(8.2.2) L'italiano.
Chi non è triestino non può capire, anche se penso possa essere così anche in altre parti del veneto, ma non allo stesso modo. E' il prof di lettere che fa lezione "in lingua" come si dice e durante la lezione ci si rapporta con lui appunto "in lingua". Poi suona la campana, quella di un qualche riposo piccolo o grande, studenti e prof in corridoio (allora le classi non si abbandonavano mai) e studenti e prof parlano fra loro e con il prof nella lingua locale, cioè il triestino. Ed è per questo che allora, e per anni ancora dopo, che quando un triestino parla in lingua lo riconosci da tutti gli altri veneti, perchè non è un dialetto, è, appunto,una lingua.
Praticamente piatta, atonale, senza punte squillanti nasce dal mare e dal Carso, del Carso ha il ruvido spessore della franchezza apparentemente arida e pur piena di verde, magari è muschio, magari sono licheni, magari sono cespugli, quelli con le foglioline e le lunghe spine ben nascoste per colpire meglio di un colore fra il vino rosso e la ruggine, del mare ha l'apparenza piatta tranquilla e avvolgente, per cui ti trovi improvvisamente imbrigliato e avviluppato finchè una pacca sulla spalla, un sorriso appena accennato, un leggero scuotimento del capo e un "ti son el solito mona" "no te vedi come i te remena?"
In quel "i te remena" (ti prendono per i fondelli, detto con parole non vere) c'è il lento sbattere del remo sulla superficie piatta del mare. Quasi mai il triestino si accalora, fa come i "vapori" che possono essere sia i vaporetti che fanno servizio nel golfo o, ai tempi, la Michelangelo. Quando poi ci lavori non è più neanche un "vapor" è solo e semplicemente la barca. Quando un vapor tiene il mare avanza tranquillo, fa toot toot e non si sposta, avanza. Così fa il triestino. E così è, o era, manco da tanto tempo e son successe tante cose: due anni fa ero proprio lì e giravo per le strade ad annusare con il naso e gli occhi gli antichi odori e sapori e i ragazzi (la mularìa) che mi giravano attorno spesso parlavano in lingua.
Ed è per questo che mi attivai per imparare veloce quel dialetto. Ma la lingua, intendo la lingua italiana, è una cosa seria, non per niente la cultura tedesca ha lasciato un segno di rigore e precisione e il tema, quell'incubo ricorrente nelle lezioni e verifiche di italiano era una prova necessaria, ma dolorosa. Ed era in questo che io incespicavo, cadevo, riempiendo il foglio protocollo di frasi lunghe, lunghe, con una conatenazione di relative che uno non sapeva più a chi si riferivano o da chi dipendevano. Unico vantaggio, non confondevo mai congiuntivi e condizionali: non ho mai capito perchè i dialetti di solito usano invertirne l'uso, rispetto alla lingua. Si ti te sarìa un mus, se tu fossi un asino, mi podessi farme portar, potrei farmi portare.
E fu così che ben presto i miei temi furono sottoposti al giudizio del colto pubblico della classe come esempio di quel che non si deve. Poi il prof mi chiamò vicino alla cattedra e mi chiese di fermarmi un attimo durante il riposo. Io non ebbi problemi e mi ritrovai con una lista di autori di cui ricordo al momento solo due: Palazzeschi (quello delle sorelle Materassi e non solo) e Barilli, un indirizzo (quello della biblioteca civica, di cui non immaginavo neanche l'esistenza), e un ordine: fra una settimana mi riferisci un po' di titoli esistenti in quella bibloteca e se avevo dato un'occhiata e, naturalmente, almeno un libro in gran parte già letto. Prendi questo foglio, è la garanzia che dai alla bibliotecaria, così capisce che è vero.

Anni dopo capii alcuni dei suggerimenti che possono essere oggi, cinquantacinque anni dopo, di nomi solamente storici, ma erano i nomi facenti capo a riviste come La Ronda, Il Leonardo o La Voce che avevano all'inizio del secolo rivoluzionato la letteratura italiana. Palazzeschi era il suggerimento a una lingua meno paludata, ad argomenti normali non necessariamente elevati e neanche stucchevolmente minimalisti, una lingua parlata, ricca ma comprensibile da tutti che dice e trasmette immagini, concetti, valori ma senza parlare dalla cattedra. Più complesso il Bruno Barilli, immaginifico, imprevedibile nelle sue associazioni di idee, ma fantasmatico, come si diceva qualche dieci anni fa, e valente saggista: non basta la ragione, la razionalità, via libera alla fantasia, ciò che puoi immaginare prima o poi può diventare reale.

