(9) quel Natale non era ancora finito...
Il Natale non aveva poi molto di nuovo, certo il cappone, i tortellini, i ravioli fatti di ciambella e ripieni di castagnata e bagnati nel rosolio.
La vigilia, quella sì, era stata una novità con i caplaz, i cappellacci, grandi enormi di sfoglia vagamente dolce, anch'essi ripieni di una specie di budino di castagne e sopra la saba, parente stretta dei sughi già citati. Sapori oggi certamente non proponibili perchè uniscono il dolce dello zucchero d'uva a quello asprigno degli acidi (il tartarico ad esempio) e quello allappante del tannino, senza il solito grasso e dolciastro aromatizzato sapore delle merendine. E siccome era vigilia non era mancata una bella padellata di uova fritte e di, udite, udite patate fritte, non quelle tagliate regolari in serie e poi surgelate, ma quelle belle patatone fritte in un padellone a base di strutto e su un fuocone che ti cuoceva anche a guardarlo entrando in casa.
E poi c'eravamo solo noi pochi bimbi, le donne, lo zione e jusfina e fitona (non più fita, la cintura ormai si allacciava all'inguine|) erano andati in parenti. Le filastrocche dello zione erano un po' aiutate dal bottiglione di vino rigorosamente annacquato (1 di vino 3 di acqua), però sul tardi anche per noi un dito di quella ambrosia (tornate a 6 anni) fatta di albana e trebbiano asciugati al sole e poi ammostate all'antica, quello sì che poteva essere chiamato santo, se l'attuale situazione vaticana lo consente..
C'era un accenno di presepe, non c'erano i doni, allora c'era la befana, anzi la befana fascista con lo zione responsabile di quella che al momento era la casa del fascio locale e che qualche anno dopo sarebbe diventata la casa del popolo, mantenendo gli stessi abituali frequentatori con un semplice cambiamento al vertice locale.
Tutto lì? non proprio, perchè niente scuola e tempo di libero per correre attorno a casa e fare arrabbiare un po' tutti, ma anche per un gioco insolito nato forse dal troppo tempo disponibile, il clima di festa e le idee balzane che talvolta vengono ai più grandini. Fatto sta che ci trovammo sulla poca paglia del pavimento della stalla della cavalla, la mia cuginetta coetanea sotto e io sopra e i miei cugini di quattro anni più grandi a convincerci a fare un qualcosa che l'età non riusciva a comprendere, nè il contatto esplicito riusciva a suscitare tanto che, a imitare una conclusione "conosciuta" dai più grandi, arrivò l'invito a fare pipì (veramente la frase che mi ricordo è "pisciaci sopra").
Miracoli della vita campestre, dove era normale l'osservazione del comportamento del mondo animale che ci circondava, a partire da qualche pecora e capra e alle signore maiale che toccava spesso a noi piccoli accompagnare alla casa del signor verro, attrezzato e affettuoso strumento di riproduzione.
E anche fatti che nella loro naturalità non lasciavano traccie, almeno immediate.
Intanto però la vita a Ravenna continuava, mia madre aveva risolto in modo non proprio indifferente le conseguenze di un eccesso di entusiasmo di mio padre in licenza. Era una bimba, mi disse anni dopo, non solo maschi. Ma tant'è. Santa madre chiesa la colpevolizzò per anni (peccato, questo, non da prete normale, ma da Vescovo o addetto delegato competente), non bastava il suo sentirsi uno straccio perchè la retromarcia quella volta non aveva avuto tempestivo successo, 30nni lei, 35 mio padre, timori, guerra, futuro incerto ma che importa!
Poi mio padre tornò in Ucraina, dove tutto sommato non erano sgraditi e dove, da bravo cuoco e sarto qual era, era stato aggregato al Comando. E le lettere quasi quotidiane parlavano ancora di avanzate a centinaia di chilometri. Poi quaranta giorni di silenzio e un avviso dalla casermetta, così a Ravenaera chiamata la caserma della milizia in città, mio padre era a Bologna, nel reparto contumacia, dove cioè ci si ripuliva da pidocchi e simili disavventure.
