Krema Blog

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mercoledì, 24 maggio 2006

SU QUESTE DATE LA MIA GENERAZIONE E' CRESCIUTA

24 MAGGIO MOMENTO DI SOLIDARIETA' E RESISTENZA.

Capita, come per caso, di leggere 24 maggio poco più di un'ora dopo che non è più 23 e per antica associazione di idee risorge una immagine che la mia generazione ha conosciuto sul sillabario, nei racconti degli zii e dei nonni con quel misto di raNcore e nostalgia che le sofferenze, le traversie, ma anche il solido cameratismo di giornate di noia, di disagio, di rischio, di paura portano con sè.

Qualora si tolga il velo della retorica stupida e si guardi a quegli anni con occhi meno prevenuti si vedrà un grande macello di una generazione intera dai 17 ai 40 anni, ma anche il primo incontro/scontro che ha messo insieme "italiani" fra loro assolutamente sconosciuti. Quelli che fino a pochi giorni prima erano sardi, veneti, napoletani diventavano qualcosa di meno lontano. Le lunghe e lente tradotte che "parte da Tori_ ino, a Milano non si fe_ erma più, ma la vaa direetta al Piave cimitero della gioventù" lasceranno il segno, così come i treni con il percorso inverso che portavano i 35/40 enni emiliani contadini, come mio nonno, a lavorare nelle fabbriche a Genova a Torino a Milano per rimpiazzare i giovani spediti al fronte.

Così le donne spedite in fabbrica e poi rispedite nel ruolo abituale saranno lievito di nuovi desideri, di nuove insicurezze da curare e rimediare con un rivolgimento culturale e sociale che dura tutt'ora con balzi e rimbalzi talvolta orrendi.

Nel cercare su Google immagini qualcosa che fosse una sintesi di quanto ci veniva trasmesso negli anni lontani delle elementari e medie ho incontrato questo articolo, datato qualche anno fa. Leggetelo con rispetto, quelle parole, quei sentimenti sono pur sempre anima, polvere e sangue e sudore e morte e causa di rabbia e rivolta del nostro popolo non ancora irretito da un banale uso delle cose ma alla ricerca di sogni e identità concrete.

Chiedo scusa ai titolari di queste immagini e parole che riporto con rispetto e riconoscenza

La leggenda del Piave

Antonio Carioti

L’ho risentita solo per pochi attimi, quella musica, nei Tg serali del 2 giugno scorso. Accompagnava la sfilata militare per la festa della Repubblica. Solo le note, niente parole. Però io il testo lo ricordo bene. Si stampò nella mia mente fin dalla prima volta che la maestra mise sul giradischi quel 45 giri di vinile. E noi, sui banchi con i grembiulini - bianco le femminucce con fiocco rosa, azzurro i maschietti con fiocco celeste - ad ascoltare. "Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio..."


Più che una canzone era un piccolo poema epico. Ma gli eroi non erano Achille ed Ettore. E neppure Zorro, o magari John Wayne, Gary Cooper, Humphrey Bogart. Erano italiani, parlavano la mia stessa lingua, avevano resistito a denti stretti lungo le rive di un fiume. Poi "la vittoria sciolse le ali al vento". Mi piaceva da impazzire. Purtroppo nel disco che ci faceva ascoltare la maestra mancava una strofa, forse la più bella, quella in cui il Piave e i fanti, dopo la rotta di Caporetto, dicono: "No, mai più il nemico faccia un passo avanti".

Ne scoprii l'esistenza anni dopo, sul manuale scolastico di mia zia risalente al ventennio mussoliniano, finito ad ammuffire in cantina da chissà quanto tempo: ovviamente il testo della Leggenda del Piave era riportato dalla prima all'ultima sillaba. Finalmente potevo impararlo tutto a memoria. Lo so, può apparire una passione stravagante. La prima guerra mondiale fu l'orrore che tutti conosciamo: un'immensa strage di soldati analfabeti, mandati a morire senza sapere perché. Quale grande regista italiano farebbe mai un film sul Piave, come gli americani producono Salvate il soldato Ryan, Pearl Harbor, Il Patriota?

E poi oggi, per fortuna, non è più tempo di esaltazioni guerresche. E' inconcepibile, giustamente, pensare agli austriaci come nemici. Gli Asburgo del resto, a voler essere onesti, non erano poi così male. Eppure, noi che abbiamo la fortuna di vivere in pace sotto l'ombrello atomico, in un'epoca in cui lo Stato chiede ai cittadini di versare l'eurotassa e non di farsi massacrare dalla mitraglia, non dovremmo dimenticare che 84 anni fa, lungo un fiume del Veneto, l'Italia rischiò di essere retrocessa a espressione geografica. Ma tanti nostri oscuri connazionali, subendo sofferenze indicibili, riuscirono a impedirlo. Se oggi siamo un grande paese europeo, lo dobbiamo anche a loro.

postato da: bkrema alle ore 01:04 | link | commenti (4)
categorie: politica, storia
domenica, 21 maggio 2006

(20. 05. 2006) CINQUANT'ANNI DOPO

O quasi. Forse un po' di più. Una lunga brevissima vita. Cominciata tanto tempo prima. Da Augusto Cremonini, scombinato anarchico romagnolo, e da Teresa Klopcich, giovane donna forse croata forse di di uno dei tanti versanti dei Balcani sotto l'Austria. Entrambi con nomi battesimali di respiro imperiale.

