(12) 1943. Allora, ti dai una mossa? Il Duce non è più al Gran Sasso e neanche in Germania. Il Duce è di nuovo con noi...
E' vero, riprenderemo più avanti i discorsi del ramo triestino, quello più meticcio. A me non sembrava, proprio stasera un collega-concorrente, nel senso che siamo sempre lì a litigarci quanto a lui e quanto a me, mi guarda (ero maglione, velluto e coppola) e "ma da dove vieni" e io, giù dalla produzione, e lui, "no, non fare il cretino, dove sei nato?". Già, dove sono nato lo so ma so anche come son messi i miei quarti, e io, perchè tu?, "mio madre di Spalato", come di Split? e di cognome come fa? "Un qualcosa con la ...cich finale". Nonostante tutto ecco il meticcio che più invecchio e più appare, dal taglio del viso, dagli zigomi che sporgono, dal colore della pelle, ancora cotta dal sole degli anni più giovani e dall'aria del mare, sia pure quello sciapo di Ravenna dove qualche amico o parente hanno dei sani, vecchi barconi.
Ma riprendiamo il viaggio. Non occorre che mi dilunghi, è storia e cronaca ampiamente nota: il 25 luglio i maggiorenti del fascismo avevano pensato di cavarsela scaricando Mussolini, il Re, quello III° aveva pensato di mandarlo in pensione in montagna, intanto che si dava da fare per trovare la strada per Bari e darsela a gambe, per potere da casa d'altri guidare l'Italia.
Arrivò poi l'8 settembre, la posizione dell'Italia ufficiale fu chiarita e subito dopo venne il 13 sempre di settembre. Un certo Scorzeny con pochi matti, arriva in Abruzzo, libera Mussolini, lo impacchetta e lo porta di filato in Germania (non si sa mai che vada se non a Bari, magari a Madrid o, dio non voglia, in Svizzera).
Mussolini arriva in Germania e il 15, di nuovo riposato e rifocillato e forse cullato da qualche tedescotta in sostituzione della cameriera del Gran Sasso, si rivolge all'Italia, quella "vera", quella "dell'onore", quella dell'ingenuità di tanti suoi giovani figli di 15, 16, 17 anni cresciuti nel mito risorgimentale dell'Italia e del rifiuto dell'invasore, e proclama che tutto è come prima. Infatti a Roma riaprono tutti i portoni dei luoghi sacri del fascismo, rispuntano orbace e camicie nere, benedizioni se non papali certamente cardinalizie e dei cappellani della MVSN, della Folgore, dei Battaglioni San Marco, della X Mas e magari delle Brigate Nere.
La guerra riprende, anzi, continua.
E infatti da subito il gruppo di Ravenna parte per il veronese, dalle parti di Salò e madri, cioè mogli, e figli partiranno poi. E partimmo infatti, non proprio all'alba, un vecchio asmatico corrierone pieno di mamme e bambini che da Ravenna arrivò a Bologna giusto all'ora di pranzo, con qualche fermata per la strada a raccogliere qualche altra madre e qualche altro bimbo.
Era veramente un'Italia giovane, dai venti ai trentacinque anni, un'Italia non certo ricca, non certo possidente ma che improvvisamente l'avevano convinta di essere protagonista, non più stracciona e che adesso si aggrappava alle ultime volute illusioni, perchè in fondo, a parte la Russia, il resto d'Europa non pareva messo male e in Italia gli alleati erano incagliati poco più su della Sicilia (lo sbarco di Anzio è del gennaio del '44 e Montecassino del maggio del '44 e il crollo del fronte del Senio ancora più avanti, per gli scordoni).
E poi, il grande segreto, l'arma segreta, tanto segreta che ne sentivo parlare anch'io.
Insomma arrivammo a Bologna, dove da qualche parte mi sembra nella centrale attuale via Rizzoli e comunque doveva essere in centro, andammo a mangiare, fare pipì e tutte quelle cose che una trentina di adulti e più di altrettanti bimbi necessitano.
Pasto ottimo e che mi bloccò per più di 50nni, proprio mentre assaporavo il profumo dei maccheroni. Qualcuno ha mai visto la carezza di un bimbo impiastricciato di rosso con un enorme maccherone in bocca? L'immagine della salute, della felicità, del godimento che nemmeno dieci anno dopo, la quarta volta. Infatti proprio allora scattò l'allarme e, contemporaneamente, la bomba e i vetri e le urla e il rumore e niente, nessuno s'era fatto male, però io ho rimangiato di nuovo maccheroni, quelli grossi, rigati, non le pennette lisce che non occorre neppure masticare, pochi anni fa. E altrettanto per il purè.
E a causa di tutto quel casino ripartimo da Bologna sul tardi per arrivare ormai a buio tosto sul Po' a Piacenza, sul ponte di barche. Fra il lusco e il brusco era passato a salutarci il Pippo e allora tutti giù, quelli svegli, così si rifaceva il rito della pipì (ossessioni degli adulti quando sono nervosi e hanno i bambini con loro).
Ma con Pippo era stata cosa da poco, avevo anch'io imparato a riconoscerne il ronzio, il ratatà breve e ripetuto della mitraglia, il porco dell'autista e lo stai giù, accompagnato dal zitti!, come se quello sentisse. Onestamente non ricordo nè ave marie nè giaculatorie stile Storace, si vede che nonostante tutto i fascisti e le fasciste romagnole erano più repubblicane e quasi socialiste di quelle di oggi. Ma il bello doveva ancora arrivare.
Chissà se qualcuno di voi conosce un ponte di barche, e dire che ce n'è ancora qualcuno in giro per l'Italia: sono divertenti, quasi a filo d'acqua, ballonzolanti, senza gard rail e di certo a carreggiata singola. Come il nostro, con la differenza che il nostro potente mezzo pensò bene di bloccarsi a metà strada, proprio nel mezzo.
