copio e incollo da La Stampa di Lucia Annunziata. Va letta l'ultima frase per ultima.
Immaginate come luogo una delle nostre molte località di montagna. In questo caso sono le discese di Mont'Elmo, alta Val Pusteria al confine con l'Austria, posto quieto di famiglie. Non ci sono qui mondanità ed esibizioni, ma, come si dice, anche qui arrivano i tempi moderni, anche qui, secondo quel birignao della modernità che vuole sempre che tutto sia peggio di prima, le vacanze non sono più quelle di una volta. Le piste soprattutto. Affollate di ragazzini, di pirati delle discese, di dilettanti allo sbaraglio. Quella montagna che una volta era il momento della intimità è diventata solo un altro momento della folla corsa con cui misuriamo la nostra vita su e contro quella degli altri.
Non è difficile, per pura deformazione professionale, ripassarsi in mente tutti questi pensieri mentre, in fila davanti all'autobus che ci riporta dal fondo delle piste nei vari paesini, ci sorbiamo ognuno la regolare dose di spinte per salire. Sci che si ficcano nei polpacci, gomiti che allargano gli spazi di passaggio, qualche ginocchiata ben diretta sono il pane quotidiano di chi vuole frequentare il servizio pubblico che raccorda le varie piste. Specie mentre fa buio il 24 dicembre, e tutti corrono a prepararsi.
Nella calca di ragazzetti dal gomito facile si distingue uno, con una fiammante tuta rossa, casco e scarponi ancora allacciati, che si fa largo con la sua decina d'anni a colpi di spintoni, brandendo alto un piccolo abete. Prende la rincorsa fra tutti, riesce grazie alla foga a salire per secondo e mentre tutti lo riempiono di improperi, conquista il posto su cui aveva messo gli occhi: la prima fila, dove si infila, mettendo al sicuro, tra sé e il finestrino, l'abetino - un alberello spezzato a mano alla radice, con poche file di rami radi, storto alla cima, così brutto che l'occupazione di un posto intero per salvaguardarlo appare una vera provocazione a chi è rimasto in piedi. Teppisti moderni.
Alle dieci di sera, al suono delle campane, l'intera San Candido è chiamata alla messa nella austera chiesa medievale che segna il centro della cittadina. Le pareti spesse, il campanile quadrato, e il cimitero che lo circonda danno a questo centro uno speciale silenzio in cui si entra con la massima concentrazione.
Ogni volta che si apre, la massiccia porta lascia passare il suono del coro in tedesco che ci accompagnerà fino a mezzanotte, e un fascio di luce. La luce illumina la neve e le tombe che in tante file, guardate da semplici croci di ferro, girano intorno alle mura della chiesa. E' il cimitero di questa comunità fin dal medioevo, dove i defunti di oggi si distinguono solo per i lumini accesi dai più antichi ormai senza nome.
Due file più in là dell'entrata, su una di queste semplici tombe qualcuno ha deposto un alberello. Così brutto che non è possibile che ce ne siano due uguali.
Mi avvicino, ed effettivamente non potrebbero mai essercene due di abeti così. E' lo stesso, basso, con i suoi radi rami, storto alla cima che ho visto in mano al teppistello in bus poche ore prima. E' ora davanti a questa croce, messo su con un po' di foga, formando una piccola montagnola di neve per fermarlo. Mi avvicino ancora.
L'albero adorna una croce su cui, in un ovale di ferro, c'è la foto di una vecchia signora, con i capelli raccolti in una crocchia. Ha un lungo nome in italiano e in tedesco, e una data di morte: 2005. Ma per suo nipote è ancora Natale con lei.
Non so se sono più commossa o più pentita delle mie generalizzazioni sui ragazzini.
bkrema non si decideva e dire che
ormai è solo questione di giorni ed è proprio

vero è natale!
