Krema Blog

Il dolce e l'amaro dentro e intorno a noi

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Nome: benito cremonini
Un vecchio signore che non ha nessuna voglia di andare in pensione mentale ma che può finalmente scegliere orari tempi e colleghi.

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sabato, 24 giugno 2006

(8.2.15) Era sempre l'estate del 1954.

Fra un anno avrei concluso tutto il percorso delle superiori. Certo dovevo rispettare l'accordo fatto con i miei prof. e fare una figura più che dignitosa agli esami di riparazione così da mettermi in pari con gli altri della classe. In fondo le lunghe settimane passate in ospedale, adesso che erano finite, non erano poi così spiacevoli dal momento che ero sempre stato in compagnia, talvolta al centro dell'attenzione e poi, con tutte quelle ragazze quasi della mia età, era stata veramente un'esperienza unica e, guardando agli anni del poi, irripetibile.

Ci si abitua a fare il malato specie se il male è da chirurgo o ortopedico, qualche dolore, qualche impedimento, la consapevolezza che con un qualche taglio qui o là tutto alla fine tutto si aggiusta.O quasi. Era comunque ora di partire. Mia madre stava già facendo, come ogni anno, la scorta delle sigarette da portare ai quattro dei suoi cinque fratelli che, chi più chi meno, fumavano. A Trieste l'imposta sui tabacchi era decisamente più bassa che "in Italia" e non era mai successo niente al passaggio della "frontiera". Già, perchè nonostante fosse nella realtà delle cose che l'Italia prima o poi sarebbe subentrata agli anglo-americani c'erano un po' di cose da sistemare.

Quell'anno però le cose non andarono come al solito, gli italiani di là fecero una perquisizione accurata e la sacca piena di pacchetti di sigarette saltò fuori e la stavano requisendo. Mia madre allora esplose in una scena drammatica esibendo il suo figliolo in tutte le sue sfighe, drammatizzando il drammatizzabile in una scena da film o teatro dei De Filippo. Lo spettacolo era così inverosimile che non ebbi neppure il tempo o l'animo per sentirmi imbarazzato, si è vero ero un liceale, uno dei pochi italiani che un anno dopo avrebbero probabilmente conquistato il sacro diploma che gli avrebbe aperto le porte del futuro, però al momento in quella sacca c'era una bella fetta del salario di mio padre, quasi un mese. Soprattutto c'era anche la faccia e l'orgoglio di mia madre di fronte ai suoi fratelli che, inutile non dirlo, ci ospitavano "a gratis" per tutta l'estate e così avremmo goduto di sano cibo campestre, di aria aperta e, almeno per me, di un buon allenamento fisico il tutto unito a  un periodo di meno isolamento e, anzi, di amabili prese in giro ma anche di rispetto da parte dei cugini e loro amici.

Buffo come all'epoca per il semplice fatto di vivere in città si fosse quasi su un piano più elevato, non importa il reddito o il tipo di lavoro, fuggire dalla condizione di contadino, fuggire dal contatto con la terra, dalle mani callose, dall'odore di stalla era importante, non fosse altro perchè era la condizione sine qua non per cui i miei cugini di quattro anni più vecchi di me avrebbero potuto sposare le loro fidanzate. Infatti già alcuni anni erano passati e altrettanti ne sarebbero passati ma quelle brave figliole non derogavano,

Comunque i doganieri si commossero oppure mollarono la preda accorgendosi che non di contrabbando si trattava ma di occasionale trasferimento di doni dal territorio libero della bella Trieste alla Romagna solatìa, dolce paese e chissà se con il loro accento inevitabilmente meridionale non vedevano molte situazioni dei loro luoghi d'origine, quelle situazioni che li portavano a scegliere un lavoro lontano dai luoghi natali e in perenne conflitto con varia umanità più spesso sfortunata che malavitosa.

Anche stavolta successe il solito misterioso fatto: fino al Po io e mia madre parlavamo in dialetto più o meno triestino, dal Po in poi parlavamo in un dialetto più o meno romagnolo e mi sono sempre chiesto perchè, anche se forse la risposta era nella parlata delle persone che scendevano e salivano in quelle carrozze superaffollate di terza classe, di certo che più terza di così sarebbe stato impossibile. Pochi di noi godevano del lusso di stare a sedere perchè il treno si formava a Trieste e bastava andare per tempo, poi era già molto se si riusciva a sedersi in corridoio con il gabinetto aperto inutilizzabile per la sua funzione di estremo ambiente ospitante.

