Giancarlo Galeazzi, l'autore di questo post, si occupa frequentemente, su La Stampa, di problemi collegati all'esercizio della religione specialmente cattolica, con particolare riguardo alle qualità di chi farà il mestiere, se così di può dire, del prete.
Con il termine "istruzione" nel linguaggio curiale, si intede l'insieme di procedure e codifiche da seguire. Questa "istruzione" si occupa e preoccupa di come si indaga sul candidato, con particolare riferimento alla sua posizione e attitudine sul problema "sesualità".
A una prima lettura, l'insieme della istruzione appare come un test che, senza aiutini, sia molto difficile da superare. Magari, chissà, l'aiutino può arrivare proprio da chi, quando toccò a lui, non l'avrebbe potuto superare...
Un'istruzione vaticana per fissare paletti precisi riguardo all'utilizzo dei test psicologici e delle perizie nel discernimento delle vocazioni.
Coloro che manifestano «tendenze omosessuali fortemente radicate» o un’identità sessuale «incerta» non posso entrare in seminario e diventare preti. I gay non possono diventare sacerdoti nemmeno se si impegnano a non praticare la loro omosessualità.
Lo chiarisce il dicastero vaticano competente sui seminari, che ha emanato oggi un’istruzione per fissare paletti precisi riguardo all’utilizzo dei test psicologici e delle perizie nel discernimento delle vocazioni, già previsto nel precedente documento che nel 2005 ha sbarrato la strada del sacerdozio ai gay.
Nella valutazione riguardo all’ammissione dei candidati, spiega il testo, «non basta accertarsi della capacità di astenersi dall’esercizio della genitalità, ma è necessario anche valutare l’orientamento sessuale: la castità per il regno, infatti, è molto più della semplice mancanza di relazioni sessuali».
«Il cammino formativo - si legge ancora nel documento - dovrà essere interrotto nel caso in cui il candidato, nonostante il suo impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia, continuasse a manifestare incapacità ad affrontare realisticamente, sia pure con la gradualità di ogni crescita umana, le proprie gravi immaturità (forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertà nelle relazioni, eccessiva rigidità di carattere, mancanza di lealtà, identità sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate, ecc).
Lo stesso - afferma ancora la Congregazione per l’Educazione Cattolica - deve valere anche nel caso in cui risultasse evidente la difficoltà a vivere nel celibato, vissuto come un obbligo così pesante da compromettere l’equilibrio affettivo e relazionale».
Mi rimane sempre un dubbio: ma è proprio così impossibile considerare la sessualità come un qualcosa di semplicemente "umano"?
190 milioni di anni! cento milioni di anni che ci sono viventi, insiemi di atomi e molecole organizzate per raggiungere un fine, quello di mantenersi vive, coese e utili fra loro.
Avevano raggiunto questa risultato in altri milioni di anni, limando, aggiustando, eliminando quel che non era utile al fine di semplificare l'organizzazione complessiva. Il risultato erano degli ammassi enormi di materia vivente.
Come i nostri impianti industriali di oltre duecento anni fa, enormi perchè l'energia era prodotta in impianti enormi, con il vapore centralizzato che correva qua e là a muovere altri cosoni, perchè era difficile controllare ed equilibrare.
Poi l'elettricità, una energia che si poteva distribuire meglio e meglio pure regolare, con l'inconveniente che le variazioni, l'esecuzione degli ordini erano affidate alla "meccanica". Dimensioni minori, ma non poi tanto, delicatezza e mani favolose per ottenere i pezzi fondanti, e perdite di rendimento nei vari passaggi.
Poi oggi, l'elettronica, la miniaturizzazione, la gestione a grandi linee nel progetto e ogni terminale con la sua intelligenza e quindi auonomia e quindi molte più possibili interazioni. Non occorrono più dei corpacci, le informazioni arrivano, vengono "ragionate" selezionate, valutate e quindi la decisione fiale.
