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Un vecchio signore che non ha nessuna voglia di andare in pensione mentale ma che può finalmente scegliere orari tempi e colleghi.

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martedì, 30 ottobre 2007

il mio nome è pinco pallino e sono bocciato!

Una volta si chiamavano differenziali
Una morale da Legione straniera

di MARCO LODOLI

E' DIFFICILE capire quale sia stato il pensiero della preside dell'Istituto Gastaldi di Genova, quali tortuosi percorsi mentali l'abbiano portata a una conclusione così bislacca: fatto sta che adesso tutti i bocciati del primo anno si ritrovano concentrati in una sola classe. Dopo tanta allegra pigrizia, dopo un anno trascorso al paese dei balocchi, senza ascoltare i professori, senza aprire i libri, senza ascoltare i buoni e noiosi consigli, i venticinque ragazzacci, trasformati in ciuchini, vengono collocati tutti quanti nella stessa stalla.

sempre lui nel 1998 in un programma RAI

STUDENTESSA: Il disimpegno dei giovani è sempre posto al centro di accese polemiche. Lei non crede che la responsabilità di tale famigerato disimpegno debba anche essere ricercata nelle generazioni che ci hanno preceduto e nel fatto che i loro valori – specialmente dopo il ’68 – si sono gradualmente indeboliti? Anche il progresso scientifico, sotto certi aspetti, ha portato ad una decadenza di alcuni valori.

LODOLI: Credo che nel corso dell’esistenza di ognuno debba avvenire un passaggio indispensabile: bisogna farsi carico della propria vita e delle proprie responsabilità. Risulta incredibilmente facile attribuire la colpa del nostro disagio a qualcun altro, perché si tratta della soluzione più a portata di mano: di volta in volta vengono accusati i propri genitori, la propria scuola o la società in cui si vive. In tal modo, però, la nostra stessa vita viene espropriata del suo significato più profondo. Ogni generazione può essere considerata una vittima di quella precedente: i ragazzi del '68, ad esempio, erano figli del dopoguerra, e spesso erano cresciuti in famiglie bigotte o provenienti dal ventennio fascista. Il mondo non è mai perfetto, è sempre pieno di problemi, di tragedie e di misteri. Ho cominciato a capire qualcosa della mia vita nel momento in cui mi sono detto: "io sono questo grumo di tempo, di pensiero e di sentimento, e devo comprendere il senso che mi darò e la direzione che prenderò". L’atteggiamento dello "scarica barile" è tipico di noi italiani e ci allontana dalla verità. Recentemente ho visto un film di Ken Loach dal titolo Il mio nome è Joe. Nella scena iniziale il protagonista pronuncia una frase: "Il mio nome è Joe e sono alcolizzato". Joe potrebbe trovare tutte le giustificazioni possibili per tale condizione e potrebbe anche sostenere che la società o i genitori lo hanno ridotto in quello stato: al contrario, egli ci suggerisce che se veramente si desidera dare un senso a ciò che si fa, occorre avere il coraggio di affermare "Il mio nome è Joe e sono alcolizzato". Il mio nome è Marco Lodoli e questo è il nulla che metto in gioco.

Nel merito, decisione certo opinabile quello della Preside (che comunque motiva e mi sembra non male) che ha deciso di mettere i bocciati in un'unica classe, ma anche prendendo per vero, e a volte lo è veramente, che le responsabilità sono esterne all'allievo c'è anche da dire come la didattica da fornire debba inevitabilmente essere diversa, più specializzata, ad esempio più ricca di aspetti multimediali, di ambiente culturale meno stupidamente elevato e sicuramente più coinvolgente. Tutto questo richiede insegnanti preparati, non solo lacrime e sangue come ironicamente Lodoli (poeta e scrittore, docente del classico, classe 1956, suscettibile difensore degli anni allegri) afferma, e insegnanti certamente dotati di qualità decisamente superiori alla media.

Immagino che nelle classi di Lodoli i bocciati siano pochi, ma forse il merito non è dei docenti, fin dalle elementari ai "migliori" sono suggeriti i Licei, e il Classico è il top.

Da un vecchio e orgoglioso insegnante di Istituto tecnico e professionale, anche se un tempo qui arrivavano i più poveri e non solo i "meno dotati", come di solito decidono i colleghi delle medie inferiori.

postato da: bkrema alle ore 07:03 | link | commenti
categorie: politica, scuola, cronaca
domenica, 28 ottobre 2007

Mi ero femato a fine agosto nel racconto di Benito, se qualcuno vuol ritrovarsi deve andare al 30 agosto 2007 o seguire la tag "elementari". Non è per esibizione o pretese di scrittore, ci vuole ben altro, sono i ricordi di più di 60 anni fa filtrati e distillati dalle inevitabili vicende personali di una vita piena di vicissitudni "normali" come per gran parte dei miei coetanei.