Qualcosa era successo, l'invitta avanzata si era interrotta. Veramente proprio così, qualcosa era successo a Stalingrado, ma la Russia è grande, ma quelli erano in casa loro e anche gli amici ucraini, non troppo amici dei russi, cominciarono a far capire agli italiani che non era aria. Cominciò il ripiegamento, tutto sommato non poi così scomodo, almeno per lui, se non fosse che il gruppo comando una mattina si scordò di svegliare il caporalmaggiore (non ricordo come l'analogo si chiamasse nella MVSN) Bruno Cremonini e un altro suo collega che così camminarono per qualche cento chilometri e col cavolo che i radi camion tedeschi li caricarono.
Poi in qualche modo si ricollegarono al comando della 3 gennaio e furono fra i non molti dell'ARMIR a tornare a casa senza un graffio e altri inconvenienti, a parte un po' di pidocchi e qualche piccolo guaio ai piedi, visto che là non faceva proprio caldo e calzettoni e "pezze", scusate fasce, non sono eterne.
Non ho mai saputo molto di più o, forse, nemmeno io gli ho mai chiesto qualcosa di più.
Mi ero dimenticato un fatto buffo (anche se rendeva l'idea dell'attenzione alle relazioni interpersonali del regime) era arrivato a mia madre un capace baule, contenente parmigiano, pasta, scatolette di carne, gallette e altro, nominalmente inviate da mio padre dal fronte: e questo per sottolineare come stessero bene i nostri soldati.
Quelli vivi. Gli altri erano dispersi e sarebbero tornati, o se sarebbero tornati!
Ma eravamo ormai nell'estate del '43, si avvicinava l'8 settembre, ma in questa parte d'Italia ben poco si avvertiva se non l'arrivo, da noi piccoli, imprevisto dei tedeschi. Avevano posto il campo nel podere di fronte a quello di mia nonna, il campo era bello con tutte le tende ordinate, gentili, impeccabili.
Il comando era in casa dei miei nonni, qualcuno poi ha detto che c'era anche Kesserling, non ci giurerei, quello invece su cui posso giurare è che ho fatto delle merende favolose: fette di pane nero ricoperte di pasta d'acciughe! Non so il nome del caporale o sergente o semplicemente soldato con cui io e mia cugina avevamo fatto amicizia, ma il ricordo tranquillo, affettuoso, caldo che ho mi fa pensare che fosse come uno di quei tanti padri che le decisioni di pochi avevano mandato a conquistare il mondo e che, non appena capitava, venivano immalinconiti dai ricordi, della casa lontana, della tranquilla vita di paese.
E' anche vere che all'epoca però tutti erano eroi, le adunate, i sabati fascisti, i riti, le divise a esibire le panze, tutto serviva a sentirsi mobilitati e le scosse di assestamento dopo la prima tragica grande guerra civile europea erano improvvisamente esplose in un terremoto ancora peggiore, in una resa dei conti in cui l'Europa, finalmente!, riuscì a non contare più niente e anche a rendersene conto.
Ma il piano inclinato era tremendo e la cocciutaggine, il non voler vedere la realtà portava sempre più verso il peggio, come nelle aziende che anzichè dare uno stop rincorrono le scadenze, le cambiali, gli assegni post-datati e così un banale piccolo fallimento diventa una paurosa débacle condita di obbrobri, passi falsi che nelle aziende sono in fondo solo problemi di soldi, nelle guerre invecd si misurano a centinaia di migliaia, a milioni, di morti, di case e mondi distrutti, di generazioni annientate, di odi successivi alimentati ad arte perchè così pian piano i reali vincitori possono vincere realmente e oltre che succhiare quanto di materiale i vinti e i vincitori locali hanno, ne succhiano anche civiltà, princìpi, riti, abitudini perchè la vita deve vincere e, fortunatamente devo dire, per sopravvivere non c'è abiezione a cui si possa dire di no.
Ma non era così drammatico per i cuccioli d'uomo. Il mio fratellino mi aveva raggiunto ed era andato nella casa altra, a Maduno. Era piccolo, solo tre anni, ed era coccolato dalla Bianchina, la moglie di Arcangelo, primogenito e futuro capoccia una volta morto il nonno, e c'erano anche due cugine grandicelle (13 e 11 anni) e i miei due cugini visti sopra.
Tutti però inesperti evidentemente, mio fratello, come a volte capita, se l'era fatta nei pantaloncini e i due baldi cuginetti lo stavano pulendo con la scopa e a secchiate d'acqua. Fortunatamente arrivarono i soccorsi in tempo.
