C'è da dire che i messaggi di pubblica utilità in Inghilterra sono estremamente pratici ed esplicativi.
Per rendersene conto basta prenderne in esame uno dei pù recenti, mirato a far capire che fare moto è uno dei modi per mantenere il cuore in condizioni buone e quindi farlo durare di più e più sano.
Certo alcuni suggerimenti richiedono un minimo di collaborazione di altri, altrimenti l'attività è limitata, e, soprattutto, non basta l'impegno ci vuole anche un po' di fantasia
ANSA- LONDRA, 24 APR - Altro che palestra: per mantenere il cuore sano e vivere piu' a lungo basta fare sesso, almeno per 30 minuti al giorno .

Certo non tutti hanno a disposizione una astronave, in ogni caso bisogna evitare soluzioni come queste altre (a meno che una non sia la dominante).
perchè di attività ce n'è decisamente poca e non soddisfa ai criteri che il messaggio della campagna pubbliciaria suggerisce.
Infatti, prosegue l'ANSA, spiegando il tutto:
E' lo spot della campagna pubblicitaria della British Heart Foundation che in poster ironici e provocatori vuole mostrare come anche semplici attivita' come lavare l'auto,fare giardinaggio o portare a spasso il cane- se praticate con costanza, almeno 30' al giorno- possono servire a prevenire le malattie cardiovascolari. La campagna e' rivolta agli over 50.
Certo che così le soluzioni sono molte di più, a cominciare dal passeggio del cane. E non occorre che sia grosso
, il cane.
Per quanto riguarda il lavaggio auto, naturalmente non si tratta di quegli autolavaggi automatici con bar annesso e allegra compagnia di amici che l'hanno scelto come luogo abituale di ritrovo e di incontro.
Se si ha poi la fortuna di avere almeno un giardinetto, le soluzioni consigliate possono essere anche di questo tipo.
Ma se non c'è lo spazio, e il vigile passa di rado, si rimedia con la pubblica via, no?
In questo modo, nel caso vicino ci sia del pubblico disponibile e appetibile, si potrebbe poi sollecitare anche qualche soluzione tipo quella inizialmente proposta.
Ma se non c'è il fisico?
E' ovvio che il problema si complica.
Un tempo si era convinti che fosse molto che, in mancanza del fisico, ci fosse almeno una bella auto grossa.
Oggi non vivendo più questi drammi non so proprio cosa consigliare.

E, allora, è meglio tornare a soluzioni classiche proprio come un sano giardinaggio, cosa che, oltretutto soddisfa anche chi vive con voi.
E se non avete neppure il giardino, portate pazienza, e correte a chiedere al vostro Comune di potervi dedicare a qualche aiuola, di quelle tipo maxi-rotonde Se non migliorate voi, almeno spenderà meno il Comune e poi, lavorando sotto gli occhi di tutti, chissà...
Al solito non riesco con le foto, e allora le ripeto, non perchè siano fenomenali, a parte quest
a collina di cioccolato, quasi una piscina.
Salutando i collaboratori di Repubblica che con la loro compattezza hanno portato la proprietà a iniziare le trattative, finalmente, prendo da loro un argomento che tutto sommato non rappresenta una novità. Infatti sono alcuni secoli che il cacao prima e il cioccolato poi (quest'ultimo molto dopo e solo nel XIX secolo) rappresentano un mistero di godimento, passione e rimorso.
Stavolta dei ricercatori inglesi hanno messo a confronto la follia provocata da una barretta di cioccolato e il bacio, sia pure appassionato, di coppie di giovani già romanticamente legati.
Ovvio che il cioccolato ha sbaragliato il confronto, anche se forse il test non era poi così bene impostato visto che le coppie erano già affiatate e non era il loro primo travolgente e appassionato incontro come in fondo è quanto ci dona il frammento da piccolo a grande di cioccolato che introduciamo golosamente in bocca. Il bacio, una volta conosciuto, rischia di essere pur sempre come un link che richiama il primo incontro (e non sempre il web trova la linea giusta o il giusto momento di sintonia).
*** (vedi sopra foto cioccolato maxi)
Madame Pompadour nobildonna francese, nonché una delle più celebri amanti di Luigi XV, non solo adorava il cioccolato, ma era anche convinta che avesse una notevole efficacia come afrodisiaco (e in questo aveva qualcosa in comune con Casanova, che reputava il cioccolato addirittura superiore allo champagne nell'indurre sensazioni "inebrianti" nelle sue amanti)
E non basta, il cioccolato ha da sempre coccolato le donne, prestandosi anche al contrabbando:
Per eludere la proibizione delle donne di consumare alcolici, alcuni giovani maestri cioccolatieri tedeschi produssero delle gustose praline ripiene di acquavite stravecchia, facilitando così il consumo di alcol e salvando la rispettabilità delle nobili dame.