Per uno come me che sarebbe annegato in una pagina stampata, che leggeva con affanno tutto quel che girava per casa, fosse il Bolero film o il Grand Hotel di mia madre, o gli imballi che i negozianti usavano allora, vale a dire i vecchi giornali, era un invito favoloso. Così diligentemente seguii i consigli e gli ordini del prof, di cui non ricordo più il nome, perchè l'avemmo solo in prima, ma era assieme a Levi e Weiss uno dei tre prof ebrei che avevamo. Una delle domande che mi ponevo, e mi pongo ancora, ma come si fa a distinguerli dagli altri, gli italiani, quei prof intanto erano molto diversi tra loro come caratteristiche somatiche corporee e potevano essere, con gli occhi del poi, milanesi, veneziani, baresi e, ma cosa avevano di diverso per detestarli così?
Già perchè la nostra classe era decisamente filo italiana, vale a dire fascista e nel 1951 non si parlava certo nè di campi di sterminio,nè di pogrom, nè di soluzioni finali, almeno a Trieste. Il nemico era lì a due passi, sopra Opicina o lungo la costa poco oltre Muggia, quel nemico che scriveva a grandi lettere trst jè nas (Trieste è nostra) e poi oltre che slavi, anzi "sciavi", erano anche c o m u n i s t i! Che strano, venivo da una regione dove io, i miei, la loro storia erano il nemico e qui, improvvisamente, ero il sogno al momento irrealizzabile di una città che si sentiva abbandonata da tutti e circondata fino a sentirsi soffocata.

Ecco quello che non riuscirò mai a curare, il divagare, abbandonarmi alle associaioni di idee, secondo un filo logico che è puramente mio legato com'è al risveglio di questi o quei neuroni. Una volta tanto non guarderò i segni rossi e blù, così frequenti e i voti che non scesero mai sotto 5- - ma neanche mai sopra 6- - a parte un 6/7 su un tema sulla scuola, in cui tenni il punto sulla riforma Bottai, pensata e mai realizzata per l'opposizione dei gentiliani. E il mio prof, ebreo, mi diede quel voto, me lo ricordo, per la convinta esposizione e per aver usato frasi, anzi proposizioni snelle ed efficaci e non riteneva dover entrare nel merito delle mie convinzioni. Allora non sapevo che Bottai, esponente assieme ad Arpinati del cosiddetto fascismo di sinistra, era stato uno dei sostenitori delle leggi razziali che, all'epoca, neanche sapevo ci fossero state.
Ma l'atmosfera si sta facendo triste, perchè le conoscenze del dopo vogliono giudicare quello che succedeva in quel microcosmo e non credo sia giusto, anche se è una conferma di quali grandi responsabilità abbia la scuola e la necessità quindi che sia il più possibile libera da condizionamenti esterni.
In quel microcosmo, tuttavia, si era determinata una situazione di contrasto con un'altra classe, credo per l'ordine di uscita dalle aule la prossima volta vedremo di parlarne e di raccontare come fu definita, nel giardino lì vicino.
Le foto, dall'alto Bruno Barilli; il clou del futurismo Palazzeschi, Carrà, Papini, Boccioni, Marinetti; Molotov, Stalin, Tito (Josif Broz) il 18 aprile 1945 a conclusione di un accordo che comprende, fra tante altre cose, anche Trieste.
(8.2.1) piove abbastanza sul primo trimestre.
Il calendario, l'orologio, ogni cosa che ritmi il passaggio dalla notte al giorno e viceversa è implacabile. E infatti non dipende da noi, altri hanno deciso, qualcuno, qualcosa, il caso, un dio hanno creato, determinato, provocato che ci fosse un sole, dei pianeti, fra questo uno messo così giusto da provocare delle variazioni su un unico argomento: vita. Ma la vita ha significato proprio perchè c'è un inizio e una fine, spazio che noi in qualche modo definiamo tempo e abbiamo anche immaginato di misurarlo.