Soccorsi tanto adorati che quando mia madre e mio padre, in bicicletta da Ravenna, vennero per riportarci a casa, dovettero rinunciare perchè il mio fratellino non voleva lasciare quella che era diventata ormai la sua vera mamma.
E certamente così si sentiva anche la Bianchina, in un mondo di maschi con l'unico maschio già grandicello, senza altra funzione se non quelle tipicamente casalinghe e un marito, mio zio Canxì, quasi sempre al mercato a Imola e, come era naturale e abituale all'epoca (anche se lo si seppe molto più tardi), con chi poteva consolarlo dalle fatiche del mercato. Certamente più profumata ed esperta della onesta moglie contadina.
Alla fine, comunque, si tornò tutti a Ravenna e ci venne a trovare anche la nonna Teresa, da Trieste, e, anche noi, andammo a Trieste a trovare gli altri zii, Giordano e Hugo e la graziosissima cuginetta, Lidia.
Prego notare cosa succede se fra Giordano e Hugo inserite Bruno (mio padre): ne esce la foto di mio nonno, Augusto, giovane anarchico che a fine '800 aveva trovato non sicuro restare a Imola sotto le attenzioni dei piumati tutori dell'ordine.
Come vedete si aprono nuovi scenari, dalla Romagna sanguigna, irresponsabile, facile agli innamoramenti di donne e di rivoluzioni, alla terra di confine con un nonno anarchico, morto giovane, e una croata, Teresa Klopcich, che forse era l'unica italiana nella coppia.
meglio un morbido e ronfante gatto, o dei gufi neri che biascicano rosari?
La notizia non è certo nuovissima ed è stata riportata ormai ovunque, ma anche questa diffusione istantanea e ovunque trattata con simpatia è la dimostrazione di quanto appaia pauroso e impensabile quell'avvenimento che prima o poi ci vedrà attori unici e insostituibili.
Nello stesso tempo dopo aver visto in questi ultimi mesi le scene strazianti ed irriverenti con cui pattuglie di figuri hanno reso difficile un sereno lasciare questo mondo sia di Welby che Nuvòli l'immagine di un micio gentile che arriva per dire che è giunto il momento sembra un ritratto di tempi lontani quando angeli e demoni e streghe e folletti e rospi e principi erano compagni di una vita e ti aspettavi di incontrarli all'angolo della strada o vicino al giacilio. Era un percorso di vita che riusciva a contenere ancora fantasia e mistero.
I medici hanno raccontato una delle storie che sembra comprovare il potere di Oscar. Un giorno il gatto prodigio è salito sul letto dell’anziana paziente della stanza numero 313. La sua presenza ha allertato il personale della casa di cura. E quando il nipote della paziente ha chiesto il perchè della presenza del gatto, sua madre gli ha spiegato: «È qui per aiutare la nonna ad arrivare in cielo». La paziente è morta dopo mezz’ora.
E' questa la conclusione dell'articolo su La Stampa, anzi sul supplemento La Zampa
Ciao micio, non aver fretta però se vuoi arrivare
vieni pure tranquillamente, non troverai i
carabinieri ma un po' di altri gatti e forse un cane
e potremo scambiarci un saluto tranquillo.
inno al bacio, sperando che non sappia solo di dentrificio e colluttorio...
E' una interessante lettura strappata a La Stampa e scritta da persona i cui ricordi mi paiono molto vissuti di recente e quindi sicuramente più sicuri dei miei.
una estate da sballo? o forse no, una estate come sempre...
Ormai si fanno indagini su tutto, anche, o soprattutto, per suggerire al commercio nuove politiche di vendita.
Come sempre non si hanno dati storici e così sarà come il caldo,mai come quest'anno anche se chi come me di estate ne ha viste molte di questi commenti ne ha sentiti altrettanti, praticamente tutti gli anni.


nella loro triste e malinconica realtà alcuni fatti tra ieri e oggi fanno bene sperare nella saggezza e nell'eroismo quotidiano di questa comunità italica.
E' inevitabile il riferimento a quel giovane padre di famiglia nostro ospite emigrante che certamente pensando alla sua famiglia lontana non ha valutato i pro e i contro e si è buttato nel tentativo di salvare figli di altri per i quali lui forse era un "minus quam". Gli è andata male, indirettamente per qualche secondo richiamerà un po' di simpatia per quelli come lui, poi, passato il funerale, i telegrammi e forse qualche migliaio di euro alla famiglia lontana ritornerà a montare la solita merda che tracima dai muri di questo Nord Est che ha bisogno di odiare per sentirsi qualcuno.