Informazioni tratte dallo stesso sito che parlava della Pompadour, in cui c'era anche altro e altro ancora che cercherete da soli, se siete golosi
Per eludere la proibizione delle donne di consumare alcolici, alcuni giovani maestri cioccolatieri tedeschi produssero delle gustose praline ripiene di acquavite stravecchia, facilitando così il consumo di alcol e salvando la rispettabilità delle nobili dame.
E un po' di curiosità tecnica assieme allo strano impegno delle scimmie nel partecipare alla riproduzione.
Perché il cacao venne ignorato così a lungo nel vecchio continente? Uno dei motivi era l'impossibilità di esportarlo. La pianta del cacao è infatti molto delicata e parecchio ostinata: rifiuta di crescere lontano dall'equatore; non sopporta temperature inferiori ai 16 gradi centigradi; esige una umidità superiore al 75-80 per cento per tutto l'anno. Se queste condizioni non sono rispettate, la pianta non produce, spesso anzi si ammala e muore.
I germogli, qualora piantati in un ambiente favorevole, impiegano quasi quattro anni per dare i primi frutti. Una volta impollinato, ciascun fiore produce, in un tempo variabile intorno ai cinque mesi, un frutto di forma oblunga che contiene da 30 a 40 semi amari immersi in una polpa dolce e succosa. La pianta non ha alcun meccanismo spontaneo per aprire i frutti e quindi per disperdere i semi, ma per fortuna, nel passato, ci ha pensato la natura: le scimmie, assai ghiotte della polpa, la separavano dai semi amari che venivano, in tal modo, dispersi nell'ambiente.
E poi le ultime trovate del marketting (tt previste) psico-estetico, da abbinare eventualmente al latte d'asina (dopo aver chiesto un mutuo)
Gli esperti di medicina assicurano che l’assorbimento del cioccolato attraverso un massaggio attento e delicato garantisce la stessa sensazione di benessere di una scatola di gianduiotti, accompagnata da un rivitalizzante effetto antietà.
*** (vedi foto sopra, maschera dolce al cioccolato)
I Maya lo amavano, oltre che per le sue virtù magiche, per le proprietà stimolanti e curative. Oggi, gli specialisti, riconoscono al cacao sostanze dotate di funzionalità dermocosmetiche e farmacologiche quali la Teobromina, la Caffeina, i Flavonoidi e la Vitamina A. Da qui la sua azione stimolante circolatoria, antiossidante e vasotonica, anticellulite e riepitelizzante. L’aroma, infine, può essere considerato un potente antistress. Un alleato che ci aiuterà ad affrontare le fredde giornate invernali.
E del resto come dargli torto, basta guardare là in alto quel bagn invitante per gli occhi, la mano, il palato pronti come dei bimbi ad immergersi in quella viscosa dolcezza non solo il dito ma la mano intera.
Oppure abbandonarsi ad una carezza che avvolge tutto il viso e anche altro volendo, sentendo il profumo e con la certezza che nessuno approfitta o ti chiede altro, abbandonati al sapore del dopo, quasi un risveglio di sogno.
Ed ecco il concetto del LIMBO di padre Dante. Concetto che segna e disegna la continuità, questo sì, del pensiero greco, romano e poi in qualche modo cristiano.
Forse val la pena rileggerlI, perchè i nomi che qui ricorrono sono le fonti di quella cultura indispensabile perchè una persona di allora, e anche di oggi, possa dire di aver messo le basi per affrontare il mondo della logica, della poesia ed anche della storia.
La verità non è in loro, ma in loro c'è la disponibilità a ricercarla e, se guardiamo bene, nessuno di loro immagina verità dogmatiche (notate il Saladino visto di sguincio, solo in parte, anche se c'è ma non proprio "liberal").
Ecco allora forse il motivo vero dell'allontanamento vero del LIMBO: i bimbi non battezzati spediti direttamente in Paradiso, Dio è misericordioso. Gli altri non più degni di menzione, non più il cristianesimo interprete e mediatore fra gli antichi padri e la "buona novella", ma la Chiesa Cattolica Apostolica Romana unica e vera depositaria della VERA VERITA' che, vista la struttura da monarchia assoluta, è la verità di chi siede a capo del tutto e con voce flautata finalmente appaga la sua libido di comando.
