Cogliere tutte le occasioni per andare per blog diverte, anche in questo caso, ritrovato cercando di Mme Comparini e Monsieur Devedjian.
E' un blog cristiano, anzi cattolico. Però è francese anche se girando qua e là si respira lo spirito dei grandi della Cattolicità di oggi, rimane sempre una differenza. Anche qui si avverte la presenza o l'assenza dell'ésprit français.
LA LAICITE EST UN SYSTEME QUI N'EST PAS AU-DESSUS DE DIEU !
"Les religions doivent trouver leur place dans le cadre de la République et de la laïcité", nous dit-on souvent. Un peu comme si la laïcité était supérieure à la religion et qu'elle "l'englobait".
C'est toujours surprenant, vous ne trouvez pas, de voir à quel point certaines personnes ont pour la séparation de l'Eglise et de l'état une véritable vénération. Comme si ce système était ce qu'il y avait de plus "haut" et de plus "sacré" au monde.
Ma tante, qui habite un petit village de province, vient de me raconter une histoire tout à fait extraordinaire :
Pendant la réfection des salles de la mairie, cet été, le conseil municipal s'est réuni (devinez où !)… à la cure (en accord avec le prêtre) !
Et pendant les longs mois d'hiver où il fait très froid dans l'église (il n'y a pas assez d'argent pour la chauffer), la messe dominicale est toujours célébrée (devinez où !)… dans l'une des salles de la mairie (en accord avec le maire) !
Tout cela pour dire aux "apôtres" de la laïcité qu'il existe quand même des endroits, dans notre pays, où l'on sait encore mettre quelque chose au-dessus de la séparation de l'Eglise et de l'état : la CHARITE. Or, Dieu étant la charité même, c'est bien Lui qui englobe la laïcité, et non pas l'inverse !
PEUPLES DU MONDE : Léopold Sédar Senghor nous parle de la France
Des citations connues (et parfois amusantes) pour essayer de mieux connaître les peuples du monde…
France
>"Oui Seigneur, pardonne à la France qui dit bien la voie droite et chemine par des sentiers obliques" (Léopold Sédar Senghor)
Etats-Unis
>"Les blancs proclamaient que les indiens étaient des bêtes, les seconds se contentaient de soupçonner les premiers d'être des dieux. A ignorance égale, le dernier procédé était certes plus digne d'hommes" (Claude Levi-Strauss).
Afrique
>"En Europe, les gens ont des montres mais ils n'ont pas le temps. En Afrique, les gens ont le temps mais ils n'ont pas de montre" (une africaine).
Angleterre
>"Le privilège de l'anglais est de ne comprendre aucune autre langue que la sienne. Et même s'il comprend, il ne doit en aucun cas s'abaisser à le laisser croire" (Pierre Daninos)
France
>"L'âme française est plus forte que l'esprit français, et Voltaire se brise à Jeanne d'Arc" (Victor Hugo)
>"Le français est un être qui ne veut être ni empêché ni obligé : il est libre de refuser et il a le droit d'exiger" (père André Manaranche)
Russie
>"La philosophie est comme la Russie : pleine de marécages et souvent envahie par les allemands" (Roger Nimier)
(7) spettacolo meraviglioso.
Ormai il piccolo Benito si è ambientato bene nella casa madre (la caranta) ed è forse per quello che non ha ricordi precisi nè di mamma Valda (come le pastiglie, così diceva convinta e serena, sorriderne) nè del fratellino Italo.
Forse, anticipando il suo carattere di futuro apolide, casa sua era là dove in quel momento era e, poi, la zia Carolina era un ottimo, giovane e, come capirà non troppi anni dopo, gradevolissimo sostituto sia nell'aspetto che nel carattere.
I bambini, così come i gatti e, qualche volta, i cani hanno un sesto senso verso chi gli vuol bene e ne sanno approfittarne ed ero anche un bambino particolarmente interessante che faceva sentire più grande l'ultima arrivata in casa Geminiani. In fondo aveva, e ancor oggi ha, solo 13 anni più di me. Il mio zio più grande, il suo fratello maggiore Canxzì (Arcangelo) era del 1902 e lei del 1923, classico incidente undici anni dopo l'ultima, mia madre.
Già due femmine dopo cinque maschi, anche se veramente c'era stata anche un'altra femmina ma era morta, con la spagnola. Cose che succedono, già, con tanti figli. Ed eran tempi difficile da immaginare oggi, con il cesareo subito appena possibile e giustificabile, per non complicare il ritmo lavoativo e dover imbastire turni staordinari.
Del resto, quando stava per nascere il primo, nel 1902, mia nonna lasciò la zappa dicendo è ora, chiamate la levatrice e quando quella arrivò era tutto già finito, l'aveva assistita una sorella di mio nonno.
La mattina dopo tornò a zappare.
Questi discorsi, apparentemente inutili o dispersivi, solo per far capire che la frequentazione fra me e la giovane zia era particolarmente stretta, specie la sera. Già, in campagna e per altri anni ancora, non è che una ragazza di quasi vent'anni uscisse con le amiche, o si attaccasse al telefono, o scrivesse sul suo blog, niente di tutto questo, stava in casa.
Ma in casa c'erano tre fratelli, uno ancora scapolo, gli altri due su e giù per il fronte, due cognate con figli (cioè figlie, 1 di quasi 7 e 1 di quasi 1) e due genitori e un prozio e un paio di garzoni (ci sarà il tempo per capire cos'era un garzone) e poi io, e la sera è lunga. Non dimentichiamo che in campagna gli orari erano, e in parte lo sono ancora, immutabili e implacabili: cena alle 6 (d'estate alle 7 perchè nelle ore più calde c'è un po' di pausa) e alle 18.30 tutto finito, serata libera, i maschi all'osteria (no, non siamo al Nord, non a bere, troppo) per la partita a carte, discutere di prezzi e mercato, andare a "trebbo" (i non sposati).
E le donne? Ce ne sono di cose, riordinare la biancheria, tagliare e cucire le stoffe per i pantaloni o le camicie ed anche le "parone". Non so il significato, nè la derivazione di questo termine, che indicava una specie di camice da lavoro lungo al ginocchio e con un collo finito a collarino.
Questo tipo particolare di collo, con l'aggiunta di un fazzolettone (o foulard) impediva alla polvere di penetrare e impastarsi con il sudore e non era la livrea per i lavori nei campi, serviva, e ancor oggi in Romagna è usata, per le attività connesse alla stalla: infatti il polverino peggiore non è quello della terra ma quello legato ai foraggi, quasi sempre a taglio frastagliato e ricco di microorganismi e molecoline che sono la fine del mondo a contatto della pelle e del sudore.
