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giovedì, 23 novembre 2006

(8.3.9) Trieste. Università. Chimica. L'analisi (ancora).

Allora veramente si deve cominciare e per farlo qualche vaga idea bisogna averla, almeno, come si diceva, della chimica inorganica. Esemplificando, molto ma proprio molto semplificando, diciamo che un composto inorganico è il risultato di una parte basica e di una parte acida e dal loro incontro salta fuori qualcosa che chiamiamo sale.

La parte basica perde degli ioni OH negativi e rimarrà un metallo con carica positiva (una o più di una), mentre la parte acida perde degli ioni H positivi e rimane un residuo  acidocon carica negativa.

I primi, con carica positiva, prendono il nome di cationi, i secondi, con carica negativa, prendono il nome di anioni. Questi nomi nascono da un presupposto per cui se mettiamo i terminali di una pila, come quelle piatte di un tempo con le due linguette, in una soluzione, tutti gli ioni con il (+) correranno verso il polo di segno opposto (-) chiamato catodo (di qui il nome cationi) e viceversa gli altri (-) che corrono verso l'altro polo (+), chiamato anodo e quindi denominati anioni.

Fatta questa prima distinzione, si cominciava a guardare quel campione di polvere che il prof ti lasciava scegliere in un gruppo di provette, quei tubotti di vetro con il fondo arrotondato, per cercare di indovinare qualcosa anche solo guardando. Già, qualcuno forse lo ricorda, ci sono alcuni sali che hanno un colore, come l'azzurro per molti sali di rame, il verde o il giallo per certi sali di ferro, o i toni rosati del cobalto. Apparentemente la sfiga delle sfighe era quando la polverina era completamente bianca, perchè mancavano i più facili quelli che ti dicevano coraggio qualcosa hai indovinato.

Come sempre non è così.

La prima operazione è, ricordatevi che i tempi sono sempre al passato visto che oggi, e l'oggi è cominciato da qualche dieci anni, la tecnica è decisamente più semplice, è la costruzione della soluzione alcalina, ottenuta mettendo a bollire in un becker nè grande nè piccolo (da 250 ml, è un quarto di litro ma visto nella realtà sembra non grande e poi mai riempire più della metà) un po' di quella polvere assieme ovviamente dell'acqua e qualche spatolata di sodio carbonato, la banalissima soda solvay che si trova anche in certe drogherie e che un tempo si usava anche per lavare i piatti o la biancheria e che con il tempo rendeva quelle manine delicate delle donne in qualcosa di arrossato, un poco gonfio e dal contatto non proprio vellutato.

In questo modo la maggior parte dei metalli diversi da quelli chiamati alcalini (sodio, potassio, etc. per ricordare alcuni nomi che leggete sulle etichette dei concimi o delle acque minerali o sentite dagli spot pubblicitari) precipitano come carbonati e la parte negativa, gli anioni, rimane in soluzione. In fondo è come se noi contribuissimo alla formazione di futuri cumuli di carbonati di ferro, rame, zinco, etc. etc. che porteranno magari a delle miniere.

Naturalmente questo nuovo residuo spesso è colorato, anche semplicemente in bruno, pur proveniendo da una polvere visivamente bianca. 

Finita la bollitura si procede alla filtrazione, così da ottenere una soluzione degli anioni limpida e priva da ogni residuo.

Per la bollitura naturalmente si è ricorso al becco Bunsen per avere una fiamma, al treppiede da mettere sopra, un anello di ferro sostenuto da tre gambe di altezza giusta da stare appena sopra il cono azzurro della fiamma, una reticella da porre sopra il treppiede con una zona centrale isolata e su cui mettere il nostro becker. Attenzione! ricordarsi di mettere una bacchetta di vetro della grossezza e lunghezza giusta all'interno del becker, regolare bene l'intensità e il volume della fiamma regolando opportunamente la vite della portata del gas e l'apporto di aria alla combustione. La bacchetta di vetro ha lo scopo di evitare la formazione di bolle grandi di vapore d'acqua nella zona ha contatto con il colore e potrebbero far traboccare il liquido dal becker.

Il tutto quando te lo raccontano la prima volta lo ascolti per un po' curioso, poi annoiato, poi manco segui più perchè tanto è così ovvio! Poi i primi tentativi ti portano a più miti consigli quando il tuo becker trabocca sulla reticella, rischiando di coinvolgere il bunsen e obbligando a pulire, asciugare e ripartire vedendo diminuire la preziosa polverina unica fonte di informazioni e che nessuno, se la finisci, reintegrerà. 