Ruppemi l'alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch'io mi riscossi
come persona ch'è per forza desta; 3
e l'occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov'io fossi. 6
Vero è che 'n su la proda mi trovai
de la valle d'abisso dolorosa
che 'ntrono accoglie d'infiniti guai. 9
Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa. 12
«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo». 15
E io, che del color mi fui accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?». 18
Ed elli a me: «L'angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti. 21
Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l'abisso cigne. 24
Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l'aura etterna facevan tremare; 27
ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine e di viri. 30
Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che più andi, 33
ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch'è porta de la fede che tu credi; 36
e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo. 39
Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi,
che sanza speme vivemo in disio». 42
Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo eran sospesi. 45
«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
comincia' io per voler esser certo
di quella fede che vince ogne errore: 48
«uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che 'ntese il mio parlar coverto, 51
rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato. 54
Trasseci l'ombra del primo parente,
d'Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente; 57
Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co' suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé, 60
e altri molti, e feceli beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati». 63
Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi. 66
Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand'io vidi un foco
ch'emisperio di tenebre vincia. 69
Di lungi n'eravamo ancora un poco,
ma non sì ch'io non discernessi in parte
ch'orrevol gente possedea quel loco. 72
«O tu ch'onori scïenzïa e arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?». 75
E quelli a me: «L'onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza». 78
Intanto voce fu per me udita:
«Onorate l'altissimo poeta;
l'ombra sua torna, ch'era dipartita». 81
Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand'ombre a noi venire:
sembianz'avevan né trista né lieta. 84
Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire: 87
quelli è Omero poeta sovrano;
l'altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano. 90
Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene». 93
Così vid'i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com'aquila vola. 96
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di tanto; 99
e più d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch'io fui sesto tra cotanto senno. 102
Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere è bello,
sì com'era 'l parlar colà dov'era. 105
Venimmo al piè d'un nobile castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel fiumicello. 108
Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura. 111
Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi. 114
Traemmoci così da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti. 117
Colà diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto. 120
I' vidi Eletra con molti compagni,
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni. 123
Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte, vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea. 126
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l Saladino. 129
Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia. 132
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid'ïo Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri più presso li stanno; 135
Democrito che 'l mondo a caso pone,
Dïogenés, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone; 138
e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale; 141
Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che 'l gran comento feo. 144
Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno. 147
La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema. 150
E vegno in parte ove non è che luca.
Non ho mai capito se la mia scelta di fare il chimico sia stata definitivamente confermata dalla lettura del sistema periodico di Primo Levi, o se ho fatto mio, quasi fosse il mio vangelo personale, quel libro del 1975 intitolato, non casualmente, sistema periodico.
Domanda apparentemente stupida, visto che ho finito il liceo nel 1955 e mi sono laureato nel febbraio del 1962, nell'ultima sessione utile del sesto anno. Eppure fu allora che mi riconobbi in quelle pagine, in quella visione del mondo, in quel metodo di lavoro.
Già, quella visione del mondo, rappresentata specialmente nell'ultimo capitolo, il 21, con la storia di quell'atomo di carbonio che vola, saltella, diventa grafite, carbone, diamante, duro ma splendente, fonte di calore ma anche freddo simbolo di ricchezza, di status o di amore ricco non solo di affetto.
Eppure lo stesso carbonio trattato con violenza, si costringe a unirsi all'ossigeno ed ecco allora vola alto pericoloso come l'ossido di carbonio, se il matrimonio è parziale, un rapporto paritario uno di carbonio e uno di ossigeno, oppure appagato, ma disponibile, quando gli ossigeni divenano due. Ma 1:1 o 1:2 non è un rapporto fra quantità, ma fra individui. Non hanno la stessa stazza, l'individuo singolo Carbonio pesa "12" l'ossigeno singolo vale "16", ma l'ossigeno da solo vive male, è fortemente reattivo, cerca qualcun altro e se non c'è nessuno disponibile, fa comunella con un altro Ossigeno per dare quel composto che rappresenta, in volume, il quasi 20% dell'atmosfera ed è, appunto, l'ossigeno molecola.
Ma non è finita, appena possibile quel Carbonio poligamo fa ancora parte del mondo minerale, se fosse un po' più grosso, come il silicio che sta un po' sotto nella stessa colonna del Sistema Periodico, lo vedremmo fondamentale componente di molte rocce in eterno perchè la silice, quell'individuo con un Silicio e due Ossigeni, fonde molto alto e anch'esso ha gusti flessibile tanto che lo vediamo splendente, trasparente cristallo per vetrine di lusso o coppe piene di spumeggiante nostro vino fonte di follie e di occhi splendenti. Ma può essere anche la grigia sabbia con cui otteniamo l'impasto per l'intonaco, o scaldato con decisione costituisce il fondamento del cemento.