La prendo da lontano, ma tanto il titolo l'avete già letto e semplicemente è arrivato gennaio e con gennaio la rendicontazione dei tre primi mesi di scuola "superiore". A dire la verità la prima liceo scientifico era, e forse lo è ancora, un anno di risistemazione e omogeneizzazione. Di qui risultò che, ad esempio, in matematica non male a parte gli stessi problemi che ho qui nello scrivere, mi distraggo e c'è il rigoroso mio figliolo accademico che mi sgrida, neanche fossi un suo studente in tesi, e insiste perchè, bontà sua, elimini gli errori "di battitura". Come si fa a dire a un padre che la grammatica e la logica e la consecutio esistono. Figuratevi poi nel togliere le parentesi, tener conto dei segni. Fortuna che in seminario l'insegnante di matematica era più che in gamba e paziente (forse perchè in questo modo non doveva chiedersi perchè mai fosse vestito così) e riusciva rendere accettabile un discorso una cosa che poi diventava un'equazione di primo grado. A volte chiamare Giovanni e Giuseppa invece che x o y aiuta.
Anche il latino non era poi male, del resto con messe quotidiane in latino, schola cantorum, canto gregoriano e curiosità personali qualche chance in più c'era. Comunque il latino del liceo era un po' diverso, per divertimento il prof ci fece assaggiare anche passaggini del de bello gallico (in fondo la guerra era finita da poco) e qualche lezioncina di vita di Catullo. Tutto questo per farci capire che i latini erano gente come noi che sapevano picchiarsi ma anche capirsi, specie se tranquilli di potersi dedicare l'uno all'altra, e viceversa.
Scienze, eravamo ancora all'epoca della sistematica, piante piantine piantone, cellule, organi e via così, fortuna che allora non era di moda il ciclo di Krebs, quell'affastellarsi di molecolone e frecce. Qui invece c'erano solo frecce di qui a lì. e poi qui di nuovo e collaterale là e monocotiledoni e dicotiledoni, insomma che fatica combattere per un onesto 6----. I quaderni degli appunti della prof Sponza li ho ancora da qulche parte, quaderni religiosamente a quadretti (mai sopportato i quaderni a righe) piccoli, fitti, fitti di simboli e parole dettate pazientemente e per cinque anni. Quando le dissi, alla cena di fine quinto anno, che avrei scelto, esame permettendo, chimica si complimentò con me dicendo che ero proprio adatto. O non aveva capito, o era molto educata, o perchè in cinque anni mai un sorriso un incoraggiamento o, almeno, un 6+?
Misteri della scuola e della vita. Francese, allora non c'erano ancora le 3 I, e l'opzione al francese era, non solo a Trieste, il tedesco e, sbagliando forse, confermai la lingua delle medie che era stato tutto tranne che un successo e ci sarà occasione di riparlarne. La simpatia e la sveltezza con cui afferravo i dialetti era un'altra cosa nelle lingue.Ma inutile girarci attorno, il clou della prima pagella fu il voto in disegno e storia dell'architettura, bello, splendido "3" (tre). E penso che il prof Levi, giovane, disponibile, serio niente affatto fanatico della sua materia abbia persino addolcito il suo giudizio. E nel primo trimestre c'erano delle cose tremende, come la squadratura del foglio. Voi la fate facile, ma mi dite come si fa a coordinare una tavola di legno, una riga a martello e due squadre, ognuna delle quali va dove gli pare. E poi la mina dura e quella morbida e le gomme, quella normale e quella pane (utile, a saperci fare, a ripulire il foglio da tutte le tracce, non del panino, ma delle dita).
E ancor più drammatico l'incontro fra mia madre e il prof Levi nella solita tornata di ricevimento. Mia madre, nel suo cappottino di fattura tipicamente artigianale nella sua seconda versione (quando cioè si rivoltava il tutto e la zia carolina, sua sorella, era bravina), la parrucchiera che risaliva all'estate a casa dei suoi sotto le mani di una delle cognate giovani e una decisa e robusta permanente che durava almeno sei mesi. Erano capelli sottilissimi, anni dopo quasi impalpabili fino a sembrare inesistenti, di quel colore che in Romagna si dice "Gagio", proprio il termine che i rom usano per indicare noi di pelle chiara, con qualche lentiggine e peli chiari di quel biondastro tendente al rosso. In effetti i colori di mia madre erano del tutto diversi da quelli del resto della tribù Geminiani, ma anche dei colori attorno in paese e limitrofi. Chissà quale antenata sarà stata incuriosita o incastrata, volente o nolente, da un DNA di altra provenienza. Solo le scarpe, quelle no, quelle erano scarpe comode, forse eleganti come le sue gambe a rivederle con occhio non da figlio.