Succede spesso di non apprezzare i consigli della esperienza che nell'arco di decenni, se non di secoli, ha portato alla forma e alla scelta di certi accessori. E' un po' come la forma e dimensione di piatti, scodelle, posate che hanno forme quasi standard, poi qualcuno si esibisce nel modificarle per riscuotere attenzione (i piatti su cui servono le pizze, ad esempio, che hanno assunto dimensioni enormi solo per darti l'impressione che il diametro giustifichi il prezzo. O altri, anch'essi spropositati, molto decorati e fra un po' con video incorporato, su cui sorgono alcuni mucchietti di qualcosa che sarebbe poi la fonte del costo) ma nella vita di ogni giorno torniamo a forme umane su cui del resto hanno costruito le dimensioni e le forme delle lavastoviglie.

Dopo queste profonde osservazioni sarà bene interrompere, è già passata la prima settimana, è venerdì sera, ripieghiamo il camice, mettiamolo nella borsa, non è più così immacolato come lunedì scorso, vostra madre si è raccomandata, ne va del suo onore se non siete perfetti.

Poi  si accorgerà che con certe macchie è meglio rassegnarsi, che un camice perfettamente integro può uscire, una volta asciutto, con micro o macro buchi. A volte, ma quello è visibilissimo, con residui di maniche bruciacchiate perchè, chiacchierando, le avevato avvicinate al bunsen, non alla fiamma,ma lì vicino, ma l'aria aveva i suoi 300/400 °C e di solito a quella temperatura molti tessuti bruciano o si raggrinziscono (fibre sintetiche). Pian piano un bel camice macchiato farà tanto chimico, mica siete un farmacista, e si ricoprirà di scritte sia di fantasia che per segnarvi una pesata, il risultato di una prova. Certo c'è il preziosissimo quaderno di laboratorio, ma quello sta nel cassetto così non si sporca e poi voi ce l'avete la memoria!

Come no, specie se dei vari numeri e cose scritte cercherete di capire quelli del giorno rispetto ai precedenti. Il tutto farà in modo che la prossima volta porterete il camice a casa a Natale, Pasqua e fine corso. In fondo è la vostra bandiera, quanto più è logora e sfilacciata tante più battaglie avrà combattuto e qualcuna, forse, vinto.

Ma l'importante è mostrare le ferite ed essere sulla strada di essere o almeno diventare un chimico.

Ricordate gli occhi sorridenti e felici di un figlioletto o un fratellino piccolo che "aiuta" i genitori a cucinare e simili? Quante più macchie di salsa e simili ha sui vestitini tanto più adulto e capace lui si sentirà.

Ma non è così per tutti, ovviamente, qualcuno impeccabile e perfetto c'è sempre: per loro ci sarà il regno dei cieli, per noi, miseri umani, la felicità del gioco e della conoscenza.

postato da: bkrema alle ore 04:36 | link | commenti (1)
categorie: politica, racconti, storia, cronaca, biografia, universitĂ , chimica
giovedì, 16 novembre 2006

con gli occhi che guardano avanti...

claudia_maratona2006_3

 

NON E' LA COPPA DEL MONDO MA E' SUFFICIENTE PER RIFARSI DEGLI SBUFFI E DELLE FATICHE DELLA   GRANDISSIMA  "MARATONA  3"  PER  I  CUCCIOLI   NEI  DINTORNI DI SALA BOLOGNESE  IN ATTESA  DELLA  MARATONA  DI NEW  YORK (CHE C'ERA GIUSTO IL GIORNO DOPO).

CLAUDIA, ANZI ANNA CLAUDIA di a tua sorella che porti pazienza arriverà anche il suo turno, una volta tanto guardiamo alla più vecchia.

postato da: bkrema alle ore 16:27 | link | commenti (1)
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mercoledì, 15 novembre 2006

(8.3.8). Trieste. Università. Chimica. L'analisi.

Dopo il tuffo in un passato di immagini, il tuffo in un passato tecnico, ma anche culturale. Quello che cercherò di raccontare era lo stato dell'arte, come si usa dire, di allora e quello, nei limiti della mia pratica e delle mie conoscenze, della realtà di oggi.