13. Coraggio, duce, 18 mesi all'alba... 

Da quell'ottobre del '43 all'aprile del '45 in fondo son solo pochi mesi più di un anno e in mezzo due inverni, e due Natali e giovani e vecchi a scegliere dove stare, chi scegliere, chi nascondere, chi spiare, chi denunciare.

Quasi come una tragedia greca, dove però è il coro a recitare veramente, perchè è il coro che continua a lavorare, a coltivare la terra, a provvedere che le merci girino ancora, che la posta funzioni, che un po' di bimbi e ragazzi vadano a scuola, che gli ospedali provvedano e che il medico condotto ci sia anche per i meno fortunati. E' in fondo questo il vero miracolo di un popolo che deve attingere, anche se non lo sa, ai ricordi ancestrali di eserciti, di bande, di parlate ostrogote e comunque andare ossequiando e fottendo e figliando e schierandosi, anche solo con un passa parola, con un cenno del capo, con un non so e un po' che non lo vedo.

Signor Duce, solo trent'anni fa smaltivi le azioni anti guerra di Libia assieme a quel repubblicano di Nenni, poi ti eri messo in testa di preparare la rivoluzione e arrivavi alla direzione dell'Avanti. Ma non era aria, i socialisti italiani avevano capito niente, quasi pacifisti ante litteram erano convinti che i lavoratori, i proletari, quelli che fabbricavano ancora figli con la carta carbone, si sarebbero opposti e non avrebbero lasciato andare in guerra i propri figli più grandi.

Una volta tanto aveva visto giusto e non appena era capitata l'occasione di un giornale tutto suo ci si era buttato, tenendo un tono ancora dubbio, molto populista e socialrivoluzionario e, poi, era pure andato in guerra. Quasi come se ciccio Ferrara fosse andato volontario in Iraq! altre tempre, altre trippe: in fondo il duce era un ragazzino, poco più di trent'anni, da subito caporale e poi gloriosamente ferito e carismaticamente a casa a preparare la sua rivoluzione. Aiutato dall'imbecillità di molti e dai soldi di pochi, ma importanti.

Ma il nostro piccolo Benito era arrivato in quel di Bussolengo. Chi vede oggi questa cittadina ormai quasi un vasto sobborgo di Verona non s'accorge neppure che c'è ancora un centro e, per fortuna o per caso, quasi intatto nella sua piccolezza. Per questo pochi anni fa ho ritrovato la Chiesa dei miei ricordi. La casa che ci ospitava era poco lontano, bastava uscire dal grande portone di legno che isolava il piccolo agglomerato confinante con gli orti dalla strada principale, e si prende a destra in direzione della Chiesa, e si era subito lì.

Ho sovrapposto quel ricordo a quello di un'altra Chiesa di una città molto più importante  e che tempo fa, il Papa era un altro, era su tutti i giornali e TG, Colonia. Non c'entra l'aspetto, lo stile, entrambe però erano, e spero siano ancora, parte costituente della comunità. A Colonia nei primi '80, in occasione di uno dei tanti Fotokina, "messe"  fiera dell'ottica e tutto il resto che una pellicola può fissare, ero rimasto affascinato da quel piazzale pieno di ragazzi e ragazze di ogni età dai 2 ai 90nni, chi pattinava (skettinare non mi è mai piaciuto come verbo, tocca mettere la bocca a culo di gallina), chi leggeva, chi passeggiava, chi scambiava due chiacchiere per andare poi lì vicino in uno dei tanti locali con orchestrina jazz e die alte bier, la vecchia birra fresca di giornata bevuta in piccoli bicchieri da un ottavo, come i nostri da goto, però di vetro meno spesso. Ma anche lì, a Bussolengo, lo spiazzo avanti la Chiesa era luogo di incontro e svago con un genere di persone più omogeneo, pur variando a seconda degli orari.

E allora puoi anche capire perchè uno ci vada, in quelle chiese, per respirare l'odore dell'incenso e della cera stropicciata dalla fiamma (non quei pulsanti che accendono la lampadina davanti al santo solo per giustificare l'obolo). Con il parroco, allora senza parsimonia di giovani sacerdoti in allevamento, circondato da chierichetti e giovani parrocchiane, rigorosamente a braccia coperte e ampio fazzolettone sul capo per evitare che i riccioli turbassero i non presenti uomini, che arrivavano per la messa principale della domenica mattina, quella delle 11, così da arrivare puntuali a pranzo, apparecchiato dalle "vecchie" che la Messa l'avevano avuta alle 6/6.30.