In mezzo a tutte le altre madri, i padri son sempre occupati lo sappiamo, il prof Levi non si trattenne, "ma perchè buttate tempo, sacrifici e soldi, non è il caso, non è la sua strada". Fu così che la femmina si armò di coraggio in difesa del suo cucciolo più sfortunato, più indisponente, non rispose in modo romagnolo e cominciò a parlare. Il riferimento al modo romagnolo ve lo esemplifico in modo veloce, alle amiche che alludevano a una certa vivacità di mio nonno, mia nonna rispose, dicono, con una battuta non insolita, per me ce n'è se poi altre ne vogliono beate loro (poi in privato mio nonno ebbe il suo avere e un paio di lavoranti non vennero più chiamate) . Dal colloquio fra il giovane prof e la madre del sottoscritto uscì un patto.
Uno studente del quinto anno sarebbe venuto a casa nostra due volte alla settimana per portarmi al livello base e il prof accettò di non considerare un cretino senza recupero questo ragazzino dalla vita un po' complessa. E così incontrai un fratello maggiore, alto, snello una testa di capelli ricciolini, un viso sorridente nè paffuto nè spigoloso, un viso da aria luce mare e due occhi buoni. Stavamo un paio d'ore nello stanzino che aveva la finestra sulla cucina, il mio piccolo regno perchè mio fratello poco più che decenne dormiva ancora nell'unica altra stanza, quella dei genitori. E imparai anche che il voto era una media fra il voto delle tavole e quello di teoria, compresa la storia dell'architettura. E così cominciai a leggere di monumenti classici, l'armonia del partenone, il significato del loro aspetto, come le basiliche romane si riempivano di vita, cos'erano i fori e gli acquedotti e le fognature e come ogni civiltà abbia lasciato il suo segno nell'organizzazione degli spazi urbani, nella rete stradale. e finalmente anche quella materia esprimeva storia, passaggio, vita. E così il secondo trimestre si concluse con un "5" (cinque) e il terzo, l'ultimo e poi le vacanze, con un "7" (sette). La rincorsa era finalmente conclusa con un neppure sufficiente pieno nelle tavole, ma con uno splendido risultato nel raccontare quelle traccie di uomini del passato.
Restava l'italiano, perchè storia degli umani e della filosofia non era un problema vero, ne parleremo poi, l'italiano era un piccolo problema: prosa o poesia?
(8.2.0) Liceo scientifico G.Oberdan Via Besenghi
E sarà la mia nuova casa, in fondo è solo poco più di un chilometro da via Parini, con una serie di variazioni con largo Barriera Vecchia che fa da divisorio, una volta arrivati lì, proprio sull'angolo fra Barriera e via Antonio Caccia, dove c'era il cinema Massimo, si attraversa e piegando un po' a sinistra verso Piazza Garibaldi, dove allora non brillava ancora la Madonnina dorata, e poi a destra o per via Madonnina o per via del Bosco, in modo insomma da arrivare fra le due gallerie e poi su per le scale sopra la galleria di sinistra un centinaio di scalini e, finalmente, lo slargo, la curva, un po' di strada che costeggia un giardino e, propro finalmente, il liceo.
Non è complicato, assolutamente no, purchè non sia uno dei due giorni in cui c'è lezione di disegno perchè bisogna portarsi dietro "el tabellon", la tavola rettangolare da foglio di disegno se non sbaglio formato A1, o era A2?, insomma una tavola di legno tenero, incorniciata da legno duro e dotata della riga a martello e, naturalmente, la squadra, anzi la doppia squadra. Ma non era la tavola a complicare la vita e neppure la borsa con i libri o, semplicemente la cinghia che tratteneva i libri. Allora non avevamo tutte quelle esigenze di queste scuole di oggi che bisogna andare a scuola con lo sherpa già alle elmentare, allora c'era un pacchetto di libri, una cinghia che li tratteneva, qualche matita, la stilografica e, per le giornate del disegno la scatola con i compassi e, soprattutto "el refil", una marca diventata sinonimo di quei cosi per ripassare a china il disegno.
Ma non era ancora questo, il problema arrivava quando c'era la bora e i punti critici erano l'attraversamento di Barriera, una specie di gran canyon, poi fra le gallerie prima di affrontare la scala, abbastanza protetta e, lassù fra S.Giacomo in Monte, Paolo Veronese e poi, quasi placata, in via Besenghi. Con la bora bisognava essere in una città diversa, i pattini, quelli con le ruote, ai piedi e la tavola a far da vela. Onestamente, per un ragazzo verso i 14 anni era anche un divertimento. Era più complicato allora perchè non usavano giubbotti o giacconi o gli imbottiti di oggi comodi e, adattandosi, anche costosi non troppo. No al liceo ci voleva la giacca e la cravatta, naturalmente la camicia e quindi poi un cappotto o, almeno, un cappottino.