E' evidente che parliamo di un'analisi qualitativa eminentemente minerale, perchè nel campo organico non è assolutamente pensabile di utilizzare quei sistemi di allora per l'enorme quantità e variabilità di composti presenti sul mercato. Sono tuttavia possibili alcune suddivisioni in categorie dai confini molto ampi.

Per la chimica minerale, o inorganica come spesso si dice, l'attrezzatura usata non era molto diversa da quella di 100-150 anni prima, a partire dal becco Bunsen. Questa apparentemente semplice invenzione mantiene una utilità notevole ed è diventato uno strumento indispensabile in un laboratorio chimico, e non solo.

Bunsen lo mette a punto nel 1855/1860 perchè aveva bisogno di una fiamma a temperatura pulita e ad elevata temperatura con la possiblità di aver,  temperature più basse e che fosse anche sicura nell'uso.

Non pensate al 1800 come fosse un mondo scientifico, e anche tecnico, quasi preistorico, lontano dagli usi e costumi scientifici attuali. Molte delle sostanze minerali erano già ben definite, nel 1700 si era lavorato sodo nel ripulire e riclassificare le conoscenze. In questo modo sparivano alcuni aspetti magici dell'alchimia, ma ancora all'inizio dell'800  non si era arrivati a una standardizzazione ad esempio dei simboli. Dalton già comincia ad usare dei simboli non alchemici ma mantiene una confusione fra "sostanze semplici"  "sostanze composte" e "sostanze". Uso volutamente i termini di 50 anni fa, oggi diremmo semplicementi "elementi" e "composti" utilizzando nella formula i simboli degli elementi con le quantità (i rapporti molari interni) corrette.

Ho citato prima Bunsen (1811/1899) e adesso Dalton (1766/1844), perchè se a volte si dedicasse un po' di tempo alla storia dei singoli scienziati, così da inserirli in una realtà precisa anche temporale, si vedrebbero questi scienziati, queste persone  normalissime ma dotati tutti di una curiosità insaziabile, di una assenza assoluta da pregiudizi e con una vivacità intellettuale precoce, ma perchè anche i tempi e la società erano così.

Dalton è figlio di un tessitore, cresce nella scuola del padre e a 12 anni inizia a insegnare pure lui. Oggi sarebbe un qualcosa di illogico o da denuncia al tribunale dei minori. Eppure quanti sono i nostri ragzzini che hanno curiosità e voglia di fare e che la scuola e il tipo di economia dominante bloccano? E non solo bloccano ma anche li ottundono, perchè rendono di più come mercato di acquisti banali.

Bunsen a 19 anni ottiene il dottorato, poi parte in giro per l'Europa e per tre anni annusa, conosce valenti ricercatori, respira l'aria delle varie scuole di pensiero: esce di casa, corre dietro alle curiosità proprie. E' professore consolidato a 25 anni e riesce anche a perdere un occhio in seguito a un incidente di laboratorio (il solito palloncino che scoppia, solo che un frammento di vetro lo colpì a un occhio). Per inciso da lui prende il nome il "daltonismo" che non è un partito o un movimento poetico, anche se lo potrebbe essere, è solo una anomalia per cui l'occhio non "vede" alcuni colori.

E da vecchi? Bunsen a 78 anni (1889) lascia tutto per dedicarsi al suo hobby preferito, la geologia e avrà altri 10 anni per girare e cercare senza dover perdere tempo a Porta a Porta o simili.

Dalton invece non lasciò mai il suo New College di Manchester, ma negli ultimi anni voleva capire quando come e perchè piove e quanto influisce la temperatura in questi fenomeni. Oggi noi ci alziamo al mattino e vediamo previsioni su previsioni spesso certe, anzi certissime. Apri il pc e qualche sito ti dà le microprevisioni. Qualche decina di anni fa era già molto se l'errore previsionale era ragionevole (giorni non ore). Ma bisognava comiciare da lì.

Ma che ci azzeccano questi discorsi con la chimica? Più di quel che si creda: se non sai cosa hai in mano come fai a capire quel che succede.?madre e figlio

Il dottor DIVAGO ha colpito ancora.

Fa niente ce n'è di tempo davanti.

