(8.2.X) Un po' più di 50 anni dopo, 2006 31 marzo.
La spianata è giusta, vasta, con qualche ondulazione ai bordi, agli estremi due piccoli gruppi di alberi dove parcheggiano con sciabole, piume, trombettieri e stendardi i due gruppi di capi e sottocapi. Sotto di loro, schierati, i due eserciti. Tamburini in prima linea.
Lo schieramento è completo. Rullano i tamburi in modo sempre più rapido quasi frenetico. E' arrivata la vita. Poi i tamburini si aprono da una parte e dall'altra e tutto il campo muta, a destra una sola fila di fucilieri tutti bardati di nero e per ognuno di loro tre assistenti pronti a porgere il fucile ricaricato nel modo classico, polvere, piombo, stoppaccio e l'invito per l'accensione per l'acciarino pronto all'impiego.
A sinistra fila di soldati nelle più varie uniformi e non tanto simili nelle righe, anche se nelle prime fila prevalgono i più anziani, ma ci sono anche ragazzini, diversi giovanotti e anche ragazze e avanzano tutti imperterriti nella battaglia della vita.

I fucilieri neri sparano a cadenze ritmate, fermi al loro posto, e le fila vengono abbattute. C'è anche del movimento, nelle fila più interne qualcuno scalpita vuole correre più avanti perchè lì tutto sembra più vivace e la cortina di fumo impedisce di vedere bene gli uomini neri automatici.
Forse non è stata una bella metafora, forse la descrizione è apparsa barocca ma si avvicina molto alla sensazione provata stamattina nel salutare la vecchia zia che pure aveva vissuto non poco (94 anni) e, di tutte non era neppure la più sorridente, anzi, o la più disponibile, ianzi.
Il mio pensiero è stato più modesto e pragmatico, ancora 2+2, 1 maschio e tre femmine, poi la prima fila è stata decimata, e la seconda passa in prima fila, ancora indenne, a parte una classe 1930, e qualche perdita nella molto più giovane terza fila perdite legate proprio alle tipologie tipiche di questa realtà che viviamo (velocità e ero).
Ma non pensate che l'atmosfera generale fosse deprimente o depressa, a parte l'assoluta mancanza delle generazioni dal 1950 in su, le frasi correnti erano infine le solite sul genere "poverina, adesso non soffre più" , e ci credo dopo oltre cinque anni di letto e di crisi, poi c'era stato l'alato commento "è proprio in queste circostanze che si consolida nel diuturno sacrificio e dolore il senso più alto della famiglia e della vita, che troverà poi luminosa conclusione nella visione eterna di Dio".
I vecchi sacripanti (fra i 65 e i 75 anni) si passano sguardi calcolatori nel prevedere a chi toccherà la prossima volta e, per darsi un contegno, commentano che in fondo i residui della prima fila, zie acquisite per matrimonio, mantengono qualche traccia dello splendore dei loro 30/40 anni, mentre le cugine più o meno coetanee miseria come sono cambiate.
Ma questi pensieri vanno via veloci perchè in questi casi c'è sempre qualche particolare tecnico da osservare, è cambiata abbastanza la tecnica delle sigillature del contenitore (bara suona male) di zinco, molto meno rumore e fumo (si sa il progresso!). Anche le operazioni di chiusura finale sono veloci. Interminabile invece il tempo di attesa nella Chiesa parrocchiale, nel cambio delle consegne il prete della camera mortuaria di Imola non si era capito con il giovane parroco del Santo Spirito, forse perchè doveva ancora finire di elaborare le alate parole di cui sopra.
Poi anche qui la cerimonia si conclude in modo abbastanza veloce, di corsa alle macchine dopo l'altrettanto veloce saluto fra chi non può venire al borgo natio per impegni vari (di solito crisi di rigetto più che comprensibile) e chi invece ama bere l'amaro calice fino in fondo o, molto più vero, capire dove verrà sistemata la zia Maria Luigia. Su cinque nuore di mia nonna c'erano tre Giuseppine (Fina, Gepina, Pina), un Bianchina e, appunto, una Maria. Il Luigia è una scoperta di oggi.
Già, perchè la diaspora della grande famiglia ha disperso in molte schegge il nucleo iniziale costituito da nonno Fita e nonna Jusfina, i suoi 5 maschi e 2 femmine, gli undici nipoti e i 17 pronipoti. Ed è qui, nello spiazzo erboso all'interno del cimitero di S.Prospero di Imola che casualmente scopro uno che ricordava molto bene mio padre e io scopro un aspetto del mio babbo che non conoscevo.
Papà Bruno (1907) aveva organizzato ai tempi una corriera (anni 1930/32) per accompagnare i ragazzini (classe 1920/1922) al luogo natale del Duce e traspariva nel ricordo la simpatia dell'ex ragazzino in marcia veloce verso i 90 per quel giovanotto che aveva procurato una così emozionante avventura: una gita in corriera. Già perchè allora ce n'erano ben poche. E in dialetto suona meglio, molto più spontaneo, ma non ne conosco la grafia e non me ne importa, per un attimo mi sono reso conto che quel Bruno è stato un ragazzo come me, come me amava stare assieme ai ragazzini, fare per loro quello che la sua epoca gli suggeriva e forse se io...
Poi le chiacchiere trascinano le chiacchiere, torna l'affabilità e i ricordi di anni molto più giovani, rimasto unico cugino anziano in mezzo alle mie cuginette di un tempo son tornate le battute e gli scherzi, mentre i muratori finivano di mettere i mattoni nella grande stanza(12 posti) del condominio di famiglia del genero benestante. Ma lì attorno erano tutti benestanti e in fondo anch'io e il mio fratelline Italo, figli di una femmina e quindi non partecipanti alla divisione dei pani e dei pesci, eravamo già paghi di rivedere i campi, le viti, la vecchia casa e il piacere nella voce dell'unico cugino maschio, il più giovane (classe 1946), che era rimasto a godersi l'evoluzione in agricoltura e che con una battuta ha tradito il suo sogno: in fondo la Caranta e i Ciaraval in campagna ci sono ancora e sono contenti di esercisi rimasti.
Per chi non vuol correre alle prime pagine: Caranta il nome della casa avita, specie di fortezza squadrata, Ciaraval soprannome che ogni famiglia seria ha e, possibilmente, deve mantenere.
Le foto rappresentano immagini dei tamburini che aprono il corteo, il boia e un gruppo vicino alla chiesa e sono parte di un gruppo di foto che raccontano di una tradizione dell'iglesiente.
(8.2.7) si torna per ospedali.
E' opportuno per un po' lasciar perdere ricordi di politica che allora appariva meravigliosa, perchè meravigliosa la sensazione di essere protagonisti, che bastava, anzi era indispensabile partecipare proprio come oggi, ma a questo ci pensa l'altro io, il kreben nome di battaglia da anni che si ostina a sollevare problemi a grattarsi quel senso di rogna che gli appare sulla pelle per cose che invece spesso alla maggioranza degli altri vanno bene.