Così come è inevitabile richiamare una sentenza che farà certo giurisprudenza anche se in Italia la giurisprudenza la fa la Cassazione dove molti giudici spesso non sanno parlare un italiano senza accenti regionali molto ristretti.
L'anestesista Mario Riccio che interruppe la ventilazione meccanica aiutando Piergiorgio Welby a morire è stato prosciolto dall'accusa di "omicidio del consenziente". La decisione è del gup di Roma Zaira Secchi. Piergiorgio Welby aveva tutto il diritto di chiedere l'interruzione della ventilazione artificiale che lo teneva in vita e il medico anestesista Mario Riccio, che lo sedò per poi staccare il respiratore meccanico, aveva il dovere di assecondare la volontà del malato.
Con questa motivazione, il gup Secchi ha ordinato il «non luogo a procedere» nei confronti di Riccio, indagato per 'omicidio del consenzientè perchè il fatto non costituisce reato ai sensi dell'articolo 51 del codice penale sull'adempimento di un dovere. Soddisfatta della sentenza Mina Welby che in udienza ha raccontato la storia di suo marito.
E la sorpresa è stata cotanta che forse dovremmo ritirare le frasi scritte, dette , pensate qualche tempo fa proprio perchè il tutto potrebbe apparire come un gioco perfetto di magistrati che conoscono le regole del gioco e su quelle regole giocano in modo preciso per ottenere un non piccolo essenziale progresso di libertà nelle scelte individuali di tutti noi specialmente quando il Parlamento oltre che non decidere non sa neppure parlare.
Domani sentiremo le litanie dei sottanoni, per quel poco che capisco e conosco nessuno potrà ricorrere in appello, ma le sorprese in Italia sono infinite, quando è coinvolta Santa Madre.
A latere, come si usa dire in modo forbito, vi linko un articolo di Adista, nota agenzia cattolica clandestina e destinata al fuoco eterno, che riprende l'intervento di Betori segretario generale della CEI e grande capo in materia di religioni diverse e relativi riconoscimenti, teleguidato e telecomandato da B 16 e dai suoi collegati di stormo, articolo dal titolo significativo.
Dedicategli un po' di tempo, ne vale la pena. Speriamo fra qualche giorno di tornare ad argomenti più sereni e discorsivi.
è più facile trovare un insegnante di filosofia fra i precari che uno di religione da sistemare per sempre...
Nel senso più vero del verbo "sistemare". Si sta quindi verificando il paradosso che vescovi e Santa Madre non sono in grado di fornire il semilavorato da immettere subito e immediatamente in servizio, magari alla faccia dei trecentomila precari di tutte le altre materie ed insegnamenti.
E così anche quei laici che protestavano per il pateracchio Berlusconi/Sottanoni sono serviti. E dire che ce l'avevano messa tutta, perchè, una volta che il Vescovo avesse tolto il gradimento, al povero docente di religione immesso già da subito in ruolo era riservata una qualsiasi delle cattedre adatte a lui vacanti. Evidentemente la riserva di raccontatori del VANGELO non è infinita, o forse la faccia tosta dei VESCOVI ha un limite.
"Crisi di vocazioni" più forte in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna
Situazione paradossale se paragonata a quella degli altri insegnanti
le vie del Signore sono infinite ma le strade dei Cardinali che pretendono di parlare in nome della scienza sono particolarmente penose, nel senso più profondo dell'origine dell'aggettivo.
PIERGIORGIO STRATA
ISTITUTO NAZIONALE DI NEUROSCIENZE
Il Cardinale Angelo Scola nel discorso alla festa del Redentore sul rapporto fra scienza e fede dice che non è semplice fare capire lo Spirito Santo a bambini che lo considerano un fenomeno virtuale e non reale. Poi si chiede se esiste solo ciò che è misurabile empiricamente o se ci sono anche realtà non misurabili, che pure appartengono alla nostra esperienza. E cita lo Spirito, che si può chiamare anche anima.
Qui siamo di fronte ad un doppio equivoco. Primo: esperienza significa informazione, che raggiunge il cervello, e dà luogo ad un fenomeno mentale. Era il dualismo cartesiano a relegare la mente ad entità metafisica, negando le sue dimensioni misurabili in contrapposizione alla «res extensa». Ma già la psicofisica del XIX secolo ha insegnato che anche i fenomeni mentali appartengono alla scienza, in quanto misurabili e correlati con l’attività delle cellule nervose.