Poi capita come nell'Ufficio Postale che il cervello va in tilt e tutto si blocca e si affollano i saloni, gli addetti possono fare la pausa caffè. Già perchè si è esagerato nell'automatismo, nel condizionamento reciproco dei singoli pezzi, nel controllo finale costruito per controllare l'ultimo operatore umano che non si è riusciti ad eliminare.
Quest'umano così imprevedibile, così solo e multiplo, che ogni tanto avverte strane sensazioni e reagisce senza sapere esattamente perchè, però sa che di solito dopo un rimescolamento, anche feroce, qualcosa si rinnova e riprende.
Riprende la sua funzione principale: pensare, ragionare, provare e, se vuole esagerare, immaginare, anche l'assurdo, anche l'impossibile, anche quel che i capi non vogliono.
ci sono arrivato per caso, cercavo altro. Fa parte di un insieme di articoli di Repubblica della serie "CHI COMANDA NELLE CITTA'". Vale la pena rileggerli, un po' alla volta. Prima o poi si vota,gli articoli son del 2007 ma queste letture danno a volte una spiegazione ai sommovimenti nei partiti.
non solo PD.
chissà se alla Gelmini saremmo piaciuti, è roba di 55 anni fa. Ce n'è però uno senza giacca e cravatta, ma era il mio primo giubbotto comprato apposta per me.
sostituiva le giacche dei cugini romagnoli, ormai non più portabili. L'ha scovata uno dei miei compagni ritrovati nel web grazie a questo scalcinato blog.
alcuni non sono più fisicamente da qualche parte, di altri cerco di abbinare immagini dell'ultimo anno (qui era il terzo del liceo scientifico Oberdan di Trieste, sezione E) in parte soffocati dagli anni, alle sensazioni vissute assieme. Al di fuori dell'aula troppo diverse le provenienze perchè ci potessero essere ricordi o esperienze comuni.
si cambia veloci in quegli anni e l'ultimo saluto era alla maturità, senza grembiuli, ma in giacca e cravatta, quella sì anche se era LUGLIO.

CIAO A TUTTI e nessun addio. Nemmeno ai sogni e alle Illusioni e al Coraggio di vivere.
Passeremo con calma il testimone e forse abbiamo ancora qualcosa da dire, non fosse altro di certo gli errori nati spesso dalla voglia di provare, di rischiare.
Quella voglia forse oggi è piuttosto attutita e spesso sostituita dalla ricerca delle scorciatoie e dal timore del nuovo e del diverso.
Se adesso c'è una crisi di soldi, allora c'era tutta una Nazione in ricostruzione e i nostri genitori d'allora si rimboccarono le maniche e lasciarono esempi e principi troppo spesso poi dimenticati o oscurati.
città dell'adolescenza. TRIESTE. città della maturità avanzata. CAGLIARI. città entrambe di mare.
Trieste nell'attesa della BARCOLANA. segue foto da Repubblica

Cagliari.
TRADIZIONI
Sant'Efisio

CAGLIARI porto operoso
CAGLIARI tradizioni femminili.

CAGLIARI immagini di Sant'Efisio portate "dal contado", salvo errori, in sardo, "da sas biddas"
se non LUI, B16, di certo i suoi amministratore. E' vero che c'è la Provvidenza ma sui soldi meglio essere protestanti e ascoltare la parabola dei talenti, quella che insegna a darsi da fare, a rimboccarsi le maniche (e magari sporcare un po' le mani).
L’attuale tempesta finanziaria che scuote il mondo fa giungere le sue raffiche anche in Vaticano; che però sembra di poter guardare ai marosi con una relativa tranquillità, dalla sua “roccia d’oro”. Infatti già dall’anno scorso, secondo indiscrezioni di ottima fonte, e prevedendo che una crisi di grandi proporzioni avrebbe fatto tremare la finanza mondiale, i responsabili economici della Santa Sede, consigliati da abili consulenti, avevano trasformato i restanti investimenti azionari in lingotti d’oro, oltre che in obbligazioni.