Fatevi un giro in bici, davanti a quei due ciclisti c'è il mare di Barcola, il mare di Trieste. La foto era il ricordo di un pericolo scampato, mi ero distratto e avevo centrato un'auto in sosta (notare braccio sinistro bendato di fortuna). Mia madre gridava vieni via (temeva eventuali danni all'auto per fortuna indenne, quasi) io temevo per la bici: ruote di legno, cambio là in basso, si vede la leva, con un nome francese. Però era la mia, l'avevo comprata con sei mesi di lavoro ad accendere i ceri dentro ai lampioncini da lavori in corso per la ditta per cui lavorava mio padre, dalle cinque alle sette del pomeriggio, dal lunedì alla domenica. Che fusto, vero?, almeno le gambe erano ancora intere, o quasi.

 

postato da: bkrema alle ore 15:52 | link | commenti
categorie: politica, racconti, storia, cronaca, biografia, universitĂ , chimica
lunedì, 13 novembre 2006

Recupero con nostalgia e sogno

Ho fatto un po' di pasticci nell'ultimo post nel gestire le foto d'epoca.

Così posso recuperare e aggiungerne di nuove, così evito di dover rispedire ai figlioli curiosi qualcosa d'altro del loro "misterioso" quasi desaparecido genitore.

Nella foto ultima c'erano i tre cugini, io, benito (1936), mio fratello, italo, (1940) e la cuginetta, di cui la foto non rende il carattere vivace e lo sprint da "mula" tipicamente triestina anche nella facilità alla battuta, Lidia (1940).

FITA (giuseppe) capo tribĂą Geminiani

E' il destinatario della foto di famiglia spedita dalla moglie Giuseppina, mia nonna, al marito in fabbrica di guerra a Genova.

La foto è di ovviamente molto dopo e riflette, come molte simili, la tensione che un uomo sempre provava quando doveva rischiare la propria immagine. Peccato che allora non usasse abbondare in foto e la foto che lo avrebbe rappresentato meglio sarebbe stata quella con lui seduto nel biroccino, tirato dalla cavalla traquilla e quasi bolsa, con tanto di "caparlaza", un mantello ampio in cui ci si avvolgeva e copriva in quasi due giri completi dalle spalle in giù. Non confondetelo con quello elegante dei militari, che doveva lasciare libertà d'azione alle mani: c'è sempre un nemico.

Il cappello di feltro dalla tesa larga e dalle tracce evidenti lasciate dagli anni di uso, misurati a decenni. A fianco il classico ombrellone verde che copriva l'intero sedile.

Qualche volta c'ero anch'io seduto vicino, un po' pieno di rabbia perchè ci sorpassavano certi pazzi con i "sulky", carrozzini quasi senza sedile, come all'ippodromo e certi cavallini nervosi  che correvano via, neanche fossero una Ferrari. Noi ci mettevamo più di un'ora per fare i 6 chilometri da casa, in via lughese 35, allo stallatico a Imola vicino alla piazzetta "ed ch'iom" (quegli uomini) . Piazzetta piccola ma affollatissima con tutti i capoccia, il martedì, giovedì, sabato e domenica, giorni di mercato. Quasi una borsa dove si vendeva e comprava di tutto, da un carretto ai poderi, sulla parola, con una stretta di mano.

Nel Caffè commercio accanto, seduti ai tavoli tutti incravattati i borghesi proprietari e a far la spola, spesso, i mezzani, pardon, i "mediatori". Il tutto condito da pacche, va e vieni e ritorni. Qualche volta arrivavo lì per dire qualcosa e tutti questi omoni si aprivano con urla a tutta gola FITA!!! uhié (c'è) BENITOOO! e mio nonno pacifico e silenzioso mi faceva segno di aspettare, sarebbe arrivato.

Puntuale come sempre.

all

Non sembra, ma è un maschietto, anzi di più. Questa foto, penso attorno ai due anni, ha perseguitato mio fratello mentre mandava in brodo di giuggiole mamma Valda.

Lei ce l'aveva messa tutta, ma anche il secondo figlio era maschio. Femmina invece era la terza concepita durante una licenza di mio padre dalla Russia ma che i tempi incerti costrinsero a non nascere.

Non perdonerò mai la cattiveria ossessiva dei sottanoni a negarle quel perdono dal confessionale che hanno sempre concesso ad assassini, ladri di soldi pubblici, dittatori con cui firmavano trattati a occhi chiusi.

Perdono che mia madre, fondamentalmente tutto tranne che basabanchi o beghina, cercava per ritrovare un po' di pace. Ecco perchè quando sento parlare di aborto da chi confonde cielo e terra, denaro e salvezza eterna mi girano veramente le palle, come se per una donna fosse come bere un bicchier d'acqua o un calicetto di vino, come fanno loro abitualmente durante il "sacrificio". 