In effetti la giovane ragazza era andata a scuola di cucito, dalla sarta del villaggio, e sapeva il fatto su e, non dimentichiamolo, per lei, c'era anche il corredo da preparare e ... ricamare. E' vero che al momento c'erano solo dei filarini che venivano a "trebbo" la sera del lunedì, mercoledì e venerdì, con la scusa delle chiacchiere fra amici (maschi), ma bisogna essere previdenti.
Le altre sere, martedì, giovedì e sabato per i fidanzati, la domenica variabile, di solito il pomeriggio, quando non si andava a trovare parenti, i vivi a casa loro, gli altri al cimitero. E i "vecchi" a fare i rompicoglioni, tanto che i momenti di intimità erano al momento del saluto, accompagnando l'interessato qualche metro fuori porta. In uno di questi veloci, mi auguro non troppo, saluti fui concepito io.
Talvolta, se erano solo filarini, bastavano i nipotini come me a garantire la salubrità morale, e così, ogni tanto, dopo cena con il sole ancora vivo mia zia mi portava a spasso, nell'aia o lungo la "carxzé", la carrareccia in mezzo ai campi, con la scusa di ripassare compiti e lezioni e per avere il tempo di valutare e conoscere pregi e difetti del o dei filarini di turno.
E fu anche così che al calar del sole scoprii tutti quei puntini luminosi che la mancanza di illuminazione pubblica rendeva ancor più splendenti, specie se la luna era un po' smangiata e fu anche così che una sera uscirono anche tutti gli altri sull'aia: in direzione Nord-Est, o quasi, sono scarso in materia, stavano fiorendo tante luci, come tanti piccoli soli tanto che tutti assieme parevano quasi un' alba e, non so se realtà o impressione, si sentiva come un brontolio cupo e sommesso.
Bello! proprio bello! ma non erano fuochi artificiali (fra l'altro abbastanza rari) e fu Gianò, lo zione, a rompere il ghiaccio: stanno bombardando Ravenna, sono i bengala, adesso lo fanno anche di notte.
A parte lui, nessun altro di noi lo sapeva, i giornali radio non parlavano certo di questo, nel 1943, giornali non ce n'erano e mio nonno, frequentatore dei mercati, assentì gli altri, tutti noi, eravamo stati protetti: quello che non si sa non fa mai male.
Ci fu una frase che non capii, subito, la Valda è...e "il là sotto" smorì sulle labbra di mia zia anche per l'occhiata di mia nonna . Io ne capii il senso, e solo in parte, mesi dopo perchè a Ravenna, sotto le bombe, in un rifugio insolito (la camera mortuaria della "casermetta", il luogo dove mio padre lavorava quando non era in Russia), conobbi il sibilo dell'arrivo, diagnosticato velocemente dagli habitué per qualità e direzione, che anticipava lo scoppio e il vibrare dei muri e dei vetri e ormai nessuno neppure diceva "è andata" e i bimbi, come me, alla fine riprendevano a dormire.
La mattina dopo arrivò anche troppo tardi e chissà se anche gli altri avevano visto, se no c'erano delle novità importanti come infatti accadde o perchè erano già andati a dormire o perchè la posizione non lo consentiva e solo noi, io e mia cugina, tra tutti i compagni di scuola avevano cosa dire e raccontare.
Poi sentii le "donne" in casa che parlavano di una seta ottima per le camicette che saltavano fuori dai paracadute dei bengala ed era proprio così che cominciavo a conoscere pian piano i vocaboli e il linguaggio della guerra, fino ad allora lontana e misteriosa, specie in campagna dove il razionamento certo non si avvertiva e quando un cucciolo ha la panciapiena (sic) è già vicino alla felicità.
Quella seta meravigliosa! "Now Yelp Little Old Nippon" (NYLON) e ora guaisci piccolo vecchio Giappone, dicono che scandisse felice il vecchio Dupont, grande padrone dell'omonimo gruppo chimico americano, che alcuni anni prima, finalmente per loro!, aveva risolto un problema importante: svincolare gli USA dal cartello della seta formato da Giappone, Spagna e, strano ma vero, Italia.
Già perchè la guerra sul Pacifico senza truppe aviotrasportate non si fa e i paracadute senza seta non si facevano, ma con il NYLON allora sì tutto diventava "più meglio" ed era stato già risolto anche il problema dei pneumatici ("degli" lega i denti) e quello degli antimalarici. Ma di questo parleremo poi, sono solo in prima elementare e la laurea in chimica arriverà fra molti anni ancora. Non poi tanti, meno di venti, anzi solo diciotto (solo il doppio del già vissuto). Come è lungo il viaggio per quelle piccole gambe, ma come guardano già lontano quegli occhi impazienti.
Ma non c'erano solo luminarie di guerra, spesso in campagna i misteri della vita si intravvedono in momenti molto precoci, anche se lo si capisce bene solo più tardi, come avremo occasione di dire fra poco in una piccola storia di quasi sesso.
com'è grande e vario il mondo di SPLINDER!
E' questo un frammento tecnicamente orribile (la mia trascrizione, ovviamente), ma non certo per colpa di chi cura questo blog dal nome semplice semplice MedioEvo , curato da Maurizio Calì per la Associazione Culturale Italia Medievale.
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| E...state a Gradara |
| Giovedì 28 giugno 2007 non lasciatevi sfuggire il secondo appuntamento con i “Giovedì al Castello” di Gradara. Provate un vero tuffo nel medioevo, quest'anno ancora più suggestivo grazie a tantissimi nuovi spettacoli e animazioni per il pubblico. La Corte Malatestiana di Gradara vi aspetta con i suoi nobili, i tamburini, i popolani e gli spettacolari Mangiafuoco di Gradara, che si esibiranno per i loro Signori e ... per i visitatori! Nelle osterie del borgo che aderiscono all'iniziativa “Medioevo a Tavola” sarà, inoltre, possibile provare l'ebrezza di trovarsi in un vero banchetto medioevale. Si consiglia la prenotazione. Dalle ore 21,00 fino a mezzanotte di giovedì 28 giugno, l'orologio del tempo a Gradara tornerà indietro fino agli anni terribili ma affascinanti del medioevo quando sfuma negli splendori del Rinascimento italiano. |
| Gola Mater Amatissima … un viaggio nel cibo e nell’arte culinaria |
| Venerdì 29 giugno 2007 alle ore 21,00 presso il Giardino della Biblioteca dei Ragazzi a Terranuova, sarà presentato “Gola Mater Amatissima: alimentazione e arte dall’età tardo classico a quella medievale”, il libro di Ida Li Vigni e Paolo Aldo Rossi vincitore del Premio Bancarella della Cucina 2006. Saranno presenti gli autori del volume e Alberto Riboletti, presidente dell’Istituzione Fornaci, cui è affidata l’introduzione. Durante la serata saranno offerti assaggi di ricette medievali. E’ gradita la prenotazione al tel: 055/9738828 oppure on line sul sito www.terraospitale.it. In caso di maltempo l’incontro si svolgerà presso la Biblioteca Comunale Le Fornaci in piazza Le Fornaci 37 a Terranuova Bracciolini. |
Perchè lo riporto? Perchè l'ho incontrato per caso, per dimostrare la funzione di "servizio" che molti bloggers hanno, per testimoniare che esiste un'Italia che ancora ricerca le sue radici e non solo per mangiare in compagnia. Certo spesso per rivendicare miti un po' particolari, ma non è lo spirito del blog MedioEvo che raccoglie notizie di manifestazioni con un archivio partito nel 2002.
