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martedì, 25 luglio 2006

Da Cagliari a Ovodda via Oristano.

Non so se sia la via più breve, nè se sia la più descrittosa, oppure la più curata. Debboi rilevare che le strade che ho percorso sono decisamente più curate di quelle del continente, se così lo continuiamo a chiamare e, almeno verso Oristano all'uscita di Cagliari ricca di complanari e di frecce indicatrici l'ideale per uno come me per sbagliarle subito e più di una volta.

Ottima occasione per vedere dal di dentro i paesi e paesini che non smentiscono le previsioni con la sovrapposizione di una contemporaneità festosa e spigliata con le stratificazioni di un passato non ancora tale ma che prevedeva e per alcune prevede il classico abito femminile scuro se non nero, anche se sarà molto più di ordinanza lasciata la vicinanza della costa per andare all'interno.

Si rischia tuttavia di confondersi con il messaggio, da costa Ovest a costa Est raramente si passano i 100 chilometri, in linea retta, diverso il discorso se andiamo su strada, ma il discorso interno o costa è analogo a quello di dire punti di passaggio e di economia di scambio oppure aree quasi autosufficienti o, ancor meglio, dove il tursimo è di casa anche se non riesce quasi mai a farla da padrone e là, magari una valletta poco più fuori, dove il turismo è ancora scarso o prettamente di Sardegna su Sardegna. Esattamente come nei ricordi di Romagna dove, esclusa la Rimini e simili, nel resto della regione il turismo erano le visite di chi si era allontanato 5/10/30 anni prima e ritornava a trovare case parenti antiche amicizie. Quella Romagna non c'è più da tempo, questa Sardegna a me pare ancora fortemente presente.

Ed è per questo, oltre che per incapacità genetica, che ogni tanto sbaglio segnale e mi ritrovo in qualche piccolo centro dove è difficile persino invertire la marcia. Poi, finalmente, il suggerimento: c'è una sola grande strada a 4 corsie che va da Cagliari a Oristano, cerca di ricordarti se ce l'hai a destra o sinistra (con te dire Est o Ovest è inutile) dopodichè cerchi di tornarci e, se non ci riesci, guarda il sole che io mica sono il nostromo!

Chiarito questo e andando qua e là al mio solito modo e ben deciso a tralasciare per un altro viaggio Carbonia, San Teodoro, il Sulcis che sicuramente meritano un'attenzione maggiore, l'obiettivo era il piccolo golfo da Arborea a Tharros e vedere di persona i luoghi e la gente  dove potè accadere che una donna, sia pure sarda e quindi tosta, riuscì a emergere e imporre il suo quasi "regno" all'epoca dei giudici e dei "giudicati".

Per chi come me ignorante di cose sarde specie se medievali e me ne scuso, già la lettura di Wikipedia è significativa e ne riporto qualche piccolo assaggio:

I Giudicati erano retti da una particolare forma di monarchia, mista tra quella ereditaria e quella elettiva, per cui i monarchi venivano generalmente scelti nella famiglia del defunto Giudice secondo le proprie regole di successione, ma la loro scelta veniva formalmente effettuata dalla Corona de Logu, il Parlamento giudicale.

Il Giudice non era quindi un sovrano assoluto, anche perché egli non poteva dichiarare guerra, firmare trattati di pace né disporre del patrimonio del Giudicato senza l'assenso della Corona de Logu; vigeva una netta separazione tra il patrimonio dello Stato e quello personale del Giudice, e questi, laddove avesse compiuto atti di tirannide, poteva essere perfino legalmente "giustiziato" dal popolo in rivolta (è storicamente attestato che ciò avvenne nei Giudicati di Arborea e di Torres).

Nel governo del regno, il Giudice era assistito dal Cancelliere statale, in genere un vescovo o comunque un alto esponente della Chiesa, e da altri funzionari denominati "maiores" (tra i quali il più importante era il "maiore de camera").

Il giudicato comprendeva un territorio detto logu, diviso in curatorie, formate da più villaggi chiamati ville. Le curatorie erano rette dal curatore, coadiuvato, soprattutto in materia giudiziaria, da un consiglio detto Corona de Curadoria. Il curatore nominava il maiore (il sindaco) ossia il capo del villaggio che era competente alle investigazioni giudiziarie.