Poi nacquero i figli. Teresa ne aveva già una Eugenia, non cambiava gusti nei nomi, Augusto sì li chiamò, anche se non nell'ordine per non suscitare sospetti, Giordano (l'ultimo), Hugo (il secondo), Bruno (il primo, mio padre).

E Bruno sposò Valda, giovane spavalda e irrequieta romagnola di famiglia contadina non più a mezzadria ma proprietaria, perchè stava arrivando Benito (1936, l'Italia aveva un Impero, da poco) e poi nacque Italo (1940, da poco era morto Italo Balbo).

Intanto l'Italia e il mondo, non solo l'Europa, era arrivata alla resa dei conti, sistemi a forte energia interna si muovevano per un nuovo equilibrio, vinsero le vecchie nazioni ma il sistema nel suo complesso vide dei movimenti interni lenti, discontinui, ma ogni volta su versanti di maggior coinvolgimento dei vari sottogruppi. Non sempre l'andamento fu lineare, a volte c'erano delle retromarce, a volte delle impennate ma il senso era quello, i vecchi gruppi dominanti non mollavano la presa, ma gli antichi sottostanti, a volte impazienti più spesso pazienti per forza, cercavano una strada anche se il più delle volte imitative dei modelli forniti loro dai "ricchi", da quelli "che contavano" e dalla carta patinata, dal cinema e poi dalla TV.

E fu così che i figli di Benito furono chiamati, senza chiedere loro il permesso, Gian Patrizio e Mauro Andrea, senza che fosse per onorare secondo abitudine nomi di famiglia e Benito scherzosamente, ma non troppo, affermava, da fasciocomunista o anarcofasciocomunista non lo sa neanche lui, anch'io ho un "patrizio" in famiglia.

Poi il tempo cammina arrivarono i figli dei figli, due graziose future signorine dai nomi, l'ho scoperto solo oggi, in linea con lo spirito prevalente anche se decisamente più eleganti, Anna Claudia e Beatrice Sofia, riferimento culturale ma nel solco della tradizione classica o trecentesca e il benito, vissuto da sempre in un mondo di donne, in campagna, a scuola, in sindacato, si poneva scherzosamente un problema (lui di donne così piccole non ne aveva mai conosciute): bisognerà trovare almeno un Dante!

Perchè questo riassunto e questo salto da una maturità, nel senso di esame finale, ai pensiero di un nonno ormai da diversi anni?

Il perchè sta in una locandina.

STUDIO MOVIMENTO e la Città di Sasso Marconi invitano la S.V. al Saggio di danza "STORIA DI PINOCCHIO" A cura di Studio Movimento - Associazione ENDAS. SASSO MARCONI (BO) Teatro Comunale" Piazza dei Martiri della Liberazione 5.     In replica sabato 10 giugno2006 ore 18.30 PARROCCHIA Cuore Immacolato di Maria Via Mameli 5 - BORGO PANIGALE (BO).

E poi l'elenco sobrio ma dettagliato della Direzione artistica, della Costumista, delle Fotografie di Scena, delle Riprese Video, delle Musiche da Offenbach a Gounod, a Rossigni (poi rivelatosi Rossini) Grieg, etc compresi un po' di americani o inglesi vari a me sconosciuti ma ai giovani (dai 50 in giù) decisamente noti e in fondo decisamente piacevoli. E poi il lunghissimo elenco delle allieve, comprese le due sopracitate ormai dirette verso i 7 e 4 anni.

Il benito, nella sua veste di nonno, per caso in Romagna, per caso avvertito, disposto a partecipare alla visione e all'ascolto, ma sotto sotto pensando, anche questa dovevo vedere. L'anarchico, il comunista e il fascio dei precordi antiborghesucci, faceva i conti con il mondo che cambia.

Il seguito dopo, con i commenti e i ragionamenti, anche se ormai l'evento è stato metabolizzato se non altro durante il rientro notturno da Bologna a Brescia nel tranquillo andare in autostrade pressochè deserte con l'incrocio casuale dei fari come in un vecchio film bianco e nero e, non per caso, in uno scambio di parole e di pensieri al telefono, quasi a trovare rassicurazione e speranza che il tutto non era regressione ma anche conquista, così da cogliere e capire il perchè e il come degli adulti fin troppo a sinistra, come i genitori delle pargole, fossero arrivati a tanto.

Già la locandina offre degli spunti interessanti agli urlatori di un'Italia spaccata e divisa, o agli altri ultrà pronti a gridare all'inciucio fra opposti estremi.

Fra poco. 

postato da: bkrema alle ore 10:50 | link | commenti (1)
categorie: politica, storia, biografia
lunedì, 15 maggio 2006

(8.2.14) Liceo. Ultimo giro.

