense Giovanni Battista Traverso, dice di essere «un uomo tranquillo»: Traverso afferma che l'imputato possiede «un piano cognitivo sostanzialmente integro» e privo di patologie psichiatriche, cioè un uomo assolutamente normale.
Si erano conosciuti ad una sagra di paese quando Barbara aveva appena quattordici anni e lui 18, lei aveva vissuto il divorzio dei genitori in maniera traumatica e non voleva separarsi per evitare un dolore ai figli. Il marito non era affatto contento della terza gravidanza, le ripeteva come una cantilena «questo figlio non è mio». La accusava di averlo tradito, quando era lui a svolazzare di donna in donna. Interrogato questa settimana per la prima volta durante il processo, Spaccino si lascia andare a considerazioni contradditorie: «Barbara era molto gelosa, non so perché». Poi modifica la sua versione: «In tutta la mia carriera ci sono andato (con le donne, ndr ) tre o quattro volte».
Sottigliezze. Le prodezze del marito di Barbara sono varie, includono persino un rapporto sessuale con una spogliarellista in cambio del lavaggio di un tappeto del valore di 36 euro. Proprio per sottrarsi al controllo della moglie, l'aveva convinta ad aprire a nome suo una seconda lavanderia a Deruta dove ammiccava e seduceva numerose donne. Con la scusa di un incidente che lo aveva costretto a lasciare il mestiere di camionista, Roberto passava ogni anno una settimana alle terme e anche nelle piscine calde trovava gradevole la compagnia femminile.
Dai verbali dell'udienza emerge la dicotomia sessita: a casa la moglie e madre seria, fuori le frequentazioni allegre («Certo che la gelosia di Barbara mi dava fastidio, io le dicevo che non c'era niente. Del resto lei che ne poteva sapere? E le avventure, si sa, ce l'hanno tutti»). Lavorava come un mulo, la donna, figli e lavanderia e un marito che pretendeva tutto.
La sera della sua morte avevano litigato, Roberto insisteva per andare quella sera tardi a fare il distillo in lavanderia, Barbara sospettava che fosse una scusa per dedicarsi a nuove scappatelle, lui aveva alzato le mani contro Barbara e lei si era messa un cuscino davanti la faccia per attutire i colpi e non svegliare i bambini, questo è almeno il racconto del marito che oggi ripete continuamente che lei gli aveva fatto male al dito, quel 24 maggio.
La famiglia Spaccino fa cerchio attorno al figlio accusato di omicidio, d'altronde un giorno Barbara aveva colpito col mestolo Roberto sulla mano e il suocero, vedendo il figlio col dito sanguinante, le aveva detto: «Se non la smetti di toccare mio figlio ti mando a casa tua e ti rompo la falce sul collo». Nel clan Spaccino la violenza era usuale, tanto che la cognata di Barbara le aveva suggerito un avvocato che curasse la separazione.
Nel corso del suo esame, il 27 e 28 gennaio scorsi, Spaccino se la prende con la stampa e la televisione accusandoli di dipingerlo come un mostro: «Io a mia moglie non ho mai messo le mani addosso, non gli ho mai menato». Una visione distorta della violenza: io non sono violento, sono violenti gli altri, gli stupratori, gli stranieri, quelli che mandano all'ospedale. E senza rendersene conto si contraddice, ammette che gli «schiaffetti» erano continui per motivi banali e quotidiani, «se la cena non era pronta» oppure «quella volta dei calzini», e comunque gli schiaffetti erano reciproci, anche Barbara «smanava» e dunque lui doveva mollarle dei ceffoni «per calmarla» come se reagire per legittima difesa, da parte della donna, lo autorizzasse a rispondere con maggiore forza.
Successe anche il 24 maggio 2007, Spaccino ammette di aver schiaffeggiato la donna ma di essere uscito alle 23.30 per andare alla lavanderia quando Barbara era steso sul letto, viva, e di averla trovata morta al ritorno, a mezzanotte e mezzo. Dall'autopsia risultò che la Cicioni era stata strangolata verso le dieci e trenta, massimo undici, provocando inoltre la morte in grembo della piccola Viola. E poi i Ris trovarono tracce di sangue della vittima, portate dall'assassino, dalla camera da letto fino al garage e dentro l'Opel Zafira di Spaccino.
Il 30 maggio l'uomo venne arrestato e portato nel nuovo pentitenziario di Capanne, nella periferia di Perugia, con l'accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi, dalla crudeltà verso la vittima e dal rapporto fra coniugi. Successivamente venne trasferito al carcere di Terni, dove si trova tuttora.
La procura di Perugia gli contesta anche gli abusi nei confronti di Barbara e dei figli poiché li ha costretti ad assistere ai maltrattamenti, l'interruzione di gravidanza e la simulazione di reato.Cinque associazioni aveva chiesto di costituirsi parte civile, i giudici perugini ne hanno accettate tre (Telefono Rosa, Differenza Donna, Comitato internazionale 8 marzo), mentre le altre due (Giuristi Democratici e l'associazione Ossigeno onlus) stanno comunque seguendo il processo insieme con la Rete delle donne umbre e il Sommovimento femminista di Perugia per fare comprendere che la morte di una donna per mano del marito è una violazione dei diritti umani.
Il processo Spaccino, al di là della cronaca giudiziaria, entra nelle viscere di un delitto famigliare e della violenza domestica, mostra come in una grottesca pièce teatrale i meccanismi alla base del sessismo e del patriarcato: la madre di Roberto che chiama «puttane» le donne che il figlio frequentava, la difesa di un uomo che minimizza le botte e considera «sfaticata» la madre dei suoi figli.
Le femministe chiedono alle donne di partecipare alle prossime udienze del 12 e 19 marzo, 2, 14 e 21 aprile e per la lettura finale della sentenza di primo grado a metà maggio.
postato da: bkrema alle ore 23:50 | link | commenti (3)
categorie: politica, famiglia, femmine, giudici, medio evo