C'è una giovanissima amica di blog che dovrei visitare molto più spesso e alla quale invidio la conoscenza "tranquilla" della fisica e che questa descrizione del viaggio di un bosone rende esplicita ed evidente, con un linguaggio che anche un vecchio chimico materialista come me riesce a comprendere.
Ciao, Ortensia 51 e grazie di questa immersione totale nella vita e nell'Universo dove un bosone, almeno lui, non ci e si divide in nome di un credo, di un colore, di una scelta politica o di vita.
Lui, il bosone, è un po' noi e noi siamo un po' anche lui.
(8.3.9) Trieste. Università. Chimica. L'analisi (segue da).
Allora veramente si deve cominciarla, l'analisi, e per farlo qualche vaga idea bisogna averla, almeno, come allora si diceva, della chimica inorganica. Esemplificando, molto ma proprio molto semplificando, diciamo che un composto inorganico è il risultato di una parte basica e di una parte acida e dal loro incontro salta fuori qualcosa che chiamiamo sale che può essere neutro, acido o basico, a seconda dei rapporti reciproci e delle caratteristiche dei componenti.
Schematicamente, la parte basica perde degli ioni OH negativi e rimarrà un metallo con carica positiva (una o più di una), mentre la parte acida perde degli ioni H positivi e rimane un residuo acido con una o più cariche negative.
I primi, con carica positiva, prendono il nome di cationi, i secondi, con carica negativa, prendono il nome di anioni. Questi nomi nascono da un presupposto per cui se mettiamo i terminali di una pila, come quelle piatte di un tempo con le due linguette, in una soluzione, tutti gli ioni con il (+) correranno verso il polo di segno opposto (-) chiamato catodo (di qui il nome cationi) e viceversa gli altri (-) che corrono verso l'altro polo (+), chiamato anodo e quindi denominati anioni.
Fatta questa prima distinzione, si cominciava a guardare quel campione di polvere che il prof ti lasciava scegliere in un gruppo di provette, quei tubotti di vetro con il fondo arrotondato, per cercare di indovinare qualcosa anche solo guardando. Già, qualcuno forse lo ricorda, ci sono alcuni sali che hanno un colore, come l'azzurro per molti sali di rame, il verde o il giallo per certi sali di ferro, o i toni rosati del cobalto. Apparentemente la sfiga delle sfighe era quando la polverina era completamente bianca, perchè mancavano i più facili quelli che ti dicevano coraggio qualcosa hai indovinato.
Come sempre non è così.
La prima operazione è, ricordatevi che i tempi sono sempre al passato visto che oggi, e l'oggi è cominciato da qualche dieci anni, la tecnica è decisamente più semplice, è la costruzione della soluzione alcalina, ottenuta mettendo a bollire in un becker nè grande nè piccolo (da 250 ml, è un quarto di litro ma visto nella realtà sembra non grande e poi mai riempire più della metà) un po' di quella polvere assieme ovviamente dell'acqua e qualche spatolata di sodio carbonato, la banalissima soda solvay che si trova anche in certe drogherie e che un tempo si usava anche per lavare i piatti o la biancheria e che con il tempo rendeva quelle manine delicate delle donne in qualcosa di arrossato, un poco gonfio e dal contatto non proprio vellutato.
In questo modo la maggior parte dei metalli diversi da quelli chiamati alcalini (sodio, potassio, etc. per ricordare alcuni nomi che leggete sulle etichette dei concimi o delle acque minerali o sentite dagli spot pubblicitari) precipitano come carbonati e la parte negativa, gli anioni, rimane in soluzione. In fondo è come se noi contribuissimo alla formazione di futuri cumuli di carbonati di ferro, rame, zinco, etc. etc. che porteranno magari a delle miniere.
Naturalmente questo nuovo residuo spesso è colorato, anche semplicemente in bruno, pur provenendo da una polvere visivamente bianca.
Finita la bollitura si procede alla filtrazione, così da ottenere una soluzione degli anioni limpida e priva da ogni residuo.