Quello era niente, è che bloccavamo una colonna di nostri onesti alleati tedeschi e fu lì che il mio vocabolario si arricchì di una nuova parola. cilecca! Non so se era a scoppio o diesel, fatto sta che io dormivo e mi svegliò il trambusto, il gorgoglio soffocato del motore sollecitato dalla manovella (come dice il nome "a mano"), un porco qualcosa e "cilecca".
E allora tutte a scendere, le donne, e a spingere e quegli altri, in divisa bruna ad abbaiare. Finchè cominciò a sentirsi un silenzio intenso e incazzato, o partivamo o la corriera andava giù, giù dal ponte cioè, giù in quell'acqua con le valige, i fagotti e i ricambi e gli avanzi di cotolette e polli arrosto. Penso che quelle donne, quelle mamme,zie e sorelle grandi abbiano ritrovato tutte le energie fisiche e nervose e il "cilecca" non fu più ripetuto e cominciò la corsa a risalire veloci perchè il pilota non aveva certo intenzione di rischiare un'altra fermata.
Da lì poi fu tutto più facile, un'altra sosta per accontentare Pippo, scansare Cremona e poi, sulla strada che da Cremona porta verso il Garda tagliando fuori Brescia, arrivammo a Casalbuttano quasi esattamente a metà strada fra Brescia e Cremona.
Io l'ho rivista oggi, nei giorni della fiera delle vacche e del latte, e, onestamente non ho ritrovato i luoghi del ricordo. Certo il passaggio a livello l'ho riconosciuto, le case spartane del centro non erano diverse, ma allora subito fuori c'erano i campi pieni di piante di tabacco e la fattoria enorme dove eravamo alloggiati in attesa di una sistemazione migliore. Quelle fattorie lombarde capaci di decine di braccianti con tutte le loro famiglie, veri e propri villaggi-fortilizio e che chiamano cascina, come si vede ancora oggi dai cartelli che dalle statali o dalle provinciali portano direttamente al centro del podere-casa-allevamento.
Solo che adesso ci sono le striminzite famiglie di oggi, con qualche angolo abitato da famiglie che non pretendono orario corto e festività ogni 6 giorni almeno, accontentandosi di un tappeto e la direzione della Mecca e quel senso di casa che hanno lasciato in Pakistan o in Bangladesh. Quelli così, li cercano, sì che li cercano, fedeli, efficienti, gentili.
Oddio, qualche volta si ritrovano in un edificio chiamato con qualche po' di fantasia moschea. Nessuno è perfetto. Ma questo ritrovarsi, almeno parlando con i miei colleghi di lavoro che sono delle stesse provenienze (è vero io faccio il quasi capo e loro no, ma non sono mai riuscito a fare il generale, sarò al massimo un sopratenente e neppure un capitano), è proprio per scambiarsi notizie su quelli lontani. Che poi tanto lontani non sono, non come quando toccò a noi, anni fa, perchè adesso per comunicare non occorre neppure saper scrivere, telefoni internet non sono lenti come le lettere sui piroscafi.
Cominciò così una tranquilla vita di sfollati. Neanche la scuola, perchè la settimana dopo, sempre una settimana dopo, saremmo andati verso Verona e così stavamo tutti e tre, mamma Italo e Benito in quella che un tempo era un negozio di barbiere, con tanto di serranda: il barbiere era al fronte. In quel negozio, con i servizi in casa di un vicino, c'era un lettone enorme e una mamma che leggeva e leggeva tante belle storie.
Mai avuto un altro periodo di così prolungata vita in famiglia. Arrivò anche la neve e, tirata su la serranda, mamma si fece strada e noi facemmo i cuccioli e gli omini di neve e io scrollai i rami dell'unico alberotto che cresceva proprio lì davanti. E fu proprio sotto quell'albero che un paio di mesi dopo, ai primi tepori di un giorno di quasi sole (succede anche in Lombardia) che io alzai la testa per cercare di capire cosa avesse di diverso la mia amichetta, un paio di anni più di me, che sull'albero era salita. Di solito, anzi sempre, allora le bimbe non portavano pantaloni.
Poi arrivò marzo e il mio babbo, con un calesse e, naturalmente, un cavallo e partimmo salutando Casalbuttano, la sua campagna, le sue piantagioni di tabacco e la mia amichetta per andare a Bussolengo. E fu quasi come quando andavo con mio nonno, o come nei film western, quelli senza pistoleri, quelli dove la famigliola è riunita con pacchi, pacchetti, sole, un po' di polvere e un cavallino vero, che corre.
E poi si arriva, sempre correndo, dove c'era tanta acqua e l'abbiamo bordeggiato, il Garda, in quelle strade strette e mosse ma senza il traffico e l'incubo delle case lungo tutto il percorso e tanti ulivi, quanti ulivi, e qualche vaporetto e il sole che saltellava sull'acqua mossa da un vento leggero. E le collinotte che salgono veloci di lato alla strada e il dondolio, e gli occhi chiusi, e i sorsi d'acqua, e il panino e che bello mamma babbo fratellino tutti e quattro lì.
Da quanto e per quanto?
(11) un arrivo imprevisto dal quasi confine orientale, ma prima una pausa fra fine '800 e l'inizio del 1900 perchè per spiegare le radici bisogna prima trovarle e conoscerle.
La storia di come abbiano fatto mio padre e mia madre a incontrarsi, merita qualche piccolo ulteriore chiarimento, sol che si pensi che, all'epoca, non era poi così semplice che uno nato a Trieste nel 1907 incontri una nata nelle campagne attorno a Imola nel 1912.
Son pur sempre oltre 330 chilometri e in ferrovia, anche se le ore non erano poi così diverse da quelle di oggi, anzi, era pur sempre un bel viaggio e con in più una frontiera da superare, ostacolo non piccolo se superato in modo ufficiale, come sanno anche i migranti che cercano di arrivare qui da noi adesso.
Vale comunque la pena annotare come anche l'Italia eroica e irredentista abbia sempre scucito poco per collegare Trieste al resto d'Italia, ma quando ci si accontenta e ci si riempie la vita di bandiere, eroi e si tengono ben a bada i (tanti) subalterni cos'altro serve? Considerazioni valide non solo nel ventennio noto ma anche fino a non molti anni fa, salvo tentare un recupero nel vedere che i barbari "sciavi" a Fiume stavano fregando lavoro e clienti.