Ma il Carbonio è piccolo, l'anidride carbonica è un gas pesantuccio, viaggia nella parte bassa dell'atmosfera, fa l'occhiolino ai vegetali, è contaminato dalla politica ambientalista, gli piace il verde, e così si trasforma in cellulosa. Ecco che il passaggio dal mondo minerale a quello organico è compiuto, gli scambi fra vegetale e animale è un gioco da ragazzi, ci sono molti animali che si sono specializzati a fare proprio quel carbonio organicato, quella cellulosa. Sono animali speciali, questi erbivori, si sono costruiti un laboratorio interno. Un bovino adulto ha un bel laboratorio con un volume di circa 200 litri, il rumine, e mette all'opera enzimi, microorganismi, legioni di operosi individui che spezzetano trasformano e creano gli intermedi che, se c'è in giro azoto, diventano proteine. In fondo il rumine imita e risolve, in ambiente controllato, quel che il terreno fa sotto la sorveglianza degli alberi frondosi.
Pensate gli alberi hanno una struttura integrata con il terreno e accetta tutti, perchè dà cibo utile per tutti (il Carbonio delle foglie porta energia ai sottostanti microorganismi), gli erbivori si sono costruite il laboratorio specializzato ma non può utilizzare qualsiasi cosa eallora hanno gambe robuste per camminare e camminare per trovare l'alimento migliore.
E allora i carnivori son serviti, la bistecca, l'arrostino, la caciotta (per i più delicati), tutto materiale per ottenere energia ma soprattutto semilavorati per fare capelli, labbra delicate, ovuli, mobili spermatozoi, per riprodursi, per vivere e poi alla fine morire per ritornare o ad anidride carbonica o come semilavorati per altri piccoli o grandi organismi vegetali o animali.
O per volare di nuovo sotto la luce splendente del sole. Chissà chi si è beccato un qualche carbonio di padre Dante o di Adolfo (quello tedesco) o magari di Woytila. Cristo no, è risorto, ma quando era ancora "uomo" anche LUI avrà assunto Carbonio per restituirlo intorno respirando o, normale per gli umani, restituendolo in giro come, per dirla educatamente, deiezioni.
Tutte queste emozioni, questi pensieri, me li ha ridonati uno dei pochi discorsi e chiacchiere da anniversario: Levi è nato nel 1919, ma ha concluso il suo percorso umano nel 1987, vent'anni fa.
Ottima occasione per parlarne, dare una scossa ai nostri intellettuali più o meno tonacati, anche se dubito che gli italiani cresciuti con la puzza sotto il naso favorita da una pessima lettura del mondo greco e latino possano mai capire il mondo a volte polveroso, appiccicaticcio di noi pratici, legati alla materia, alla natura nei suoi passaggi, quasi che tutti costoro non fossero anche loro un impasto di Carbonio, Idrogeno, Azoto, Ossigeno e l'aggiunta di tante altre piccole cose, ad esempio il Fosforo che a volte ho l'impressione sia tutto nelle ossa e ben poco nel materiale utilizzato per il cervello.
Qualcuno vuole immaginare che qualche deliziosa e vezzosa fanciulla oggetto di desiderio e d'amore, anche lei, come un zotico qualunque, elimini i residui del pasto con gli stessi effluvii e spasmi? Per non parlare dell'omino bianco dalle scarpette rosse, anche LUI...
Ma torno ai pochi discorsi, uno era un intervento di Bartezaghi su Rai 3, l'altro questo articolo su La Stampa.
Buona lettura anche a Voi Poeti, Letterati, Filosofi che l'avete riconosciuto ufficialmente solo anni dopo.
Levi, convinto del suo fallimento come scrittore, si dedicò con impegno alla sola professione di chimico per quasi dieci anni, lavorando per una ditta (la Siva) di Settimo Torinese che produceva vernici. Nel 1956, a una mostra, trovò finalmente in un gruppo di ragazzi gli ascoltatori attenti che gli erano mancati e riprese coraggio. Questa volta Einaudi decise di pubblicare il libro, che da allora fu ristampato e tradotto in molte lingue del mondo (compreso il tedesco). Riprese a scrivere e la Einaudi pubblicò tutti i suoi lavori, che incominciarono ad ottenere riconoscimenti in Italia e all'estero: La tregua vinse la prima edizione del Premio Campiello, nel 1963. Nel 1979 il romanzo La chiave a stella vinse il Premio Strega, mentre nel 1982 Se non ora, quando il Premio Viareggio.
Da La Stampa
Quando mangio un uovo, provo un sottile senso di colpa, come se commettessi una profanazione». Così Primo Levi in una delle (inedite) lettere scientifiche, datata 24 settembre 1986, in cui si diverte a spiegare amabilmente i fenomeni della fisica quotidiana. L’uovo non è soltanto, come già sapevano gli alchimisti (e il Piero della Francesca conservato a Brera), il simbolo dell’universo e della perfezione, il microcosmo che racchiude un macrocosmo: «Ci dovrebbe lasciare meravigliati, perplessi e commossi». Vale un Botticelli o un gioiello etrusco. E ha una speciale caratteristica: di solito il calore rammollisce (la cera, il vetro, i metalli). Un uovo cotto invece diventa duro.