Del territorio della villa, chiamato fundamentu, solo la parte più vicina al villaggio veniva recintata e coltivata da singoli proprietari. Il resto del territorio era proprietà di tutta la collettività ed era diviso in due parti che venivano destinate ad anni alterni alla semina (era la parte chiamata vidazzone) e a pascolo (chiamato pabarile). La parte più lontana del villaggio era anche questa di proprietà comune. In questa gestione collettiva dei beni di interesse comune e nella difesa comune del territorio si riconosce l'eredità della cultura nuragica.

Di fatto, i Giudicati sardi costituivano organizzazioni statuali del tutto diverse dalla forma feudale vigente nell'Europa medievale, più prossime a quelle tipiche dell'esperienza bizantina.

Nel periodo dei giudicati si sviluppò il sardo che diventò la lingua più parlata. Il cattolicesimo, soprattutto ad opera di papa Gregorio I, sostituì i legami con la chiesa bizantina ortodossa e si diffuse in tutta l'isola, esclusa la gran parte della Barbagia, dove non erano riusciti ad arrivare né i Fenici, né i Cartaginesi e neppure i Romani e i Bizantini.

All'inizio dell'XI secolo ripresero gli attacchi degli Arabi andalusi che nel 1015, condotti da Mujāhid al-‘Āmirī detto Museto o Mugetto, signore di Denya, nelle Baleari, sconfissero la resistenza sarda e conquistarono Cagliari. Sollecitate dal papa, le repubbliche marinare di Pisa e Genova si allearono e nel 1016 sconfigssero l'esercito di Mujāhid. La Sardegna venne liberata dai musulmani ma le due repubbliche marinare cominciarono a interessarsi all'isola e a interferire nel suo governo. L'ingerenza politica pisana e genovese sui re giudici durò dall'XI al XIV secolo, trasformandosi lentamente prima in protettorato, poi in dominazione.

Qualcuno degli amici poeti o comunque cultore di poesie spesso mi accusa di voler conoscere troppo prima, che gli occhi devono essere liberi da ogni preconcetto, forse hanno pure ragione, ma se queste e altre piccole cose me le fossi guardate prima avrei evitato di accorgermi di dover tornare ad annusare e "vedere" non solo guardare. E già mi sembra di vedere il loro sorriso sornione, quasi che fosse questo lo scopo, farmi tornare ancora.

E naturalmente non è certo un dispiacere!

postato da: bkrema alle ore 16:20 | link | commenti (1)
categorie: politica, racconti, storia, viaggio, sardegna
martedì, 18 luglio 2006

SARDEGNA, si comincia a raccontare.

cane pastore_fonnese_leoneOggi il cerchio si è chiuso. Da Golfo Aranci a Livorno e poi La Cisa e Parma e un po' di Autosole e poi Cremona e dopo quasi Brescia, Dello, e da domani chimica, chiamiamola così.

Naturalmente sono riuscito a incasinare anche il ritorno riuscendo a perdermi a Olbia da dove non riuscivo a trovare la direzione per Golfo Aranci, tanto che per una inversione di marcia impossibile sono finito in braccio all'auto della Stradale ben felici i due sardi all'interno di informarmi che quello era appunto un senso vietato.

Io ho solo sperato che mi credessero, che non facevo l'imbecille, lo ero proprio e a un certo punto a forza di leggere Sassari, Cagliari, Nuoro e non trovare  più Goglfo Aranci mi sono avvitato e cercavo di tornare all'ultimo cartello. Probabile anche che fossi ancora malinconicamente turbato per avere salutato la mia guida che tornava a Cagliari in treno. E' bene dirlo, non c'è nessuno più cocciuto di un sardo cocciuto, specie poi se è una lei arroccata in difesa della propria sacrale autonomia!

E allora partiamo dall'inizio, a due martedì fa quando finalmente da Golfo Aranci sono arrivato, dopo quasi trecento kilometri, a Cagliari. Già l'ho detto che era la mia prima volta in Sardegna, ma Cagliari aveva qualcosa che un po' già conoscevo dagli anni triestini. Le città di mare hanno qualcosa di simile tutte, ma qui anche di più. La zona della stazione marittima ha sempre un atteggiamento tra il disordinato efficiente e il poco elegante non appena si passa dietro il palcoscenico, ma anche di splendido, profumato di pesce e di sole e di brezza non appena si torna nel golfo mistico, dove di solito sta l'orchestra nei teatri predisposti al leggero.