L'estate era stata quella di sempre. Lasciata Trieste, partenza per la Romagna, non prima di avere fatto una scorpacciata di sole e di mare a Barcola e, ogni tanto, al Pedocio. Il Pedocio era, non so se esisa ancora, un bagno pubblico con separazione di maschi e femmine, in zona città, con una specie di spiaggia sassosa. La frequentazione era soprattutto di ragazzotti e anziani signori sul genere pensionati dotati di enormi mutandoni e relative oneste pancie.

L'atmosfera del Pedocio è detta tutta nel nome, anche se il riferimento del nome non è a quei simpatici abitatori dei capelli, ma alle cozze affettuosamente chiamate Pedoci e che popolavano quel po' di strutture in legno o di roccia che contornavano il bagno o formavano la separazione fra zona maschi e zona femmine.

Il motivo di questa separazione penso fosse dovuta più che altro a qualcosa di tradizionale e alla mancanza di ogni e qualsiasi struttura che garantisse un minimo di privacy, come si direbbe oggi, tanto che lo svestimento totale per cambiare abbigliamento era alla luce del sole e degli astanti tutti, così anche ai più giovani era concesso ammirare come sarebbero stati con qualche decina d'anni in più. I più piccoli erano ancora nella zona donne, come si conviene ai pargoletti custoditi dalla mamma.

Barcola era, ed è, tutt'altro, anche se è segnata dalla presenza della statale e quindi dal traffico, ma è qualcosa di decisamente aperto, con tutta la scogliera a difesa della costa a funzionare da minicabine e zona di lancio e di riposo. Si partiva da casa con il tram e la dotazione per il pranzo, una o due bighe di pane soffice e croccante senza essere sbricioloso riempito o accompagnato dai soliti formaggini di formaggio fuso o, cominciavano a esserci, di quella specie di cioccolato surrogato che non aveva ancora raggiunto il plus valore della Nutella però dava comunque un sapore diverso alla merenda.

Qualche fontanella riforniva di acqua fresca perchè le lattine dovevano ancora aspettare qualche anno prima di diventare con il loro clack il normale accompagnamento acustico del rituale mangereccio.  La scogliera era giustificata anche da un fondale sufficiente per potersi esibire in lanci più o meno acrobatici o in robuste spanciate per quelli meno abili come me che da poco tempo avevano imparato a galleggiare e un po' anche a muoversi in un stile che più libero e inverosimile di così era impossibile immaginare.

Passati i primi giorni ognuno poi circoscriveva il proprio territorio in una forma di tacito rispetto dei singoli e dei tanti piccoli clan. La popolazione era decisamente di tipo adolescente con allegra commistione di ragazze e ragazzi dai costumi molto pratici, il due pezzi era ancora di là da venire ma la fantasia non doveva faticare a riconoscere i lui dai lei. Chi non ha vissuto quel modo di essere non può però capire, c'è un atteggiamento di sano godimento del sole e del mare che non lasciava il tempo ad effusioni molto evidenti ben più frequenti dove regna la spiaggia e anche radioline e radiolone mancavano del tutto, mentre regnavano le carte per gli intervalli fra una sfida e l'altra questa sì fra maschi e femmine, più che all'interno dei singoli gruppi.

Le "mule" e i "muli" (dall'elisione di un pezzettino da mamulus, per i non locali) erano, e spero siano ancora, dei soggetti molto pari e competitivi e anche l'aspetto fisico delle ragazze più che sul genere girl era sul genere sportivo (tipo ester williams). Non so se fosse l'epoca, ma il rapporto paritetico era istintivamente quello più diffuso ed era in fondo quello preparatorio del sostanziale matriarcato in famiglia, cosa tipicamente nordica, forse, ma che derivava anche dal tipo di attività maschile prevalente che prevedeva o prolungate assenze per l'imbarco, o lavori in grandi fabbriche organizzati in turni, per cui alle "femine" era assegnata l'incombenza determinante dell'organizzazione e gestione familiare con il controllo totale della borsa.

Cosa del resto fondamentale nelle aree operaie per un diffuso alcoolismo che spesso portava le mogli o le madri a presentarsi al ritiro della busta paga settimanale per evitare che arrivasse vuota a casa fra il ritiro e la consegna alla moglie. Era questo un aspetto che mi colpì parecchio all'arrivo a Trieste nel 1950, io non avevo mai visto ubriachi per la strada fosse di sera o in pieno giorno, li vidi allora come li riincontrerò molti anni dopo nelle strade e stradette attorno a Piazza Verdi a Bologna colonizzate da quella variegata umanità così protetta da alcuni in nome di non so quali diritti dei cosiddetti Punk a bestia e fregandosene dei diritti di tutti gli altri.