E infine la foto che dovevo mettere ieri al posto dei tre cuginetti, per spiegare il ricongiumento,  provvisorio per colpa mia, di tutta la famiglia. E qui ci siamo tutti e quattro negli anni circa 1947/48.

tutti e quattro sulle rive a Trieste

Sullo sfondo il mare di Trieste visto dall'inizio del molo Audace, alla destra guardando quella piazza Unità, la stessa che anni dopo risuonò dei colpi degli occupanti angloamericani che dal tetto della Prefettura infilzavano quei matti che striscivano a terra per buttare un sasso contro il solenne portone. C'ero anch'io eroico sedicenne ben protetto dietro l'angolo verso piazza della Borsa che guardavo invidioso e spaventato quei ragazzi ben poco più grandi.

 

 

postato da: bkrema alle ore 19:27 | link | commenti
categorie: politica, racconti, storia, cronaca, biografia
domenica, 12 novembre 2006

Tecnica al servizio della memoria

Da poco passato il giorno sacro alle memorie di famiglia, il 2 novembre, mi sono ritrovato nella stanza dove mia madre negli anni ha accumulato i suoi ricordi, stanza praticamente mai modificata, anche se mi ospita quando nel mio girovagare di solito per lavoro passo da Castelbolognese, paesone sulla via Emilia a poco più di 40 kilometri da Bologna verso Rimini.

Ed ecco che curiosando in un cassettino ho ritrovato un po' di foto accumulate e che mia madre a suo tempo aveva fatto copiare e me le aveva date. Poi io, nel mio modo aggrovigliato, incasinato, avevo perso o dimenticato in uno dei tanti luoghi di vita e di lavoro. Così, finalmente, mi son deciso di imparare cos'è uno scanner e in qualche modo usarlo. Spero in seguito di migliorare.

Chi va ai primissimi post del TAG biografia può pure ricollocarli, ma non è questo che importa. Importa rivederle perchè sono indirettamente tracce di un'Italia che appare così lontana, eppure coprono un tempo che va dal 1916 a prima del 1950.

FAMIGLIA ROMAGNOLA 1914

 

Nonna Giuseppina (iusfina) e i figlioli viventi all'epoca. Notarecome i tre più grandi hanno l'onore della giacca e, nell'ordine di età, sono Arcangelo (1902), Primo (1904) Domenico (1905). I due minori, Ernesto (1908) e Lino (1910) hanno una specie di casacca con baverino e sono ancora in età meno di 10 anni. La finalmente femmina, Valda, come le pastiglie ricordava da grande, (1912) mia madre, con gli occhi chiusi dai flash d'epoca e riaperti in fase di sviluppo.

Le scarpe sono le stesse per tutti, le comprarono apposta! Almeno così dice la tradizione di famiglia.

 

eccoli: me + fratellino Italo

 

1944. Bussolengo. A due passi da Verona. A un tiro di calesse da Salò.  Da quelle parti mio padre, Bruno (classe 1907), appartenente alla MVSN Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, prendeva servizio. Il suo raggruppamento 3 gennaio veniva da Ravenna. Mio padre è stato l'unico sopravissuto, gli altri colleghi e colleghe ausiliarie partirono da Bussolengo per tornare a Ravenna, ma per la strada i 2 torpedoni si fermarono dalle parti di Treviso e non trovarono più la strada di casa. Qualche tempo dopo (mesi) arrivarono delle foto. Forse erano loro.

Mio padre seguì le imposizioni di mia madre, partì da Bussolengo in bicicletta e andò  a Ravenna e si consegnò al comando partigiano. 3/4 mesi dopo tornò a casa a Ravenna. 

2+1 Cremonini. Anni 1947/8

 

Ormai la guerra è passata. Mio padre, mio fratello e mia madre vannoa Trieste, dove c'erano gli altri due fratelli di mio padre (Ugo e Giordano). Loro non si erano mossi da Trieste dove a fine '800 mio nonno, giovane e incasinato (come me) anarchico romagnolo era arrivato, anche perchè i regi carabinieri avevano qualche interesse per lui e le autorità dell'Austria-Ungheria non respingevano gli arrivi anche clandestini in un'epoca di forte sviluppo di Trieste e del suo porto.