Il mangiare è una componente fondamentale della giornata di un bambino, almeno lo era fino alle merendine, chicles e altre delizie e così feci conoscenza con la polenta, quasi sconosciuta nelle campagne romagnole, dove il pane trionfa su tutto, sostituito solo al sabato (quando si cuoceva il pane per tutta la settimana) da quelle piade grandi e spesse tutte ricoperte di formaggi morbidi e molto squacqueronici.

Alla mattina latte e polenta, a mezzogiorno minestra e polenta, alla sera polenta con quel che c'era, ma la casa era ospitale, gentile, generosa verso questi extra terrestri arrivati dalle Romagne al seguito di un capo, neanche fosse un esercito alla Pancho Villa.

O forse era proprio come quegli eserciti sudamericani, un po' bandidos, un po' soldati, con vita militare e vita personale strettamente avvinghiate. Le donne, e in questo mia madre era una specie di capo, curavano una specie di mensa per tutti quei giovani e meno giovani dai 16 ai 40anni, quando rientravano la sera, penso dopo essere stati in giro a marcare il territorio e andare a caccia di renitenti, disertori e traditori, uno dei tanti nomi che significarono poi partigiani in quelle prime modeste alture veronesi.

E forse a caccia anche di un po' di polli, conigli e maialotti che venivano consegnati alle cuoche. L'atmosfera di quelle cene era allegra, chiassosa, con le solite prese in giro dei più giovani da parte dei veterani e finivano poi al canto e al suono di canzoni che solo lì posso avere imparato.

Ancora oggi mi capita, nei rientri notturni e solitari in macchina di urlare dei mischioni di canzoni per tenere lontano il sonno, alternando i battaglioni del duce battaglioni, con bandiera rossa la trionferà, e poi magari giovinezza e il canto dei sommergibilisti, con fischia il vento infuria la bufera, o sebben che siamo donne paura non abbiamo, o ancora addio lugano bella e, molto più raramente, siamo arditi della fede siamo araldi della croce, a ricordarmi momenti e entusiasmi di una vita in fondo così breve, ma così variabile.

E uno su tutti di quei canti e quei suoni, il violino di Calderoni, non il solito violino da festa paesana e neppure quello troppo colto, era un violino che aveva conosciuto le pianure e i paesi e le feste dell'est Europa, quell'est che era stato così ricco di dittatori di varie taglie e in gran parte filo fascisti e che fu poi affidato alle cure dell'occupante russo, ma non credo che per la gente comune cambiasse poi così in peggio.

Romania, Ungheria, Polonia, cambiò la forma degli stivali o gli sbuffi dei pantaloni e gli addobbi, ma sempre pochi individui organizzavano il numero giusto per controllare i tanti, in nome dell'avvenire religioso o del proletariato che fosse.

Con gli occhi del poi nessuno di quei ragazzi, di quegli uomini, di quelle poche ausiliarie tornò a casa, a Ravenna. A parte mio padre, che su ordine di mia madre prese la bicicletta e arrivò a Ravenna pedalando, vennero a prenderli con un po' di camion per riportarli a casa, poi "sbagliarono" strada, finirono in un bosco dalle parti di Treviso e restarono tutti e tutte lì, corpi un po' maltrattati e affidati alla pietà di qualche contadino e prete, che pietosamente fotografò quel che restava. 

Foto che furono in seguito oggetto di ricerca e identificazione e mi rimasero impressi gli occhi della figlia di Calderoni, il mio primo vero grande impossibile amore mai dichiarato e che con i suoi quasi quattordici anni stordiva i  miei quasi dieci anni. E altri ancora, con cui avevo riso, che mi avevano tenuto sulle ginocchia, che mi avevano messo il loro berretto  da ardito in testa, che mi avevano scompigliato i capelli, di cui conoscevo odori e sculacciatine. Che ne sa un bimbo di retate e rappresaglie e scontri quasi all'arma bianca e botte a finire in tanti quello solo, e dell'odio accumulato negli anni e anche della insicurezza sul futuro appena arrivato, ma già dubbio nel suo prossimo sviluppo!

Ma sono i discorsi e i pensieri dell'oggi, perchè c'erano anche scene comiche come quando il mio fratellino, di poco più di tre anni, arrivò con una piccola pipa di legno con dentro una delle sigarette di mia madre (quasi certamente una milit) accesa sicuramente da uno sportello della stufona di cucina. Lui arrivò tutto tronfio e pippante e non fu nemmeno sgridato. 

E  c'era anche uno spettacolo quasi quotidiano, con mia madre e un cavalletto stradale si andava non so perchè a regolare il traffico, almeno credo, perchè mia madre manovrava una bandiera rossa a bloccare e sbloccare il traffico di carretti, somari e biciclette. E doveva essere non lontano da Pescantina e dal fiume, perchè spesso stavamo lì, in mezzo ai pietroni delle sponde, vicino agli ulivi, a guardare le fortezze volanti che andavano lente lente a bombardare Verona, quasi a cadenza bisettimanale, senza che niente le contrastasse, se non qualche buffo sbuffo della contraerea.