Mi accorgo d'avere divagato, capita quando i ricordi si mescolano con polemiche recenti, Trieste pagava già allora una realtà industriale molto importante e che stava eliminando in modo repentino ogni apparenza di tradizione e capacità individuale banalizzandola, ma pagava anche il permanere di una ritualità legata all'osteria e a quei locali molto particolari che nel circondario erano costituite dalle "gostilne" e in città erano classificate come delle birrerie/salumerie/trattorie/osterie dove si beve, si conversa, si mangia e si tiratardi per rinviare il più possibile il ritorno a casa dove si ritorna ad essere piuttosto soli e solitari e con i problemi quotidiani che la "baba" non ha trovato modo di risolvere.

Certo è una analisi che riguardava soprattutto le famiglie operaie e che non so se possa ritenersi attuale ancora oggi, epoca di after hours e aperitivi, nè credo molto francamente occupasse i miei pensieri dell'epoca. Timido e imbranato nei rapporti interpersonali mi lasciavo prendere amabilmente in giro dalle amiche di una mia simpatica e graziosa cugina appena più giovane di me, Lidia, ma già sveltita nelle parole e nei modi sia dall'essere in San Giacomo, sia dal tipo di lavoro a contatto con il pubblico sia dalla necessità di difendersi con intelligenza dalla caccia che il suo aspetto provocava.

C'era poi anche un altro motivo che gratificava quell'inizio di estate, mi ero comprato una bicicletta con soldi tutti miei con un lavoro solo mio. Mio padre, manovale, lavorava all'interno delle ditte che vincevano gli appalti per la manutenzione della rete acqua/gas/elettricità per cui c'erano spesso dei cavalletti a segnalare i lavori in corso e io ogni pomeriggio a fine turno facevo il giro ad accendere i lumini di cera inseriti all'interno della lucerne. Oggi sa di preistoria, perchè si usano batterie e simili allora,per fortuna, no. Era una bicicletta favolosa, probabilmente un ultimo residuo di modelli ormai scomparsi, però era "da corsa" con le ruote di legno, il manubrio proprio come quello delle bici dei corridori, un cambio più simile a quello delle auto che si manovrava azionando una leva all'altezza della moltiplica, tutto vero, però era mia e, soprattutto, non avevo dovuto chiedere aiuto.

Certo che fa sorridere oggi che, non appena si sfiorano le età canoniche, deve arrivare il ciclomotore e via via il resto per non soffrire dell'assenza di status, ma non ero certo l'unico e la vita trovava lo stesso piacevoli modi di espressione e conquiste altrettanto personali.

postato da: bkrema alle ore 00:50 | link | commenti (2)
categorie: politica, racconti, storia, biografia, liceo
venerdì, 12 maggio 2006

(8.2.13) Trieste. Ospedale Maggiore. Fra un po' si chiude il sipario e si passa ad altro.

E' inutile che uno se la meni, a meno di non essere incitrulliti dai farmaci o simili il fatto di entrare in sala restauri chirurgici rende un po' tanto timorosi e incerti. Non era certo la prima volta e non sarebbe stata neppure l'ultima. Specialmente l'idea della anestesia totale, che quella sì per me era la prima volta, è piuttosto opprimente: sei lì, senza possibilità di controllo vigile, senza potere suggerire qualcosa di diverso e, dovesse andare male, senza rendersene neppure conto, diventa impossibile dare un saluto ultimo e brevssimo alla luce, ai suoni, al verde, all'azzurro, a tutto quello che ti ha riempito cuore e cervello di entusiasmi, passioni, affetti dolci e anche scomodi.

Ma tant'è, il progresso nell'anestesia totale c'era stato, chi ricorda la maschera all'etere o al cloroformio e i postumi del risveglio con i soliti nauseanti vomiti di ore può capire la differenza. Certo i farmaci "moderni" (siamo nel 1954) qualche diversità ce l'hanno, specie in fase di risveglio: funzionano da siero della verità. E di questo erano ben sicure le mie gentili, allegre, rasserenanti amiche che, al ritorno in corsia, mi stavano attorno e mi facevano le solite domande personali, quelle che ci incurioscono tutti e  di cui vorremmo conoscere le risposte anche se si tratta di una conoscenza occasionale: se provi sentimenti, chi è, se c'è, l'oggetto di questi sentimenti, come ami (non come scopi, quella è un altra cosa) e perchè ami.

Senza scomodare Dante è inutile negarlo l'amore è il motore del mondo anche quando lo rifiutiamo e ci rinchiudiamo irosi nel nostro concluso mondo, come accade del reso ogniqualvolta aderiamo a circoli ristretti anche politici o, soprattutto, religiosi. Le sette, le grandi religioni totalizzanti, persino i raggruppamenti politici che hanno come scopo ultimo la società "giusta", sono esattamente il contrario. Quando l'amore verso il mondo e le sue infinite sfaccettature debbono rispettare canoni e regole dettate da altri, allora l'amore non c'è più, rimane il rassicurante pensiero di essere inclusi nel recinto dei bravi e degli ottimi e l'altro, ben peggiore, sentimento (di solito ripudiato) che fuori da quel recinto tutta la realtà esistente ci è nemica.