Secondo: lo Spirito Santo non è un esperienza, ma appartiene alla nostra immaginazione e ciò non garantisce che sia un fenomeno reale. Il cardinale prosegue dicendo che le neuroscienze non procedono più con lo scientismo tradizionale e non escludono il valore delle credenze e della religione. Anzi, arrivano a dire che il cervello funziona in modo tale da generare credenze. Su questo ha ragione, ma nella categoria delle credenze esiste un’innumerevole serie di fenomeni che sicuramente al cardinale non piacerà considerare reali.
nel segno del topo: dalla Cina con sapore.
Nato sotto la protezione del topo, almeno credo secondo antichi ricordi del secolo scorso, finalmente ho capito il motivo del rispetto profondo che i cinesi hanno per queso simpatico e baffuto animale che ci accompagna, discreto ed efficiente, nel nostro viaggio nel mondo.
Bisogna dire che, al contrario di quanto avviene da noi, in Oriente il topo è un animale assai apprezzato per la sua tenacia e la sua capacità di adattamento. Inoltre, è tradizionalmente onorato perché fu il primo animale ad accorrere all’appello del Buddha morente e per questo figura come primo segno dello Zodiaco cinese.
Molto saggiamente però questo popolo rispettoso del mondo che lo circonda ritiene anche utile e doveroso cogliere tutte le opportunità che questo mondo offre, anche in occasione di eventi naturali non certo favorevoli, come alcune recenti alluvioni che hanno costretto alla fuga
Perché, oltre a tre milioni di esseri umani, le inondazioni hanno costretto alla fuga due miliardi di ratti. Una catastrofe per l'agricoltura, tanto che le autorità stanno progettando di costruire una staccionata lunga 40 chilometri per bloccare la strada ai roditori e in molte città è stato mobilitato l'esercito per ucciderli e smaltirne i resti. Ma i cinesi, abituati dalla loro storia antica e recente a non buttar nulla e a trasformare ogni problema in risorsa, hanno trovato un modo per utilizzarli: li catturano e se li rivendono nelle regioni del Sud, famose da sempre per la versatilità alimentare. E li fanno pure pagare. Secondo l'agenzia China News Service nei migliori ristoranti di Guangzhou un «banchetto di topo» costa 136 yuan (circa 13 euro).
Del resto perchè porsi dei problemi, in fondo era un dubbio ricorrente anche 50 anni fa nella mensa universitaria del MAGISTRATUS FICTONIS ORDO bolognese.
Le alluvioni che hanno colpito il bacino del fiume Huai, principale affluente dello Yangtze nella Cina centrale, hanno regalato una prelibatezza gastronomica in più agli abitanti di Guangzhou (Canton), città nota per il motto «Se ha quattro gambe e non è un tavolo, allora è commestibile». In questi giorni i mercati cittadini accanto a cani, serpenti, tartarughe acquatiche, zibetti (sospetti di diffondere la Sars, ma irresistibili al palato cinese) e uova gallate, offrono topi in gran numero.
buon appetito. ovunque voi siate!
8. la storia del Benito riprende e continua.
Abbiamo lasciato l'aia tutta compresa ed intenta ad ammirare le fantasmagorie della guerra, quasi uno spettacolo cinematografico, all'epoca però non così abituale per chi stava in campagna.
Noi, invece, siamo ben abituati solo che pensiamo a Bagdad 1 e 2, tanto che persino chi era lì penso talvolta non si rendesse ben conto se tutto all'intorno fosse veramente reale o se fossero semplicemente le comparse di un film o magari un bel reality. E sarà solo all'arrivo dentro un apposito contenitore con bandiera che gli altri, quelli che sono figli, genitori, mogli, amanti, gli amici del bar e dello stadio e non autorità per mestiere partecipi e commossi che capiranno che la pellicola è uscita dallo schermo per far parte della vita reale di ognuno. Come ben presto accadde in Iraq e come anche allora successe.
Ma prima di quell'estate del '43 ci fu il primo Natale e il primo capod'anno che io ricordi, quello 1942.