Ma gli italiani, anzi i "taliani" vanno di solito a Portorose per spendere un po' di soldi in giochi di tasca e di letto e poco sanno di altro ancor oggi.
E cominciamo da mio nonno, nato attorno al 75/80, del 1800 ovvio, e come molti altri romagnoli sentiva stretta la vita anche se in fondo non era messo male. Il padre suo, il mio bisnonno, era uno scrivano in un proprio modesto studio di corrispondenza a Dozza Imolese, oggi splendida occasione turistica con buoni e non sempre cari ristoranti, campagne che sono una scusa banale per il ministro delle tasse, così da passare per coltivatori diretti, e però ricche di spazio attorno all'ex casaccia riuscendo così a mascherare la piscina come serbatoio per l'irrigazione.
Allora, e fino a 20/30nni fa lo era molto meno, non appena si passa la via Emilia a fianco del curvilineo Sellustra (corso d'acqua favoloso per le curve e la larghezza misurabile ancora a decine di centimetri). A quel punto, sulla sinistra da Imola verso Bologna e passato il monumentale cimitero del Piratello, arrivano subito i calanchi.

Nella foto la Rocca di Dozza imolese, ben restaurata ed accogliente sede di memorie e di presenti e ben fornite cantine e ristoranti per palati ruspanti e talvolta anche raffinati, purchè con portafogli adeguati.
Non appena dal crinale si cominciano a intravvedere la valle del Sillaro e le strade polverose e scomode, anche se fuori dal casino della vita ansiosa, cosa che può attirare i soliti matti ed anche i soliti intelligenti investitori che a mezz'ora da Bologna e 15 minuti da Imola hanno costruito sul cocuzzolo di Monte del Re, appena sopra Dozza, uno di quei cosi per meeting, congressi, nozze fastose, convegni appartati per pochi intimi; un complesso molto tutto, ricavato dall'antico convento dei cappuccini, di cui ero ospite in anni lontani perchè era la sede estiva del seminario di Imola in cui ho passato un po' d'anni.

Comunque nei dintorni del castello di Dozza, in quelle stradette il bisnonno curava un ufficio di corrispondenza per legulei, notai, commercianti, fattori e tutti quelli che sul lavoro degli altri campano e camperanno sempre. Ed era persona stimata e di fiducia, almeno credo, perchè pur anche se analfabeti i contadini, non ancora agricoltori, sul mercato ci vanno e i conti li sanno fare ma sanno anche che il mondo è pieno di tranelli che uffici del registro, delle tasse e dintorni sanno trovare quando opportunamente sollecitati.
A maggior ragione ora che tutto diventava diverso da prima, quel prima quando dal capo delle guardie e dal più piccolo fino al più grosso responsabile di qualsiasi funzione pubblica la tonaca era indispensabile, così come il percorso per ottenerla perchè lo stato della chiesa imperava con criteri dove la provvidenza, le preghiere, i polli, le uova e gli occhioni delle parrocchiane contavano ancora qualcosa.
Poi arrivò il plebiscito e con 'ste manie piemontesi e le nuove idee, che trovavano in Minghetti uno stimolante e rigoroso riordinatore prima della regione poi dell'Italia intera, il mondo cambiava sotto gli occhi, ora dopo ora (come nella pubblicità che sistema l'intestino).
Ovvio, rimango pur sempre un chimico che poco sa di economia e politica, ma quando il prelievo fiscale diretto va allo stato e quello locale si "arrangi" e il gruppo ristretto di elettori, selezionato dal censo, ha bisogno di cose come strade e fognature, soprattutto per valorizzare le loro proprietà e allora occorrono i soldi, tanti.
Ma dove trovarli, specie quando per secoli avevano contato soprattutto i miracoli e le penitenze? E così a livello locale non c'era molto da inventare: dazi, dazi, dazi. In fondo toccavano poco poco, gli elettori, ma tutti e in modo pressochè indipendente dal grado di ricchezza, come succede quando si colpiscono di preferenza i consumi.
Ma non solo, da sempre qualsiasi cosa si muovesse sulla pubblica via, con possibile traino animale, ogni anno si doveva andare a prelevare una targhetta metallica (il bollo!) da inchiodare sul carretto o cosa fosse (in fondo ancora oggi negli USA c'è una targa annuale, almeno mi pare, riferita ai veicoli a motore, ovvio). E per chi fosse smemorato o troppo giovane ricordo che fino al 1971 (molti di voi erano già nati o di certo i vostri genitori), se uno comprava un pollo o che so una saponetta, in un comune sulla strada di casa, poteva essere fermato da un apposito daziere che pretendeva il "dazio" (pienamente legale, non era una tangente, quest'ultima caso mai addolciva l'importo).
E come poteva in tempi a noi più vicini uno comprare un frigo o altro oggetto ingombrante al mercatone lontano qualche chilometro e risparmiare così qualcosa (anche se le vie italiane sono infinite e il daziere in turno notturno poteva sempre essere invitato a prendersi un caffè)?
Naturalmente su questo l'Italia intervenne solo dopo che nel 1968 si era impegnata, con l'Europa di allora, a liberalizzare la circolazione delle merci. E a significare ulteriormentte come i dazi fossero connaturati all'indole più intima dei paesi d'Italia considerate che, oltre a trovare i soldi per la macchina comunale e i regali di Natale per i dazieri, servivano soprattutto a "proteggere" i commercianti e produttori locali dalla concorrenza, parola pericolosa in questo mondo di rissose corporazioni che vorrebbero liberalizzare soprattutto gli altri e questi "altri", quelli dei comuni vicini, erano in fondo come i cinesi di oggi. O no? Chissà se a sinistra qualcuno capirà che la democrazia vera nasce sgretolando tutte le trincee in cui si annidano topi, cimici e gretti interessi.