Ma non sono adattoa questi profondi discorsi, sono facile agli entusasmi, sono affamato di affetto, di facce serene, benevole, di rosolio e di miele da toccare, da assaggiare, da far diventare unico contatto con l'universo, unica possibile mediazione con gli altri, e l'avevo fatto, magari capendolo solo in quel vanneggiamento post operatorio. C'era fra loro una dolcissima ragazzina, un po' cicciottella, della giusta altezza per l'epoca, dai modini affettuosi, pratici, quasi materni. per caso era sempre lì a fianco del guanciale dalla parte in cui non ero girato e riassettava l'orlo del lenzuolo, allontanava immaginarie mosche, mi sistemava lieve e leggera i capelli (ce n'erano allora, tanti fra l'ispido e il mosso) e io me ne accorgevo e poi, invece, guardavo l'algida biondina tutta a modo, dalla figura ben assestata, immagine vera dell'efficienza e del controllo e dotata di quel leggero strabismo a un occhio, il destro a guardare il sinistro per lei, che ti costringe a notare il colore di quegli stessi occhi che erano azzurri a conferma che il biondo era veramente suo. Gli altri occhi, quelli affettuosi e amorosi erano normali occhi scuri.

Ed era proprio quella affettuosa, pronta a ricevere e dare affetto, a fare le domande con tranquillo masochismo e io, imbecille e impotente sotto gli effetti del farmaco, a rispondere sinceramente. Ripensandoci poi, è proprio quando rivolgiamo il pensiero alle icone perfette accade solo e solamente perchè non è ancora arrivato il punto di cottura giusto, il timore dell'amore, dell'affetto, di poter ricevere tutto questo da un altro individuo prevale su tutto. Ho sempre faticato ad affidarmi, poi magari capita che lo capisci improvvisamente ad autunno inoltrato e vorresti avere quei diciassette anni per potere immaginare calore, tepore, dolcezza, abbandono per molti anni ancora.

E di nuovo sbagliamo. Pochi o molti anni, cosa sono al confronto della realtà che ci circonda praticamente eterna, dovrebbe importare soprattutto il come più che il per quanto tempo. 

Alla fine riuscii a risvegliarmi del tutto, a vergognarmi di tutte le scemenze dette, a vedere gli occhi divertiti di quelle ragazzine che di me conoscevano ormai tutto, compreso il fatto che nessuna esperienza avevo di "amori" e neppure una lontana conoscenza "tecnica" dei primi semplici approcci che certificano l'esistenza di qualcosa e anche l'algida biondina aveva uno sguardo diverso e l'altra, quella affettuosa, era ridente e sfottente nel senso amicale del termine. Forse erano state tutte impressioni mie ed eravamo tutti, io e loro, solo dei ragazzi pieni di speranze e timori del futuro che volevano godere degli ultimi allegri e irresponsabili sprazzi dell'adolescenza.

Dopo la settimana post operatoria, allora praticamente di prassi, uscii e tornai alla solita vita, un po' complicata da un gesso che doveva proteggere la zona di intervento, il calcagno, dalle sollecitazioni della "deambulazione" così da consentire il completarsi della cicatizzazione dei tessuti. E avevo ben altri problemi emergenti, ritornavo a scuola dopo due giorni e mi aspettavano sedici interrogazioni e 11 giorni disponibili. Il patto fatto con il prof, perchè fosse valido, era, inevitabile, che dovevo dimostrare che le materie da promuovere erano state approfondite e solo lui, di quelle sedici, ne aspettava sei.

Il prof Suadi, infatti, andava a blocchi, lezioni, letture, discussioni, interrogazione a tappeto, lui che girava tra i banchi (anche se di solito spesso parcheggiava il suo sedere sul banco della Titti), faceva le domande e poi passava la palla a un altro e via così, a raffica, e se non bastavano due ore ne usavamo altre, ma in quelle due ore spesso ritornava adosso, per cui già ascoltare era un ripasso efficace e la sufficienza finale arrivava solo dopo aver superato tutti, e dico TUTTI, i blocchi.

Dimenticavo, sedici interrogazioni e due temi di italiano e due scritti di latino (uno dal e uno in), in fondo alla classe, mentre gli altri esaurivano le rifiniture.

Me lo fossi meritato o no, tutto finì come previsto sia a lezione che agli scrutini, e anche ottobre andò bene. Ormai era finita si entrava nell'ultimo anno, il liceo, l'adolescenza era agli sgoccioli, non era la salita a spaventare, erano i tornanti con lo strapiombo attorno della discesa a spaventare e allora non c'erano gard rail, al massimo qualche cippo in cemento o in sasso.

Vedremo.

postato da: bkrema alle ore 04:19 | link | commenti (1)
categorie: politica, racconti, storia, biografia, liceo
giovedì, 11 maggio 2006

(8.2.12) Trieste.Ospedale Maggiore. Continua.

Fossi una volta di parola! Meglio così, il Presidente è già arrivato, fra un po' anche il governo e pian piano tutto dovrebbe tornare se non alla routine, quasi alla normalità.