In un commento su un post richiamavo quelle splendide maschere che sono un simbolo dell'italiano "vero", Arlecchino e Pulcinella e non a caso nati a Nord e a Sud, ignorando ben altre maschere, meno furbe perchè espressione di un mondo semplice, anzi sempliciotto, Bertoldo, Bertoldino, Cacasenno,Sandrone, Sganapino e tutte quante queste maschere semplici, pazienti, sgobbone che dedicano la vita a rimediare alle brillanti esibizioni dei due sopraddetti uno dei quali ha, e non è un caso, come sottotilo "servitor di due padroni".
Ma chi se la sente di mettere in gioco anima, corpo, chi avrà il coraggio di urlare che il re è nudo, anzi è solo un buffone di re e se per essere nudo si vedesse anche l'anima lui stesso se ne accorgerebbe. Chissà fra meno di due settimane se prevarranno gli eterni pulcinella o se i tanti sempliciotti chineranno il capo e, da analfabeti, metteranno una croce su un simbolo che avrà solo il significato di altri sgobbi, di altre penose rinunce pur di sperare che i loro figli, i loro nipoti, i loro semplici desideri abbiano la speranza di un qualche piccolo piccolissimo futuro!
Così come il Benito era stato convinto di provare anche un qualche intervento per migliorare un pochino quelle castronerie di medici inesperti o incapaci che avevano cucito in modo maldestro quello che ha il nome popolare di labbro leporino, perchè il labbro superiore anzichè essere tutto unito talvolta non si unisce proprio dove tutti, o quasi, hanno una piccola fossetta giusto a metà come accade appunto alle lepri, o ai conigli o altri roditori e quindi anche un qualche pezzettino di nostri geni dimenticato o per un momento non funzionante ha impedito alla evoluzione di arrivare a compimento.
E non era quindi per caso se l'illustre prof Putti, tutto medicina e nient'altro, come dice la lapide solenne del Rizzoli che scende persino a richiamare l'unico affetto che ha avuto diverso dalla medicina, la sorella, mi portò a esempio ad appena 30 giorni nella solenne aula magna e probabilmente affidò a uno dei suoi più scalcagnati assistenti di rimediare a una delle tante sfighe che madre natura aveva cercato di assegnarmi, neanchi fossi un manuale costruito apposta.
Eppure io manco ci pensavo e neppure mi ero accorto di sguardi diversi dei miei compagni nelle tante classi fatte in città diverse, ben altri erano i motivi per cui mi trovavo in difficoltà. Comunque una delle brave donne della parrocchia aveva detto a mia madre, lei sì che per un qualche motivo si sentiva in colpa per il brutto anatroccolo che si tirava dietro, che aveva interessato la S. Vincenzo de' Paoli (esisteva, e forse esiste ancora, questa associazione che soccorre i deboli e gli sfortunati e riempie il cuore di questi benefattori che in questo modo avanzano di qualche pianerottolo verso il regno dei Cieli e uno degli scalini più alti di questa associazione) per trovare il finanziamento.
Già, per i sostenitori di un welfare più "moderno", ricordo che per i primi interventi la brava madre fascista aveva scritto al suo Duce perchè intervenisse e il Duce era intervenuto e il Rizzoli aveva accolto con interesse questo interessante caso, ma adesso il Duce non c'era, c'era l'INAM. Creato dal Duce e suggerito da una categoria di industrili avveduti perchè si rendevano conto che un operaio in difficoltà o ammalato era fonte di casini, perchè mica potevi inventare un sostituto in due minuti. Non era l'industria di oggi, quella dei grandi numeri dei precotti e dei preformati per cui se si ammala un bangla, puoi prendere il primo indo o bulgaro o rumeno che passa che non cambia niente, tanto la fabbrica la fanno i capitali e le macchine, sciura mia, gli uomini non contano e poi "le macchine non fanno sciopero".
E sarebbe lunga adesso dedicare righe a questi discorsi e sembrerebbe un discorso di sinistra e invece è un discorso di onesto buon senso che guarda alla sostanza e quando gli uomini non servono alla lunga il capitale può essere qualsiasi e chi ne ha di più lo mette nel culo ai capitali locali, specie se sono timidi e poltroni.La vecchia destra litigava, teneva chiuso il portafoglio perchè così pian piano la vecchia sinistra si applicava fino a trovare una soluzione che, migliorando un po' la condizione degli operai, veniva nella sostanza in aiuto di quei coglioni di dirigenti che, di solito, non sapevano niente della fabbrica.
Un po' quello che avviene, forse, in Confindustria dove persino i sindacati più nemci sono ben accolti nella speranza di qualche ideuzza nuova, perchè quelle vecchie a base di botte e museruole non servono a niente, anzi. Le hanno tentate all'inizio, ma è gente che forse qualche volta porta la Ferrari senza bisogno dell'autista ma se si blocca il tergicristallo chiamano il carro attrezzi. Però sanno tutto sulla disponibilità di questo o quel deputato, o giudice, o come richiamare l'attenzione di quei diafani tonaconi dalle belle scarpine rosse, magari di Prada (a proposito lo sapete, vero, che le hanno abolite come obbligo?).
Ma torniamo alla questione, vengo convinto, si trovano i soldi, la Clinica Sanvenero Rosselli dà la propria disponibilità, una volta visti i soldi, e io avviso a scuola che starò via da un sabato al lunedì della settimana dopo e parto con il treno così da arrivare a Milano il sabato pomeriggio, domenica mattina a digiuno le analisi e lunedì via con il bisturi.
E io mi ero preparato, conoscevo l'indirizzo, avevo guardato sulla pianta, erano tre viali e mi incamminai a piedi. Così mi accorsi che anche i viali a Milano erano vialoni che non finivano mai epperò alla fine arrivai all'indirizzo che mi era stato dato e quando suonai il campanello pensavo che mi avrebbe accolto la solita secca e ossuta e antipatica buona donna dal buon cuore.
E invece no, si fece avanti una signora spigliata, sorridente e, pensate, sorpresa, anzi piacevolmente sorpresa. Sono pensieri di anni dopo, da post quarantenne, come quella gentile signora, impiegata di categoria superiore in una istituzione USA a Milano, dal profumo delicatissimo, dall'ottimo parrucchiere, sarto, estetisto. insomma ci piacemmo, non nel senso sguaiato ma nel reciproco piacevole rispetto e ruolo. Anzi, nessun ricovero, tutto rinviato a lunedì c'era giusto un delizioso alberghetto proprio lì vicino, sarei andato in clinica la sera dopo, le analisi lunedì, e le dispiaceva molto lasciarmi solo ma aveva degli impegni che non poteva abbandonare, ma il pomeriggio dopo mi avrebbe accompagnato per Milano e poi fino in clinica.