Come ci sono arrivato? Cercavo notizie su un paese qui vicino, Verolanuova, e ci sono cascato dentro in pieno.
(6.0) La casa avita (per parte di madre). interludio o nota. fate Voi.
Anche se non sono il Manzoni suppongo che i guardanti di questo blog saranno almeno 26, vale a dire almeno la metà degli amici parenti e conoscenti e dei prezzolati vari che incontro uscendo la mattina e trovo parcheggiati negli internet e call di questa Lombardia bresciana. Ma è non solo per me, quasi un autoesorcismo, che mi diverto a ricordare quello che sembra, e lo è, solo ieri, mentre per molti altri o non è neppure immaginato o, se lo hanno vissuto, vogliono semplicemente non ricordare.
E' come se uno volesse capire verso dove sta andando senza voler conoscere o ricordare da dove si è partiti e questo solo un nonno fa. E io prendo proprio da un nonno all'altro la misura del tempo.
Soluzione importane perchè mentre madri e figlie litigano e poi litigano ma assieme parlano, unite anche dalla fisiologia loro particolare, i padri e figli hanno altro da fare e di cui preoccuparsi. Allora tocca ai nonni (quelli maschi) invece, sempre che lo vogliano e non stiano pianucolando rimpiangendo "ai miei tempi". E sono quindi questi nonni che hanno il tempo e i ricordi vivi, soprattutto quelli lontani e questo anche in presenza del signor Alzheimer, e così li possono trasmettere ai nipoti (maschi e femmine) che, lo posso garantire, anche a pochi anni hanno voglia di ascoltare e capire.
Ma torniamo alla nota
La casa di S.Prospero di Imola, al numero 35 della via Lughese, è ancora lì, un quadrilatero massiccio anche se non turrito di 20 metri per 20, subito prima di voltare a sinistra verso Mordano e poi Bagnara e Lugo e via verso Ravenna, dopo Bagnacavallo.
Era la strada che i birocciai facevano abitualmente, spesso carichi di sabbia andando da Ravenna verso Bologna, ottanta chilometri, una giornata di cammino nel lentoe continuo passo dei cavallari (i bruzai).
A Bagnacavallo una piccola sosta per rinfrancare il motore e dargli una bagnata (e consentire al o ai cavalli bere e pisciare in santa pace), a Bagnara dare un po' d'acqua al carico perchè non spolverasse (e pesasse di più, ma importava meno, la sabbia è stata sempre trattata a volume).
Un'ora o poco più dopo c'era la casa "La caranta" dove spesso si fermavano a bere l'acqua fresca del pozzo o, se mia nonna non vedeva, un bicchiere di vino abbondantemente diluito.
Occore segnalare un particolare, perchè è spesso dalle piccole cose che si capisce a volte la realtà, non era la casa dei nonni o del nonno, era la casa di mia nonna, anche se lei vi era entrata da sposa e non da proprietaria. Ma, in Romagna, anche nella Romagna meno anarchica e rossa come questa che andava a Messa, la padrona e signora della casa era la donna. E non padrona per ossequio e rispetto, non semplice ministro senza portafoglio o doverosa richiesta per poter spendere, padrona a pieno titolo e anche però padrona, ahimè per loro, delle future nuore a cui era lasciato come unico luogo di potere la stanza matrimoniale (finchè scaldava) e i figli, finchè non toccava loro di passare fra le forze produttive.

Ma è della casa che volevo parlare, a 10 metri dalla strada con la facciata divisa in due dalla porta d'entrata (quella per gli umani) e dal portone da cui si accedeva all'abbeveratoio, con tanto di pozzo, e poi alla stalla.
All'interno una scala interrompeva la continuità e permetteva di salire al primo piano dove erano le singole stanze assegnate ai figlioli sposati (3) e agli scapoli o solo adolescenti (2). I piccoli, elementari comprese, con i genitori (tanto andavano a letto presto e se c'erano gemiti, loro dormivano già!) Al piano terra la sala da pranzo/cucina/soggiorno era almeno 50 metri quadri con un focolare con tanto di sedili laterali e il posto per le fascine (fasci di potature di vite) a destra guardando e dall'altra parte l'acquaio capace di piatti e bicchieri e posate anche di 30 persone.
Confinava, l'acquaio in sasso, con una mastodontica cucina economica a legna, sopra la quale sobbollivano con continuità intingoli, cioè lo stufato di pollo, e ragù. L'arredamento era essenziale, o quasi: al centro il tavolo allungabile che a riposo ospitava fino a 14 persone fra grandi e piccoli e in piena attività arrivava a 22/24.
Di fianco a destra entrando il vero centro dell'appetito: un enorme tagliere ripiegabile a parete da cui uscivano tagliatelle, ravioli, cappelletti (i tortellini sono emiliani, per favore!), maccheroni sul pettine e, dopo l'arrivo della macchina rigorosamento a motore umano, maccheroni e spaghetti e qualsiasi altra diavoleria si potesse trafilare. Su questo tagliere, ormai a riposo dopo aver tanto diretto, mangiava mia nonna e sempre solo dopo che tutti erano a posto e serviti (dalla nuora o dalla figlia o dalla nipote in età giusta).
Onestamente io preferivo l'altra casa, quella nell'ansa del Santerno, questi fondatori di dinastie sono estremamente parsimoniosi e se qui un pollo serviva per 14, nell'altra casa serviva per 8 e me che 9 e in più nella madia c'era sempre salame e pancetta non controllata e, fra i pasti, a ben cercare anche qualche uovo sodo o un pezzo di ciambella.
Non confondetevi, il primo era comunque e solo a mezzogiorno, il secondo, cioè la pietanza, alla sera, al resto pensava il contorno che era particolarmente ricco e vario: radicchio di campo a mezzogiorno e sera con abbondanza di aceto e l'olio dagli anni '50, prima quasi sconosciuto: prima si usava infatti rosolare il lardo e, così bello caldo, si versava sulla verdura, quella sì fresca di giornata dalla produzione al consumo.
Nella dieta complessiva non bisogna però dimenticare la colazione, a parte il bovaro che si alzava fra le 3 e le 4, gli altri erano in campagna già alle 6 (da fine primavera a inizio autunno) e alle quasi otto tornavano per la colazione. In questo modo le madri avevano già spazzato, rassettato casa e figli (secodo una comoda tradizione riordinare la sera portava male!) e si procedeva alla colazione.