Ma questo non stupiva o preoccupava, sarebbe arrivata la famosa arma segreta.

Segreta fino all'ultimo.

postato da: bkrema alle ore 15:37 | link | commenti
categorie: vita, elementari, 1943/44, salo rsi, bussolengo
martedì, 23 ottobre 2007

Ma quanta e quale meraviglia!

Denigrati, stanchi e malpagati ma c'è la corsa a diventare prof

di SALVO INTRAVAIA

Malpagati, in calo nella scala della considerazione sociale, chiamati in causa in prima persona in vicende che mostrano solo il lato oscuro della scuola. Eppure il mestiere dell'insegnante sembra ritrovare nuovo appeal tra i giovani laureati
O, almeno, a guadare i dati sembra sia così: una vera corsa alla cattedra. Quest'anno, il numero di coloro che desiderano insegnare in una scuola media o superiore è di gran lunga maggiore ai posti messi a disposizione dal ministero dell'Università. Un fenomeno che assomiglia tanto alla "lotta" per conquistare un posto nelle facoltà a numero chiuso, come Medicina e Architettura.

Già, quanta meraviglia, eppure anche se una parte forse non piccola di loro lo farà per avere un futuro e si illudono su un tipo di lavoro relativamente impegnativo (e s'accorgeranno quanto non vero), con tempo libero e simili (nelle feste comandate e nei momenti più costosi), la maggior parte di loro resterà fregata perchè è un lavoro che una volta iniziato è difficilissimo mollare.

Ci siamo passati in molti è non è solo per l'inevitabile narcisismo dato dagli sguardi a volte adoranti di questi adolescenti e per non parlare nei primissimi anni di scuola in cui sei, ancora oggi, l'unico riferimento costante con genitori in perenne corsa e spesso tensione.

Del resto un laureato in Italia che deve fare per in qualche modo rendere utilizzabile un percorso di studi di quasi vent'anni?

A parte i professionisti tipici, medici, avvocati, commercialisti che vendono sè e il proprio sapere in nome del venerabile (senza ironia e con molto rispetto) dio quattrino e spesso potere, nell'industria quale autonomia, quale libertà di approfondimento o racconto in strutture dove la ricerca è spesso condannata a studiare le normative e le regole che la ingabbiano più che a poter spaziare là dove la resa è solo ipotetica?

Poi c'è la parte tecnico-scientifica, spesso pregiudizialmente ostica eppure se riesci a renderla commestibile, a farla semplice nei principi e nei percorsi, se hai l'aiuto e l'appoggio di un laboratorio dove scoprire assieme il gusto della manualità ti accorgi che molti dei tuoi allievi ti seguono e spesso con un occhio quasi paterno, il loro, quando affronti argomenti a loro già noti e per loro semplici.

Benvenuti ragazzi, specialmenti a quanti di voi sentiranno il peso assurdo di norme, circolari, presidi e direttore e segretarie di istituto. Non preoccupatevi imparerete presto, se questo lavoro vi piacerà, a trovare il ruffianamento giusto: le facce giovani sono sempre gradite nella scuola specie dai vecchi professori che, in fondo, han solo spesso nemmeno  trent'anni più di voi.

Un soffio, perchè dopo poco "è subito pensione" e quella bolgia, quelle incazzature, quelle circolari rischieranno di mancarvi.

Ecco questa è la vera assurda perdita che la società fa, pare impossibile avrebbero ancora molto da dare e tanti sarebbero i luoghi dove portare conoscenza ed esperienza e a basso costo.

BENVENUTI!

postato da: bkrema alle ore 20:00 | link | commenti (1)
categorie: politica, libri, scuola, liceo, universitĂ , elementari
domenica, 21 ottobre 2007

Ci sono solitudini di cui troppo spesso non ci accorgiamo, e magari sono lì, proprio nella porta accanto.

Genova, 20 ott. - (Adnkronos) - Suicida con il cane. E' andato, a quanto sembra, volontariamente verso la morte assieme al suo cane, il 76enne che stamane, alle 8.50, e' stato travolto e ucciso da un treno nei pressi di Pietra Ligure (Savona). L'anziano, che abita in Val d'Aosta e ha familiari, accompagnato dall'animale si e' inginocchiato sui binari al sopraggiungere del treno locale. La morte per entrambi e' stata istantanea.
postato da: bkrema alle ore 21:30 | link | commenti (10)
categorie: politica, cronaca
mercoledì, 17 ottobre 2007

iniziò più di 40 anni fa il lento rinnovamento delle tipologie di magistrati, allora erano pretori adesso qualcuno è arrivato in Cassazione mantenendo intatti cultura e principi...