Non che il liceo Oberdan fosse una scuola in. Nella gerarchia della turbolenza la top ten era il Nautico, poi venivamo noi, seguiti da ragionieri, geometri, magistrali con qualche su e giù con il classico Petrarca e alla fine, più tranquilli, più in, più che due palle, il Dante, Liceo classico per eccellenza. Non ricordo che esistessero, ma certo c'erano, istituti tecnici industriali, ma è un pensiero che ho oggi per caso. Pensiero che testimonia però anche di un modo di pensare. In una casa in cui il capofamiglia faceva il manovale edile, la madre veniva da una famiglia contadina, il fratello piccolo (con spalle e gambe buone e, forse, non troppo simpatia per la scuola. Si diplomerà infatti più tardi alle serali e scalerà tutti gli scalini interni fino a numero 2 o 3 della azienda municipalizzata degli autobus, ruoli tecnici) veniva iscritto all'avviamento industriale, il grande, il primogenito non studia da ragioniere o geometro o perito qualcosa, ma va al Liceo.
Veramente, parole di mia madre, allo scientifico perchè così non ti puoi iscrivere a legge e non ti metti in politica. Si vede che già allora a nemmeno 14 anni eprimevo istinti pericolosi o, molto più semplicemente, la politica, il fascismo, il dopoguerra, le illusionie le delusioni avevano lasciato il segno.
Attenti, non era la scuola in, ma era la scuola della Triestre produttiva, c'erano i figli del terziario più in, il migliore bar, anzi caffè, la gioielleria piccola ma raffinata, i figli delle aziende edili destinati a ingegneria, i figli delle agenzie di navigazione che non faranno i ragionieri ma i dottori, un po' di figli di giornalisti del Piccolo, mio compagno di banco il figlio della gelateria più vezzeggiata dell'Acquedotto, il viale del passeggio. Diventerà, l'ho scoperto da poco, un violinista e musicista di fama. E anche una discreta e numerosa armata femminile destinata alle facoltà scientifiche.
E io arrivai, mi posizionai, secondo il mio codice mentale al primo banco (erano tre file parallele rigorosamente libere) a sinistra della cattedra, lato sotto la finestra. C'era luce, c'erano alberi, eravamo sul picco, c'era tanto spazio, fuori ed ero al limite più esterno il più lontano dal comparto femminile schierato sulla fila di banchi vicino alle due porte laterali, solo una era nella fila di centro, terzo banco, la Titti, Titti Lican, gioielleria in corso lato destro verso piazza della Borsa, con trecce e calzettoni, gonne di panno, occhi e capelli nerissimi, quasi un maschiaccio.
Le ultime compagne di scuola che avevo avuto erano in terza elementare, avevano il grembiulino bianco, ci si scriveva bene sopra anche con il pennino e l'inchiostro del calamaio. Una di queste l'incontrai il giorno della laurea, era di Ravenna anche lei si laureava in chimica e disse, "mah tè ssei bbénitooo!!!" Chissà cosa ci faccio io alle donne con il grembiulino bianco.
(8.1.0) Già e adesso?
Le madri sanno essere asfissianti quando vogliono (e quando non sai cosa dire). Voi continuare a studiare, non lo so. Voi andare a lavorare, non lo so. Ma cos'è, credi di potere stare qui in casa a non far niente? non lo so. Ma proprio non lo sapevo. Erano più di cinque anni che una campana o una tromba diceva quando alzarmi o mettermi a dormire, quando giocare o andare a Messa, quando studiare o chiacchierare, ma come volevano che sapessi pensare, non sapevo nemmeno più perchè avevo dato le dimissioni o qualcosa di simile e, soprattutto un po' mi infastidiva che le avessero accettate al volo, a parte Don Angelo e quella che avevo capito non essere stata una battuta, saresti stato un buon prete. Come poteva dirlo se avevo appena 13 anni e mezzo? o forse sì, allora avevo sbagliato tutto.