E torniamo a mio nonno che era il frutto di una famiglia e di una situazione classificabile tutto sommato benestante, tanto è vero che la sorella, Maria, ebbe un cursus scolastico di tutto rispetto, per essere una donna. La prozia Maria dalle foto del cimitero appare alta, mora, ben dotata e matronale come una corazzata ma dolce come una pesca ancora da raccogliere specie se maturata bene. Divenne "levatrice, ostetrica o bélia, fate voi", sposò uno stimato e rinsecchito impiegato di banca e si trasferì poco più in là, a Imola, in un palazzetto tra i vicoli poco lontano dalla piazza dell'orologio. Casa che mi ospitò appena nato, in attesa che la Provvidenza, aiutata, provvedesse a un qualche stipendio per il "giovane" (quasi 30 anni) padre.
Il nonno però, dal nome così solenne e diffuso, Augusto, era di un'altra pasta (questi nomi, apparentemente ispirati agli antichi ricordi romani, erano spesso l'alternativa "laica" delle famiglie non troppo codine e nell'ampio parentado indotto, anche per parte di madre, l'ho trovato a molti di ispirazione socialista o socialsimili.I libertà, i libero etc. sarebbero arrivati dopo, come i Benito).
A differenza di suo padre che aveva conosciuto il prima e il dopo delle Romagne e che viveva i cambiamenti legati alla costruzione e alla formazione di uno stato meno in balia dei tiramenti momentanei e con buone prospettive per il futuro, in presa diretta, il giovane Augusto era nato in un'epoca in cui Andrea Costa e un certo Bakunin erano nomi già noti e stati d'animo sentiti e commentati nelle osterie, ottimo luogo di incontro, di sogni, di bevute e di eroiche fantasie contro tutto e tutti.
La scuola? non serve, ci sono occasioni immediate e si guadagna, e allora diventa "canapino". E' la scelta intelligente di una specializzazione non solo in quel momento importante, la canapa godeva infatti di un presente prestigioso e garantiva ottimi salari in un ottimo mercato specialistico non solo locale, ma anche estero per cordami di tutti i tipi, senza contare le piazze da Rimini a Venezia e le applicazioni marinare.
Quel ragazzotto di poco più di un metro e 60 ci si buttò a capofitto, gli piaceva e in questo modo poteva alternare giornate intense di 10/15 ore a giornate quasi libere da dedicare agli hobby tanto piacevoli e stimolanti specie a quella età, quando riccioli neri e occhi azzurri sono abbastanza rari e servette e giovani amiche di possidenti signori passano spesso proprio lì, sugli spiazzi della Rocca di Imola, dove si torcigliavano i filati di lunghezza elevata.
Tuttavia, quando si lavora all'aria aperta in mezzo a sapienti colleghi "esperti" della vita viene però facile anche stufarsi delle prospettive ordinate e prevedibili come il metodico operare del padre, ma il padre paziente e fin troppo normale muore, la sorella maggiore ha una sua autonomia economica, si sposa e quel fratellino è ancora più a disagio e sempre più imbrancato con persone "pericolose", come avrà certo concluso il delegato, il nostro quasi commissario di polizia, perchè alla prima occasione mio nonno se ne andò.
La strada in fondo era nota, da Imola via verso la bassa ferrarese e poi attraverso le valli un po' meno risistemate di oggi, di corsa verso Comacchio e lì un imbarco da barca a barca: l'Italia finiva a Venezia, ma sul mare non ci sono muraglie e l'Austria-Ungheria era ben ospitale sol che si avessero buone spalle e non si rompessero le scatole troppo. E così arrivò a Trieste.
In quegli anni Trieste era in pieno sviluppo, unico porto sull'Adriatico per gli sbocchi del grande impero austroungarico, impero in fondo rispettoso delle tante identità esistenti e preciso, burocraticamente certo, anche là dove una mentalità "mediterranea" poteva disorientare o dove i confini con i "mammaliturchi" potevano far temere abitudini troppo levantine.
Ma non solo, per la presenza di una comunità ebraica dinamica e non rinchiusa in un ghetto e dei fondachi tradizionali di famiglie arrivate dalla Grecia e fino dal Libano, arrivavano tutte le novità e le idee che fecero nascere proprio lì le grandi assicurazioni e le società di navigazione e una mentalità internazionale con una apertura alla cultura senza eguali, cosa che nella rurale, ottusa e chiusa e bigotta Italia neanche si poteva immaginare, a parte forse Milano e poco più (rileggetevi gli interessi e le abitudini dei reali Savoia!).
E il piccolo Augusto, piccolo perchè lo era non solo di statura ma anche per abitudini che lo rendevano sperso in quel mondo, e tuttavia ancora curioso e voglioso di conoscere altro, anarchico forse senza sapere bene che volesse dire, si trovò in quella realtà alla fine a suo agio, anche perchè vicino a via della Tesa c'era una colonia di romagnoli, tutti balzani come lui e alcuni dei quali ho conosciuto nel 50/60.
Parlavano un dialetto quasi incomprensibile e parevano fatti con lo stampino, scuri di pelle e di vestire, insofferenti di regole stupide per la vita personale, indifferenti sul passato di mogli (rare) e amiche e da cui ho avuto molti di questi ricordi. Da notare che non pochi di loro parlavano solo il dialetto di origine, infarcito di un po' di triestino per i vocaboli indispensabili al vivere quotidiano.
Ma quella, con gli occhi di oggi, era una specie di prima accoglienza che la gendarmeria controllava da lontano, ottima manodopera per un porto tumultuoso. Poi mio nonno per un qualche motivo si mosse nuovamente, forse solo perchè in quell'impero la libertà di movimento era facile e così girò per la Croazia, la Slovenia e più giù verso la Serbia e la Bosnia curioso e randagio, facendo, in aggiunta al suo, i lavori più diversi perchè ogni buon artigiano sa come imparare e con che cura va trattato il proprio lavoro, specie se nuovo, e non solo perchè ti da da vivere.