Una sentenza che farà discutere. E che ribalta quanto richiesto dal procuratore generale della Cassazione. Ma che per la prima volta segna dei «paletti» chiari dal punto di vista giuridico sul fronte dell'eutanasia. Ci sarà infatti un nuovo processo «in una diversa sezione della Corte d'Appello di Milano» sul caso di Eluana Englaro, la giovane in coma dal 1992 a seguito di un incidente stradale e per la quale il padre si è battuto per anni in tribunale affinchè venisse interrotta l'alimentazione fino al sopraggiungere della morte.

(...)

In proposito la Cassazione sottolinea di voler tenere presente la Convenzione di Oviedo sui trattamenti sanitari anche se non è stata «a tutt'oggi ratificata dallo Stato italiano» perchè la mancanza di un ratifica - spiega piazza Cavour - non significa che tale convenzione «sia priva di alcun effetto nel nostro ordinamento». 

(...)

«Noi vescovi ribadiamo la difesa della vita fino alla sua naturale conclusione e il riconoscimento dell’idratazione indotta come diritto della persona alla vita e non come accanimento terapeutico» : è questa invece la posizione espressa dal segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, alla domanda di come valuti la Chiesa il caso di Eluana Englaro. «Non vorrei entrare nel caso specifico - ha spiegato Betori - ma noi vescovi ribadiamo la difesa della vita sempre».

questi ultimi hanno già visto tutto migliaia di anni fa...

Dal Corriere


postato da: bkrema alle ore 03:56 | link | commenti
categorie: politica, vita, religioni, giudici
lunedì, 15 ottobre 2007

storie di gatti e di persone, grazie a loro, eternamente giovani. E storie di cuccioli, anche se i gatti cuccioli e delinquenti lo restano in eterno.

Se c'è qualcosa di ruffiano è proprio un gatto e proprio spesso quandoti sfugge, è pieno di paura, dice lui, e invece ammicca e provoca di continua per vedere se abbocchi. Lì nel mio "meraviglioso" trilocale, senza ironia, ai margini della metropoli di Dello, che per essere una preposizione articolata fa ben quasi 4000 abitanti, io ho un giardinetto, anzi un giardino, mi pare che sfiori i 27 metri quadri e qualche altro centimetro quadrato. Il giardino è sulla strada, un po' rialzato, ci vogliono due rampette di scale, poi un'altra rampina breve breve, contorsione a sinistra sui 180°, altra rapinona, avanporta sui quasi otto metri quadri poi si entra. Sempre, io non chiudo mai quando son fuori, per risparmiare le spese dei falegname, o fbbro?, carpentiere che riparono quello.

E' su quel breve pianerottolo che micio micio micio, un coso lungo e stretto e con non più di quasi tre mesi, dalla copertura nera, la pancia bianca e la faccia a maschera di Pulcinella, bianca fino intorno agli occhi, ma con un nasino rosa rosa che non riesce a restare sporco di pomodoro per più di pochi minuti.

La prima sera che l'ho incontrato era piuttosto seccato, in fondo era ancora estare e in quel punto c'è un soffio d'aria quasi sempre, io non ci sono mai perchè in giro a pontificare di mangimi e detergenti e quello era proprio il suo regno.

Poi abbiam fatto la pace, grazie a qualche frazioncina di bistecca, piccola piccola, cruda cruda e, ovviamente, tenera tenera. E come tutti ben sanno è stata l'inizio della fine, quando ci incontriamo sulla porta di casa mi sembra di viaggiare su un trattore dal rumore sentito che quel micio micio si permette di sollevare.

Ma era di un altro gattino che volevo raccontare, a senso e forse con qualche svarione, dalla cronaca milanese di un paio di giorni fa. Una coppia di quelle eternamente giovani decide un fine setimana in moto, ma di quelle tranquille, solo che nell'uscire da Milano scorgono dietro un cancellino ottuso e chiuso e con le barre strette  un micino così tremendamente solo e abbandonato, tanto che fanno su e giù da casa per prendere qualcosa da allettarlo e farlo uscire di lì per riportarlo a casa loro, dove altri sette aspettavano sereni e satolli.

Solo che l'impertinente micetto non fece lega con gli altri,tanto che pochi giorni dopo infilò una specie di grotta e si ritrovò due piani più sotto nello stanzino del carbone (a Milano ce ne sonoancora), che nessuno in quella casa sapeva ci fosse perchè in una piccola ala sigillata per la presenza di topi. intanto passavano i giorni nella casa di quei due gattari c'era pure qualche figlioletto che chiedeva di quel bianco gattino finchè in un pausa di silenzio noturno si udì il lancinante miagolìo.