Ma non lo sapevi, lascia che ti dia del tu, anche se sei un così bel ragazzone potresti essere il figlio che non ho, ma a Milano c'è la Metropolitana ed ero quasi in pensiero. potevi anche telefonare. Dai vieni che ti accompagno. Senta me lo tratti bene, viene da Trieste, è un mio protetto lo vengo a prendere domani pomeriggio. Ciao. Buonanotte. Dormi sereno. E un piccolissimo leggerissimo bacio su una guancia di guancia, non di labbra, ma così morbida.
E così l'albergatore mi trovò uno spuntino e mi accompagnò nella stanzetta tipica non solo dell'epoca, istruzione dove era il lavandino e un po' più in là il gabinetto con le raccomandazioni al volgo di lasciare tutto pulito perchè non era un cesso. E così ero stato ripoportato alla realtà com'ero veramente, che non mi montassi la testa. Come se potessi immaginare allora, a diciassette anni appena compiuti, che anche a quarant'anni si è giovani e, purtroppo, anche a quasi settanta.
Ma basta per oggi, quella clinica era, e penso sia, uno spaccato terribile per le sfortune che possono arrivare, ma anche un esempio di come sempre arrivi agli umani la spinta a guardare al futuro e sorridere anche nelle situazioni apparentemente tristi.
Intermezzo nro 2. Dovuto, piacevole, amaro.
Dal passato, ma proprio grazie al futuro, si è ristabilito un contatto. Da tempo avevo cercato, sollecitato, richiesto anche a chi in fondo aveva accesso ai dati ufficiali informazioni per ricostruire dove fossero andati, come incominciare a cercare, ma nessuna risposta.
Nelle mie letture di consumo, come spesso si afferma con sufficienza, c'è sempre quello che arriva nel piccolo centro della grande America, passa dalla bibliotechina locale o dalla segretaria della scuola in pensione, o, e c'è sempre, dalla redazione del foglio locale e ritrova memorie, documenti, disponibilità o, almeno, scaffali un po' impolverati dove poter cercare notizie e anche immagini che danno realtà ai ricordi.
Qui da noi è un po' meno così, forse, chissà, perchè l'esterno che arriva con una richiesta non prevista dalle mansioni è solo un insulto al nostro tran tran lavorativo. Perchè noi siamo lì negli orari dovuti ma vorremmo e dovremmo essere altrove là dove veramente vivremmo. Non so se è perchè le scritture sacre ci ricordano che partorirai (cioè partoriranno, per predisposizione biologica) nel dolore e lavorerai (lavoreremo, anzi spesso quella che partorisce nel dolore è anche quella che lavorerà di più, ma nella semplificazione delle parti o nella significativa non segnalazione delle ancora sacre scritture non appare) o perchè, indipendentemente della regione dove viviamo e operiamo "lavorare" è sinonimo di "faticare", giusto solo e solamente per quel poco o molto che sistema, spesso solo provvisoriamente, il conticino personale.
Ma il web? E ci arriviamo. Capita che il signor Google o il signor Yahoo, o uno dei tanti sub motori di ricerca siano particolarmente sensibili ai nomi e così qualcuno di quelli riportati quando ricordavo alcuni del corso E 50/55 abbia ricevuto un trillo fino a risuonare da me. E, naturalmente, è uno dei tanti, troppi, che non era presente al momento della scrittura mentre è esploso immediato nel ricordo, come quei flash che usavano un tempo.
Molti di voi non possono nemmeno immaginare com'era il rituale della foto annuale quasi ufficiale. Il fotografo arrivava come nei vecchi film, l'enorme scatolone che formava l'apparecchio, la lastra in vetro spalmata della gelatina sensibile e, soprattutto, l'asta lunga che in cima aveva un piattino con un sacchettino contenente la polvere di magnesio e donatori di ossigeno. Stabilita posa e inquadratura e tutti gli altri accorgimenti utili scattava il "guardate qua" e subito poi l'esplosione del flash e la successiva nuvoletta di fumo che annebbiava la classe.
Ebbene quel flash ha riportato subito l'immagine di quel ragazzo della fila centrale primo banco dai capelli nerissimi, alto, atletico e, non credo di sbagliare, la cui funzione principale nel "collettivo" (come si chiamerà anni dopo) era spesso e soprattutto di pacificatore. Pacificatore fra noi, pacificatore fra la classe e i prof, l'abile intelligente intervento che riportava serenità. Cognome che per anni avevo ben presente perchè, a Bologna almeno, è molto significativo in un ambito commerciale di elevato livello specialistico ma che il signor ALZH evidentemente ha retrocesso, e che qui non segnalo così i signori Google, Yahoo e consociati non aggiungono un ulteriore momento di indagine.
Dicevo in apertura "amaro"? Sì perchè il pacificatore, non uso il termine moderatore troppo abusato per indicare spesso squallidi individui di successo televisivo che appaiono come degli servizievoli lacchè che aprono le porte al potere del momento e le chiudono troppo spesso alla verità, evidentemente lo è rimasto anche dopo mantendo collegamenti e registrando anche avvenimenti. Fra questi avvenimenti certe purtroppo biologiche conclusioni (com'è difficile dire morte!) per cui oltre un terzo della classe risulta ormai, e per sempre, assente giustificato e alcuni quasi da subito.
E adesso ci vorrebbe l'inserimento di una di quelle belle foto ufficiali che cristallizzano la realtà, ma che purtroppo non ho.
Preferisco riandare al racconto, al ritorno da una delle pochissime gite scolastiche, credo dell'ultimo anno, di alcuni dei partecipanti che si erano esibiti in gloriose e memorabili storie legate, come spesso succede, a qualche po' di alcool in più e alle altrettanto memorabili proteste di albergatori indignati a reclamare consistenti pagamenti di danni. Gloriose e memorabili storie in fondo simili a quelle di ognuno dei miei venticinque lettori (sono presuntuoso, mi rifaccio al Manzoni).
Poi gli passa! come nello spot sulla assicurazione on line, e riprenderò il cammino.
INTERMEZZO DI SPERANZA.
Persino la primavera di bellezza dopo l'inno alla giovinezza giovinezza doveva concludersi con l'atto di fede non in un uomo ma in quell'uomo a cui delegare ogni nostra volontà, ogni nostra capacità, ogni nostra speranza.
Noi, o almeno io, mi aspetto semplicemente una primavera di speranza. Speranze individuali, speranze e sogni di chi cresce e vive con noi, di chi incontriamo nello, a volte, affannoso correre del quotidiano gioco della vita.
Speranze che debbono portare a una estate di analisi concrete perchè l'autunno, l'inverno, come nel mondo di un tempo, siano stagioni di preparazione, di maturazione alla primavera successiva quando cominceranno a spuntare i primi germogli nuovi e non le solite grida, non i soliti inutili spottoni, non le solite illusive promesse, per i soliti pochi
, ma le piccole speranze che pian piano crescono e trovano spazio per diventare realtà.