E da quelle parti alla fine conobbe, a Lubiana, la Teresa, Klopcich di cognome, dalle influenze croate se non bosniache, quasi certamente arrivata dalla campagna alla città a servizio, e che qualche buon padrone, o suo figliolo, aveva aiutato a produrre il frutto inevitabile: una figlia con altro nome importante Eugenia, che confermava, come il suo Teresa, fedeltà alla casa Asburgo e a tutti i dettami di quella società.
I due si piacquero e dopo qualche po' si sposarono e cominciò la fortuna di mio nonno. Tornarono a Trieste e proprio all'inizio della salita verso S.Giacomo, non lontano dalla colonia romagnola, in un quartiere popolare ma di lavoratori lavoranti, misero in piedi una specie di "gostilna", uno di quei locali dove c'è sempre del maiale che sobbolle in cucina, o un barile di crauti, o una pentola di iota al caldo e, soprattutto, dei sani bicchieri di vino che, pur essendo sicuramente genuini (a parte la diluizione che aumentava all'aumentare del grado di bevuta dell'amico cliente), ancora qualche tempo fa avevano una bevibilità non proprio aristocratica.
E mia nonna Teresa finalmente potè così esplicare tutte le doti di efficienza, capacità di lavoro e di guida che mancavano al suo Augusto, fra l'altro quasi 15 centimetri più basso di lei. Ma i problemi di coppia non erano certo finiti, raccontavano le storie dei vecchietti dell'enclave romagnola che mio nonno amava offrire generosamente da bere agli amici e la nonna altrettanto attentamente cercava di impedirlo e quindi lui, per evitare sgridate, dava i soldi agli amici che pagavano il conto e ... si tenevano il resto. Storielle molto probabili, se solo penso al suo discendente che scrive qui in questo momento.
Infine , nonostante tutto o forse per tutto questo, nacquero Bruno, Hugo e Giordano, nomi assegnati con attenzione e non in ordine per non infastidire l'ufficiale d'anagrafe che era garantito dal fatto che il matrimonio era vero. Non era un PACS.
Nella foto i 3 fratelli Cremonini, due con regolamentare cimice fascista, mio padre, al centro, e Giordano a destra. Quest'ultimo, clandestinamente comunista, pochi mesi dopo questa foto finì in Germania da cui fortunatamente tornò riprendendo ruolo e funzioni, complicate dalle novità fra Tito e Stalin.
Poi arrivò il 1914 e con lui in Europa molto di altro a cominciare da Serajevo (se non lo ricordate date un'occhiata ai vostri libri, perchè io mi occupo di storie minime e come questi pesciolini riuscivano a vivere e sopravvivere). L'alternativa a questo punto era ben chiara: i Cremonini erano cittadini italiani per motivi di nascita del capofamiglia e dovevano scegliere, se non volevano dividersi, o tutti internati o tornare in Italia, proprio quell'Italia che aveva sottoscritto patti robusti con Austria e Germania e che improvvisamente, come sempre grazie allo "esprit flaurentin" come suggeriscono i francesi alludendo al Machiavelli, cercavano di non mantenere.
Fu anche per questo che la piccola tribù triestina chiuse tavoli e seggiole in un magazzino e tornò nella ormai sconosciuta Imola dalla sorella e relativo cognato e agli amici e vissuto di un tempo, quello dell'adolescenza, della prima giovinezza, quando tutto è ancora vero, ancora possibile.
Sistemazione piuttosto scomoda, specie per il non proprio ortodosso Augusto che doveva dividere lo spazio con un funzionario di banca in carriera. E lì rimasero fino a fine guerra per poi tornare a Trieste, lasciando il primogenito, Bruno, alle cure della amorevole Maria e relativo segaligno marito non benedetti dalla cicogna. Le malelingue del villaggio imolese suggerivano che il Bruno fosse un figliolo non proprio legittimo della sorella di Augusto che, con la scusa della guerra, tornava finalmente dalla madre.
Leggende metropolitane, o meglio campestri e ben note anche a mia madre, che era nata e cresceva, con cinque anni in meno, lì vicino.
E su questo torneremo, ma si doveva in qualche modo spiegare come mai saltasse fuori una suocera, e, per noi piccolini, una nonna che arrivava da tanto lontano e anche così diversa dagli altri coabitanti se non altro per la statura, tanto che qualcuno nel parentado cercò di spiegare da questo come mai io marciassi verso il metro e ottanta mentre tutti gli altri erano 10/20 centimetri meno. Ma all'epoca non si poteva prevedere questo insolito fatto, perchè ero ancora piccolino piccolino e molto magrino, tanto che arrivai a 28 chili solo verso gli 11 anni compiuti, ma chili efficienti e linguacciuti e insofferenti di troppi vincoli e regole nonostante le botte, non proprio metaforiche e non solo in famiglia.
Nella foto la nonna Teresa, la eccezzionalmente prosperosa Valda (mia madre), il vezzosissimo e biondo impellicciato fratellino e il compito scrivente forse abbacinato dal sole ravennate e dalla tensione di essere lui il grande.
Del resto, le pene corporali scolastiche da non molti anni sono state abolite nella G.B. e non sono forse rimaste legalmente nella loro educazione familiare?
Anche i chimici hanno un cuore, persino se si occupano di NMR, e non hanno mai fatto il classico.
Tu dici che in amore
entriamo in risonanza,
ma attenta Amore caro
che il tuo continuo anelito
i miei livelli quantici
possa un di' saturar
Mauro Cremonini, delirio da ombrellone, 11 Agosto 2007
Ma non finisce qui, interviene l'editor di una illustre rivista internazionale
Ogni spin sta solo nel cuore del Campione,
trafitto da un'onda radio.
Ed è subito saturazione.
San Prospero (di Imola). 15 agosto 1936. Fra qualche settimana (4 settembre) la Chiesa parrocchiale farà 100 anni dopo l'ultima risistemata benedetta e approvata da giovanni maria mastai ferretti, futuro papa Pio IX. Un matrimonio.