Decisamente non male: una fetta di prosciutto stagionato alta oltre un centimetro e dimensionata su una pagnotta da quasi mezzo chilo, veniva cotta lentamente sulla brace mentre si pianificava il lavoro della giornata e si prendevano in giro i più piccoli con le storie più inverosimili.
Qualche volta poi, specie la domenica, a pranzo o cena c'erano delle enormi padellate di favolose patate fritte nello strutto o di uova, anch'esse fritte, a valanga. Finita la colazione i grandi tornavano in campagna e i piccoli a scuola, se in età. Quindi nel bilancio dei pagamenti con l'esterno l'alimentazione incideva ben poco, visto che fuori si comprava solo il "magro", cioè la carne tritata di manzo per il ragù, quando non era ottenuto dalle ragaglie di pollo (favoloso, ma l'appetito giovanile rende favolosa anche la ghiaia), il sale lo zucchero e quasi nient'altro.
Perso nei sogni legati al tagliere non ho finito di descrivere l'arredamento: a sinistra entrando la credenza e vista l'ampiezza non era da dubitare che contenesse piatti e posate e bicchieri per tutta la truppa, di fronte, entrando, una madia dove riposava la "levadura" settimanale fra una cottura del pane e l'altra e le riserve, il prosciutto in via di consumo, qualche salame, e a volte vi pendeva, morto, un pollo o un'anatra appesa per i piedi perchè il sangue andasse tutto fra collo e testa.
Quegli ultimi due mobili, che nei miei ricordi erano, assieme al tavolo e il tagliere, "la casa", e che erano lì da quel 1900 tondo in cui la casa fu finita e i miei nonni vi arrivarono, una volta morta anche mia nonna e sciolta la comunanza furono velocemente sostituiti da ottimi mobili in laminato plastico e neppure di qualità, comunque di sana formica superlavabile e proprio come nelle case di città. Quelle povere. E fecero così la fine di quei bei carri agricoli, birocci e calessini, spariti o demoliti anch'essi, che averli oggi uno ci pagherebbe le tasse universitarie per almeno 15 anni fuori corso o ci cambierebbe l'auto senza rate. Ma così va il mondo.
Ho detto prima del non quasi uso dell'olio. In effetti l'olio arrivava dalla distilleria che ritirava le vinaccie e le compensava in olio (di semi di vinaccioli), assolutamente incoloro e insaporo, e alcol, sotto forma di un liquore lievemente aromatico (il sassolino) che mio nonno divideva equamente fra tutti i maschi maggiorenni e che veniva religiosamente riposto in camera propria, tranne la parte del nonno e del prozio che era per le visite più solenni (mediatori, parenti non visti da anni, il medico condotto e quasi nessun altro).
Il resto, il ricavato dell'annata, al netto del vivere e delle spese generali (comprendenti anche abiti di lavoro e tutto ciò che in qualche modo era legato al lavoro) e delle spese mediche e sanitarie, come una specie di mutua interna veniva suddiviso con regole precise e, suppongo, secolari.
La prima metà (detta del padrone) veniva divisa fra nonno, prozio e figli di mio nonno magiorenni e maschi, la seconda metà (quella del mezzadro) fra gli stessi con aggiunti i pronipoti purchè maggiorenni. Da notare che la maggiore età era a 21 anni, ma nel lavoro era 18 anni. Il tutto rigorosamente maschi perchè, naturalmente, le femmine, anche se ancora in casa, niente, qualsiasi fosse l'età.
Per avere un riferimento in qualche modo attuale, derivato da un discorso sentito fra mia madre e i suoi fratelli, ciò che fra loro dividevano a fine annata agraria era circa il salario che mio padre, manovale, guadagnava anche lui in un anno (salvo periodi di disoccupazione) e mia madre lì a rimbeccare che era tutto vero, ma loro avevano già pagato l'affitto, mangiato e in parte si erano pure vestiti. E aggiungevo io, mentalmente se no mia madre mi sgridava, difeso l'aggiornamento del capitale.
Da sottolineare che, per quanto fossero soldi propri se qualcuno eccedeva in spese voluttuarie, che so un vestito o un paio di scarpe di troppo, la tribù non è che gradisse: il denaro è indipendenza, la roba si consuma e finisce! Ma questi sono pensieri dei 15/16 anni. Allora c'era ben altro da curiosare e conoscere, ogni giorno qualcosa di nuovo e, per questo, sicuramente bello, anche quando spaventava, come vedremo presto.
E attorno alla casa? Il terreno e le pertinenze, erano più di due tornature imolesi. Già, fortuna che il sistema metrico decimale è già attuale, altrimenti con la devolution, o devoluzione (in bergamo-bresciano non so come si dice) dovremmo ogni volta spiegarci.
Comunque la tornatura imolese è un po' meno di 2mila metri quadri, perciò l'area casa valeva circa mezzo ettaro, non poco sui 13 ettari totali (gli altri quasi 13 nell'altra casa). Ma nelle pertinenze c'era compreso il salvadanaio e la fonte dello "spillatico", cioè di tutto ciò che garantiva l'autonomia finanziaria per le piccole spese a tutti componenti della tribù in grado di lavorare per qualcosa.
Ma come si otteneva questa autonomia finanziaria? Non c'era paghetta, e allora le donne si autofinanziavano con il ricavo dei polli, le uova, un po' di capponi e qualche galletto, i ragazzi maggiorenni con i conigli, i ragazzini dai dieci anni con il ricavato dei piccioni (in pratica i piccoli delle nidiate prima di andare a stare per conto loro, naturalmente riferito ai piccioni).
Dimenticavo, la radio, una cosa da oltre un metro in altezza, larga almeno sessanta centimetri, con tanto di grammofono in testa, quelli con la puntina in metallo. Annata? attorno al 1936. L'aveva acquistata Gianò (o piena, profonda, quasi nasale), fratello di mio nonno, scapolo o, meglio, zio per scelta e vocazione, per ascoltare, e piangere ascoltando, il suo DUCE.
Sulle sue ginocchia siamo passati tutti e tutti abbiamo tremato quando ci minacciava che ci avrebbe messo "a letto senza scarpe" o che da morti saremmo andati "con un setaccio senza rete a raccogliere le briciole", quelle che riempivano la tovaglia di canapa ruvida e che a quel punto sparivano veloci.
Così come prima o poi l'abbiamo fatto arrabbiare e allora era un correre attorno alla casa e poi via su per le scale ripide che portavano al magazzino del grano, e così quando alla fine ci prendeva la rabbia era sbollita e tutto si concludeva "ta n'al fega piò" non farlo più e lo schiaffo probabile diventavo uno scapellotto lieve lieve.
Finita la guerra, rinchiuso in casa perchè nel borgo c'era chi aveva vinto, riempiva la sua vita con la sapienza nel curare il vino e un po' il maiale, nelle altre attività di carpenteria in legno e ferro ormai erano autonomi i suoi nipoti, i miei zii, già fin troppo grandi.