A me il Natale è già arrivato sei mesi fa, con questi nipotini nuovi nuovi. Anche a loro allora
e a quanti son passati o passeranno di qui:
BUON NATALE VERO!
nel mondo sparagnino di non molte decine d'anni fa, in molti siam cresciuti con il: non si butta via niente. Un po' di questo principio a quelle generazioni è rimasto e ci se ne accorge sol che si passi dalla loro cantina o dal "basso comodo", come si dice dalle mie parti.
la moglie del Conte padrone (e poi padrona lei, almeno fin quando mio nonno e mia nonna riuscirono ad avere i soldi per comprarselo) del mio nonno, pastora d'origine (detta così dai mezzadri suoi sottoposti sol perchè veniva dalle colline imolesi, per attutire l'attrazione della sua prorompente struttura di mente e corpo), alla sua morte lasciò una raccolta di "spaghi" catalogati secondo misura, compresa l'ultima categoria "spaghi troppo corti per essere usati".
Il titolo di Le Scienze dice molto di più: se c'è, se esiste, se è sopravvissuto nei milioni di anni, se qualcuno o qualche condizione reattiva lo produce, allora a qualcosa serve, e allora bisogna, si deve, è necessario cercare, indagare, capire. Brutta bestia la curiosità, mette in crisi e fa "alterare" principi, re e sottanoni di ogni colore, subito pronti, se serve, a utilizzarne i risultati, magari in modo esclusivo.
per chi ha ancora qualche ricordo chimico, unito a qualche prof un po' più "panoramico" dovrebbe ricordarsi anche della simpatica reattività, nelle giuste condizioni, di questo CO che però sta bene anche da solo visto che è gas e pure stabile.
"La CO è prodotta naturalmente anche dall'organismo e in certe circostanze può avere effetti protettivi: noi abbiamo voluto vedere se anche il CO fornito dall'esterno abbia effetti analoghi"; ha spiegato Sylvain Doré, che ha diretto la ricerca.
Alcuni dei danni cerebrali conseguenti a un ictus derivano direttamente dal mancato afflusso di sangue ossigenato alle cellule nervose interessate, ma buona parte delle lesioni sono in realtà dovute alle reazioni biochimiche innescate successivamente dall'organismo e dal rilascio di radicali liberi quando di ripristina l'afflusso ematico. Attualmente i trattamenti si incentrano sull'eliminazione dell'ostruzione alla circolazione attraverso la somministrazione per esempio di attivatori del plasminogeno, che però non proteggono dai danni da riperfusione.
Lavorando sul modello murino, Doré e collaboratori hanno constatato che esponendo tempestivamente i topi a concentrazioni comprese fra le 125 e le 250 parti per milione di CO, i danni cerebrali conseguenti a ictus indotto diminuivano drasticamente, riducendosi rispettivamente al 33,9 e al 18,8 per cento di quelli riscontrabili nei topi di controllo.
L'effetto protettivo si esplica però solo se la somministrazione avviene entro 1-3 ore dall'evento. Secondo Doré il CO da un lato innesca un meccanismo di dilatazione dei vasi, ma dall'altro esplica un'azione anti-infiammatoria, riducendo il rilascio di radicali liberi da parte del sistema immunitario, e anti-edemigena, che consente di ridurre efficacemente la pressione endocranica, fonte di numerosi danni cerebrali.
Per inciso questa propietà che l'organismo usa per "dilatare", cioè quella di provocare la produzione del giusto gas, è ben nota e sfruttata utilmente da milioni di generazioni per aiutare imaschi nella riproduzione. Senza di chè non serviremo proprio a niente. Poverini!
Ora i ricercatori cercheranno di definire i dosaggi ottimali necessari a massimizzare gli effetti terapeutici del CO, minimizzandone al contempo quelli tossici. (gg)
Probabilmente anche nella socio-politica i "cattivi" fanno, farebbero, del "bene". Purtroppo il problema sono le piccole dosi, ma non di statura, quello di ossessivo intervento, senza gli opportuni controlli. Ecco perchè alla fine causano danni. Ma non è colpa loro, son fatti così, è il resto dell'organismo che non vuole o non può intervenire, e così, inevitabilmente, l'ictus sociale fa il suo naturale percorso.