Già il Natale! La festa vera era cominciata un paio di settimane prima e che festa! Nello stalletto quello a destra del cancello d'entrata, sotto il pollaio e davanti al luogo di decenza (la turca, il cesso), dentro a un locale alto non più di un metro e quaranta suddiviso in tre ambienti di circa 8/10 mq, c'erano i signori del prosciutto: due magroni, in una stanza, e due scrofe, una ogni altra stanza come si compete a delle produttrici signore non destinate al sacrificio rituale e dotate di foirte personalità, tanto da non sopportarsi a vicenda.
Erano i due "magroni", belli e asciutti maiali non ancora condannati al magro assoluto attuale, dotati di ottime quantità di lardo, pancetta, strutto e di prosciutti dove il grasso profumato faceva da custode a quel dolce e rosato nettare mantenendolo morbido, anche qualora il taglio fosse rinnovato solo quotidianamente.
La condanna era stata già edittata poche settimane dopo la nascita, loro avevano la stoffa per crescere giusti, gli altri confratelli, una quindicina al massimo, sarebbero stati venduti quando il peso era quello atteso dal mercato e sarebbero stati destinati all'ingrasso ed alla giusta fine in altre case, in altre fattorie, con altri macellai.
I preparativi erano quasi incomprensibili, era la mia prima volta: veniva rizzata una scala di legno robusta, si portava un paiolo grande e si faceva fuoco sotto, l'erpice era a portata di mani e un po' di sani cordami erano verificati. Naturalmente c'era chi stava facendo l'inventario dei coltelli alla ricerca di quello giusto e con abili colpi di selce ne veniva ben affilata la lama. La lama era non più lunga di 20 centimetri e con un punta ben formata, tanto che i primi 5/6 centimetri erano al massimo larghi 2/3 centimetri, a forza di arrotature.
Lo zio Primo, il più simpatico, il secondo della serie (chissà poi perchè Primo!), detto Mezzanòt (mai a casa prima e alle 4 in piedi), si preparava nella parte di norcino. Gli altri giovanotti erano pronti. Finalmente il primo veniva fatto uscire, ma proprio quando stavano per agganciargli il canapino alla bocca aperta stringendo poi il cappio attorno ai denti, quello se la diede a gambe. Fantastica quella corsa, con il signor magrone al galoppo e gli altri dietro a vedere chi si sfiancava prima, ma gli altri erano troppi e quel ricciolo di coda e le orecchie, due come sempre, diventarono appigli fenomenali.
Lo abbrancarono e sebbene fosse scivoloso lo riportarono sul luogo di esecuzione e fu rovesciato sull'erpice (i denti dell'erpice erano rivolti a terra) e legato zampa dietro zampa e con il cappio a stringere e tenere ferma la testa e lo zio Mezzanòt a dare il colpo giusto, unico e solo, a interrompere la giugulare e poi qualche altro ad allargare e permettere lo spurgo del sangue che usciva rosso fumante e correva, sotto i miei occhi estasiati a quello spettacolo sconosciuto, a riempire la grande terrina di ferro smaltato bianco con i bordini blu scuro.
Poi il signor magrone venne appeso al piolo alto della scala per le zampe posteriori e attaccato a testa in giù perchè il sangue uscisse tutto e la carne, il guanciale, non assumesse così un colore troppo scuro e ci fosse un bel po' di sangue per il dolce favoloso rituale, "é burlengh".
Ma tutto l'affare del maiale non è una cosa semplice ed anche quando viene poi aperto e poi suddiviso dapprima in mezzene e poi quarti, si è solo all'inizio ed era lo zione l'esperto a questo punto. Non gliene fregava a nessuno del filetto se non per vedere se sarebbe uscita una coppa, "la coppa", valida per forma e consistenza; l'importante era tutto il resto, che carne destinare ai salami, il lardo migliore da tagliare a dadini per unirlo al trito del salame, il giusto rapporto di magro e lardo per le salsiccie.
Intanto nel paiolo sobbollivano la testa, le ossa, le parti cartilaginose, i tendini tutte parti destinate alla coppa di testa, la prima che si sarebbe mangiata senza stagionatura. E poi tutto il grasso, il lardo non rosato, sezionato ridotto a dadini portato sul fuoco per fondere, operazione lenta per non rovinarlo, il grasso, e che si sarebbe conclusa con il riempimento delle vesciche comprate (non certo la plastica di oggi) apposta dove il grasso fuso appena sopra la temperatura di fusione veniva colato. Versata la parte surnatante il resto veniva versato in una federa e passata alla pressa per smagrire il più possibile, ma non troppo, i residui, quei ciccioli nella versione della Romagna, non quelli secchi e croccanti dal bolognese in su, questi sono belli morbidi profumati e ...grassi!