Fu ripescato e, guarda cosa capitava, vicino a lui c'era un residuo di pasto topolinico. Fu allora restituito al collettivo di gatti casalingo con tutta la sua livrea nera di carbone e, sorpresa, fu accolto dai colleghi con molto sussiegoso rispetto. Parve anzi assumere la funzione di capo, anche dopo che nei giorni i solerti colpi di lingua (del micio) e di spazzola (dei padroncini) avevano ristabilito il colore originale. 

e, naturalmente, vissero tutti felici e contenti.

postato da: bkrema alle ore 21:40 | link | commenti (3)
categorie: politica, racconti, cronaca
sabato, 13 ottobre 2007

popolo di santi di navigatori e di poeti che per proteggerti vai con la mascherina (da microbi, che sono grossi) in bicletta nel traffico capirai mai niente di scientifico? (come noto gas e particolato passano felicemente attraverso pompati efficacemente dai polmoni e trasferiti nel sangue).

del resto perchè meravigliarsi, nei tuoi recessi più nascosti c'è pur sempre san gennaro e il suo santo sangue secolare.

E così dopo aver raggiunto anni fa una grande competenza su il nucleare "civile" nacque il referendum sul nucleare, ampiamente foraggiato dalla lobby petrolifera, sostenuto dagli americani del partito radicale (guarda caso) e dalla paura dei cattivi comunisti di Cernobyl e del loro nucleare.

Poi però del nucleare non ce ne frega niente, se è americano e lo mettiamo nei proiettili ottenendo due risultati, smaltiamo le scorie nucleari "militari" USA e confermiamo la utilità di questi proiettili che permettono di bucare corazze più spesse.

Adesso c'è qualche ripensamento in giro, era ora, in compenso siamo in ritardo enorme sulle conoscenze di base, i nostri migliori scienziati del settore sono emigrati o invecchiati nei presidi del Brasimone o degli altri nostri siti e così potremo sopperire al mantenimento dei russi comprando il loro gas, continuando successivamente a mantenerli comprando da loro tecnologia russa, condita con sviluppi iraniani e zuccherini francesi.

Per noi c'è sempre il solito ruolo di intrattenitori di supporto a intraineuse di tutto il mondo, maschi e femmine, gestiti da ottimi manager di formazione autenticamente e scientificamente (almeno quella) malavitosa. In fondo è l'attività che sappiamo gestire meglio, infatti è racchiusa tutta nello stretto ambito della "famiglia", istituzione così cara a tutti in Italia.

Sono piccoli, forse ancora impercettibili passi che sembrano smentire l’immobilismo in cui ristagna la politica italiana. E sono qualcosa di molto diverso dai soliti giochi di sponda tra schieramenti opposti che si mandano l’un l’altro ambigui segnali di fumo, o dai trasversalismi obliqui e poco trasparenti che inquinano e rendono opaco il fragile bipolarismo italiano. Ma qualcosa si muove in modo meno limaccioso se da parti opposte della politica italiana si comincia a sfidare il tabù del nucleare, ad affrontare un tema confinato nel recinto dell’indicibilità dopo il grande ripudio referendario di vent’anni fa, sull’onda della psicosi di Cernobyl. E se comincia a farsi timidamente strada un atteggiamento meno ostile verso un argomento apparentemente impopolare e ostico come il ruolo del nucleare come possibile risposta alla cronica, strutturale penuria energetica italiana. Eppure l’impensabile prende lentamente forma. Dall’opposizione Pier Ferdinando Casini ha chiesto di avviare, almeno avviare, un ripensamento sull’uso del nucleare e di non lasciare l’Italia fuori dal circuito di ricerche, tecnologie, investimenti che sono un patrimonio di molti Paesi industriali che non hanno conosciuto il nostro furente rigetto antinucleare del passato. Da Nuova Delhi, come ha riferito Maurizio Caprara sul Corriere di ieri, il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha dichiarato che, pur non essendo attualmente nella nostra agenda, tuttavia l’energia nucleare civile è destinata a un revival per via dei cambiamenti climatici.

Dal CORRIERE continua.

postato da: bkrema alle ore 04:30 | link | commenti
categorie: politica, vita, scienza, santa madre
venerdì, 12 ottobre 2007

quando i sardi sono di moda si parla solo di quelli immaginati antichi, pochi parlano dei vecchi sardi saggi, anche a 93 anni che non credono ai miracoli, ma li praticano senza credere di essere Gesù.