E una mattina il suo cuore si fermò e lui era in piedi appoggiato al cancello che stava riparando.
Non se ne accorsero subito, perchè spesso si fermava probabilmente a ripensare a quando era un po' l'organizzatore, nella casa del Fascio, di quel po' di vita collettiva del villaggetto ora suddivisa fra il parroco e una quasi casa del popolo, con funzione di quasi solo osteria.
E poi erano arrivati i trattori, la pompa in cantina era elettrica, persino il torchio stava per diventarlo. La mustadora prima a mano, poi a motore, aveva da tempo sostituite le gambe sode delle ragazze che facevano diventare particolarmente attento alla cantina anche mio nonno, e mia nonna più scorbutica del solito.
Questa specie di rivendicazione del diritto della Scienza di vivere rispettata è sacrosdanto, anche se non è tanto l'idealismo crociano a mio parere l'unico e forse il principale responsabile della mentalità antiscientifica ampiamente diffusa in Italia e nella cultura italiana ad ogni livello.
Basterebbe pensare a quella specie di manifesto-aforisma attribuito al cosiddetto grande filosofo, e per questo citato ampiamente dagli integralisti totali, quel suo "non si può non dirsi cristiani". Questo manifesto-aforisma non nasceva da un approfondito studio delle fonti e della storia d'Italia ma dalla accettazione delle forme più banali di religiosità passiva. Ben lontano dai tormenti di Papini o da quelli politico-sociale di molti preti che sfogavano nell'attività extra religiosa le oppressioni e i tormenti delle gerarchie sulle loro semplici vite.
In fondo quello di Croce era l'abituale atteggiamento che la classe possidente italiana ha sempre avuto verso gli "ingegneri", quelli cioè che hanno l'abitudine di aguzzare l'ingegno, cosa per loro ben diversa dal "cervello". Quella parte è riservata ai grandi, siano essi pensatori, capitani di avventura, innovatori sul piano delle idee, nel senso spesso di unasemplice riproposizionee rilettura di quanto i greci avevano già detto e la Chiesa aveva riutilizzato epurandolo.
E il mio riferimento è forse ancora più banale, mi ha sempre colpito la distinzione,così aristocrstica apparentemente ma solo banalmente razzista, fra opere servili e le altre. Le "opere servili"sono quelle dei servi, che sono vietate il dìdella festa così che mio nonno andava dal parroco per farsi autorizzare a falciare il grano se di domenica si preannunciava un temporale. E così quello che forse era nato per donare agli strati meno fortunati almeno un giorno di riposo, diventava una nuova distinzione perchè avvocati, medici, commercianti il dì di festa erano liberi di fare e gli altri di obbedire.
Ero studente al liceo scientifico Ferraris negli anni Cinquanta quando Benedetto Croce fu invitato a Torino per una conferenza al Carignano su Civiltà che sorgono, civiltà che decadono. Il suo prestigio era tale che il nostro insegnante di Lettereci ordinò perentoriamente di andare a sentirlo. Fu l’unica occasione in cui ho potuto vedere il prestigioso maestro. Purtroppo ricordo poco o nulla della sua esibizione.
Solo anni dopo mi resi conto del danno inflitto al nostro Paese dall’idealismo parolaio e dalla riforma Croce-Gentile. Per questi filosofi la scienza non era «sapere», era «ingegneria», parola detta in tono di disprezzo. La diagnosi di Veronesi è purtroppo esatta: l’idealismo ipocrita dipinto di politica ha generato il frutto bacato della mentalità antiscientifica che infligge danni irreparabili alla nostra cultura, all’economia e alla salute. Il Paese di Fermi non ha reattori nucleari ma importa energia nucleare a caro prezzo, prodotta da reattori che operano appena al di là dei confini. In Italia è vietato coltivare Ogm e si offrono in cambio costosi cibi «biologici» per nulla sicuri oppure si usano quei pesticidi storici che hanno ispirato Primavera silenziosa, Bibbia storica dell’ambientalismo. Gli Ogm hanno invaso il Terzo mondo. Conosco esperti italiani che sanno come sintetizzarli senza consultare o chiedere il permesso alle famigerate multinazionali ma possono solo farlo fuori dal nostro Paese. Consoliamoci: importiamo a caro prezzo Ogm da altri Paesi europei e senza controllo.
L’ideologia antiscientifica prospera purtroppo anche in campo medico. Mi è stato riferito il caso di una signora afflitta da un tumore che, se operato a tempo, aveva una percentuale di guarigione altissima. Si è curata invece con l’acqua colorata degli omeopatici ed è deceduta dopo atroci sofferenze. Il caso non è unico. Dobbiamo batterci contro la campagna di disinformazione. La scienza è «sapere» e ci offre strumenti potenti che debbono essere usati per il bene di tutti. Non chiedo una condanna e neppure una assoluzione a priori, chiedo vigilanza e che la società sia informata, a tutti i livelli di quanto può accadere dall'uso di un ritrovato scientifico.
Purtroppo però a rafforzare questo attegiamento anti-scientifico contribuiscono non poco molti degli atteggiamenti apparentemente bio- o verdi- o anti- questo e anti-quello in modo genericamente assolutista e portatore di verità indiscutibili e indimostrabili.
Sembra passato tanto tempo ma era solo l'altro ieri che in alcuni regimi dittatoriali che ancora suscitano nostalgie in una certa sinistra c'era la scienza scienza e quella non lecita, non scienza, non vera e basta ricordare Lysenko, del quale, caso strano, non esiste una versione italiana in wikipedia. Il quale Lysenko ebbe il suo primo successo sostenendo la brillante teoria che i fertilizzanti in agricoltura non servono e le sue teorie sull'utilità del raffreddamento dei semi per trasformare gli stessi in primaticci o ritardati.
E, infine, tra i migliori denigratori della scienza bisogna segnalare molti degli insegnanti delle cosiddette materie scientifiche, impostate genericamente e generalmente nell'affastellamento di formule e nozioni, dimenticando che la scienza nasce nel momento in cui ci si comincia a chiedere il perchè e si opera sperimentalmente per verificare le proprie ipotesi.
Già, si sarà capito che vengo anch'io da lì, del resto chimico una volta, chimico per sempre, anche perchè fra tutte le scienze è quella che può talvolta spacciarsi per magia.
(5) la maestra Speranza, le corse sul ghiaccio e un tentativo di iniziazione ...
Provate a immaginare, un bimbo che per oltre quattro anni era passato tra interventi, gessi, viaggi in carrozzina e piccole corse nel cortile e per il resto in un mini appartamento di camera e cucina: io sul divano, papà e mamma e fratellino nell'altra unica stanza. Il gabinetto all'interno e non fuori come allora in tante case. E un terrazzino.
