Capita, come per caso, di leggere 24 maggio poco più di un'ora dopo che non è più 23 e per antica associazione di idee risorge una immagine che la mia generazione ha conosciuto sul sillabario, nei racconti degli zii e dei nonni con quel misto di raNcore e nostalgia che le sofferenze, le traversie, ma anche il solido cameratismo di giornate di noia, di disagio, di rischio, di paura portano con sè.
Qualora si tolga il velo della retorica stupida e si guardi a quegli anni con occhi meno prevenuti si vedrà un grande macello di una generazione intera dai 17 ai 40 anni, ma anche il primo incontro/scontro che ha messo insieme "italiani" fra loro assolutamente sconosciuti. Quelli che fino a pochi giorni prima erano sardi, veneti, napoletani diventavano qualcosa di meno lontano. Le lunghe e lente tradotte che "parte da Tori_ ino, a Milano non si fe_ erma più, ma la vaa direetta al Piave cimitero della gioventù" lasceranno il segno, così come i treni con il percorso inverso che portavano i 35/40 enni emiliani contadini, come mio nonno, a lavorare nelle fabbriche a Genova a Torino a Milano per rimpiazzare i giovani spediti al fronte.
Così le donne spedite in fabbrica e poi rispedite nel ruolo abituale saranno lievito di nuovi desideri, di nuove insicurezze da curare e rimediare con un rivolgimento culturale e sociale che dura tutt'ora con balzi e rimbalzi talvolta orrendi.
Nel cercare su Google immagini qualcosa che fosse una sintesi di quanto ci veniva trasmesso negli anni lontani delle elementari e medie ho incontrato questo articolo, datato qualche anno fa. Leggetelo con rispetto, quelle parole, quei sentimenti sono pur sempre anima, polvere e sangue e sudore e morte e causa di rabbia e rivolta del nostro popolo non ancora irretito da un banale uso delle cose ma alla ricerca di sogni e identità concrete.
Chiedo scusa ai titolari di queste immagini e parole che riporto con rispetto e riconoscenza
La leggenda del Piave
Antonio Carioti
L’ho risentita solo per pochi attimi, quella musica, nei Tg serali del 2 giugno scorso. Accompagnava la sfilata militare per la festa della Repubblica. Solo le note, niente parole. Però io il testo lo ricordo bene. Si stampò nella mia mente fin dalla prima volta che la maestra mise sul giradischi quel 45 giri di vinile. E noi, sui banchi con i grembiulini - bianco le femminucce con fiocco rosa, azzurro i maschietti con fiocco celeste - ad ascoltare. "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio..."

Più che una canzone era un piccolo poema epico. Ma gli eroi non erano Achille ed Ettore. E neppure Zorro, o magari John Wayne, Gary Cooper, Humphrey Bogart. Erano italiani, parlavano la mia stessa lingua, avevano resistito a denti stretti lungo le rive di un fiume. Poi "la vittoria sciolse le ali al vento". Mi piaceva da impazzire. Purtroppo nel disco che ci faceva ascoltare la maestra mancava una strofa, forse la più bella, quella in cui il Piave e i fanti, dopo la rotta di Caporetto, dicono: "No, mai più il nemico faccia un passo avanti".
Ne scoprii l'esistenza anni dopo, sul manuale scolastico di mia zia risalente al ventennio mussoliniano, finito ad ammuffire in cantina da chissà quanto tempo: ovviamente il testo della Leggenda del Piave era riportato dalla prima all'ultima sillaba. Finalmente potevo impararlo tutto a memoria. Lo so, può apparire una passione stravagante. La prima guerra mondiale fu l'orrore che tutti conosciamo: un'immensa strage di soldati analfabeti, mandati a morire senza sapere perché. Quale grande regista italiano farebbe mai un film sul Piave, come gli americani producono Salvate il soldato Ryan, Pearl Harbor, Il Patriota?

E poi oggi, per fortuna, non è più tempo di esaltazioni guerresche. E' inconcepibile, giustamente, pensare agli austriaci come nemici. Gli Asburgo del resto, a voler essere onesti, non erano poi così male. Eppure, noi che abbiamo la fortuna di vivere in pace sotto l'ombrello atomico, in un'epoca in cui lo Stato chiede ai cittadini di versare l'eurotassa e non di farsi massacrare dalla mitraglia, non dovremmo dimenticare che 84 anni fa, lungo un fiume del Veneto, l'Italia rischiò di essere retrocessa a espressione geografica. Ma tanti nostri oscuri connazionali, subendo sofferenze indicibili, riuscirono a impedirlo. Se oggi siamo un grande paese europeo, lo dobbiamo anche a loro.