«Primo sa tutto», dicevano ammirati i suoi amici, e quindi anche i singolari comportamenti dell’uovo. Avendone accennato in un libro su Levi che esce in questi giorni, a Che tempo che fa Fabio Fazio me ne ha chiesto spiegazioni che, lì per lì, non sono stato in grado di dargli. Così la faccenda dell’uovo sodo è diventata un piccolo tormentone, che ha coinvolto Margherita Hack, anche lei ospite della trasmissione.
Sono andato a rivedere il racconto. Primo spiega che la molecola dell’albume è composta da un filo lunghissimo e sottile, quasi un gomitolo, fatto di un migliaio di segmenti rigidi e snodabili, un po’ come la coda di certi giocattoli a forma di serpente. Per stare più comoda, un po’ come un gatto acciambellato, l’albumina tiene in superficie i segmenti che amano l’acqua e all’interno quelli che hanno simpatia per gli olii. Quando facciamo bollire un uovo, avendo occhi abbastanza acuti assisteremmo a uno «sconquasso drammatico», una vera micro-battaglia stellare. Con il calore le molecole dell’acqua acquistano una forza viva che trasmettono al guscio. Le molecole del guscio entrano a loro volta in una frenetica agitazione, che si propaga alle molecole dell’acqua contenuta nell’uovo, trasformandole in minuscoli proiettili che distorcono brutalmente i tranquilli gomitoli dell’albumina, ricomponendoli in una nuova struttura continua e gelatinosa. Un ordine è andato distrutto, sostituito da un disordine a suo modo ordinato. Ma cosa è ordine e cosa disordine?
Il meraviglioso è sotto i nostri occhi, e non ce ne accorgiamo. Tra i tanti doni di Levi, enciclopedista lucreziano che avrebbe voluto essere figlio del dottor Rabelais, c’è anche quello di ridarci la vista, di stupirci e incantarci con prodigi quotidiani, che nessuno sa raccontare come lui.
Pietro Greco su l'Unità prende in esame i primi flash su un libro scritto, con scienza e sapienza tutta propria, dal prof. Ratzinger come amano scrivere su Repubblica per non dover litigare con il Papa ma con il suo fratello gemello, così gemello da essere identico penso anche con i tic classici del vecchio professore che, trovatosi a capo di tanta cosa, finalmente può dire e fare quel che vuole.
Oltretutto con poco rischio, se dice balle è il prof che le dice, quando ammetterlo non mette in gioco il potere vero, altrimenti è il rappresentante del suo Dio e bisogna accettarlo.
Cito qualche passo dell'articolo, che è bene approfondirlo tutto, che mi serve anche per introdurre una notiziola scientifica che è pur sempre un tassello che parla della vita e della selezione naturale, anche nei suoi aspetti dolorosi e che a volte appare quasi un qualcosa fra una sfida alla "mezzogiorno di fuoco" o un durissimo scontro con sigarette wisky sorrisi a contorno di una giocata al poker della vita.
È appena uscito in Germania per i tipi dell’editore Suv un libro dal titolo «Schöpfung und Evolution», creazione ed evoluzione, ha per tema l’origine della vita e il cambiamento della specie. L’autore è Joseph Ratzinger. Il Papa di Roma.
Non abbiamo letto il volume, che presto sarà disponibile anche in italiano. Ma, se le anticipazioni di stampa sono corrette, si tratta di un libro destinato a far discutere. Per almeno tre ordini di questioni che Benedetto XVI solleva e che sono, per l’appunto, discutibili.
La prima questione riguarda l’origine della vita: il Papa sostiene che da sola la scienza non è in grado di spiegarla e che, a ogni modo, sia all’origine della vita sia all’origine dell’universo (ovvero di "ogni cosa") non ci può essere il caso, ma deve esserci un progetto - un "disegno" - che riconduce direttamente a Dio.
...
Da molti decenni a questa parte esiste nell’agone scientifico una sola teoria economica in grado di spiegare tutti i fatti noti dell'evoluzione biologica. Questa teoria è corroborata, per usare un termine caro a Karl Popper, da un numero semplicemente enorme di evidenze empiriche indipendenti prodotte in discipline le più diverse: dalla paleontologia alla biologia molecolare. D'altra parte nessun fatto empirico noto è stato finora in grado di falsificare, per usare un altro concetto caro a Popper, la teoria di Darwin. Mentre tutte le altre teorie contrapposte a quella darwiniana o risultano meno economiche o sono state falsificate. È vero che, come sostiene papa Ratzinger, la storia evolutiva della vita non può essere ripetuta in laboratorio, e quindi la teoria di Darwin non può essere tutta verificata mediante esperimenti controllati, come avviene in fisica. Ma, come hanno dimostrato Ernst Mayr e una costellazione di filosofi della biologia, questo non significa affatto che la biologia non sia una scienza. E che le teorie biologiche non siano teorie compiutamente scientifiche.