Ed è l'unica di via Fiume ancora intatta e sdrucita dagli anni. Solo l'ampio cortile sparito, come spariti gli orti singoli contributo non piccolo al bilancio familiare, sostituiti ora da garage e capannotti quasi certamente condonati. Solo una cosa è rimasta, almeno mi è parso, l'aria sfrontata e irridente delle ragazze, da vere romagnolacce ravennate di periferia, spicce e senza tanti fronzoli. Quando ci sono passato nel giugno 2005, dopo anni, c'era anche un crocchio di autentiche vecchie popolane (3/10 anni più di me) a chiacchierare sferruzzando che, dopo un terzo grado loro a me, hanno detto che sì avevano sentito parlare della Valda, della Natalina, della Toscana e della Teresa e, sì, Vincenzo abitava ancora lì, suo fratello era morto e, perchè non suonavo a Ivan, il fratello della Lia, poverina ..
Bene quel bimbo improvvisamente dormiva nella stanza con la zia Carolina, appena 13 anni più di me, e aveva attorno spazio, un cane, rigorosamente da pagliaio legato alla catena, due tre gatti sempre nella seggiola che volevi usare, un sacco pieno di "gouciaroux" (castagne secche sbucciate) per la merenda e in tanti attorno alla tavola. Di piccoli però c'ero solo io e la figlia di Minghì, in prima elementare come me e un'altra cuginetta appena nata, risultato di una licenza dall'Africa di Lino.
E poi 6 vacche, 4 buoi e 2 vitellini, una cavalla e un somaro. E mio nonno, che qualche volta mi aveva caricato sul biroccino, ma le sue cavalle erano una pena eterna: un'ora e un quarto, un'ora e mezza per i sei chilometri da S.Prospero a Imola, martedì, giovedì, sabato e domenica giorni di mercato, ancorsa oggi.
Che rabbia quando ci sorpassavano gli analoghi di mio nonno con quei cavallini spyder e non il biroccino di mio nonno ma dei veri e propri "sulky" o come si chiamano, neanche fossero all'ippodromo. E poi la scena, all'arrivo allo stallatico: la cavalla mollava una cascatona di pisciatona giallo-rossa che non finiva mai, con abbondante ed equivalente profumo.
Ma soprattutto c'era il chilometro da casa dei nonni alla scuola, cartella in mano (chissà perchè non avevano scoperto lo zaino già allora!), quelle di colore rossiccio, di fibra pressata, marca Giovanardi, la Fiat del settore. Il drappello cresceva lungo il percorso, particolarmente divertente in pieno inverno. Già perchè la neve e il ghiaccio c'erano e non c'era bisogno di catene per le ruote di legno cerchiate in ferro dei birocci (i brosz), dei carri o degli zoccoli di legno ai piedi ricchi di brocche, gli zoccoli, con le punte.
E il ghiaccio, perfino nel Canalazzo fondo oltre due metri, ma soprattutto nei fossi che correvano a fianco della strada di noi ragazzini. Ragazzini che facevano a gara con i più grandi per scivolarci sopra e magari finirci dentro quando il ghiaccio improvvisamente si assottigliava e si rompeva. Nei mesi del freddo, una volta alla settimana, il percorso era un po' più complicato, perchè ci toccava portare anche un pacchetto di legna per alimentare la stufa di terracotta a più piani e bisognava stare più attenti, con tutte e due le mani impegnate.
Verso la fine del percorso, appena prima del centro del villaggetto, la Chiesa parrocchiale copia conforme di tutta una serie di chiese vagamente neoclassiche costruite nella seconda metà dell'800 e tutte ispirate alla cattedrale in Imola, dedicata a S.Cassiano. Alcuni cento metri dopo, fuori dalla strada principale, "e borg", il borgo, dove abitavano i braccianti, anzi, i casanti: quelli cioè che non avevano casa propria e stavano in affitto non come noi, mezzadri, fittavoli o, addirittura, proprietari (il noi nel mio caso era asssolutamente non reale, ero figlio di una femmina).
La scuola elementare era lungo la strada principale, vicino all'officina del fabbro, del falegname e la casa della "bélia", stravolgimento di balia e che si riferiva alla levatrice (veramente il termine corretto è ostetrica, ma levatrice fotografa l'attimo in cui, più dio di Dio, mostra al mondo il nuovo nato, levato al cielo) vera donatrice di consigli ed efficace ginecologa e pediatra e legge 194, se non altro nel rimediare agli interventi delle mammane.
Questa figura professionale non datata era ancora presente nel 1965 quando passai a prenderla nella notte in cui pretendeva di nascere il mio primo figlio e non in un paesino sperduto ma nella dotta Bologna e su consiglio del futuro prof. Casaglia, ginecologo di fama in un certo contesto di soldi e novella 2000.
E finalmente lei, la maestra Speranza il cui ricordo fa ancora brillare gli occhi alla mia ancor giovane zia Carolina, che ha, come allora, sempre 13 anni più di me. Il rapporto che molte di queste maestre, e forse non solo allora, avevano con il loro territorio è alla base della acculturazione di questa Italia fatta più di piccoli centri che funzionano che di agglomerati ignobili e ignoranti.
Tanto più vero specie quando dobbiamo affidare e consegnare loro i piccoli tremendi tesori perchè li curino nel passare dal caos alla razionalità condita di fantasia creativa (e non creazionista, si spera). Questa maestra ebbe per me una attenzione serena e ruvida che non mi sono mai spiegato, forse per le mie evidenti difficoltà fisiche, forse per la mia quasi condizione di orfano (genitori lontani, mio padre in Russia, mia madre a Ravenna a quasi 50 chilometri, credetemi non pochi in tempi di scarsi telefoni).
E non devo essere stato uno scolaretto buono buono dalle piccole leggende di bianchi grembiuli di compagne illustrati con la penna. O forse l'essere quasi coetanea di mia zia e avere sentimenti e gusti vicini e nei sogni e nelle letture aiutavano. Non so: quel ricordo e quel mito è sempre stato con me e dentro di me e forse inconsapevolmente mi ha guidato verso la scelta di un certo modo di insegnare e di vivere.
RITORNO DALLA LIBERA USCITA.
Non poteva essere diverso il titolo per l'insieme di visioni e impressioni nate da un passaggio al Discount. Già, il discount, o anche l'iper, ma è spesso troppo affollato e anonimo.
In fondo il discount ha dimensioni maggiori del supermercatino di paese ma è decisamente più raccolto del mega iper e per questo meno anonimo. Le cassiere non sono l'esercito ogni volta nuovo, fra gli scaffali son quasi sempre le stesse persone e il titolare o i titolari sono spesso lì a muover cartoni con il transpallet o dare un'occhiata su alcuni particolari e affezionati clienti con l'abitudine di rompere le confezioni originarie per passare senza il solito BIB BIB.