Girolamo Silverio Calisi, noto Cilormo, nato a Ponza nel giugno del 1914, ex pescatore. Nessuno qui lo immagina santo, ma qui ha fatto felice un po' di gente. Cilormo non ha commercialisti o fatturati in nero, anzi non ha fatturati. Non fa pubblicità ingannevole, è un uomo mite, la sua è una storia senza ombre. Come diceva Gesù posa le mani sui malati, ma non lo fa in nome di Gesù, e neanche del denaro perché non ha mai preteso un centesimo da nessuno. A 93 anni è povero e ormai quasi cieco, da quando ne aveva 13 abita in via Bellavista in una casa color rosa, bassa e stretta, vive con una pensione sociale e qualche «pensiero dei sanati»: buste di caffè, frutta, pesce, olio, zucchero e vino. Una volta un tale si presentò con una capra al guinzaglio, lui disse «Belledda» ma rifiutò. In mare non esce più perché, pur ultranovantenne, per un curioso contrappasso non ha una salute di ferro. Arbatax, le 11. Seduto sul gradino di casa Cilormo aspetta che la donna delle pulizie concluda le sue faccende. «Cos'hai?, macchie, fuochi, punture?». Rosy Brundu, 27 anni, laureanda in Scienze politiche all'università di Cagliari, ha una psoriasi cronica al cuoio capelluto: «Il mio cassetto era così pieno di tacalcitolo, retinoidi e immunosoppressori che l'altro giorno ho buttato tutto». Rosy entra, tre minuti ed è fuori: «Questa è la prima seduta, ce ne saranno altre due. Se ci credo?, non servono atti di fede, Cilormo non è un mago, sono qui perché ha risolto i problemi ad amici di Cagliari. Guardi che da questo "tziu" c'è sempre la fila». CONTINUA

E se lo mandassimo nel Consiglio dei Ministri? Magari fa pure lì i suoi miracoli.

postato da: bkrema alle ore 09:59 | link | commenti
categorie: politica, sardegna
domenica, 07 ottobre 2007

Ricorda che da bambino lui voleva scrivere sopra le pareti della sua camera, «e, cavolo, i miei genitori me l’hanno lasciato fare. La cosa incredibile è che in tutto questo tempo quel muro è ancora lì, come l’avevo disegnato io, con le mie formule. E se vostro figlio, un giorno vi chiederà di dipingere la stanza, fate un favore a me: lasciatelo fare».

Tutt’intorno, ad ascoltarlo, c’è un pubblico che ha il suo stesso sguardo, questo sorriso strano, come una lieve stonatura, così sereno, a cogliere le parole che si riavvolgono e le memorie che si fermano, lasciati lì a fissarsi in primi piani mai attoniti, appena velati di tristezza, piccoli ponti attraversati nel reticolo infinito dei loro rapporti. C’è una folla di occhi e di sentimenti, non c’è gente elegante, nessuno trasandato, qualcuno bello, qualcuno no. Qui c’è questo soltanto, il tremore della vita che resta per sempre, come due amanti che si lasciano sapendo di aver vissuto tutto il loro tempo e il loro amore.

Il professor Randy Pausch ha terminato la sua ultima lezione alla Carnegie Mellon University e lo hanno applaudito come se fosse normale, come se fosse la prima, o una qualunque lezione della vita. Solo una bella signora, forse sua moglie, è salita sulla cattedra e l’ha baciato appassionatamente. Lui aveva appena finito di dire: «Non è come realizzi i tuoi sogni che è importante. Ma come realizzi la tua vita. Se fai la cosa giusta, il tuo kharma avrà cura di quello che fai e i sogni verranno da te». Poi è uscito così, nello splendore del giorno, mentre finiva la vita.

è l'ultima lezione della sua vita, lo sa lui, lo sanno i colleghi e gli studenti  della Carnegie Mellon University, lo sanno tutti, la moglie i tre figli, il suo simpatico tumore e le metastasi diffuse un po' dappertutto e, come ogni prof che si rispetti, ci tiene a dimostarlo di esserlo, un professore, fino alla fine.

L'articolo completo è qui non su you tube, non bisogna farlo sapere in giro, tanto non farebbe notizia.

postato da: bkrema alle ore 10:13 | link | commenti (4)
categorie: politica, scuola, cronaca
sabato, 06 ottobre 2007

c'erano state alcune telefonate agitate, Ruini aveva chiamato Sua Santità proprio mentre stava assistendo al controllo dei cappelli e delle scarpette...

Sua santità alla fine si era anche un po' quasi, poco poco quasi, insomma quasi un po' come si conviene a un santo padre, e alla fine gli aveva dato il numero segreto con cui mettersi in contatto con il "superiore". E' un numero che viene reimpostato direttamente dalla segreteria del "superiore" e solo il suo sostituto in terra ritrova nel posto segreto, quando serve.