C'è molto orgoglio nel sito che racconta la storia di questa comunità di agricoltori, nei campi attorno di solito proprietari (oggi) e mezzadri (un tempo) e nel borgo con qualche artigiano, il solito bottegone-osteria-tutto il resto, la scuola elementare e i "casanti", braccianti di solito non proprietari.
Tutto questo fino a qualche dieci anni fa, poi il passaggio della A 14 che taglia il borgo dal resto del territorio, un po' di edilizia, la facilità di comunicazioni non più solo bicicletta e motorino (ciclomotore), hanno pian piano modificato la struttura socio-culturale-economica ma senza eccedere troppo.
Molte delle antiche famiglie di agricoltori in qualche modo son rimaste dopo la grande fuga degli anni '60 e oggi i campi son ancora di nuovo fiorenti ed eleganti, chi ha resistito ha il vantaggio dello spazio che nella periferia di Imola è prezioso.
Ma torniamo a quel giorno di agosto del 1936, io c'ero e non c'ero, sarei uscito alla luce solo il 3 dicembre dello stesso anno, un po' in anticipo (uno o due mesi, non c'è chiarezza perchè la versione della Valda differisce un po' da quella del Bruno e forse neppure la Valda lo sa di sicuro), ma comunque lo stesso un po' troppo presto (nemmeno 4 mesi dal matrimonio) perchè non si notasse in quel giorno che la luna andava crescendo. E da qualche mese.

Nel mondo agricolo non era poi così scandaloso e poi la famiglia Germiniani (quella della Valda) era una solida famiglia arrivata a mezzadria attorno al 1900 e trasformatasi in proprietaria di ben due poderi grazie alla laboriosità dei capostipite, dei garzoni, della prima guerra, e uno spirito di clan solidale nel lavoro (5 figlioli maschi classe dal 1902 al 1910) e parchi nelle spese. Più uno ZIONE, per cui il terreno era il doppio perchè non diviso.
Diversa la storia del Bruno, perchè lui era di lì,ma non lo era.
I Cremonini venivano dalla Dozza imolese, ma il Cremonini, padre di Bruno, era un po' particolare perchè veniva da un ceppo che diremmo oggi borghese-impiegatizio, ma aveva tralignato non poco per colpa della politica e di un carattere forse insofferente.
Figuratevi che bazzicava gli anarchici, aveva rifiutato un lavoro, e quindi un ruolo, del giro paterno, faceva il "canapino", lavoranti e tecnici abili nel lavorare la canapa, in campagna, ma anche nel trasformarla poi in cordami e simili. Una specie di corporazione abituata a cambiare luogo di lavoro ed avere per casa soprattutto l'osteria o, per alcuni, il luogo di incontro tipo sede di partito o circolo socialista e simili.
La sorella, Maria "la bélia" (levatrice), invece no. In qualche modo era sullo stesso filone, ma in modo diverso, al servizio delle donne con quel piglio così diffuso all'epoca posseduto da maestre e, appunto, levatrici che applicavano l'iniziativa e il potere delle "azdòre" (le capo-famiglie signore e padrone della casa e immediate vicinanze, comprese nuore e tutto quanto fosse femminile o maschile, in questo caso nell'ambito squisitamente della casa e pertinenze) in ruoli sociali che il socialismo concreto dell'epoca rendeva stimolante e socialmente utile.
Ma al Cremonini Augusto, padre di Bruno, non bastava, a lui piaceva sognare l'avvenire e l'avvenire dei socialisti era troppo limitato, a lui serviva l'intero universo, quello dell'anarchia. Quell'anarchia che sapeva unire un individualismo libero da vincoli a un universalismo di impegni.
Fu così che a un certo punto si trovò nella condizione di dover lasciare casa, troppo assillante e realistico l'interessamento del commisario di pubblica sicurezza e così l'Augusto se ne andò a Trieste, Austria-Ungheria, felice rifugio per molti che rispettassero le leggi interne e avessero braccia e capacità in una realtà socio-politico-economica in pieno sviluppo (il porto di Trieste troverà difficoltà dopo il 1918 con le lobbies genovesi più forti, per il porto, e quelle triestine più forti nelle Assicurazioni o nella cantieristica ma non nella gestione dei commerci).
Poi la storia si complica, arriva la guerra (1914-18 per l'Austria) il ritorno in Italia per evitare l'internamento con tre figli + uno e il ri-ritorno a Trieste lasciando alla sorella Maria il primogenito,Bruno, da tirar su come un figlio.
E il Bruno così fu allevato dall zia, levatrice alla fine a San Prospero per motivi di condotta, moglie senza figli di un solido impiegato di banca, cresciuto come un giovane borghese dell'epoca a fascismo e poco più nella tranquilla vita di provincia.
Del resto si vede nella foto, ben evidente, la "cimice", il distintivo del P.N.F. ed era un bravo giovane, come mi spiegava uno dei suoi "giovani" incontrato nel luogo degli incontri, il cimitero, con un anziano e arzillo signore mi sentiva parlare e mi ha chiesto se ero parente di "Bruno" e tutto orgoglioso si mise a raccontare di lui, delle gite organizzate e fatte (una famosa a Predappio), etc. etc. E a me ormai sui 70 sembrò rivederlo quell'uomo sorridente e buono, fin troppo, passare i giorni in mezzo ai giovani in attività para-sociali, in qualche modo simile a me a pari età.
Un aspetto che non potevo nè immaginare nè conoscere.
Probabilmente questo aveva colpito mia madre, oltre che a 24 anni ormai era tempo di matrimonio, e con il suo caratterino un uomo così paziente (da 6 anni aspettava che lei si decidesse a rinunciare al suo amore per un socialista e per giunta ferroviere, da tutta la tribù Geminiani con aggiunta di sberle e sane cinghiate paterne, di lei) non l'avrebbe più incontrato.


E fu così che i due giovani si trovarono di fronte la facciata, oltrepassarono il portone al suono di quella marcia nuziale che mia madre canticchiava in un versione dialettale "s'avénza mél, s'avénza mél" che gioca sul doppio significato di "si avanza male, o pian piano" "0 si rimane male" che il suono di "s'avénza" e di "sa vénza" dicono.