Addirittura talvolta non c'è neppure quel marchingegno che controlla e spoglia nell'intimo.
Se ci si guarda in giro si vede che i clienti del sabato mattina hanno una discreta percentuale di quei "lavoratori" il cui luogo operativo è lontano o, come nel caso mio, stanno fuori dal lunedì al venerdì, o, meglio ancora sono single che in qualche modo riempiono la noia del fine settimana solitario.
Oggi però è un sabato diverso, le elementari hanno chiuso ieri, le madri sono a casa dal lavoro ed è inevitabile che il mattino sia dedicato al rifornimento settimanale, mentre il marito chiude un po' di impegni o si organizza per il breve passaggio da qualche parte.
Eppure quella morettina oltre il metro e 70 senza tacchi, poco sopra i 30, di anni, dall'abbronzatura decisa ma delicatamente omogenea, senza segni di bretelle o altro, con quel vestito rosso stinto lungo e fin quasi calpestato dai sandali comodi e con la evidente assenza di altro, era diversa.
Anzi, vista di spalle erano proprio l'adagiarsi tranquillo del vestito sul corpo e il suo insinuarsi con calma la dove madre natura gioca ad eliminare gli spigoli che assecondavano il pensiero di giorni liberi dal tran tran quotidiano, forse da poco conclusi.
Libera uscita, quindi, e libera uscita nei giorni meno dispendiosi, con il bimbo affidato probabilmente al padre con l'aiuto di nonni o zii, e il padre ci doveva essere per forza. Il carrello pieno e traboccante sapeva di ritorno e ristabilimento delle scorte, mentre il girare lento e incerto e timido del ragazzino pallido e fin quasi bianco, di quel pallido bianco tipico come solo i bimbi di città sanno avere in questa Lombardia, assomigliava ai miei mici di un tempo.
Se qualcuno li ha o li ha avuti sa come fanno i mici, quando li si lascia per un qualche giorno, al ritorno ti girano attorno scontrosi in attesa di una carezza a cui però inizialmente si sottraggono per poi ristabilire, ma dopo un po', gli antichi affettuosi amori.
Ma lei, la madre, non riusciva a badargli, ossessivamente passava in rassegna scaffale dopo scaffale, il viso affilato dalle labbra sottili tirate allo stremo, gli occhi mal segnati da un segno frettoloso guardavano nel nulla, riandando forse a quei pochi giorni liberi da lavoro, famiglia, obblighi, sentimenti, doveri.
Non c'era nulla nel suo muoversi, disinvolto ma automatico, che richiamasse l'idea di incontri, di ricordi più concreti, anzi, sapeva di ritorno al fronte ben sapendo che doveva passare un altro anno, tutta un'estate e poi uno stupido autunno-inverno per poter arrivare alla primavera quando, di nuovo e finalmente, poteva ripensare alla libera uscita, magari con qualche amica o semplicemente da sola.
Poi gli scaffali stanno finendo, io sono ancora indietro a decidere che formaggio prendere, ci eravamo quasi persi. Lei addirittura era ormai alla cassa, stava per cominciare a riversare sul nastro la spesa, quando per caso il piccolo, che con i suoi quasi dieci anni superava bene il segno della vita della madre, aveva appoggiato la testa su quel po' di mamma che da molto piccolo conosceva bene.
Ed è così che la madre si risveglia, la mano passa sui capelli stranamente biondi del piccolo, lo strapazza per un po' poi lo prende con la mano di lato alla testa, il bimbo s'abbandona tutto, lei quasi sorride ma ormai la clip è alla fine, "carta o bancomat", Luisa, tutto bene come volevi?.
Non interessa la risposta, il bravo soldato sa dove mettere i sogni quando non servono, la guerra di posizione continua, la vita può attendere.
(4) ma bisogna riprendere il cammino ...
Abbiamo lasciato i due giovanotti dai nomi così significativi all'interno della stessa carozzina, uno perchè impedito dal rinnovo continuo dei gessi (ogni 45 giorni), l'altro perchè era nato da poco (agosto '40) e quindi più che giustificato a voler vivere comodamente.
Tuttavia è all'inizio del '41 che la situazione comincia a chiarirsi con un ricordo molto preciso: una stanza grande, con vetrata e tanta luce, una passatoia rossa non troppo larga, un uomo enorme in camice bianco e mia madre con borsa, scarponcini miei e altre cose in mano. E io? E io che debbo decidermi a mettere il piede destro a terra, perchè tutto ormai era stato predisposto. Già, ma com'era lunga quella striscia rossa della passatoia che correva a terra e, però, com'era anche allettante il traguardo! se riuscivo a farcela ero "come gli altri" "anch'io"!. Stringere allora i dentini e via! Via, e come no! c'è una specie di scossa che dal piede sale al ginocchio fin quasi a stordire, ma niente lacrime ... e ...finalmente... finalmente... traballando,,, e poi via, via più sicuro e la corsa finisce come per tutti i piccoli, al sicuro, dalla mamma.
Certo, controlli, quando tornare... e una frase "fra tre anni completeremo tutto".
Ma quei pochi anni saranno lunghissimi, tanto più che là, fuori dal microcosmo familiare, stava intanto accadendo di tutto e l'Italia era entrata in guerra, mentre li però, a Ravenna, in quell'inizio del '41 le giornate erano come sempre, il chiosco delle banane, il Corrierino dei Piccoli che alle soglie dei 5 anni quasi leggevo, il grido del venditore di zucca cotta e la bella fetta di zucca al forno come ricca merenda.
Altro che Ferrero! Ed è un Italia in fondo serena quella dei miei ricordi in quel periodo, non c'erano ancora gli oscuramenti e gli allarmi e, con la gambina quasi in ordine, "il figlio della lupa" aveva ampie occasioni di sfoggio di divisa e del resto.
Ci fu addirittura una novità (penso grazie anche al colore della camicia di mio padre): andai in colonia! Chi conosce la riviera fra Marina di Ravenna e Punta Marina e Cervia ritrova ancora oggi alcuni monumenti dell'epoca. Li chiamo monumenti perchè sono grandi costruzioni non lontane dalla spiaggia e anche se adesso sono un po' sepolte fra gli edifici e il caos adriatico, allora erano isolati e immersi in una pineta non pineta fatta più di cespugli e di dune che di pini. Lì noi bambini andavamo in turni di 30 giorni a ritemprarci e vedere di crescere meno rachitici con l'aiuto dello iodio e del sole (vit D) e nello stesso tempo alleggerivamo un po' le prolifiche madri italiane, che comunque con l'aria che tirava, avevano rallentato il ritmo e senza bisogni di anticoncezionali.