Fine della premessa e inizio del piccolo tassello scientifico
Scoperti i geni delle metastasi
"Così dal seno il cancro va ai polmoni"
Quando le cellule di un tumore decidono di colonizzare un altro organo, è a un vero e proprio blitz militare che fanno ricorso. Prima tappa: un drappello di cellule si stacca dal tumore principale. Inizia poi a viaggiare nel circolo sanguigno, cercando di resistere agli attacchi del sistema immunitario. Arrivate nel nuovo organo da colonizzare, le cellule sopravvissute si attrezzano per aprire una breccia nella parete del vaso e annidarsi nel nuovo tessuto. Qui crescono e danno vita alla metastasi.
Un processo così complesso ha naturalmente bisogno di un numero ampio di geni, incaricati di dare alle cellule pioniere le istruzioni per il blitz. Ora un gruppo di ricercatori del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York ha individuato - in un gruppo di 87 frammenti di Dna - 4 geni dall'azione distruttrice particolarmente sofisticata. Segno che anche il cancro - come fosse un essere vivente a sé stante - è in grado di elaborare strategie complesse per garantire la propria sopravvivenza. L'équipe guidata dallo spagnolo Joan Massagué ha studiato il ruolo dei 4 geni nella formazione delle metastasi in un gruppo di topolini di laboratorio, pubblicando i risultati su Nature.
L'articolo prosegue e traspare tutta la freddezza e la tenciadel ricercatore, però traspare anche il vero protagonista anche di questa battaglia molto collaterale ma pur sempre importante.
E' la battaglia per la vita di un organismo complesso con una parte della sua organizzazione che improvvisamente, ma meno casualmente di quanto sembri, devia dal comportamento ottimale.
Quelle cellule "impazzite" si muovono intelligenti e coordinate perchè una serie di "geni", quelli che potremmo assimilare a un programma da computer uscito male, sono usciti "diversi" e così queste cellule pensano che devono espandersi e sopravvivere.
In questo modo l'organismo complesso in cui si muovono è destinato a soccombere e quindi, in un certo senso, eliminare quegli stessi organismi e lasciando sopravvivere di più gli altri, quelli con i "geni"ortodossi.
Ma la battaglia per la sopravvivenza ha via via selezionato un organismo complesso molto evoluto che non accetta più in modo acritico il proprio destino e si ostina per la strada della conoscenza. Non accetta più banalmente un destino programmato da una ipotetica entità superiore e a lui biologicamente estranea e che nei secoli ha sempre gradito quel "homo hominis lupus", quella violenza interumana spesso addirittura invocata e benedetta.
Ci sono voluti forse milioni di anni, ma non è più solo la statistica e l'occasionalità delle mutazioni favorevoli a dettar legge, c'è in atto da alcuni secoli una battaglia vera.
Certo alla fine tutte le forme di vita debbono individualmente finire, chi nasce inevitabilmente muore, ma la comunità della specie, direbbe kreben sottanoni permettendo, si organizza usando al meglio la strategia della conoscenza.
Lascio alle frasi conclusive dell'articolo di Pietro Greco, più sopra citato, le parole certo più scientificamene corrette delle mie, anche perchè è bello capire come gli uomini e donne della ricerca, gli scienziati, non sono dei giocatori stupidi e a muoverli non è tanto o solo la curiosità o anche una qualche fettina di potere, ma la ricerca di tutti gli strumenti utili alla difesa di questa implume creatura che l'evoluzione ha costretto a farsi intelligente, per sopravvivere nella battaglia della vita e dell'esistenza.
Se ci fosse stato un disegno così intelligente all'inizio, che senso c'era allora creare tanti inutili sistemi in competizione tra loro? Alla fine il vero motore della vita, come noi la conosciamo, è proprio la competizione tra le varie forme "capolinea" e sta a noi capire i limiti e gli errori interni ed esterni in modo da evitare quegli effetti collaterali da tutti urlati in questi giorni di esaltazione dell'ambiente e velocemente dimenticati i giorno dopo.
Quale sarebbe oggi l’immagine che l’uomo ha di se stesso e dell’universo che lo circonda senza i fatti, le teorie o anche solo le ipotesi proposte dalla scienza in questi ultimi quattro secoli intorno sia all'origine dell'uomo e del mondo sia alla loro evoluzione?