E' vero, se si vuole che il raccolto sia efficace, se si vuole che le piante nuove attecchiscano e crescano bene ci vuole la solida pazienza di chi può tenere le piantine in serra ma si attrezza anche per portarle in pieno campo, perchè solo in quel caso impareranno a sopravvivere.
Certo, il coltivatore abile, intelligente e paziente deve tener conto della esposizione al sole, ai venti, alla pioggia, al giusto apporto di elementi nutritivi, ma che ben poco fanno se il terreno è stato trascurato. Effimeri risultati che questo popolo, questa Italia profonda non chiede e non vuole.

Questa Italia chiede di poter mantenere un po' di spazio anche per i propri piccoli sogni a volte apparentemente banali, come una casa decente, un modo di muoversi, di curarsi, di pensare agli anni del dopo in modo non angoscioso ma, soprattutto, che questi bimbi, questi ragazzini possano trovare nel loro futuro, anche immediato, le condizioni per fare propri gli strumenti adatti ad una adolescenza e ad un avvio alla vita, negli anni più giovani, in modo autonomo e autosufficiente.
Anche la primavera è politica? Certo, ma è la vita che è politca sol che qualcuno corra all'origine della parola stessa che non rimanda al singolo individuo ma alla polis, quella comunità in cui ci muoviamo e dove l'arroganza del singolo sgretola non solo il futuro degli altri, ma anche quello proprio. Nel deserto cresce sempre qualcosa, nessuno lo nega, ma passata la brevisima pioggia la vita torna a nascondersi in attesa del nuovo attimo di vita. E' proprio questo che speriamo accada?
Le foto da Trieste incontra è sono una piccola parte di quanto illustra un "orto botanico" che è tutto meno che artificiale impostato e gestito dalla Provincia e sorge a S. Dorligo della Valle, uno dei tanti piccoli centri del Carso che circondano Trieste, occasione non solo di svago, ma anche di incontro fra mondi che talvolta si vorrebbero, anche da chi ha responsabilità di governo cittadino, irrimediabilmente non comunicanti.
(8.2.6) 1953. Si diventa grandi.
Fu un anno particolare, intanto il mio solito piede ritornava a fare i capricci. Madre natura mi aveva fatto un regalo al tempo della nascita e tornava a regalarmelo. Ci si abitua a tutto, anche a stringere i denti tutte le volte che appoggi un piede a terra finchè la fistola si apre spurga un po' e puoi camminare tranquillo e disinvolto. Certo ogni tanto pensi che attorno a te qualcuno avverta quello strano sentore vagamente ospedaliero, ma forse è solo una tua impressione e poi mica devi far vedere a tutti come stai.
Ormai era diventata una abitudine due volte al mese dal medico dell'INAM, complimenti fra mia madre, appena quarantenne, e un fusto di infermiere da ortopedia e io rinviato al prossimo round in attesa di miracoli.
La fine dell'anno scolastico, la solita, senza infamia e senza lode, un po' di sufficienze regalate (francese e latino), le altre in genere quasi guadagnate, filosofia e storia che facevano media così il brillante sette abbondante compensava la quasi sufficienza in storia della filosofia. Un unico tradizionale sette in architettura. Infatti, cambiato l'insegnante, in terza anche il programma era solo praticamente teorico con l'aggiunta di disegni a mano libera di particolari architettonici, apparentemente per valutare la buona conoscenza della teoria delle ombre.
Poi arrivò l'estate e, come sempre, la casa dei nonni, quella destinata ai due figli più grandi, a Maduno, isolata in mezzo all'ansa del Santerno che circondava tutto il podere.
Fu perciò un estate serena bruciata dal sole e da una attività fisica corale e nello stesso tempo autonoma, perchè mentre tutti dovevano decidere se si poteva raccogliere la pesca, se cioè il grado di maturazione era quello giusto, io caricavo le casse di frutta sul carretto, convincevo il somaro a muoversi, portavo le casse alla base, le accatastavo dentro all'ombra e via di nuovo nel campo.A fine giornata erano 800/1200 casse da 20/22 chili per un totale di circa 20000 chili ben pagate a 80 lire il chilo. Fate voi il conto e il finale lo moltiplicate per almeno 35 e avrete, in lire, il valore rapportato a oggi. Non male con tre raccolte alla settimana per due mesi e con manodopera pressochè tutta interna.
A settembre ritorno a casa, dopo due giorni un telegramma il nonno, il buon silenzioso FITA, l'uomo che mi aveva portato e ripreso in collegio e poi in seminario, che un paio di volte avevo impegnato in una rincorsa (lui di me) attorno la massiccia casa di via Lughese 35, era morto.
E tutto pacificamente, durante il breve riposo pomeridiano, mia nonna era andata per scuoterlo e svegliarlo girandosi sul fianco, ma quel gesto non aveva avuto risposta, almeno non la solita risposta degli oltre cinquant'anni di vita vissuta assieme.Non era molto che c'era stata la festa per le nozze d'oro, con tanto di benedizione in Chiesa, pranzo sull'aia con tutta la tribù intorno, compresa una delle nipotine in arrivo.
Mia madre, ovviamente partì e io, come tutti gli adolescenti, non compresi bene cosa era successo. O, almeno, lo capii solo l'estate successiva perchè non c'era più la sua presenza fisica. Non si vedeva più lì a capotavola allargata a qualcuno di noi con alle spalle l'enorme caminetto, non girava più attorno a casa a raccogliere le tracce del passaggio della "sua" cavalla con cui ancora, meno spesso, andava a Imola al mercato. Ormai al mercato ci andava regolarmente il figlio più grande, Arcangelo (mentre Primo era il secondogenito, ironia dei nomi), con il ciclomotore che aveva sostituito la bicicletta.
Non vedevo più quella figura abituale in cui la cintura, "e curzè", non teneva i pantaloni nel punto di vita, ma girava tutta attorno alla pancia, monumento alla dieta emiliano-romagnola, girando sul davanti poco sopra l'inguine. Non ho mai capito se era per non buttare vecchi pantaloni o perchè gli piacesse così. In fondo sotto la "capparèla", il mantello, nessuno vedeva cosa ci fosse. Ma, allora eravamo già nel 1954. Molte cose erano accadute.
Il pomeriggio tardi del 4 novembre, radio Trieste aveva dato notizia di un incidente alla stazione, la polizia civile aveva sciolto con violenza il corteo formatosi al ritorno da Redipuglia, e addirittura qualcuno aveva distrutto e calpestato una bandiera tricolore innalzata in testa al corteo.
Non era sconosciuta la politica filo-slava del governatore inglese della zona A, quella che comprendeva Trieste e poco altro, rientrava in un discorso molto ampio che, coltivando una politica favorevole a Tito allontanava il confine diretto con la Russia sovietica.