E' anche vero che recentemente un andata e ritorno Brescia-Roma senza prenotazione ma con supplemento per un qualche motivo non era molto migliore, la differenza sostanziale in quest'ultimo viaggio recente era l'età media dei viaggiatori, in gran parte ragazzi e la numerosa ed efficiente presenza femminile con una sparuta minoranza maschile. Non so se sia una mia particolare esperienza ma ormai il treno nelle carrozze meno fortunate sembra abitato solo da ragazze e donne in genere, si vede che i maschi non pendolari viaggiano in altro modo o se ne stanno a casa.

In campagna comunque tutto come gli altri anni, le pesche erano sempre da raccogliere, come sempre io facevo la spola fra il campo e il capannone magazzino con l'amabile amico, si fa per dire, somaro e le battute allegre delle lavoranti a raccogliere, gli improvvisi acquazzoni estivi, le corse a casa con la nuvola a rincorrere talvolta metro su metro alle spalle. Chissà se solo io sentivo l'odore ancestrale che assume la terra riarsa quando riceve l'ondata dell'acqua violenta e intensa dell'estate e il rumore he fanno i primi goccioloni che "ammortano" la terra di impasto sabbioso: è un rumore soffice e penetrante come i primi baci di bocche adolescenti, sanno di fretta e di abbandono e poi la pioggia che arriva a scrosci sulla pelle e verrebbe voglia di lasciarsi trascinare in una specie di danza con la faccia a guardare e sfidare le nuvole. Poi non si può, molti degli altri hanno le faccie serie, sono quintali di frutta non raccolta che due giorni dopo possono essere passati allo scarto, il vento sbatte i rami carichi di frutta e le pesche finiscono a terra neanche buone per i maiali e poi il bagnato sui pavimenti in casa.

Certo non sono, anzi non erano, marmette o ceramiche ma banali mattoni però curati da almeno un paio di generazioni ingrassati da quella specie di colorante giallo-ocra misto con una specie di cera e,, ogni tanto, una bella lavata con il petrolio dall'od0re non proprio gradevole ma sufficiente per tenere lontani mosche e insetti vari. Gli scarponi o i sandali bagnati sporchi di terra lasciano impronte non facilmente eliminabili, proprio perchè il pavimento era grasso e le donne pronte a intimare ai loro uomini che non si arrischiassero a entrare in casa, c'era la stalla o l'antistalla lì bisognava fermarsi, ripulirsi e aspettare il ricambio se no fuori e guai a chi entra.

Se un esercito di maschi sapesse difendere il proprio territorio come le femmine sanno difendere il loro nessuno esercito potrebbe essere sconfitto da estranei assalitori.

Un paio di settimane fa sono passato dal mio cugino Renato, classe 1946, l'unico rimasto in campagna per scelta e perchè il mondo aveva cominciato a girare  e l'auto aveva eliminato il mito della città, e mi aveva mostrato come si lavora oggi nella Romagna dei piccoli poderi con dei tendoni mobili a difendere dal sole e dall'acqua, il frigo portatile perchè "tanimod i bulen in è mai a basta e alora l'è mei gudes e dè e lavurè com us dév" tanto i soldi non bastano mai e allora meglio godersi il giorno e lavorare come si deve. Anche se sotto sotto in una regione dove quasi mai servono schiavi operosi, ma collaboratori capaci, è meglio tenersi vicino quelli buoni e trattarli bene che tenerseli a frustate. E, naturalmente, parliamo di rumeni e albanesi. Si vede che quelli cattivi li lasciano qui in Lombardia, magari se li meritano pure.

postato da: bkrema alle ore 20:22 | link | commenti (4)
categorie: politica, racconti, biografia, liceo
domenica, 11 giugno 2006

DESTINO DELLA MEMORIA

1940 guerra

CERTAMENTE HO CERCATO MALE EPPURE NEI MIEI RICORDI IL 10 GIUGNO ENTRAVA CON UNA FOLLA A PIAZZA VENEZIA CHE CHIEDEVA A GRAN VOCE E URLAVA IL SUO SI. MA DI QUESTO NON HO TROVATO TRACCIA NELLA STAMPA E ANCHE NEI POCHI BLOG. CERTO 66 ANNI SONO TANTI, MA E' STORIA E SANGUE DEI VOSTRI PADRI O, ALLA PEGGIO, DEI VOSTRI NONNI.

Era un sì alla guerra, era un sì alla sbornia avventuristica, era un sì basato su fandonie di regime e di molto ipotetiche capacità organizzative, era un sì che nasceva dalla piccola borghesia ma anche dal popolo contadino e della industria.

Era un sì che ritorna abitualmente nel ricordo italiano e che non basta lo sventolìo di bandiere arcobaleno a bloccare, perchè è basato su illusioni non scientifiche, miracolistiche, in linea con i santi e i preti benedicenti non sulla organizzazione, l'impegno quotidiano, il consenso certo e non momentaneo e su una classe dirigente non egoista e basta.