E cosa sarebbe dell’immagine che l’uomo ha di se stesso e dell’universo che lo circonda se la ricerca della verità si limitasse, come ai tempi prima di Galileo, a costruzioni logiche sopra «un mondo di carte» invece che a «certe dimostrazioni» verificate da «sensate esperienze»?
Già, Galileo. Nel 1616 il cardinale Roberto Bellarmino consigliò al pioniere della scienza moderna di limitarsi a spiegare «come vada il cielo» e di non cercare di spiegare «come si vada in cielo». Naturalmente vale anche il contrario. Se vogliamo che i rapporti tra scienza e religione non diventino conflittuali, ma siano improntati al reciproco rispetto, è bene che i religiosi si limitino a spiegare «come si vada in cielo» e non cerchino di spiegare agli scienziati «come vada il cielo». Lo stesso Bellarmino venne meno al suo saggio consiglio sulla separazione delle sfere d'intervento. E ne nacque un conflitto tra scienza e religione (cattolica) che a quattrocento anni di distanza non sembra essere stato ancora sanato.
E SI LAMENTA PURE! Dovrebbe invece riflettere sul valore reale del proprio successo e sui meccanismi che lo tengono in piedi.
WASHINGTON - Ha suonato in una stazione della metropolitana di Washington per 43 minuti, più o meno ignorato da tutti i frettolosi viaggiatori, e guadagnando a malapena 32,17 dollari. Eppure Joshua Bell non è un musicista da strada come tanti, anzi non è neanche un musicista da strada, è uno dei più grandi violinisti del mondo. Americano, nato a Bloomington, nel Minnesota, ha 39 anni e da quando ne ha 16 suona con le più grandi orchestre del mondo. Suona un violino all'altezza della sua bravura: uno straordinario Stradivari del 1713, del valore di quasi quattro milioni di dollari. Ma è anche un artista un po' fuori dalle righe: negli Stati Uniti ha partecipato a una trasmissione televisiva, ha recitato in un film e la rivista People lo ha recentemente definito uno dei 50 uomini più belli del mondo. Una serie di caratteristiche che ne fanno decisamente una star. Eppure, alla Metro di Washington la stragrande maggioranza dei passanti lo ha ignorato.
La storia è naturalmente più lunga e ve la leggete da soli. Resta comunque il fatto che forse conviene fare il suonatore di strada, anche a meno ore, mentre per essere pagati da famosi bisogna costruirsi una specie di azienda altrimenti non ti caga letteralmente nessuno.
Il sì "lamenta pure" nasce dalla considerazione che il salario minimo in USA è, scrivetevelo e raccontantatelo ai vostri iscritti al sindacato qualsiasi, DOLLARI USA 5,15 dal 1997 (che salirebbe a DOLLARI USA 6,31 se adeguato all'inflazione secondo il meccanismo per quelli eletti alla Camera dei Rappresentanti) e che i Democratici (quelli Americani) porteranno con la loro maggioranza a DOLLARI USA 7,50.
Ora, l'illustre violinista JOSHUA BELL ha incassato ben DOLLARI USA 32,17 in 43 minuti, con un compenso orario pari a quasi DOLLARI USA 44,89.
NB. 10 dollari USA circa 7.5 miserabili euro.
Una famiglia di quattro persone quindi , con due adulti che lavorano in regime di salario minimo federale, si porterebbero a casa 21.424 dollari all'anno, superando la soglia ufficiale di poverta fissata a 20.000 dollari
Lo scorso dicembe George W. Bush ha affermato di appoggiare la proposta dei democratici di aumentare il salario minimo ma ha ribadito che vuole collegarla ad una serie di agevolazioni fiscali in favore delle piccole imprese.
E proprio mercoledì sette gennaio la maggioranza della Camera ha fatto passare la legge con votazioni positive 315 e negative 116. Ora non ci resta che attendere il Senato.
Secondo le statistiche del Labor Department ci sono quasi 500mila lavoratori pagati 5.15 $ l'ora, sono solitamente al di sotto dei 25 anni, raramente sposati, molto spesso donne, minoranze etniche o part-time.
Fatte le debite proporzioni se con 5.15 dollari i due ne guadagnerebbero 21424/anno, con 44.89 dollari/ora i due arriverebbero a DOLLARI USA 186742 e 40 centesimi. Naturalmente ognuno dei due deve lavorare le 2080 ore/annue previste e senza ferie pagate, per un totale di ore settimanali 44 circa su 11 mesi (il 12° per ferie, malattie, anniversari, morte della suocera, parti e simili).

CHAGALL ne ha dipinto anche un altro, con la faccia verde, ma gira già su splinder, fa da spalla accompagnatoria a una mia e vostra amica che "gioca" con quella roba complessa, e quasi da iniziati, chiamata poesia, non sempre adatta ai "pratici".