Ma c'erano almeno 8/10 persone a lavorare, chi sezionava la carne e la passava al tritacarne, azionato a mano che ogni tanto si prendeva anche qualche punta di dito là dove si preme e se non si usa il pomello di legno indispensabile. Altri preparavano "é burlengh" macinando noci, mandorle, uno o due semi di pesca (avrebbero conferito l'odore di mandorle amare liberando dall'amigdalina quel po' di cianuro che il seme contiene, per effetto del calore durante la cottura al forno) e uva passa, ottenuta in casa appesa al muro esposto al sole dall'ottobre, e poi la ciambella classica che stava al fondo della teglia.
Con il residuo della bollitura sopra ricordata si faceva un ottimo e saporito brodo, vagamente asprigno, dentro cui si cuocevano i fagioli per il giorno dopo. E poi il forno da scaldare e il vino nuovo da controllare com'era, e "i sugal", i sughi ottenuti dalla concentrazione del mosto muto tenuto da parte per l'occasione. E i bambini, e i gatti e perfino il cane, una volta tanto non più alla catena ad arricchire il casino e la festa.
Ecco, il Natale era cominciato da lì. e persino mia nonna una volta tanto dimenticava d'essere così sparagnina attenta com'era che tutto fosse pronto prima della richiesta, che tele, coltelli, terrine fossero pronte all'occorrenza, che il fuoco sotto i paioli fosse giusto, e così sotto il grasso in fusione. E tutti i riti pagani che corrono sotto la lieve scorza cristiana emergevano tranquilli nelle occhiate verso le zie accaldate e ben dotate, negli inviti agli ospiti "per caso" di passaggio, nelle bottiglie stappate e complimentate e nell'aver dimenticato orari e cadenze abituali e nell'occhiata alla stanza dove si appendevano salami e prosciutti a stagionare che scendevano dai soffitti a prova di corna, come qualcuno immancabilmente diceva e a garantire che anche quell'anno che volgeva al termine si sarebbe concluso bene.
Certo nessuno poteva immaginare che il Natale successivo si sarebbe festeggiato con il comando tedesco in casa, ma anche questa sarà un'altra storia.
dalle stronzate dei plurimiliardari (in euro) alle "pisciate" dei tanti piccoli indiani (dell'India).
E' una segnalazione/curiosità del mio figliolo chimico vero, di quelli tutta roba super che con il lento passar degli anni comincia a vedere la chimica nei suoi riflessi quotidiani, tanto da riuscire a impostare un sistema per valutare i prosciutti senza doverli distruggere impiegando la sua diletta NuclearMagneticResonance con cui mi sa che dorme balla e canta da presto vent'anni.
L'articolo è tipico, perchè è la riscoperta di antichi sistemi che il percorso scientifico scolastico formativo di molti eccellentissimi ricercatori del cosiddetto terzo mondo fanno tornando nei paesi d'origine. Già perchè c'è una fase di rientro dal mondo cosiddetto sviluppato a paesi come Cina e India. Ritorno che, come ogni ricercatore anche ultramodesto come posso esser stato io, non è tanto o solo dettatoda motivazioni economiche ma molto spesso dalla constatazione che nelle antiche case finalmente c'è da cercare, da combattere e questi paesi aprono al ritorno dando strutture e autonomie un tempo inimmaginabili.
E così accadrà che pian piano paesi come il nostro, ma anche come gli USA, si troveranno sguerniti non solo di manod'opera qualificata o disponibile per i lavori "usuranti" o comunque impegnativi, ma resteranno anche poveri di ingegneri, fisici e chimici, tutte facoltà e specializzazioni che i bravi "regazzini" nostrani snobbano perchè non amano il verbo che nasce trasformando una "n" in "g".
Ma qual è la riscoperta? La riscoperta, guardate sopra, è l'urina o, se volete un termine più in linea con mister EX, il PISCIO.
Chi viene da anni lontani spesso sa che l'orina delle madri era spesso usata per curare tutto e il suo contrario, in effetti se non ci sono patologie in giro l'orina esce praticamente sterile ed è però ricca di sostanze di facile demolizione perchè in natura nulla si distrugge.