Così è a Trieste, così è a Cagliari, così non è a Livorno e in parte a Genova, dove l'efficienza e le ruvide attività del lavoro prevalgono. La tipologia degli incontri mette in evidenza un tessuto umano cordiale e disponibile, non ancora reso servile dal turismo che a Cagliari mi è parso non del tipo alla moda. Ma quello che colpisce subito, per chi sul mare e nel mare ha passato un po' della sua vita, è il passare dal porto, al mare da di-porto, quello stare a mare, in quelle belle spiagge del Poetto che non è lo stare in spiaggia alla Rimini o Riccione o anche Viareggio. Là stanno in spiaggia i turisti, là vedi forse l'ultima novità (si fa per dire) di copri o di non costume, qui vedi ragazzi e ragazze e tribù di ragazzini e poi di mamme e nonne e  per le quali il mare è una rottura di scatole a base di merende, strilli, corse, raccomandazioni per principio inutili e ripetute solo perchè qualche dieci anni prima chi oggi le fa allora le subiva.

Mi è parsa una delle poche, ancora, città di mare dove il mare non è rinchiuso dagli stabilimenti, anche se in parte Cagliari è costretta a pagare pegno a tutte quelle strutture pubbliche, specie militari di ogni ordine e grado, che hanno ricavato angoli preziosi dove consolarsi della sede, a sentir loro, disagiata.

E  mi sono accorto che ci sono ancora zone dove non si deve litigare lo spazio con le automobili ma a volte si vede ancora gente conversare da porta a porta, certo non  si può più giocare a pallone in strada, ma in molte zone si riesce a finire di salutarsi senza dover per forza saltare sul marciapiede per evitare di essere arrotati.

Certo l'aspetto medio della città, nella anzianità delle auto, nel non eccessivo accanimento a portare le stesse dal parrucchiere per lucidare carrozzerie e riparare ammaccature traspare una qualche attenzione alle spese voluttuarie, ma sembra quasi una scelta di vita perchè poi girando, rigorosamente a piedi, si vedono ovunque impalcature più o meno avveniristiche, gruppi di due o tre muratori o edili che siano che spostano avanzi di muri, scale, calcinacci tanto che varrebbe la pena tornarci fra qualche mese per vedere i risultati del tanto fare.

Altro fatto che colpisce è la presenza, talvolta sfacciata, dei ricordi in monumenti, targhe, palazzi del passaggio dei principi e re piemontesi e stupisce poi ascoltare quali pensieri passano e arrivano poi nelle teste e nelle voci degli ultimi eredi, come tutti abbiamo potuto assaporare non molte settimane fa.

Popolo paziente questo che comincio a malapena ad intravvedere. Spero di tornarci presto, perchè il giorno dopo è già ora di partire: gli allevamenti, anche in Sardegna, non sono in città e la prossima tappa sarà in Barbagia, anzi in una delle Barbagie, visto che occorre essere precisi per evitare fraintendimenti e malumori.

postato da: bkrema alle ore 22:40 | link | commenti
categorie: politica, racconti, viaggio, sardegna
martedì, 11 luglio 2006

ESPERIENZE DI VIAGGIO

Sardegna. 2006. A partire dal 2 luglio.

Chiedo da subito scusa ai molti sardi che frequentano e scrivono su questi blog, quale sia il mio approccio al mondo in genere credo traspaia qua e là fra i ricordi di un tempo e la realtà attuale. Non sono abituato a fare il turista, sono oltre 20 anni che non sono in ferie in termini abituali e in fondo anche questa visita in Sardegna non è un periodo di ferie, in parte osservazione di una realtà di allevamenti bovini e ovini ormai pressochè stanziali, in parte incontro e migliore conoscenza di persone dalle parti di Splinder.

A oggi, 11 luglio, l'area osservata più da vicino è la Barbagia, con tutte le sue sfumature e profonde differenze, anche se il territorio in cui mi sono mosso di più è la Barbagia di Ollolai, con particolare riferimento a Ovodda e ai molti comuni che la circondano.