Fra Russia e Yugoslavia i rapporti erano freddissimi, Tito guidava una rete di stati "neutrali" comprendente anche alcuni stati ancorati al Commonwealth e quindi sotto la guida dell'Inghilterra come l'India, ma soprattutto Tito garantiva una qualche influenza inglese in Adriatico e una sudditanza anche economica dell'Italia.
Non era una novità agli occhi degli storici, l'Italia andava bene nel Tirreno, così riduceva l'influenza francese e spagnola, ma non in Adriatico e da sempre la Gran Bretagna aveva manovrato nei Balcani in funzione anti Austria, Germania e Turchia. Il mondo è sempre quello, ma la Turchia, in un passato non così lontano era molto influente in Medio Oriente fino all'Egitto. E la Turchia, dopo la riforma laica di Ataturk, era sì ridotta quasi nei confini geografici, ma era bene stesse lontana dai Balcani e dai bacini petroliferi.
Ma queste sono considerazioni di grandi, a noi ragazzi, sia pure alla fine dell'adolescenza, quella notizia di radio Trieste fece svegliare l'attenzione. Il punto di incontro era, di solito, la parrocchia, attorno a Don Armando, ruvido ed efficiente cappellano. Il Parroco era un gentile signore perso nelle sue omelie quasi poetiche, Don Armando era un giovane uomo neanche trentenne che sapeva come gestirci. Io ero contento del mio ruolo di catechista e, a mia volta, di gestore dei ragazzini.
Non era l'aspetto religioso. rispettoso dei sacri principi, quello che mi piaceva, era fare il capobranco, con i ragazzini che mi ascoltavano e che mi portavo in giro, ad esempio a Muggia, dove la Diocesi aveva un punto di riferimento in riva al mare. Lì io salivo su una barchetta e a qualche decina di metri da riva manovravo parallelo alla linea di costa avanti e indietro così da garantirmi che nessuno corresse dei rischi al limite della profondità non a rischio. Sì. Mi piaceva. Ripensandoci sono stato un quasi decente prof., un quasi decente padre, finchè non li ho lasciati soli, se contemporaneamente non dovessi essere anche un marito affettuoso.
Ma non divaghiamo. In qualche foto dell'epoca ormai presente solo nei ricordi, magrissimo, quasi alto 1.80, nerissimo come un abissino pagaiavo felice, mentre le testoline dei miei aspiranti emergono dall'acqua. Partivamo al mattino e c'era, a mezzogiorno, il solito pranzo a base di pasta e fagioli. E i fagioli, come pochi sanno, sono più ricchi di proteine di una qualsiasi bistecca.
Torniamo a radio Trieste. La notizia c'era e ci trovammo in parrocchia. Alcuni dei miei coetanei frequentavano la Lega Nazionale e anche il MSI. Restammo a parlare fino a tardi, quasi mezzanotte, per organizzarci la mattina dopo ognuno nella propria scuola. Ci trovammo con il passa parola di chi aveva il telefono. A casa mia non c'era. Alle sette e mezzo ero già all'Oberdan, con nelle orecchie le parole, le sgridate di mia madre e le raccomandazioni.
Dall'Oberdan al Carli, la scuola dei ragionieri, per tenerli fuori di classe e poi il corteo in città. L'intervento di nuovo della polizia civile e, in particolare, del nucleo mobile, un particolare addestrato gruppo di origine e lingua slovena. Giovani e nerboruti, i componenti di quel nucleo, nati e cresciuti nei paesini attorno con tutto il rancore verso sti cazzoni di giovani della città. Normale rivalità fra contado e città, usata a proposito e sproposito dagli ufficiali inglesi. Come già detto non so se in questo blog o altrove, per la prima volta nella mia vita mi sentii colonizzato, uno dei tanti negri della storia e geografia inglese.
Quell'ufficiale magro ed elegante, quarant'anni ben portati nella sua divida e quel cappello con visiera, gli occhiali e quel bastoncino nero in mano, là, là, e ancora là- E là c'eravamo noi bianchi di colore da picchiare con i manganelli e i calci del fucile in piazza della Borsa, inseguiti perchè l'arrivo della Polizia aveva messo in fuga tutti i ragazzotti primini e noi, più grandi, sui 16/18 anni improvvisamente isolati di fronte all'arrivo deciso e prepotente, non avevamo altro scampo che verso gli stradelli di Cavana. Cavana, per chi non è triestino è un nome come tanti, ma è Rena vecia, la Trieste della piccola mala, dei casini e delle puttane dentro, tenute e mantenute dalla marchetta da 200 lire, due o tre euro di oggi per la corsa singola, 5 euro un servizio doppio per il marinaio di turno, mentre magari lei fumava una sigaretta o leggeva Grand Hotel.
Ma saranno informazione per dopo, a 18 anni compiuti. Ora era una zona dove ulteriormente dispenderci e dove, all'uscita dei vicoli, verso il teatro romano o verso la salita a S.Giusto ci aspettava la Polizia. Alcuni fuggirono verso Ponterosso, verso la Chiesa in testa al Canale, S. Antonio, e lì proprio dentro alla Cattedrale la Polizia si ostinò a entrare e manganellare a sangue, con una decisione che poteva essere solo di origine politica precisa.
Ma mi fermo qui. Il ricordo è doloroso fino alle lacrime. Scusate, sembra stia succedendo adesso. Ancora nelle orecchie l'eco delle urla, dei comandi secchi. Il richiamo delle nostre voci. i nostri inutili ed eroici, VIVA TRIESTE, VIVA L'ITALIA. Non ridete, oggi, era più di 50anni fa, era la nostra identità, come era la identìtà dei miei studenti di 15 anni dopo, nel '68, come del resto ho scritto nel post precedemte. Rinvio alle foto. Non credevo di reagire così. Scusatemi.
La foto è davanti alla cattedrale, S.Antonio. Il mare o, meglio, il Canale, è alle spalle. Noi ormai eravamo nell'ultima linea di difesa prima di entrare nella sicurezza illusoria della Chiesa. Illusoria perchè la carica proseguì sistematica all'interno Si vede che in quel momento gli ufficiali inglesi non pensavano alle comuni origini cristiane, così di moda oggi.
Eravamo puramente e semplicemente come tanti rompicoglioni delle colonie che complicavano la vita ai signori ufficiali e in una città dove non si erano aperti salotti per loro e sufficientemente civile perchè le uniche donne disponibili fossero quelle a pagamento del Casino di lusso in fondo al Viale, quello delle pasticcerie, dei tavolini, del passeggio e niente di più. E li vedevamo in fila ordinatissima uno dietro l'altro (in questo sì noi eravamo veramente italiani cioè disordinati) fuori dei due cinema esistenti in zona. Cinema solo per loro, inglesi e americani.