Io ero prima in collegio vicino a Lugo di Romagna (1945/47), poi in Seminario contro la volontà di mia madre, fascista ma laica, (1947/50) a Imola, oggi città con ambizioni di provincia.

L'Austria-Ungheria pretendava che uno in qualche modo si registrasse poi faceva parte di un grande luogo dove passare da una zona all'altra dell'Impero asburgico non era un'avventura, eppure anarchici e terroristi c'erano anche allora e anche furori autonomisti. Tutto questo rendeva decisamente più facile andare da Trieste a Budapest che oggi andare in aereo da Milano a Roma. del resto se no che fanno le varie CIA e simili.

In questo modo mio nonno, Augusto (strani questi romagnoli che per distinguersi da quelli che andavano a Messa la domenica anzichè nomi da santi del calendario, o meglio dal "lunario", usavano i nomi dell'antica Roma) trovò lavoro, ritornò inquieto e girò per quella che oggi è Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia etc. Lì conobbe mia nonna, Teresa (nome osservante!), che certo aveva una storia più tradizionale, ma anche lei meno regolare, aveva già una figlia, Eugenia (!), ma un carattere forte e deciso. Del resto solo così il sottoproletariato sopravviveva e in quello stato ordinato era anche più facile, perchè c'erano certezze, c'era uno Stato, c'erano dei riferimenti certi.

Da quelle partti persino un anarchico incasinato trovava il modo di vivere e non solo sopravvivere. E mio nonno non era il solo. Già più grande nel '50/60 ho conosciuto un gruppo di romagnoli, maschi e femmine, che avevano conosciuto mio nonno (suicida nel 1926).  Abitavano dalle parti di via della Tesa ed erano ancora uniti e solidali e dopo tanti anni parlavano ancora il dialetto di inizio secolo che io capivo con fatica.

Che bella umanità!

 

 

 

 

postato da: bkrema alle ore 07:50 | link | commenti (4)
categorie: politica, racconti, biografia
sabato, 04 novembre 2006

(8.3.7) Trieste. Sempre chimica. L'analisi.

M'accorgo che è quasi un mese che ho lasciato quel poco più che adolescente in quel grande laboratorio, quasi non me ne importasse più. E' che ormai la sua vita, il suo muoversi nel mondo sta diventando sempre più simile a quelli di tanti altri, non solo di allora.

In fondo erano già passati più di dieci anni dalla fine della guerra e la guerra non è solo paura, bombe, allarmi, morti e feriti. Questa in particolare aveva avuto, e aveva un po' ancora (o forse tanto), anche residui di odi, animosità interne e divisioni cattive.

La guerra è anche movimento, rimescolamento come in un reattore casuale dove le molecole vengono sbatacchiate di qua e di là sotto l'azione di una forte energia, ma senza particolari accorgimenti, senza catalizzatori così che il e i prodotti finali sono imprevedibili.

La società italiana anche allora era fortemente divisa al suo interno ma se tu stavi fra i tuoi stracci, non ti ponevi troppe ambizioni, non stavi lì a far confronti, ti accontentavi insomma potevi pure vivere tranquillo e sereno.

L'Università, l'approfondimento delle tue scelte, il restare nel recinto stretto delle competenze specifiche della facoltà, del corso di laurea, del tuo anno, di quella determinata materia non ti faceva sentire diverso dal tuo compagno o compagna che in camice più o meno bianco o macchiato si muoveva accanto a te.

Per quanto possa apparire assurdo le differenze di censo, di status economico, in quel microcosmo era quasi inavvertibile. In quel particolare corso di laurea chi c'era vi era arrivato per scelta personale e il più delle volte per curiosità misterica e anche perchè, per molti, fra tutte sembrava quella con prospettive future più concrete.

Altre sono le facoltà simbolo, quelle dove arrivano gli arrampicanti e quelli già sulla cima, quelle delle future professioni di prestigio o assolutamente anonime e quindi, in questo caso, con anni di duro noviziato a combattere o lisciare. Legge, ad esempio, o Economia, o anche Medicina. Sono tutte facoltà dove si conquista un bel diploma di prestigio da appendere nell'ufficio di capo predestinato o nello "studio" del successore che eredita clientela e status dal padre o dallo zio o comunque implicito nella famiglia in cui il caso ti ha fatto nascere.