Due mesi a Punta marina, un mese a Cervia. Grazie papà, grazie duce. Fu però sempre lì che, quasi per gioco, iniziarono le esercitazioni di allarme aereo: nella notte braccia sicure di giovani avanguardisti ci prelevavano all'alba e ci portavano fuori in quella specie di tundra-pineta. E di questo io ho un ricordo molto netto e preciso: il camerone dove dormivamo, il letto della signorina contornato di tende e l'odore netto e specifico di quella tundra specie sotto quegli arbusti. Ed era l'odore di un luogo all'aperto che evidentemente serviva all'espletamento di particolari esigenze del corpo: un sano, definito e molto naturale odore di merda.
Ma anche l'estate finiva e iniziava la scuola elementare e mio padre non c'era più a casa. Dopo l'andamento negativo dei 60.000 italiani del corpo di spedizione C.S.I.R. il duce decise che per sedersi al tavolo della pace da una posizione di prestigio occorreva mandare un corpo di spedizione più numerose e più incisivo.
E partirono tanti Alpini (la maiuscola è voluta) e anche un gruppo non piccolo di CC.NN. (camicie nere) raggruppate nella "3 gennaio", con un grosso contingente da Ravenna.
"3 GENNAIO" non è un giorno qualsiasi della tradizione fascista è il giorno in cui il non ancora duce affrontò "l'aula sorda e grigia" e iniziò a trasformarla veramente in quel "bivacco di manipoli" di un discorso del 1922. Il 3 gennaio del 1925 Mussolini non si presentò per dire, avete interpretato male, sono stato male interpretato e simili come accade così spesso oggi da ben altri duci.
Anzi: era ancora in ballo la tragica vicenda legata all'on. Matteotti e Mussolini se ne assunse la rersponsabilità piena e annunciò non la devolution, ma un rivolgimento completo e irreversibile della struttura politica, governativa, economica di questa Italia. E la fece, nel bene e nel male, basti citare che la riforma scolastica la guidò un filosofo di tutto rispetto Giovanni Gentile e fu una riforma che anzichè escludere includeva facilitando l'accesso proprio a quella piccola borghesia, pilastro e manovalanza indispensabile per avviare la trasformazione dell'Italia da eminentemente agricola ad un'economia di respiro industriale.
Ma taccia il fanciullo fin troppo cresciuto e torniamo agli occhi sereni di quel fanciullino che non era certo in grado di capire tutto questo, tanto più che cambiava casa.
Papà, scusate il babbo, come si dice dalle mie parti del momento, era andato in Russia (volontario, poi diremo perchè) e i due ragazzini lasciavano Ravenna e andavano a S. Prospero di Imola nel natio villaggio della mamma, dove c'erano i nonni e cinque zii con mogli e figli in una struttura patriarcale coesa e solidale amministrata all'interno da nonna Iusfina (giuseppina) e sul mercato da nonno Fita (giuseppe) e nei campi da tre o quattro figli maschi.
Veramente erano cinque gli zii ma uno, Lino, (classe 1911, il più giovane dei maschi) era da qualche parte in Africa a fare il soldato e tornerà prima che tutto finisse a El Alamein, un altro, Minghì (domenico, classe 1907, terzo della serie), partirà per spezzare le reni alla Grecia e, dopo vicende penose e infinite su e giù per i Balcani vestito da alpino, tornerà a casa dopo l'8 settembre 1943 intero, sano e, soprattutto, vivo.
La squadra dei Ciaraval (soprannome che identificava meglio del cognome Geminiani fin troppo diffuso) era divisa in due case: la principale, Caranta, sulla Lughese dove la strada abbandona il Canalazzo correndo verso Mordano, con i capi tribù (i due nonni maschio e femmina alla pari sovrani nelle loro competenze) e tre figli maschi e una femmina, l'altra casa, Madò (suono nasale), là in fondo dove il Canalazzo si convinceva ad entrare nel Santerno che faceva una grande ansa tutto attorno al podere.
In questa seconda casa, quasi un avamposto, i due figli maggiori con mogli e i propri unici maschi, uno a testa, in mezzo alle tante femmine della seconda generazione.
Uffa, basta!, era finalmente l'ottobre 1942, Benito andava in prima elementare sotto la guida della maestra Speranza. E sarà proprio questo quanto avremo occasione di raccontare prima o poi.
DUE GIUGNO 2007
Giornata di festa di popolo, di giovani, di ragazzi, di suoni e anche di armi.
Giornata in cui non sono mancate le solite, e in Italia non mancano mai, le stupide e pacchiane speculazioni di applausi e di fischi di cui qualcuno è particolarmento esperto a spese degli avversari e di quelli che, con finta bonomia tutta lumbard, chiama alleati
L'unico con il sorriso da jena soddisfatta, la claque ha fatto il suo dovere. Rimane il desiderio che prima o poi si torni a un vivere più civile e composto e che il Ras si tranquillizzi o la Provvidenza provveda: la SUA ROBA nessuno gliela porta via, anche se di origine così poco certa.
Poi ci sono questi TRE, e non è del tutto colpa nostra, le tre più alte cariche dello Stato. Forse si conoscono, forse no. Uno in particolare si sente scomodo, ma non glielo ha ordinato il medico. Poteva continuare a pascolare le sue pecorelle fedeli o forse no, ormai anche loro non sapevano che farsene e volevano cambiare pastore, sperando così di migliorare la salute del gregge. Quello piccolo piccolo, alla faccia di quell'altro, enorme, fatto di italiani da rieducare.

Ed eccoli qui, gli attori principali, educati da un mondo non privo di tensioni ma che ormai son forse le uniche e sole vere istituzioni che credono in uno stato democratico al servizio di tutti e non di singoli gruppi. Quello, in parte, è lasciato ad altri, in armi anche se dipendono da altri ministeri, troppo spesso coinvolti in manovre piuttosto opache. Questa è la Folgore, nome che per troppi anni a sinistra si è poco amato, ma hanno ampiamente meritato in giro per il mondo.
Ed ecco i DIMONIOS, la Brigata Sassari, orgogliosi e schivi ragazzi di Sardegna che da sempre hanno servito l'Italia con onore, sangue e rispetto, e tanto timore in chi se li trovava di fronte. Per fortuna non è più tempi di attacchi. Sono la dimostrazione che la Sardegna non è quella delle villone e delle veline, quelle le lasciano ai continentali marpioni.
E chiudo con questa immagine che corre con gli occhi al futuro, ma sono occhi attenti, curiosi, ricchi di colori e di stupore. E' un'mmagine di forza e di valore quella che passa sotto i loro occhi e, una volta tanto, non è la forza dei cavalli sotto il sedere dei loro genitori che per qualche cavallo in più sul libretto della macchina rischiano spesso di vendersi l'anima.
PS. DIMENTICAVO C'ERANO ANCHE MOLTI ALTRI RAPPRESENTANTI DI ALTRI PAESI UNITI A NOI IN EUROPA O NEI TANTI COMANDI INTERFORZE A CUI L'ITALIA PARTECIPA E NON PIU' SEMPRE E SOLO SOTTO COMANDO USA.