Ma siate fiduciosi, tutti gli organismi prima o poi sono utili anche quando distrutti e morti, magari a pezzi, magari usati da altri, magari posti nel magazzino dei rottami, c'è sempre un dado, un bullone, un pezzo di lamiera che vanno bene.
Serviremo di nuovo, prima o poi, madre natura non butta via niente!
senza che debbano per questo rinunciare alla loro visione del mondo, quello umano e quell'altro, quello del dopo.
34740. CREMONA-ADISTA. “Il pensiero di un credente controcorrente”: così, nell’edizione del 20 novembre scorso, il settimanale diocesano di Cremona, la Vita Cattolica, presenta la lettera di Marco Ruggeri, cremonese impegnato nella Caritas diocesana, che contesta la posizione della Chiesa sul caso di Eluana Englaro ed invita “a non diventare la versione cattolica del partito radicale”.
La lettera, ai cui contenuti il settimanale dedica una intera pagina, è preceduta da una breve introduzione redazionale che precisa come quella di Ruggeri, pur essendo un’opinione espressa a titolo personale, ponga “alcuni interrogativi” che meritano di essere pubblicati “come stimolo per una riflessione in più”, ed è seguita da una lunga ed articolata replica di don Cesare Nisoli, parroco di Pandino e teologo morale.
A completare il servizio sul caso di Eluana – nella pagina a fianco – una lunga cronaca che ne ricostruisce la vicenda e che dà conto della veglia di preghiera personalmente guidata dal vescovo Dante Lanfranconi nel duomo della città. Non mancano nemmeno alcune informazioni circa le iniziative prese contro “l’esecuzione di Eluana” da Comunione e Liberazione e Movimento per la Vita.
Insomma, nessun dubbio sul fatto che Vita Cattolica sposi in toto la linea assunta dalla gerarchia dopo la sentenza della Cassazione. Nonostante ciò, la scelta di dare visibilità ad interventi come quello di Ruggeri, evidenzia la difficoltà dei media ecclesiastici (specie quelli più a contatto con le realtà ecclesiali presenti sul territorio) a mettere la sordina ad un malessere – quello espresso da una parte del mondo cattolico rispetto all’intransigenza mostrata dai vertici della Chiesa cattolica e dai suoi media – che continua ad acuirsi.
“Non so che sviluppo avrà la vicenda di Eluana - scrive Ruggeri nella sua lettera - ma come padre di cinque bambine e come credente vorrei esprimere la mia vicinanza al sig. Englaro e a sua moglie. Non so se le scelte di questo padre siano giuste, ma credo che appartengano ad un ambito in cui nessun uomo in quanto tale è autorizzato a brandire verità, o presunte verità, come clave. E come papà in questo momento non ho proprio voglia di giudicare questo papà, ma solo di abbracciarlo. Spero che i credenti e la Chiesa preghino e digiunino per questa famiglia, ma auspico anche che parrocchie e movimenti non organizzino veglie o incontri che avrebbero più il sapore della manifestazione di partito, piuttosto che un mettersi in ginocchio di fronte ad una tragedia che supera le nostre possibilità di comprenderla in pienezza. Certe iniziative un po’ mi mettono a disagio e certi toni adottati anche da cristiani mi spaventano. Stiamo attenti a non diventare la versione cattolica del partito radicale: il fronte è opposto, ma l’aggressività nello sparare giudizi inappellabili rischia di essere molto simile”. “Non siamo in grado, non sta a noi e questo perché ci mancano troppi elementi per farlo”. “Che almeno la Chiesa eviti di trasformare questo dramma in un campo di battaglia”.