(8.2.5) povero prof. ciucci!
giovane, non più di 30 anni, quasi 1.80, snello ma decentemente atletico, vestito adeguato (noi avevamo l'obbligo della giacca e cravatta), spesso quasi casual con il maglioncino dai colori delicati che lasciava trasparire il collo della camicia e, non sempre, la cravatta. Tutto ben coordinao, come le scarpe perfettamente lucide. Eppure qualcosa doveva esserci che ci segnalava la sua incolpevole qualità di poter essere maltrattato.
C'erano momenti della sua lezione di francese che ascoltavamo in quasi silenzio, magari finendo di copiare gli esercizi di matematica dai compagni diligenti che li avevano già fatti e di cui eravamo sicuri. Era quando ci leggeva passaggi di poesie in lingua originale e non lo faceva con il solito modo che spesso hanno i prof, quel modo irritante e recitante, le leggeva come se veramente fosse la prima volta che le incontrava e volesse condividere con noi, i suoi amici, tutto il piacere che ne ricavava.
In quei momenti lo rispettavamo, dopo non più. Magari cominciavano delle interrogazioni, l'interessato usciva con il testo in mano, un altro si disponeva a metà fra lui e un banco di prima fila "per cogliere le sfumature esatte della pronuncia" e al terminale della catena gli appunti raccolti, così da suggerire il giusto commento al brano da valutare o i suggerimenti biografici giusti.
Ci fu anche quasi un incidente che poteva forse concludersi molto male. Improvvisamente erano entrate di moda le cerbottane, dei tubetti in alluminio come canna, delle freccette coniche di carta con la punta indurita con la gomma arabica lasciata asciugare, per passare, dopo qualche giorno a degli spilli sempre fissati con la colla essiccata. Obiettivo la porta di legno all'ingresso dell'aula che si aprì all'improvviso e, per fortuna, uno dei due "scartozeti" colpì solo il bordo della giacca e l'altro la porta.
Non chiamò il preside, non si alterò, a passo tranquillo arrivò alla cattedra ripetendo una scena già vista qualche settimana prima quando era in atto una guerra con il lancio di arance. E in quel caso invece un arancio colpì il prof.
Perchè o come mai? La risposta non c'è e anche se io non usavo la cerbottana era solo per un guaio congenito alle labbra che non me lo consentiva e le arance non facevano parte della mia merenda. Ma il tifo per i vari gruppi di lanciatori era effettiva. Poi fu assente per tre mesi, gli ultimi di sua madre, venne come sostituto il prof Ugo Renzulli (come si ricordano i nomi di quelli che sanno usare l'autorità!) e scese sulla classe un gelo di tranquillità e formalità mai visti.Fra l'altro fu candidato dello MSI alle elzioni comunali a trieste.
Quando il nostro Ciucci tornò un po' cambiammo, mentre non cambiò affatto la tecnica dei suggerimenti, grazie alla quale rischiai la bocciatura alla maturità, confondendo allegramente Alfred de Musset con Alfred de Vigny (e viceversa, come fece il commissario per vedere se mi rendevo conto dello svarione) e dovendo scrivere ben undici frasi, all'orale, prima di azzeccarne quattro senza errori.
Non credo che le esperienze scolastiche nostre fossero del resto così diverse da quelle di chi ogni tanto passa di qua. In quella fascia d'età la scuola incentra la maggior parte del tempo e degli interessi e di altro attorno c'era ben poco, almeno fino a quel novembre del 1953 quando di colpo non eravamo più studenti e, almeno io, maturammo di colpo, capendo che eravamo semplicemente dei nessuno, dei semplici ostaggi di trattative e degli esiti di una guerra che non ci rendevamo conto pesassero e come. Nel 2003, in modo anche strumentale visto il tipo di maggioranza politica a Trieste, si è tenuto un insieme di manifestazioni-ricordo, come usa. Con 50 anni in più, capitato per caso a Trieste per non so cosa, vidi gli striscioni, i manifesti e passai due giorni a girare a piedi per la città in solitaria a rivedere con gli occhi del dopo, tanto dopo, quanto allora vissuto. Tutto era cambiato in me, perchè niente era cambiato dei fatti rivissuti se non un senso di inutilità e di beffa, ma anche di rispetto per quel ragazzo non ancora di 17 anni così pieno di entusiasmi e di capacità di rischio.
E ripensai al '68 e comiciai a capire perchè, nonostante fossi così lontano ufficilmente dalla loro collocazione politica, ero al contrario così vicino ai miei allievi e non capivo perchè non mi volevano con loro. Anch'io avevo vissuto e, non ridete, ancor oggi vivo quel desiderio di cambiamento, di novità, di giustizia che ogni generazione prova. E guai se non fosse così, come sembra purtroppo oggi. Ma chi può dire cova sotto questa apparente calma?
(8.2.4) Foto di gruppo in un interno. Quel po' di neuroni racchiuso nella scatola cranica è qualcosa di meraviglioso, anzi maraviglioso con un suono cioè più largo, più stupito. Provate anche voi a cercare di ricordare i nomi dei vostri compagni di classe dopo quasi 50 anni che non solo non li frequentavate, ma neppure ti veniva di ripensarli uno per uno, sempre con alcune eccezioni, i pochi con i quali avete parlato, almeno di quando in quando.
Naturalmente non tutti e non tutte, ma forse la metà sì. Tempo fa avevo scritto al sito del liceo pregando i ragazzi della redazione a ripescare i vecchi elenchi e inviarmi i nominativi dei miei compagni. Niente, non si sono commossi neanche al pensiero che stavano per scadere i 50 anni di diploma. Beata gioventù, cos'era per voi a 18 anni uno di quasi 70 anni che non era vostro parente?
E allora cerchiamo di dedicare un po' di parole e di ricordi, partendo dalle ragazze, chiamarle signorine o donne (e oggi capisco che lo erano) sembrava allora ridicolo. Penso che sia così per la gran parte degli studenti, si comincia a camminare assieme a 14 anni, praticamente dei bimbi, e si finisce a 19 a volte con gli occhi e le esperienze quasi saziate.
Zacchi, i nomi propri quelli veramente no, a parte un paio. Già decisamente alta, tagliata con l'accetta di un boscaiolo artista perchè riusciva a unire solidità e femminilità, a parte i capelli ricciolissimi e nerissimi e il viso segnato da quella cosa che ha per aggettivo "giovanile", l'acne. La secchiona, quella che non sbagliava mai niente fosse matematica, latino, scienze, lettere. Però il termine secchiona non è apprpriato, lavorava sodo e non evitava di suggerire e non c'era spocchia nel suo essere praticamente perfetta.