Per la bollitura naturalmente si è ricorso al becco Bunsen per avere una fiamma, al treppiede da mettere sopra, un anello di ferro sostenuto da tre gambe di altezza giusta da stare appena sopra il cono azzurro della fiamma, una reticella da porre sopra il treppiede con una zona centrale isolata e su cui mettere il nostro becker. Attenzione! ricordarsi di mettere una bacchetta di vetro della grossezza e lunghezza giusta all'interno del becker, regolare bene l'intensità e il volume della fiamma regolando opportunamente la vite della portata del gas e l'apporto di aria alla combustione. La bacchetta di vetro ha lo scopo di evitare la formazione di bolle grandi di vapore d'acqua nella zona ha contatto con il colore e potrebbero far traboccare il liquido dal becker.
Il tutto quando te lo raccontano la prima volta lo ascolti per un po' curioso, poi annoiato, poi manco segui più perchè tanto è così ovvio! Poi i primi tentativi ti portano a più miti consigli quando il tuo becker trabocca sulla reticella, rischiando di coinvolgere il bunsen e obbligando a pulire, asciugare e ripartire vedendo diminuire la preziosa polverina unica fonte di informazioni e che nessuno, se la finisci, reintegrerà.
Succede spesso di non apprezzare i consigli della esperienza che nell'arco di decenni, se non di secoli, ha portato alla forma e alla scelta di certi accessori. E' un po' come la forma e dimensione di piatti, scodelle, posate che hanno forme quasi standard, poi qualcuno si esibisce nel modificarle per riscuotere attenzione (i piatti su cui servono le pizze, ad esempio, che hanno assunto dimensioni enormi solo per darti l'impressione che il diametro giustifichi il prezzo. O altri, anch'essi spropositati, molto decorati e fra un po' con video incorporato, su cui sorgono alcuni mucchietti di qualcosa che sarebbe poi la fonte del costo) ma nella vita di ogni giorno torniamo a forme umane su cui del resto hanno costruito le dimensioni e le forme delle lavastoviglie.
Dopo queste profonde osservazioni sarà bene interrompere, è già passata la prima settimana, è venerdì sera, ripieghiamo il camice, mettiamolo nella borsa, non è più così immacolato come lunedì scorso, vostra madre si è raccomandata, ne va del suo onore se non siete perfetti.
Poi si accorgerà che con certe macchie è meglio rassegnarsi, che un camice perfettamente integro può uscire, una volta asciutto, con micro o macro buchi. A volte, ma quello è visibilissimo, con residui di maniche bruciacchiate perchè, chiacchierando, le avevate avvicinate al bunsen, non alla fiamma, ma lì vicino, e l'aria aveva i suoi 300/400 °C e di solito a quella temperatura molti tessuti bruciano o talvolta semplicemente si raggrinziscono.
Pian piano un bel camice macchiato farà tanto chimico, mica siete un farmacista, e si ricoprirà di scritte sia di fantasia che per segnarvi una pesata, il risultato di una prova. Certo c'è il preziosissimo quaderno di laboratorio, ma quello sta nel cassetto così non si sporca e poi voi ce l'avete la memoria!
Come no, specie se dei vari numeri e cose scritte cercherete di capire quelli del giorno rispetto ai precedenti. Il tutto farà in modo che la prossima volta porterete il camice a casa a Natale, Pasqua e fine corso. In fondo è la vostra bandiera, quanto più è logora e sfilacciata tante più battaglie avrà combattuto e qualcuna, forse, vinto. Ma l'importante è mostrare le ferite ed essere sulla strada di essere o almeno diventare un chimico.
Ricordate gli occhi sorridenti e felici di un figlioletto o un fratellino piccolo che "aiuta" i genitori a cucinare e simili? Quante più macchie di salsa e simili ha sui vestitini tanto più adulto e capace lui si sentirà.
Ma non è così per tutti, ovviamente, qualcuno impeccabile e perfetto c'è sempre: per loro ci sarà il regno dei cieli, per noi, miseri umani, la felicità del gioco e della conoscenza.