L'arrivo è stato tranquillo, partenza con il traghetto da Livorno a Golfo Aranci con il mio super Caddy furgone VW ormai pronto a ogni avventura dopo due anni di vita incerta nelle mie mani. Onestamente è la mia prima e quasi tragica esperienza del genere e penso che le future escursioni troveranno molto giovamento da questo primo viaggio. Intanto, nonostante la decisiva tarda età seguirò l'insegnamento dei molti giovani, e non solo, sdraiati semplicemente sul ponte là in alto sopra tutti o infiltrati ai vari piani nobili su stuoie di poluretano o PVC o banalissimi sacchi a pelo, a volte con contorno di birrette in lattina e di profumi non sempre dei migliori, ma decisamente più "accomodati" di poltrone e cabine varie.

Decisamente poco interessanti le cortesie del personale verso un evidente principiante che non sa districarsi fra i vari cartelli che lo inviano di qua e di là per capire il significato di 5102  (un evidente pensiero al ponte 5 e alla poltrona 102) sconosciuto a molte delle ragazze in divisa molto meno carina di loro e, per loro dichiarazione, alla prima esperienza quasi solo come cura dei passeggeri nel caso, non augurabile, di inconvenienti al traghetto e quindi di pericolo per i passeggeri: una specie di corpo di angeli tranquilizzatori se servissero barche di salvataggio e simii. Le prime a dover essere salvate mi sembrano proprio loro, però molto utili per arrivare alla receptione e inviduare che proprio lì, scendere una scala, infilare una porta ed ecco una specie di cinema senza schermo con persone in qualche modo su poltrone tipo pulmann, però più larghe ma sulle quali non riuscirò a sistemare le gambe bene per incapacità personale. Il tutto dopo aver rinunciato alla 102, occupata da una signora quasi mia coetanea, e poi essermi appropriato di un'altra identica, con numero diverso e libera.

Onestamente, quelle tre ore di riposo sono state utili perchè mi hanno permesso di arrivare sui ponti superiori e godermi l'aria di mare e il profondo ronfare di quell'enorme traghetto. E sarà così fino alle 5 e 30 e un po' più quando l'altoparlante comincerà a dire l'ora di arrivo, in perfetto orario, e che i bar cominciavano a sfornarci ottime colazioni. Io devo essere stato meno fortunato, perchè in mostra c'erano decine di brioches in 6 appetitosi formati ma ne consegnavano uno solo e proprio soffice e vuoto. Non ho capito per chi fossero le altre che parevano così riempite di premurose dolcezze.

Poi un piccolo dramma perchè non ricordavo dove avessi lasciato il mio Caddy, ben riconoscibile per un finestrino posteriore incerottato da una mia retromarcia su un albero che aveva, l'intelligentone, un avanzo di ramo giusto giusto alla sua altezza. Le mie qualità automobiliste sono note a tutti quelli che in colonna mi sono dietro, almeno credo, perchè tutti dopo un po' stanno religiosamente tre/quattro macchine lontano.

Ma alla fine lo trovo, quando tutti gli altri scalpitano e si parte verso l'esterno nonostante tre camper strategicamnete posti davanti e con gli autisti ancora alla ricerca (e quindi almeno miei simili) e utili, i camper, per valutare le qualità slalomiche dei retroposti.

Diretto a Cagliari, più o meno 300 chilometri più in là, ho il tempo di osservare le strettoie, le curve, gli stop and go dei primi chilometri per arrivare finalmente ad una statale dall'aspetto autostradale che va ovunque e che, proprio per questo, mi ha spaventato e costretto a prolungate meditazioni sulla carte stradale.

Ma poi si va, l'importante è avere il serbatoio pieno e l'occhio sveglio, perchè qui, almeno mi è sembrato, nessuno ti dice se c'è un distributore sulla statale autostrada e a che distanza possa essere.

Ma rimando questo interessante argomento alla prossima. Adesso ormai mi avvicino a Tempio P., anzi a un bungalow a Aggius, pieno, l'ho appeno scoperto di bergamaschi dall'aspetto civile. Strano. 

postato da: bkrema alle ore 17:52 | link | commenti (2)
categorie: politica, racconti, viaggio, sardegna