E’ vero che l’abbandono delle azioni come mezzo di investimento per il capitale dato nel 1929 dallo Stato italiano alla Santa Sede come compenso per la perdita dello Stato pontificio, e per la marea di espropri succeduti a all’unificazione non è una novità. Già ai tempi di Paolo VI si era presa questa strada, per evitare che, magari senza saperlo, in virtù di incroci azionari complicati, il Vaticano si trovasse coinvolto in fabbriche di armi o di altri oggetti giudicati moralmente imbarazzanti, per esempio preservativi. Ma certamente negli ultimi anni il trend si è molto consolidato.
Uno specialista britannico, rimasto anonimo, consultato dalla rivista cattolica inglese “The Tablet”, ha confermato queste voci, esaminando il rapporto presentato nel luglio scorso dalla Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede.
Secondo l’esperto, dopo la conversione in metallo prezioso stile “re Mida” dei suoi investimenti, il vaticano possiederebbe intorno a una tonnellata di oro, dal valore di circa diciannove milioni di euro.
Il Tablet – siamo sempre in Gran Bretagna, anche se cattolici - ironizza: "la roccia di Pietro, su cui è stata fondata la Chiesa, si è trasformata in una roccia d''oro". L’esperto finanziario giudica che la Santa Sede "appare finanziariamente ben posizionata per raccogliere profitti, anche nell''attuale tempesta finanziaria". "Complessivamente - aggiunge - la Santa Sede è stata ben consigliata e non ha probabilmente perso molto nella crisi. Hanno abbandonato man mano le azioni e nel tempo si sono concentrati su investimenti obbligazionari e monetari".
Il rapporto della Prefettura relativo al 2007, parla di 340 milioni di euro in valuta; di 520 milioni in obbligazioni e in (poche) azioni, oltre ai 19 milioni in oro e altri preziosi.
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340+520+19 = 879 è quasi il totale dell'8 permille
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Bisogna ricordare che lo Stato vaticano non ha cespiti di entrata (non ci sono tasse), e che grazie ai proventi di questo capitale mantiene 2748 persone, oltre a 929 pensionati. Nel 2007 il costo per il personale è ammontato a oltre 120 milioni di euro. Altre uscite di rilievo riguardano le nunziature (oltre cento), la Radio Vaticana e l’Osservatore Romano. Senza contare le “spese vive” per il funzionamento della macchina amministrativa.
Ma la serenità di cui parla il consulente del Tablet è molto effimera, se si ascolta l’opinione di monsignor Vicenzo Di Mauro, segretario della Prefettura per gli Affari Economici.
"I risultati del primo periodo del 2008 sono preoccupanti e non inducono all''ottimismo. Si rende sempre più il richiamo alle Amministrazioni della Santa Sede ad operare con prudenza e con la massima oculatezza nella gestione operativa delle spese e nell''assunzione di nuovo personale".
Già l’anno scorso il bilancio della Santa Sede fece registrare un “rosso” di nove milioni di euro; e probabilmente anche quello relativo al 2008 non andrà meglio, anzi. Il deficit 2007 era stato preceduto da tre annualità in profitto, dal 2004 al 2006: in totale un attivo di quindici milioni e duecentomila euro. Ancora una volta però sarà necessario il contributo delle chiese locali, per ripianare il deficit. Germani, Stati Uniti e Italia sono i tre paesi le cui diocesi contribuiscono in misura maggiora ad aiutare il Papa a pagare le spese di funzionamento del governo centrale della Chiesa. Ma la crisi in corso, che fa tremare banche riguarda direttamente le diocesi, che hanno i loro conti negli istituti di credito dei vari paesi, e indirettamente anche la Santa Sede, che può risentire di un calo in questo aiuto, che nel 2007 raggiunse quasi trenta milioni di dollari.