Qualcuno dei più giovani forse conoscerà ancora il termine "vespasiano" che era dato a quei monumenti molti diffusi in cui si soffermavano un tempo i maschietti quando la vescica straripava. Adesso si ordina un caffè e la classica domanda dopo, dove? e la classica risposta in fondo a...
Vespasiano fu l'iniziatore di un rispetto notevole per questo liquido, perchè in questo modo l'erario guadagnava due volte, una con il biglietto di ingresso, l'altra perchè quel liquido veniva appaltato ai tintori (quelli che coloravano le stoffe) perchè dall'urina ottenevano un componente fondamentale che verrà chiamato ammoniaca.
In questa pubblicazione si va un po' più in là, perchè si evita il passaggio finale per utilizzare tutti quei componenti che esistono da subito, molecole più o meno complesse spesso utilissime nell'alimentazione.
Alimentazione di che? diranno i piccoli amici.
Human urine could nourish the plankton used as food on fish farms. Plankton grown in diluted urine do better than those given other nitrogen-rich materials, ecological engineers have found.
Bara Bihari Jana and his colleagues at the University of Kalyani, India, mixed ground water with human urine from the university's urinals and added the zooplankton Moina micrura, which is often fed to hatchling fish in commercial fisheries.
They also tried rearing the plankton in various cocktails of cow urine, vermin compost, poultry droppings and cow dung, all of which are commonly used in fish farming in poor regions where chemical fertilizers are not available. All treatments used half a litre of urine, or half a kilo of dung, to every 4,500 litres of water.
Young plankton in human urine began reproducing at least four days earlier than those in other tanks, lived longer and produced more offspring, the researchers found. The study is published in Ecological Engineering1.
"Human urine is a stable liquid and contains valuable nutrients. I see no reason why it couldn't be used for this purpose if it provides a suitable chemical environment for the zooplankton to grow," says Stephen Smith, an environmental biochemist at Imperial College London.
Figli come siete del mondo di oggi non vi spaventate certo di un po' di inglese,che io traduco con qualche difficoltà. Riassumendo, salvo, sviste, l'urina trova un impiego favoloso nell'alimentazione dei PESCI, sia perchè favorisce la produzione del plankton, sia perchè alcuni suoi componenti sono utilizzati direttamente.
Ed è una antica conoscenza, come sanno tutti gli allevatori di cozze e di vongole che crescono belle e rigogliose in prossimità degli scarichi urbani!
Spiegano poi gli autori: non considerate l'urina un rifiuto. Tutt'altro.
Waste not
The Indian team suggests that human urine contains high concentrations of nitrogen compounds that degrade rapidly to release amino acids and minerals, fertilizing the growth of algae, which the plankton then feeds on. "We believe this quick release of nutrients induced the fast reproduction in the plankton," says Jana.
Worldwide, culturing planktonic fish food is a multi-billion dollar industry that uses millions of tonnes of chemical fertilizer.
Human urine is cheaper and more environmentally friendly than chemical fertilizers. Its use would reduce eutrophication — the process where fertilizers washed off the land cause damaging blooms of plankton in rivers, lakes and the sea.
"New and alternative uses for wastes and wastewater like this need to be identified," says Smith. "My only potential concern would be that the urine is from healthy individuals not taking medication or antibiotics as these could be excreted in the urine."
"We have not yet encountered any diseases or abnormalities in the zooplankton grown in tanks with human urine, but we are looking for hormone residues and antibiotics, just to be sure" says Jana.
Human urine also has potential as an agricultural fertilizer. Studies into its feasibility and safety usually suggest that it is an acceptable alternative to chemical fertilizers, but concerns about disease transfer and recycling of antibiotics and hormones in the human food cycle have hampered progress.
Già. E' molto più amicale dei fertilizzanti chimici. C'è comunque un problemino che oggi complica il normale andamento della natura, la presenza di ormoni e di antibiotici.
Maledizione! quando il mondo diventacomplesso anche le soluzioni semplici diventano complesse. Bisognerà fare l'analisi primadell'impiego e così ci saranno toilette per i bravi e toilette per gli altri. Questi ultimi sarà bene che paghino alla società tutta una tassa, perchè con le loro scelte hanno complicato madre natura.
visto da questo punto "di vista" prima ancora che un fatto etico diventa un fatto di rispetto per il prossimo.
ed è sempre lo stesso principio, per non dover pulire intanto è bene cominciare dal non sporcare o, almeno, farlo nel modo meno dannoso per gli altri.