Come in fondo era anche la vita lì all'Ospedale, scandita dagli orari, anche perchè ero un ospite di quel luogo già da tempo senza sapere diagnosi e percorsi successivi. L'ufficio informazioni messo in moto da quelle graziose amiche aveva ottenuto un qualche risultato: tubercolosi ossea, di qui il cambio di dieta, diventata ipercalorica, e di intrugli antibiotici.

Agli italiani di oggi il termine tubercolosi è quasi sconosciuto se non come fatto lontano o, se già al lavoro, come indagine preventiva obbligatoria in certi luoghi di lavoro, oppure riferita a determinate categorie. A parte la Bohème, e la morte in diretta di Mimì, tutto portava a sottolineare un'immagine ben presente in letteratura e nella società come accidente risaputo e attribuito a quelle frange, non certe minoritarie, della società che lottavano quotidianamente contro condizioni di vita decisamente carenti sia per igiene (promiscuità, abitazioni prive di ogni minimo servizio) che per benessere economico. In fondo quel che accade oggi con la ricomparsa anche diffusa della malattia specie tra gli extra comunitari, complicata dlle condizioni originarie, dalla promiscuità all'interno di appartamenti affittati a caro prezzo e quindi sovraffollati e dalla presenza di varianti antibiotico resistenti.

All'interno della società di allora quando uno dei familiari era colpito da questo male, e di solito si trattava di elementi particolarmente giovani, il silenzio era d'obbligo quasi fosse una maledizione. Accadde alla mia giovanissima zia Carolina, spedita velocemente in un luogo accogliente sulla collina a Pavullo nel Frignano, ai confini fra Bologna e Modenna, mentre per tutti gli altri villici di S.Prospero si era trasferita presso una parente bisognosa di aiuto domestico.

Diamo comunque merito al regime mussoliniano e alle generazioni di imprenditori dell'epoca che favorirono lo sviluppo di strutture pubbliche gratuite apposite, a cominciare dalla medicina scolastica e continuare specialmente attraverso la rete dei medici condotti e della OMNI, Opera Nazionale Maternità e Infanzia, diffusa in tutto il territorio nazionale e che, si direbbe oggi, attuavano uno screening continu o della popolazione e del territorio. Questo screening portava poi i colpiti dalla malattia nei sanatori dove condizioni di vita buone, più che farmaci ancora impotenti fino all'avvento degli antibiotici, favorivano le doti individuali di combattimento.

Io, alla informazione avuta, reagii con tranquilla indifferenza da ammalato esperto di un guaio ormai antico e, infatti, già alla quarta settimana di ospitalità la dieta tornò alla norma con qualche malinconico riferimento alla stecchina di cioccolato che spariva ma che era riuscita a creare quasi una piacevole dipendenza che dura fino a oggi, Dipendenza contrastata dalla cintura in vita che vorrebbe non dover aumentare in centimetri e nuovi buchi di assestamento, brontolando anche contro la introduzione di quel surrogato, la Nutella, che ha raggiunto una gloriosa vita autonoma.

Ci fu, poi e anche, una visita collettiva dei miei compagni di scuola guidata dal prof. Suadi e servì a sottolineare il mio essere di studente liceale e fece partecipi quei figli di buona famiglia com'era l'Ospedale vero. All'epoca, infatti, le famiglie appena abbienti quando un familiare andava in Ospedale di solito entrava nella categoria dozzinanti, che avevano, e ritornano ad avere, un ruolo economico importante sia per la struttura pubblica che per il personale, soprattutto medico. La corsia era per "quelli della mutua", per loro, gli altri, libertà di accesso dei parenti, visite dei primari e vice frequenti, servizievoli e attente le assistenze dell'altro personale e spesso una camera con in più un letto per persone di famiglia.

Quello che pochi credo sappiano è che il costo della sanità ospedaliera, quando la famiglia o il diretto interessato non poteva, era a carico del Comune di provenienza che cercava di rivalersi, a sua volta, sui genitori (i nonni, nel mio caso) se possidenti. Tutto questo fino all'avvento della Repubblica, dopo l'onere passò allo Stato in gran parte tanto che è scomparsa persino la memoria storica di ciò, che in parte sta tornando con il tambureggiare continuo contro il "welfare", diventato il nemico pubblico numeroo uno.

Tornando alla classe in visita, quel fatto era piacevole perchè confermava una specie di appartenenza a un gruppo a cui mi sentivo tutto sommato estraneo, ma era anche fonte di preoccupazione perchè trasmetteva un messaggio di gravità piuttosto inquietante. Chi di voi è giovane non se ne può accorgere ma alla mia età di oggi un eventuale ricovero ospedaliero seguito dalla visita di parenti che non vedi da tempo è un campanello d'allarme molto più efficace delle parole che leggi sulla cartella clinica appesa ai piedi del letto.