Il "superiore" era parecchio impegnato con tutti quei mondi da seguire però accettò la chiamata e allertò l'intellettuale del trio, quel santo spirito che trovava sempre la risposta giusta. Alle parole allarmate del Cardinale però si mise a ridere: ma cosa credevi che io non facessi le cose fatte bene? io l'umano l'ho fatto come si deve, solo che non so com'è sembrate come il vecchio PCI, si proprio il Partito Comunista Italiano, che teneva gli intelligenti nel partito, i mattoidi nel sindacato e i cretini laboriosi nei Comuni e simili, cioè nelle Amministrazioni. E voi mi sembrate proprio quelli delle Amministrazioni.

Beh! dov'è il problema, se hanno fatto un gene artificiale vuol dire che li avevo messi fin dall'inizio, sarà quasi un miliardo e mezzo dei vostri anni, nella condizione di arrivarci. O se ci sono riuscito io, che poi sono solo uno, figurati adesso che sono alcuni miliardi, loro, e, lo dite anche Voi dell'Amministrazione, costruiti a mia immagine e somiglianza, dovevano prima o poi arrivarci. Anzi mi sa che sono in ritardo e un po' anche per colpa vostra, con tutte quelle scomuniche e quegli anatemi.

Poi sai cosa ti dico, caro Cardinale, non ho neppure bisogno di disturbare l'intellettuale di famiglia perchè devo fare, ho un paio di galassie che si muovono male e mi mettono in crisi: devo confrontare continuamente come sono e come saranno fra un paio di milioni di anni luce, statti un po' calmino. Già che siamo qui, la cassa come va? l'avete sempre quel 8x1000? Mi raccomando, fate mo' bene, lo sapete che in Italia senza soldi non si fa un, scusa stavo per dire cazzo, ma non sta bene.

Ti mando una e-mail appena posso e ti spiego tutto. Ciao, Bettori se la cava? Sì non è come te, ma crescerà, crescerà. Ah! sto preparando il monolocale per te, carino è quasi finito, ma da un po' di tempo campate così tanto che me l'ero presa comoda. Saluta Benedetto. Ciao, ciao. Maddalenaaa? dov'è il giovanotto? gli devo raccontare una cosa...

Appunto la notizia del giorno, questa era Repubblica, ma va bene anche La Stampa o addirittura il Corriere, per caso già in edicola che anticipava in qualche modo la notizia parlando con Giovanni Murtas che sta studiando, insieme ad altri, come costruire la cellula minima, cioè con la quantità essenziale di geni e proteine. In pratica andando all'incontrario, facendo come fa la scienza vera, quella senza miracoli inutili, tornando a prima dell'inizio, perchè è da lì che miliardi, milioni o quel che volete di anni fa è iniziato il percorso.

E sarà difficile far capire a tutti questi filosofi, politici, poeti, fanfaluconi, venditori di spaventi e di paradisi che se sono riusciti a fare l'analisi, cioè a sapere com'è fatto, la sintesi, cioè riprodurlo, diventa banale: è solo tecnologia e "mestiere". E Vender quello ha: intuito, cultura, mestiere e nessun pregiudizio e tanta tanta curiosità. 

E poi in fondo che ha fatto? Avete presente le polemiche di mesi fa di quello sportivo con gambe artificiali che i "normali" non vogliono in gara con loro? Vender ha costruito una gamba "più migliore" o, perlomeno, diversa e ha inserito questo gene-gamba in una cellula, semplice (o quasi), sfruttando quel che già c'era: entrata alimenti, uscita scorie, processamento del cibo e metabolismo relativo, il tutto al servizio di questo gene.

Ma a che serve il gene, quel gene? ma importa qualcosa in questo momento? lasciate passare un po' e capirete come si sbizzarizzeranno gli altri, quelli che hanno importato indiani, mamelucchi, cinesi intellettualente capaci e non solo manovali come da noi. Quando quello là vide che la rana morta faceva i salti mica poteva immaginare il resto, o quell'altro che non voleva accettare che anche i corpi più pesanti dell'aria non potevano volare, o quei matti che non gliene fregava niente se era il sole che girava ma si chiedevano se era vero.

Adesso vi diranno che fra poco costruiranno batteri utili e bla bla bla. Certo e noi faremo i camerieri negli alberghi o i suonatori di mandolini per allietare quei poveretti mentali che hanno passato tempo, salute, scopate mancate, e niente corse in Ferrari o spettacoli su isole deserte per trovare un gioco nuovo, ad esempio come fare in fretta a riportare la plastica al riutilizzo senza dover fare comizi contro questo o quello o invocando chissà cosa.

E' tutta gente normale che sa che se una cosa esiste vuol dire che è cominciata e prima o poi ci arriveremo o ci arriveranno a conoscerne l'intimo suo essere. E scopriremo che è ancora un po' più complicato, e meno male sennò finirebbe il divertimento principale: giocare a conoscere.

postato da: bkrema alle ore 20:27 | link | commenti
categorie: politica, scienza, religioni