Sua compagna di banco quella che oggi chiamerebbero la vamp della classe: la Serena Zaratin. credo di averne già parlato. Ogni tanto l'ho incontratain modo virtuale, era fra le componenti della delegazione italiana dell'Expò di Bruxelles (notizia da un cinegiornale) del 1958. Ed era ancora più bella, tipico prodotto di una terra di confine e del melting pot (credo si dica così) che se ne ottiene. Ma non era la divina, era pure una ottima studente anche se sui suoi risultati penso incidesse non poco il carattere e l'aspetto. Io rimasi molto stupito, alla cena finale dei cinque anni, perchè mi parlò spontaneamente e con simpatia, non mi ero mai arrischiato a farlo io nei cinque anni passati assieme, sia pure tre file di banchi lontani. L'ho rivista nei titoli di un film, non ricordo quale, come segretaria di produzione, e fra il 65/70 come aiuto regista in un qualche TV RAI. L'ho cercata su Google, non c'era o forse non l'ho trovata io. Non ne ero innamorato, ma mi riempiva di felicità gli occhi solo guardarla.
Cantoni, è con lei che qualche giorno fa finalmente i neuroni hanno chiuso il collegamento, l'avevo sotto gli occhi da settimane, pian piano ne rivedevo la figura, il colorito da viso pallido con la carnagione bianchissima. Se non sembrasse irriverente o irrispettosa Giove l'avrebbe scelta per trasformarla in "IO" la morbida fanciulla placida e confortevole, ma non cretina, che trasformò in giovenca perchè Giunone non rompesse. Simpatica pure, non particolarmente brillante in molte materie. Figlia di un'altra epoca, o forse no, magari è diventata un capitano d'azienda.
Gerin, un amore biricchino di ragazzina niente affatto monellaccio, ritrovavo in lei il mio primo amore da cinematografo Elizabeth Taylor, prima che diventasse quella cosa debordante che ho guardato sempre lo stesso con affetto. Quanti primi amori ho nel mio passato di guardatore! Ci lasciò senza neppure finire il secondo anno . Si disse che, figlia di costruttori edili, fosse andata sposa di un rampollo analogo seppure più grande di lei anche, o soprattuto, per consolidare un'alleanza economica. Penso che fosse possibile allora come oggi, come domani.
Della Titti Lican ne ho già parlato. Più grandi ridevamo tutti durante geografia nel ricordare un lago sudamericano: il TITICACA. Com'eravamo infantili, o forse gli studenti lo sono tutti ancor oggi. Ne mancano almeno due, non riesco a riportarle alla soglia cosciente, alla peggio mi farò un po' di ipnosi.
Per i maschi è un po' peggio. Già detto di Pipolo, violinista, gentile, molti di questi ragazzi che frequentano il conservatorio e la scuola normale sono veramente fuori del normale: non solo fanno un numero di ore fuori dal comune, in più hanno ore di esercizi con un coinvolgimento enorme. E il Pipolo era anche un ottimo studente, suscitava molto interesse nelle compagne, anche perchè la famiglia era mica male economicamente ed era anche veramente disponibile gentile, protettivo nei miei confronti, eravamo stati per un po' compagni di banco.
Fu sostituito da Pillinini, spilungone, sgraziato, non proprio una cima. Diceva di essere un giornalista, probabilmente mandava qualche servizio di squadrette di calcio di serie Z. Me lo ricordo bene, perchè un prof mi chiamava sempre Pillinini venga fuori, naturalmente io non mi muovevo, l'altro neppure, finchè scocciato rivelavo che io ero Cremonini e quello si arrabbiava perchè non avevo capito. Così era passata la prima parte dell'ora e si cambiava argomento. E andò avanti così per un trimestre intero. Credo che io mi comportassi come fa uno dei miei Bangladesh che quando non vuol fare una cosa riesce molto bene a non capire. Capisce subito appena gli dico che lo scambio in un altro reparto. Allora improvvisamente capisce tutto. Succede almeno 3/4 volte al mese. E' una ritualità anche questa.
Ugo Preti, non alto, struttura da lottatore, era il leaderino del pensiero politico dominante, fascista ma senza sfrontatezza, arroganza o simile, fascista o forse semplicemente nazionalista o magari perchè qualcosa in famiglia era accaduto durante il passaggio dei titini a Trieste. Un paio d'anni dopo eravamo fra gli organizzatori di uno sciopero totale degli studenti, anch'io ero entrato dalle finestre del Carli (ragionieri e simili) per farli uscire. Noi di seconda e terza dell'Oberdan a convincere dei quasi ragionieri di solida famiglia a uscire di scuola. Poi tornammo da noi, all'Oberdan, il preside, quello vecchio tipo Re d'Italia Vittorio Emanuele III alto e aggraziato come lui, masticava tabacco, era sulla porta, ci chiamò per nome e disse semplicemente "in classe" e noi ci andammo. Cosa che naturalmente non ci evitò la sospensione e le prese in giro della nostra base. Succede.
Giampaolo Picciola, giocava di scherma, era spesso anche a Roma nazionale e olimpionico non so in quale categoria. Lo ritroverò a Chimica a Bologna dopo esser passao da Milano. Un buon ragazzo, ma era bersaglio continuo di scherzi spesso cretini. Un giorno chiese di uscire per un problema urgente, quando si girò, era la fila alla mia destra, io mi ero girato sentendo sogghignare, aveva una chiazza di sangue sul dietro non proprio snello, anzi decisamente carnoso. Il compagno dietro gli aveva messo sulla seggiola uno di quei chiodi a sezione quadrangolare che si usano per fermare il ferro sullo zoccolo del cavallo. Da bravo schermidore non fece un commento, non denunciò nessuno. Era come un carabiniere ...tacendo e tacendo soffrir.
C'è ancora qualche viso, ma temo di confondere i compagni del liceo con quelli dell'Università come Decovich che nonostante il cognome, sarebbe potuto essere un calabrese per il carattere e l'aspetto ma di pura razza triestina, solo che il suo cognome non era stato cambiato durante il fascio. Come invece capitò a quello che diventerà un amico di famiglia, per motivo delle rispettive madri che stabilrono cordiali rapporti, lui era Marsich come nonno che poi diventò Marsi. Ne riparleremo.
Ed ecco quindi completato il quadro, attori, comparse, protagonisti, camerieri e signorinelle tutti lì per cinque anni i primi due in via Besenghi e poi nella succursale di San Nicolò in pieno centro. Come accadeva spesso,nella succursale i prof erano molto giovani, attorno ai 30, non erano di ruolo e talvolta erano meglio, e talvolta erano peggio con gli entusiasmi che si alternavano alle depressioni e, con alcuni, vigorose discussioni (il prof Suadi, di lettere, che ho rivisto a casa sua due anni fa non del tutto vispo era un primo esempio di sindacalista, carica che spianava la strada e la carriera. Naturalmente si tratta di sindacalismo autonomo area spiccatamente DC o governativa) e con altri o, meglio, con uno cattiverie feroci da parte nostra. Era il prof di francese, soprannominato Ciucci. si dice che tirasse di cocaina. All'epoca non era neanche un reato. In fondo poteva essere considerato un artista, pubblicava poesie e dipingeva. In francese, le poesie.
Come sempre si infierisce sui deboli.