E così tutto fu risolto, la tribù Geminiani si tolse il problema di una zitellina , poi in futuro -ona, dal carattere impossibile e poca attitudine ai lavori agricoli, il Bruno raggiunse finalmente una felicità che mantenne serenamente per tutta la vita e io ebbi un luogo benedetto da Dio, dal partito e dagli uomini dove cominciare, una volta nato, a vivere.

E' questo un ricordo che unisce il vissuto prima durante e dopo in un unicum che non ha bisogno di paradisi, inferni ed eternità. Crescendo si riscoprono continuità che negli anni giovani talvolta non si capiscono. e sono ricordi grandi e forti che non si pensava di poter provare.
P.S. a fianco il risultato non proprio splendido, però è bellino, ordinato, quasi spaventato.
di tutto questo pocoè rimasto, a parte le orecchie felicemente a sventola, non l'ordinato vestire e la struttura essenziale, tanto meno i folti e neri capelli di cui è rimasto qualche pallido e bianco ricordo qua e là.
(10) Da S. Prospero al Nord, via Ravenna pe raggiungere il...
...DUCE! DUCE! DUCE!
E così, nell'estate del '43 il Benito tornò a Ravenna, mentre il piccolo Italo restava in campagna coccolato e vezzeggiato dalla Bianchina; stavano per scadere i famosi tre anni per riprendere il discorso al Rizzoli ed era più comodo Ravenna Bologna che dalla campagna a Bologna. E forse, chissà, l'aver sacrificato un'altra creatura rendeva necessario sentire vicino qualcosa di caldo e di vivo.
Tutto sommato credo di esserci tornato volentieri, i mesi, i qualche anno a quell'età sono importanti e poi quelli un po' sfigati, o in "altro modo abili" come si dice adesso, per compensazione hanno spesso un'età mentale migliore (almeno quello, poi magari a 18 anni lo scrivi su un cartello e chissà che qualcuna non lo legga).
Io non ricordo che ci sia stato un 25 luglio, a dire la verità non ricordo neppure un 8 settembre, penso che in quella periferia dell'impero ci fosse una situazione piuttosto opaca e controllata ma, soprattutto, mamma gatta sa sempre cotruire attorno ai suoi cuccioli un ambiente rassicurato e rassicurante.
La Ravenna di allora era un piccolo centro, una miniatura bizantina in un contesto di miseria e bracciantato sfottente e più orientato alle scorciatoie che alla continuità. Il porto era di là da venire, la ferrovia ancor oggi collega malamente Ferrara e Rimini, a cui si arriva meglio via Bologna. Come porti, almeno da pesca, erano certamente meglio Comacchio (da quelle parti scappava Garibaldi) e ancor più Goro o Chioggia con quei bei barconi mediterranei o perfino Cervia.
Di un qualche interesse qualche fornace, una ha dato nome anche a una frazione oggi un tutt'unico, e una fabbrica di scarpe di gomma (o da tennis, come si diceva allora) la Callegari nota parecchio anche con altri marchi.
Questa fabbrica era luogo di lavoro per molte ragazze e luogo di caccia per gli sfrontati giovani ravennati, che ogni tanto si premuravano anche di fare qualche giornata al porto. Beffarde e rassegnate le donne del popolo ravennate sapevano cosa dovevano aspettarsi dai loro maschiotti e vi si dedicavano con intenso piacere, sapendo badare a lavoro figli e casa con efficienza grintosamente sorridente.
E qualche esemplare c'è ancora mimetizzata da assistente di bagno, di piadineria, di pensione ma effettiva ed efficiente manager. Un po' indolenti come un antico ferrarese, ma allegri e spavaldi come dei veri romagnoli, con un accento un po' più largo, ma non li dovete cercare a Marina, meglio verso Casal Borsetti o il Lido di Dante o Porto Corsini lungo quelle lunghe strade che in qualche modo arrivano al mare.
Ma di tutto questo quel bimbo presto ragazzino niente sapeva, come Ravenna non sapeva che neanche 15 anni dopo un ferrarese (Ferruzzi), un onorevole ravennate, il più onesto e veramente ottimo paravento (Zaccagnini), un senatore e più volte ministro, Medici, del modenese (onorato nel 2002 di una calda commemorazione del caro presidente della Camera Casini) e, ultimo ma non certo per importanza, il gran capo dell'ENI, Enrico Mattei avrebbero trasformata quella sonnolenta e ribalda cittadina in un polo industriale e anche portuale presto fondamentale per l'economia italiana tutta e a cui i bravi ravennati originari sono tutt'oggi ostentamente estranei, preferendo ancora lo sport principe dei loro padri e nonni. Sport che impegna molto da giovani e arricchisce, più che ampliati, i discorsi e i ricordi da vecchi.
Fu comunque lì che conobbi cosa è, o era, un bombardamento notturno. Niente di tragico, gli aerei erano avvistati tempestivamente, suonava l'allarme, via in bicicletta con la mamma e i necessari accessori quando si ha un bimbo ancora da crescere da via Fiume a Tommaso Gulli (dove c'era la scuola e quel lazzarone di illustre oculista che mi aveva sinistrato l'occhio sinistro, sfiga + sfiga), sorpasso sulla ferrovia, avanti dritto più avanti il palazzo di Teodorico poi ancora un po' e la casermetta con il babbo ansioso ad aspettare.
Il rifugio, l'ho detto un po' di parole fa, era la camera mortuaria, non so perchè, infatti era una torre con un soffitto alto e una piattaforma rotonda alla base, dove venivano posate le bare. Poi arrivarono le bombe, una sola vicino, tutte le altre verso l'inizio del Candiano e la Stazione, obiettivi ormai abituali.
Il climax, nel ricordo, era del tipo passerà anche questa, come sta il bimbo, e sua suocera come mai non c'è, pensi un po'... E così, avvolto nello scialle con il calore di tutte quelle persone attorno perchè non dormire in pace? ed è la vera sensazione che mi è rimasta: curiosità, qualche vibrazione e una bella dormita.