SALUTI. LA PASQUA E' IRRIMEDIABILMENTE FINITA. RESTANO LE CODE E I COCCI DELLA CIOCCOLATA.
IL TUTTO E' NATO DA UN ERRORE, SU YAHOO HO DIGITATO PASQA ED ECCO QUESTO MESSAGGIO DI UNA PASQUA DI 2 ANNI FA.
CAMBIAMO I NOMI, CAMBIAMO I LUOGHI, CAMBIAMO ANCHE I DISCEPOLI, VESTIAMOLI COME OGGI. LASCIAMO FUORI I DISCEPOLI UFFICIALI INFELTRITI E INTRISTITI NEI LORO PALUDAMENTI MENTALI E DI POTERE.
ECCO ALLORA CHE LA PASQUA E' VERAMENTE LA PASQUA DI TUTTI
Il riconoscimento di Gesù da parte dei due discepoli di Emmaus non è avvenuto soltanto per il suo gesto quasi liturgico dello spezzare il pane davanti a loro, ma anche per il fatto che quel gesto alludeva alla sua vita, confermando le sue precedenti parole, mentre era in cammino con loro. Egli l’aveva lasciata spezzare, per essere alimento e dunque salvezza... Questo pensiero è affiorato, riguardando l’immagine qui riportata. È la composizione di pezzi di stoffa creata da donne perseguitate anni fa dal regime di Pinochet in Cile. Al centro ci sono le due scene dell'andare di Gesù con i due discepoli e del suo spezzare il pane nella loro casa. Era stata portata dal Cile, regalo di un gruppo di amici tedeschi, e abbellisce la nostra cappellina delle Sarre. Un segno che ci invita a superare qualsiasi barriera tra nazioni e continenti, nella pratica di una solidarietà che sa condividere il pane materiale e i sogni per un diverso futuro sulla terra, oltre che nel cielo.

3^ Domenica di Pasqua (a) 2005
Emmaus, nuovo punto di partenza tra un cammino tormentato (ansia e presentimento) e quel pane spezzato, che apre finalmente il varco alla comprensione.
VANGELO DI LUCA (24,13-35) <<Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?". Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?". Domandò: "Che cosa?". Gli risposero: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto". Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino". Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?". E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone". Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane>>.
UNA PRIMA APPLICAZIONE DELLE DIRETTIVE DEI VESCOVI ITALIANI AI GIUDICI?

SIAMO RIMASTI SORPRESI. Questa frase corre, ripetuta, insistita nella fresca notte cagliaritana che finora risparmia la pioggia per spedirla più tardi.
Quella frase è ripetuta nei vari TG di Rai 3 e, finalmente, quel ragazzo ha avuto l'attenzione che aveva un tono ben diverso fino a non tante ore fa.
Quando era ancora vivo.
Ripenso ai tanti anni passati a insegnare e ai tanti volti e ragazzi e ragazze conosciuti parlando di chimica e non solo. Forse sono stato fortunato, forse l'istituto tecnico in cui insegnavo era sufficientemente proletario perchè di lì uscivano e escono banali periti industriali.
C'è tuttavia una costante, vissuta da studente e da docente: il maschio suscita sospetto se è gentile, il maschio suscita invidia sospettosa se è bravo ed efficiente però timido, non pratica i rudi sport, non sa sputare lontano, o, come accadeva nel mio antico e nobile liceo Oberdan di Trieste, non partecipa alla gara di chi piscia più lontano.
Il maschio, anche e soprattutto nell'immaginario delle femmine, deve essere ancora come era, e forse è ancora, nella definizione romagnola, mia seconda patria, BROTT, CIOSS e LAEDAR. Tradotto in italiano, brutto (cioè sgradevolmente e vistosamente maschio), sporco (meglio sporcaccione di linguaggio e gesti) e ladro (delle donne altrui e in questa definizione c'è tutto il vero messaggio del possesso).
Per questo se uno è innocuo, gentile, timido, studioso, non fa massa critica allora non può che essere diverso. E qual è il diverso più diverso del mondo maschile?
Aggiungete dei tratti inevitabilmente segnati dalle diverse origini dei genitori e il risultato c'è tutto.
E quel NON CE NE ERAVAMO ACCORTI di una preside donna è più significativo di un proclama alla Ruini e dintorni.
Del resto perchè meravigliarsi, il maschio vero lo trovi allo stadio, al bar, a sgroppare sulla moto, a tagliarti la strada in auto, gli altri, forse non lo sanno ma è così, sono diversi ed è bene che lo sappiano e se non lo sono si adeguino e accettino il loro ruolo.