Ma non era il caso, dopotutto, servì piuttosto a stabilire un accordo fra le due controparti: lo studente e il prof. Le mie assenze da scuola diventavano eccessive, fra poche settimane ci sarebbe stato lo scrutinio e, inevitabilmente e con molta franchezza, per evitare bocciature me la sarei potuto cavare, e vedremo come, con un paio di materie a ottobre. Quali? Il prof, Suadi, lettere, era anche obbligatoriamente il capoclasse e contrattammo le due materie. Io proposi matematica e francese, la prima, matematica, perchè mi piaceva andavo benino però non c'era possibilità di prove scritte, la seconda,francese, perchè ero veramente una schiappa ma a memoria di studente nessun rimandato in quella materia era stato poi bocciato a ottobre. Il prof Ciucci era decisamente un timido e noi lo sapevamo.

E il prof accettò, chiedendomi, en passant, come mai quell'intervento milanese di estetica facciale aveva raggiunto risultati così deludenti. La domanda era di una delicatezza veramente da montanaro dal passo pesante, però indirettamente manifestava una preoccupazione vera e quindi perdonata.

Finalmente arrivò il giorno dell'intervento, quello solito di restauro e manutenzione, con alcune annotazioni divertenti. Vedremo di parlarne assieme,perchè coinvolgono alcune di quelle graziose amiche che mi aiutavano a sentirmi ragazzino.  Chissà se qualcuna di loro, praticamente mie coetanee, passa da queste parti e si riconosce. In fondo è già successo per dei miei compagni di liceo sperduti nella lunga (?) vita percorsa ed anche per la mia transumanza in tanti diversi lidi.

postato da: bkrema alle ore 04:34 | link | commenti
categorie: politica, racconti, storia, biografia, liceo
venerdì, 05 maggio 2006

(8.2.11) Trieste. Ospedale Maggiore. Si alza il sipario.

Oltre due settimane dalla introduzione, troppi fatti, troppe emergenze, troppe incertezze vere o presunte hanno impegnato l'altro me stesso, il kreben, a provocare ed essere provocato  dalle vicende post elettorali e bkrema ha dovuto attendere.

Ed accade però anche che a lasciar cadere per un po' il filo dei ricordi tutto diventi più difficile, pare quasi che riprendere il filo che si è accumulato in disordine sia divenuto impossibile, quasi ci avesse giocato un gattino dispettoso con il gomitolo ed è lì che ti guarda per vedere se sei più bravo di lui a dipanare. E in effetti non è poi così difficile ci vuole solo un po' di coraggio iniziale.

Non c'era nulla di serio nei motivi che mi avevano portato lì. Dopo l'intervento, forse rudimentale ma certo efficace di Lugo 1946 che aveva ripulito ben bene il calcagno dall'osso spugnoso, tutto era andato tranquillo fino a un paio d'anni prima, poi era cominciata la solita sequenza tipica dell'osteomielite di chiusura ed apertura della fistola posta, purtroppo per me, in un punto inevitabilmente sollecitato com'è appunto quella parte del piede.

Di qui la necessità di nuovo di un intervento di riassestamento, entrando in quel lungo corridoio diventato corsia a tutti gli effetti. Mi sono così ritrovato nel reparto uomini con vicini quindi di età ed esperienze ben più solide e costruite delle mie. L'insieme tuttavia era rilassato, come avviene nei reparti di chirurgia dove gli ospiti sanno perchè son lì. In genere un po' di controlli, di esami e poi il taglia cuci, un po' di sosta postoperatoria e se tutto andava come doveva il ritorno a casa senza grossi patemi. Se invece qualcosa andava decisamente storto allora arrivava la squadra, metteva attorno al letto un po' di paraventi, poi arrivavano gli addetti, caricavano la barella per la saletta mortuaria con sosta per l'autopsia e via a ripreparare il letto per l'avanti il prossimo.

Fortunatamente durante quel periodo di qualche settimana era sempre accaduto un po' di letti più in là, quasi fosse un altro quartiere o un'altra città. L'autodifesa è così spiccata che ci si arrocca in un microcosmo sempre più ridotto e se dovesse accadere nel letto a fianco ti rinchiudi in te stesso, così riguarda sempre solo gli altri. Tanto se accade a te stesso non te ne accorgi, a meno che il processo non sia così lento da consentire l'arrivo e le cerimonie di chi ti prepara alla buona morte, quando forse sarebbe meglio una sana bevuta alienante per godere degli ultimi sprazzi di incoscienza voluta, prima di salutare definitivamente la vita.

Nel mio caso poi lo cose si complicarono un po', perchè lo staff medico non volle accettare di essere semplicemente degli onesti artigiani chiamati a riparare o revisionare una situazione ma volevano risalire al come e al perchè, forse anche per mancanza delle cartelle cliniche originarie di Bologna e Lugo e la mancanza di fiducia verso i fatti raccolti durante l'anammesi, quella cosa in cui dovresti ricordarti di tutti i raffreddori, le malattie esantematiche, le cadute da biciletta, e della causa di ogni traccia di cicatrice che orna il corpo di un ragazzo cresciuto nei cortili di periferia. E per quanto in fondo io frequentassi il quart'anno di liceo e quindi fossi dotato di un livello di linguaggio e abitudine alle parole almeno sopra la media, il seguire le domande fatte in linguaggio squisitamente medico di solito rende incomprensibili le domande stesse.