(8.2.3) e pian piano si va, con qualche imprevisto
E' opportuno, purtroppo, giustificare, se mai sarà possibile, una impennata in un commento che è stato mandato in esilio. Ma il commento era la reazione irrefrenabile di un innamorato di una città e di ciò che ad essa era ed è legato. Poi passa il momento, si rilegge il proprio e l'altrui e in fondo la battuta di un'amica da blog (non è riduttivo, è solo chiarezza, anzi perchè a volte si stabiliscono rapporti forti fra l'immagine propria e l'immagine di chi più spesso ti incontra a casa sua o a casa tua) metteva solo i puntini sulle "i". Speriamo di venire perdonati.
Ma perchè poi questo legame, questo innamoramento, cosa c'è di così diverso in questa città, Trieste, rispetto ad altra città magari anch'essa di mare?
Temo che la differenza fondamentale, ed unica e quindi non confrontabile con altre, è del tutto personale: qui è arrivato un bimbo sia pure con un passato talvolta complicato, ma un bimbo che per oltre cinque anni era vissuto in uno spazio limitato e predeterminato, e improvvisamente finalmente senza neppure conoscere questo tipo di vita era libero di muoversi in uno spazio enorme, libero di andare ad annusare ogni angolo di uno spazio che aveva anche caratteristiche lontane dai luoghi prima conosciuti.
Altre città hanno un golfo confrontabile? forse, questa in più aveva, e in gran parte ancora ha, che guardandoti in giro poco che allontani gli occhi tutto cambia, pur restando uguale perchè esiste una linea immaginaria, una linea non naturale, definita da altri, una linea di confine. Già, il confine e quello in particolare allora significava ben di più che una moneta diversa, una lingua diversa, allora significava anche e soprattutto una specie di mondo di lupi mannari misteriosi e pericolosi. Specie per nuovi arrivati come noi, pur con parenti nati e vissuti lì da sempre, la Yugo, gli slavi, i comunisti, Tito erano spesso presenti, oltre che nei discorsi in famiglia, nelle fantasie personali con quello strano rapporto che si ha con i luoghi di cui si ha timore che però, forse per questo, si vorrebbero visitare.
Ma torniamo al microcosmo classe, quel microcosmo che si crede di conoscere e probabilmente di alcuni di loro, se non la maggioranza, rimangono fisse le prime impressione e raramente poi si modificano. Uno in particolare, anche perchè sarà il protagonista di un episodio curioso, mi colpì fin dall'inizio, il buon Venier, figlio dell'omonimo bar di piazza Goldoni. Un ragazzone che già in prima aveva praticamente la statura da adulto solo con un aspetto più che tedesco, tirolese, ma non solo alto ma anche squadrato della tipologia armadio, biondo di pelo chiarissimo e il tutto sottolineato dai calzoncini in cuoio, con tanto di pettorina e bretellone (che credo abbiano un nome ma non so se l'ho mai conosciuto), scarpe ai piedi tipo pedule, calzettoni con decori su fondo bianco e, cipollina al posto giusto, in alto stringhettina con ponponcini, due, con i colori della bandiera tedesca (giallo e rosso).
In effetti in quei banchi da biennio ci stava piuttosto scomodo e poi qual è quell'adolescente che sa dove mettere gambe e braccia improvvisamente cresciute e che vanno a sbattere continuamente dove non si vorrebbe? Lui però, che non aveva la grazia del Fuffy dello spot, fu scelto come campione della classe, nel senso di campione tipico dei tornei medievali, nella divergenza fra la nostra, una prima, e un'altra che però era una seconda. Ma la mia classe era di primini con i controcoglioni e si arrivò al giudizio di Dio.
Una mattina non andammo in classe, nè noi nè gli altri, quelli della seconda, e rispettammo l'appuntamento al giardinetto poco sopra la galleria dove c'era uno spiazzo ampio e protetto da dei bei scieponi. Così ci disponemmo in due semicerchi, cartelle a terra e ci fu un vero e proprio scontro incontro senza regole e senza colpi proibiti e vinceva la classe il cui campione restava in piedi oppure perdeva la classe il cui campione diceva basta, come in effetti capitò all'altra classe. Intanto era arrivato l'intervallo della terza ora e così ci affrettammo verso l'Oberdan, con il preside sul portone ad accoglierci chiedendoci, sornione, come avevamo fatto a sapere che il prof delle due prime ore era assente perchè indisposto.
Si vede che l'indisposizione era passeggera, perchè alla fine dell'intervallo era lì che entrava nell'aula a fianco. Misteri di una tradizione di altri tempi, che ricorda certi discorsi sui giovani nelle scuole tedesche o sulle iniziazioni nelle stesse Università. Nella mia storia di bimbo ne ricordavo una, ma di tutto altro genere forse più mediterranea e sessocentrica: consisteva nel catturare uno del branco calargli pantaloni e mutande, sputare su quel povero pisellino, al grido "l'abbiamo fatto Papa". Squallido quanto volete, ma scotto pagato da molti ragazzini fra le elementari e le medie e che mi auguro passato di moda e non sostituito da altre magari peggiori.
Tutto sommato il nostro campione non riportava segni troppo evidenti, anche perchè era quasi venti centimetri più alto dell'altro, quello che non notavo, perchè non c'era, era un particolare interesse delle nostre compagne verso cotanto maschio, ma in quell'età quel particolare soggetto penso trovasse più interessante provare muscoli e prestanza in attività tipicamente mascoline che dedicarsi a cose frivole. Del resto allora non usava proprio, almeno a quindici anni.
Quello poi che c'era di insolito, almeno ai miei occhi di rispettoso delle leggi, era stata la tranquilla connivenza della scuola, anzi dei suoi dirigenti, a quella che era stata senza dubbio una assenza ingiustificata. Solo pochi anni dopo ci beccammo cinque giorni di sospensione, ma quella volta altre furono le motivazioni, ben lontane dalle tradizioni della buona borghesia autoctona dove era ammesso scazzottarsi per un diritto di uscita, ma non era ammesso assentarsi da scuola per delle manifestazioni di piazza.
In fondo è così che cammina la storia fra salti e discontinuità, altrimenti non ci accorgeremmo dei cambiamenti mentre li stiamo vivendo.
E' una foto del 1943, da piazza Goldoni verso la galleria. Sulla sinistra, sempre guardando la galleria, la sede del Piccolo, storico quotidiano triestino. Anche questo quotidiano per un po' aveva cambiato nome per rifarsi una verginità persa durante il fascismo. Come è capitato ad altri, come Il Resto del Carlino che nel dopoguerra si chiamò Il Giornale dell'Emilia. Stranamente il Piccolo, a parte il carattere fortemente nazionalista in quegli anni, successivamente, a Italia arrivata e a delusione accertata, ha tenuto un atteggiamento più indipendene e non abitualmente e incondizionatament e filo governativo, fosse il governo della Città o dello Stato