Sono stato in situazioni analoghe a Bologna, attraversando il Po', etc., mai il terrore nel ricordo e credo di dovere per questo grande riconoscenza ai miei giovani genitori. Se proprio ho avuto qualche ricordo brividoso mi devo rifare a una gita scolastica con i miei studenti a Gardaland ormai più di pochi anni fa, su quelle maledette poltroncine che sussultano, scricchiolano, si agitano, sobbalzano in sintonia con la proiezione e i suoni terribili e terrificanti e rintronanti e gli occhi chiusi e le mani avvinghiate ai braccioli e la vocina di una mia allieva, compassionevole, prooff., apra gli occhi, è finita, andiamo!
Ecco quello è stato il vero momento di terrore della mia vita. Nemmeno le due volte in autostrada fra tir che bruciavano. Che strani gli umani, vero?
Ma del viaggio da Ravenna, Bologna, Casalbuttano parleremo un'altra volta. Sapete è come cercare di ottenere una foto da una pellicola invecchiata, quelle di un tempo, con l'immagine latente che affiora pian piano e attenti a non forzare concentrazione, temperatura e pH perchè poi, con il fissaggio, si blocca tutto e chi ha avuto ha avuto.
è un articolo interessante ed è valido anche per chi, per carattere, per scelte di vita o anche per età non mette più come scopo principale le esplosioni ma riesce ancora ad apprezzare brezze, tiepidi tramonti e sorrisi maliziosi.
I 10 comportamenti che uccidono la passione
Parliamo d'altro, per favore. Piuttosto non parliamo proprio, facciamo qualcosa, qualsiasi cosa. Ad esempio facciamo piuttosto niente. Sarebbe già molto.
Non so se fosse il raccontatempochefa de La 7 che uno due giorni fa diceva, in fondo che ce ne importa del tempo che farà fra qualche giorno se noi non andiamo là dove piove?
E in effetti in fondo ci si sente tutti verdi pensando alla Anidride Carbonica, ai carburanti ecologici, all'effetto serra, tutte diavolerie a cui molti pensano accendendo al massimo l'aria confezionata rese indispensabili, solo qualche volta, dalla errata costruzione di molti edifici attuali. E' sempre sorprendente come certi palazzi superscomodi, per alcuni versi, costruiti un centinaio di anni fa quando non addirittura secoli fa, presentino in estate una ventilazione naturale solo perchè i costruttori conoscevano molto bene la prevalenza dei ventilocali.
Qualsiasi accorgimento energetico si segua, alla fine consumare energia determina "sempre" rifornire l'ambiente di una quantità di calore più o meno grande per il semplice fatto che nel nostro mondo non esistono trasformazioni totalmente reversibili e quindi troveremo sempre poca o tanta energia inutilizzabile (cercare alla voce entropia).
L'altro giorno ne parlavo con il mio fratellino, più giovane ma non più di tanto, mentre con il maglione addossostavo con lui nel suo personale refrigeratissimo studio comentavamo proprio l'uso smodato dei confezionatori d'aria. E lui sosteneva, ovviamente, che era perchè l'estate è diversa.
E a me venivano in mente le giornate felici dei miei 15/25 anni a raccogliere pesche sotto il caldo d'agosto, solo con i calzoncini addosso, nero, sudato e felice, con le voci irridenti e solleticanti delle varie zie, cugine e lavoranti e nessun segno di stanchezza o fastidio addosso.
Forse saran cambiate le estati, di certo è cambiata l'età e l'abitudine alle variazioni naturali con l'impiego di continui aiuti per non sentire il caldo o il freddo.
Per questo vi riciclo l'articolo della Lietta Tornabuoni che in modo certamente più elegante proclama anche lei il suo BASTA!
Pare che la canicola sia finita o quasi, almeno sospesa: è una fortuna non soltanto per via degli incendi, dei fiumi in secca e dei malesseri, ma anche perché i discorsi sul caldo sono stati un’afflizione non minore della stagione. È vero che anche il caldo è cambiato, si è fatto più pesante e afoso, però il tema del caldo quest’anno è un’ossessione abbastanza esasperante. Ai ragazzini beneducati d’un tempo si insegnava che del caldo o del freddo non si doveva parlare in pubblico né in famiglia, come di ogni altro disturbo fisico: un’esagerazione e una sciocchezza, in che altro modo si poteva rispondere alla rituale domanda «Come stai?».
Adesso però è un disastro: come se d’estate non avesse sempre fatto caldo nei Paesi del Sud europeo, come se le temperature non fossero più o meno sempre le stesse, i discorsi sul clima hanno gli accenti di una epopea, della cronaca d’una sciagura naturale, d’una mezza catastrofe. Ci lamentiamo, riferiamo avventure ardite sulla ricerca del fresco, specifichiamo il grado rovente delle auto o delle teste, alla prima occasione raccontiamo notizie e previsioni televisive ad altri che le hanno sentite e le conoscono come noi, facciamo le vittime, persino in vacanza assicuriamo di non aver mai sofferto d’un caldo simile.
Per buona parte la responsabilità è delle reti televisive, che cominciano a maggio a considerare una notizia il caldo estivo (come gli esami di maturità o altre cose che non sono eventi ma faccende del tutto abituali e ripetitive), trasformandolo in un fenomeno straordinario, degno di vivide descrizioni, di raccomandazioni e consigli ovvii, di vittimizzazioni dei vecchi e dei bambini. È il meccanismo per cui, quando mancano avvenimenti in quantità sufficiente a nutrire i media, qualsiasi banalità viene drammatizzata in modo da apparire sensazionale e, possibilmente, da far sentire lettori e telespettatori protagonisti di momenti eccezionali, e da rendere i loro discorsi insopportabili. Verso settembre la piantano, pronti a ricominciare con il freddo o con una valanga di stupidaggini che toglie il respiro e fa pensare di vivere in un mondo rincretinito. Il presente è sciocco, il passato non c’è: i paesaggi del western e un cowboy a cavallo ora servono per fare pubblicità a una pomata contro le emorroidi.