Cominciò comunque una serie di endoarteriose a base di antibiotici in dosi da cavallo. Due volte al giorno arrivava un giovane medico, si alzava velocemente il lenzuolo e l'ago veniva introdotto dalle parti dell'inguine, l'iniezione era veloce non assolutamente dolorosa e tutto finiva lì, a parte un lieve imbarazzo (non poi tanto lieve) perchè ci vuole del tempo ad abituarsi a tutti quei peli che sono in zona e si vorrebbe non fossero messi così in mostra.

E fu quindi così che milioni di unità di pennicillina e grammi di streptomicina attaccarono tutto quello che poteva esserci di extra benito nel mio organismo senza tuttavia che gli esami del sangue trovassero particolari riscontri. Dopo una decina di giorni improvvisamente cambiò la mia dieta che diventò particolarmente ricca, tanto che ogni giorno arrivava pure una stecca di cioccolato e la cosa dopo qualche giorno mi stupì, perchè agli altri confinanti arrivava la solita sbobba di minestrine, o minestre di verdure con successione di pallido pollo in compagnia di altrettanto pallido purè. Fossero state almeno patate in tecia!

Intanto mi ero fatto un gruppo di deliziose amiche, anzi erano venute loro alla conquista dell'unico ragazzotto disponibile. Veramente carine, come tutte le puledrine dai sedici ai diciotto anni, con la loro divisina di quell'azzurro sbiadito con contorno di traverse e reggi qualcosa bianche e la cuffietta altrettanto bianca che non riesce mai a nascondere bene i capelli impertinenti che chiamano un po' d'aria.

Non dimentichiamo che si era appena nel 1954, ancora in fase di ricostruzione dei quadri in tutta l'Europa, quella Europa che per baloccarsi nelle proprie guerricciole aveva distrutto milioni di vite e praticamente fatto fuori una intera generazione, quella più giovane fra i 17 e i 25/28 anni, una buona parte facendoli morire e l'altra parte distruggendoli dentro per le delusioni ideologiche e l'indurimento verso l'esterno tipico in chi vede morire chi ha vicino e sa che ogni giorno è buono anche per lui.

C'era una scuola di allieve infermiere che prendeva le ragazze dopo due anni di superiori e in tre anni le portava al diploma che, pur non avendo il riconoscimento giuridico di una maturità liceale, aveva un percorso pratico e teorico massacrante. Vivevano infatti in convitto con orari e turni di dodici ore diurni e notturni e caricandosi di tutte le attività più umili di pulizia degli ambienti, degli arredi e dei pazienti. In questo modo acquistavano anche quel modo di fare sdrammatizzante tipico e le vedevi affrontare con garbo, ma anche la battuta pronta, quando intervenivano a rassettare e ripulire in modo deciso vecchi signori con in mostra le caratteristiche maschili a volte mascherate, a volte ostentate magari per vedere se si riusciva a farle arrossire.

Tipiche le serate del sabato, quando c'era sempre l'arrivo di qualche massiccio ubriaco in fase ancora manesca e dispettosa. Uno in particolare ricordo, un massiccio portuale oltre il quintale pieno di sgorbi povocati probabilmente da cadute post sbornia, finalmente ricondotto a letto con il camicione chiuso con i lacci alla schiena, due di queste ragazzine a fare le dolcezze dopo averlo coricato sul fianco e la terza armata di siringa che gli arriva di spalle con la siringa per l'antitetanica, colpo veloce per alzare le coperte, colpo veloce per colpire con siringa, urlo belluino dell'interessato che si alza di scatto, strattona le ragazzine aggrappate e scappa al galoppo per la corsia, salvo poi, alla fine, inciampare su parte delle lenzuola  e stramazzare a terra e restare lì intontito e venire ricondotto quindi, con l'aiuto dei robusti infermieri del reparto, al letto e su quello legato. Per associazione di idee mi vennero in mente certe scene in cui il robusto magrone (maiale giovane sui 130 chili) si svincolava dalle cure del norcino e scappava con il coltello già piantato ma non fino al cuore per stramazzare esaurito dall'emorragia. Quanto più grossi sono questi maschioni, tanto più temono l'ago di una siringa.

Russò, bofonchiò, bontolò tutta la notte, era nel letto accanto al mio. Quando si svegliò la mattina dopo si rivelò un timido e vegognoso gigante remissivo e le ragazzine si rifecero prendendolo allegramente in giro.

Ed è con quelle ragazzine che feci amicizia e fu a loro che chiesi notizie dei motivi del cambio di dieta e sempre loro mi diedero poi le notizie dopo l'indagine accurata presso gli altrettanto giovani medici del reparto. Giovani medici che avevano certo il fascino e anche le debolezze di dieci anni in più sempre però in perdita a fronte dell'innocenza scafata di queste ragazze, in gran parte provenienti da San Giacomo  il rione tipicamente operaio e portuale di Trieste.

Ne riparleremo presto, ancor prima di sapere chi sarà il nuovo presidente dell'era post Ciampi.

 

postato da: bkrema alle ore 00:49 | link | commenti (1)
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