Possiamo aggiungere all'elenco Farmacia e/o Ingegneria nelle sue varie specializzazioni. Farmacia è risaputo è il luogo dei proprietari dispensatori di pillole, tisane, illusioni e consigli e dei famigli o subalterni commessi con laurea che prima o poi sposeranno un altro/a simile però nella dinastia giusta di proprietari, magari privi del titolo giusto. Sembra che qualcosa stia forse cambiando, anche se non mi pare nel senso di favorire il sorgere di nuovi e concorrenziali "proprietari" quanto di offrire ai "commessi" maggiori, se non migliori, occasioni di impiego sotto padroni non professionali e quindi con una carriera e un lavoro forse più soddisfacente. Perchè quando il "padrone" è anonimo, come nelle SpA o comunque nelle strutture di capitale, a volte ti permette, se "rendi", di raggiungere livelli di autonomia più soddisfacenti.

Ingegneria? Intanto a Ingegneria ti fanno un culo così e poi, non ridete, bisogna saper di disegno e io proprio quello non sapevo come farlo e poi star lì a litigare con tecnigrafo, china, refil e magari prospettive Cavalieri  o di altro tipo non era il caso. Ed era anche per questo che, alla fine, ero arrivato a chimica.

Ma c'erano anche le altre, quelle decisamente culturali tipo lettere, con tutte le sue infinite variazioni interne, o matematica unita o meno con fisica, scienze naturali. Roba da poeti e matti o fanatici. Roba da futuri professori nei vari livelli. Roba da venire male allo stomaco, così grigia, così polverosa, così vecchia o almeno così mi sembrava allora e che, non lo potevo certo immaginare, sarà proprio il mio futuro. Un futuro dapprima subito, si deve pur mangiare e pagare l'affitto e le rate della macchina dei mobili e pensare ai figlioli che crescono, e poi invece amato ed apprezzato fino al punto da restarne talmente impastoiato che ti sembrerà l'unico vero modo di vivere quando addirittura ti pagano per fare qualcosa che ti piace.

Ci sarà tempo e modo di riparlarne, lì eravamo poco più di una ventina di ragazzi di vario aspetto e sesso di provenienza mediamente piccolo borghese, io al solito ero l'unico figlio di operaio, con un paio di compagni di famiglia ottima, non solo economicamente, e tutti che arrivavano in autobus, si portavano una sotanziosa merenda per l'intervallo fra le lezioni del mattino e il laboratorio del pomeriggio perchè allora non c'erano bar o mense o macchinette neppure attorno a quell'enorme blocco bianco dell'Università triestina sulla parte alta di via Fabio Severo. Fra l'altro la zona circostante era tipicamente abitata da famiglie dai cognomi di solito con finale -ich o simili (tipo Decovich, Marsich o Mlach) a identificare quanti  sapevano di "sciavo", come l'elegante dialetto cittadino italico identificava i discendenti autoctoni dei paesi circostanti la grande e gloriosa città "italiana".

E che io conoscevo bene perchè il "santolo" di cresima del mio fratellino, allora poi fratellone, abitava proprio lì attorno, di cognome Mlach in una delle casette (oggi magari agognate villette) singole piuttosto spaziose e con tanto di ampio orto attorno dove si andava spesso la domenica. Mia madre, ma anch'io quando non vagolavo su e giù per il patok per non smentire la nomea di Lupo Solitario che mi avevano affibbiato i coetanei del luogo, passava lunghe ore a chiacchierare con la padrona, e moglie di un compagno di lavoro di mio padre (il termine collega era roba da impiegati), mentre fogliolina per fogliolina si puliva il radicchietto, tipico di Trieste e di quelle zone e che, per fortuna, non ho ritrovato altrove. Dico per fortuna perchè mi pareva, e tutt'oggi mi sembra, una roba stupida perdere tanto tempo con dei cosini dal sapore così inesistente quando madre natura ti può fornire senza fatica quel sano radicchio duro e amaro e in parte peloso che è il radicchio campagnolo spontaneo.

Valle a capire le donne!

Mi accorgo che l'università, la chimica e il resto sono restate sullo sfondo e dire che ero partito con l'idea di spiegare al colto (pubblico) e all'inclita (guarnigione) i segreti dell'analisi chimica (di allora).

Sarà per un'altra volta.

postato da: bkrema alle ore 05:24 | link | commenti
categorie: politica, racconti, storia, cronaca, biografia, universitĂ , chimica