Un sì che per fortuna ha perso ma che è costato vite, miserie e un insieme di odi non solo latenti. Quella stessa classe dirigente che sollecitava il sì e poi ha accollato la sconfitta agli altri, quelli che la guerra l'hanno fatta veramente, quelli che nella guerra hanno visto sparire figli e nipoti, e per comodità li ha chiamati comunisti e molti di loro, quelli del sì senza se e senza ma, appena possibile, già nel 1943 fuggivano a gambe levate e non solo dal porto di Bari.

Per i curiosi, una cronologia del 1940 che non sono riuscito a riportare per incapacità tecnica. E' dell'ANPI ma i fatti non hanno colore e i fatti inchiodano un popolo non solo una parte di lui.

postato da: bkrema alle ore 07:00 | link | commenti (3)
categorie: politica, racconti, storia
lunedì, 05 giugno 2006

(20.05.06) Cinquant'anni dopo. Commenti e conclusioni.

Ricordate? Era la sorpresa di un vecchio nonno nel partecipare alla prova finale di un corso di danza delle sue nipotine. Quasi un, ma dove andremo finire! Già vedevo Orwell alzarsi dalla vecchia edizione economica che in qualche angolo del mio disordine regna e dorme, ma non dorme nel chiuso profondo dei ragionamenti giovanili.

E' possibile riscrivere la storia, senza ricadere negli schemi abituali di ogni storia di ascesa dalle condizioni meno favorite che vede riprendere usi costumi e, peggio ancora, contenuti tipici delle classi dominanti precedenti.

Ad alcuni di  voi sembrerà stupida questa preoccupazione, eppure è il primo sintomo che la nuova classe si è riconosciuta e chiusa in sè stessa, ricreando una propria speciale moralità, passandosi l'un l'altro e confermando a sè stesso e agli altri del coro quella sensazione di superiorità intellettuale, politica e morale fondamentale per poter gestire gli altri come appunto "altri".

E "altri" sono quegli studenti che i nuovi giovani professori universitari incontrano, sono "altri" i giovani di studio che arrivano così impreparati così privi di curiosità e iniziativa, sono "altri" i nuovi assunti, non gli operai di reparto quelli non sono neppure "altri" sono appendici di macchine strumenti essenziali non ancora sostituibili, sono "altri" quei nuovi assunti in perenne prova e precarietà che affrontano piccole ricerche, che stendono per la prima volta i manualetti operativi, sono quegli imbranati o quelle imbranate che non ricordano mai che il caffè della macchinetta ti va bene ma non zuccherato e non capisci perchè deve sempre allegare la bustina.

E, non ridete, sono andato a vedere com'erano le macchine parcheggiate, sono stato lì a controllare se i papi c'erano e aiutavano le loro piccole a ritrasferirsi nei vestiti normali non di scena invece di lasciare alle loro mogli, spesso anzi "compagne", fregandosene dei PACS, le incombenze così normali per scambiarsi le ultime considerazioni.

Ci credete? Erano proprio, nell'insieme come dovevano essere, esattamente come 15 20 anni prima, un po' distratti, un po' imbranati, qualcuno a fatica tratteneva lo scazzo per le lungaggini delle rivestizioni, altri efficientissimi neanche fosse la presentazione di un nuovo libro, di una nuova linea di qualcosa. Era andata bene, le ragzzine dai due ai 13/14 anni si erano divertite, erano anche un po' scocciate perchè avevano sete, fame, la pipì e avevano un senso di adorazione verso la loro maestra (e sua madre, la costumista della macchina da cucire casalinga).

Se dio vuole, Orwell è rimandato alla prossima generazione e io non ci sarò per ovvi motivi di carta d'identità, o forse no, c'è già in giro una parte di umani italioti che non sono fissati con la SUV, la tuta superfirmata nonostante sappiano scegliere la cravatta giusta e si possano aggiudicare i jeans se non firmatissimi certo tagliati decentemente, ma sanno ancora assumersi la responsabilità di gestire un cucciolo, anzi una di quelle ferocissime cucciole che fra un po' imperverseranno sapendo unire alla intelligenza la cocciutaggine negli studi e in più lo stile del muoversi sciolto e rilassato che lo sport, il gioco musicale e libero loro danno.

Per la morte e lo sterminio psico-fisico dei poveri maschietti innocenti loro quasi coetanei che non sanno cosa gli starà arrivando addosso! Fortunati loro.

postato da: bkrema alle ore 20:49 | link | commenti (1)
categorie: politica, racconti, storia, cronaca