E il Vaticano ha una grande sfiga, mica può mandare a lavorare in fabbrica o a passeggiare la notte i suoi addetti. E' costretto a battere cassa ovunque può. Potremmo suggerire al nostro Presidente del Consiglio ad estendere anche a loro la social-card, o la cassa integrazione. In fondo anche il Vaticanocome già Alitalia sono fondamentali per il turismo, anzi forse anche di più!
letto e pubblicato
di Piero Fiorelli, Assistente ordinario di Stato del diritto italiano nell’Università di Roma
[Da «Enciclopedia Cattolica», vol. VII, coll. 526-527]
Che nel medioevo, particolarmente nei secc. dall’XI al XIII, ma anche molto prima e molto dopo, i signori feudali avessero ed esercitassero un diritto di trascorrere con le mogli dei loro sudditi la prima notte di matrimonio (ius primae noctis o più crudamente ius cunnatici), è un’opinione non ben fondata, che il fantasioso storico scozzese Ettore Boece (1526) mise per primo in circolazione, e che poi, accolta da scrittori anche seri, fu diffusa oltre i limiti dell’onesto da un’abbondante e per lo più scadente letteratura.
A cominciare da Girolamo Muzio (1553), che riferiva tradizioni al suo dire non remote, s’è creduto da qualcuno all’esistenza di tale diritto anche in terra italiana, e si sono interpretate come allusive ad esso alcune carte e narrazioni di vane regioni ed età, venete, piemontesi, meridionali, dal sec. XII in poi.
Quanto di vero e quanto d’arbitrario sia contenuto in quel che si racconta dello ius primae noctis, non si può stabilire se non distinguendo. Un costume di far deflorare la sposa da un personaggio autorevole della sua tribù, o della stessa sua famiglia, è attestato presso popoli primitivi, e le sue origini sono variamente spiegate dagli etnologi. E non è meno sicuro che abusi senza nome, in luoghi e tempi disparati, furon perpetrati da feudatari in danno delle spose dei loro sudditi. Non è invece provato che quel costume pagano si continuasse presso i popoli cristiani del medioevo, né che quegli abusi feudali assurgessero in alcun luogo o tempo a vero e proprio diritto. Provato è soltanto che molti signori feudali, in Italia e fuori, imposero ai loro sudditi tasse matrimoniali, da pagarsi dove una volta tanto, dove a determinate scadenze (anno, settimana) per tutta la durata del matrimonio: tasse, che hanno lasciato fino ai nostri giorni qualche tenue traccia nel costume di certe regioni, anche in Italia.
In esse non è da vedere il prezzo del riscatto di un ipotetico ius primae noctis, e forse neppure una trasformazione della compra germanica della sposa; ma piuttosto, e più semplicemente, il compenso per l’assentimento dato dal signore alle nozze; tanto più che nel medioevo una tassa simile fu spesso riscossa dall’autorità ecclesiastica per la dispensa dall’obbligo imposto agli sposi di serbar castità nella prima o nelle tre prime notti di matrimonio.
Bibliografia: K. Schmidt, I. p. n., Friburgo in Br. 1881; A. de Foras, Le droit du seigneur au rnoyen âge, Chambéry 1886; A. Manno, Di un preteso diritto infame medievale, in Atti della R. Accademia delle scienze di Torino, 22 (1886-87), p. 564 sgg.; A. H. Post, Grundriss der ethnologischen Juriprudenz, I, Oldenburg e Lipsia 1894, p. 24 sgg.; F. Gabotto, Un millennio di storia eporediese (356-1357), in Eporediensia, Pinerolo 1900, p. 131, n. 1; R. Corso, Von Geschlechtsleben in Kalabrien, in Anthropophyteia, 8 (1911), p. 148 sg.; G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, I, Sulmona 1924, p. 251 sgg.; G. M. Monti, Il dominio universale feudale e l’«jus cunnatici» in terra d’ Otranto, in Annali del Seminario giuridico-economico dell’Università di Bari, Bari 1927, parte 2a, p. 14 sgg.