Già perchè la parrocchia aveva tutto l'aspetto di un luogo noto, anche se la Chiesa della sacra famiglia era un grosso deposito al piano terra ritrasformato con sopra e attorno degli appartamenti. Ma c'era un cappellano giovne, don Armando, un altro prete con i pantaloni corti sotto la vesta (i cleryman erano rarissimi, li portavano alcuni pochi preti o monsignori intruppati con gli americani di stanza a Trieste). E poi ci portava a muggia, al mare, e si metteva in costume con noi e c'erano pure delle ragazze con quei costumi a un unico pezzo, tipo olimpionico, che qualche palpitazione mi suscitavano.
Con lui, e altri ragazzini, andammo anche a visitare (visita promozionale, di solito lì entravano non da ragazzini post elementari, ma fra ginnasio e Università) il seminario di Trieste. Stavano giusto giocando a pallone vestiti da ... giocatori da football. Ma mi convinsi che non potevo ripensarci, troppo alto il rischio o, più semplicemente, basta stare in gabbia ma sbatacchiare le ali qua e là in libertà.
Ma le madri sono anche pratiche e concrete, intanto bisognava completare la licenza media e c'erano gli esami di riparazione e, poi, come sempre mia madre a luglio e agosto mia madre andava a casa dei suoi con i figli. Vabbè adesso erano "i", visto che c'ero anch'io, prima ci andava con mio fratello. Fra i tanti scopi c'era, penso, anche un po' di variazioni e di contatti con la sorella (zia Carolina), alcuni dei fratelli e cognate e le nipoti che stavano crescendo. Visto da fuori, il rapporto fra donne ancora piccole e donne più grandi era, e penso ancora è, molto particolare. trovano il modo di sbaruffarsi per un nonnulla e poi dopo poco eccole lì a scambiarsi occhiate e sorrisi di compatimento nella direzione dell'altra parte del mondo, quei bietoloni e baccaglioni dei maschi. Eterni bambini anche se da alcuni di loro dipendeva se sopravvivere economicamente o no.
Molto probabilmente era anche una vacanza dalla preoccupazione di mettere insieme pranzo e cena, non tanto per l'impegno perchè poi entrava automaticamente nel turno delle faccende e delle sostituzioni, perchè alcune delle nuore, e quindi sue cognate, preferivano lavorare in campagna che in cucina. E le capivo, perchè lavorare in squadra, come si faceva llora che la meccanizzazione era ancora ai primi passi, è un rito corale, automatico nella suddivisione. Rastrellare una tornatura di "spagna", larga 30/35 metri e lunga quanto serve a 2000 metri quadri (cioè poco più poco meno di 60 metri) quando si è in 6 o 8 è veramnete un gioco.
Il rastrello! Molti di voi conoscono l'attrezzino per il giardinetto, quello a cui alludo io ha un manico lungo dai 2 ai 2,5 metri e un pettine sui 60/65 centimetri con i denti tutti belli di legno tornito e ricurvo. Il tutto ben bilanciato per lanciarlo senza fatica a gittata di braccio e ritirarlo con il gesto elegante che lo trascina e contemporaneamente alza il manico così da trattenere i fili di erba medica, o spagna, già seccati al sole. e quel sole se picchia e quel polverino sollevato dall'erbase irrita. E allora capite perchè a luglio o agosto le donne siano ben intabarrate con calzettoni leggeri, grembiuloni lunghi e soprattutto quei fazzolettoni a coprire collo e capelli e, sopra, il classico cappellone di paglia a tesa ampia.
Per proteggersi dal sole ma, soprattutto per non avere la pelle cotta e bruciata, da "contadina". Non sorridete, contadine lo erano ma i coetanei dei campi guardavano le immacolate cittadine dalla pelle chiara poi magari, un po' di nascosto, si facevano le coetanee più o meno già fidanzate o sposate. I maschi erano invece buffi, il loro cappello di paglia era a tesa corta classica, così la pelle era scurissima fino al collo, attorno al quale c'era il classico fazzolettone a colori vivi normalmente sul rosso, e sotto quel colore slavato che ha l'uomo bianco quando va al fiume a rinfrescarsi, proprio come nei western.
E noi ragazzini? Una pacchia, intanto un attrezzo a lunghezza adatta già con qualche dente in meno, tanto nei primi lanci qualche guaio sarebbe arrivato comunque, poi affidati al controllo qualità delle madri e delle zie, controllo che di solito era colorito e sapido. Dopo un po', i ragazzini non riescono, come gli adulti, a far qualcosa di metodico a lungo, spediti a casa a prendere il fiasco dell'acqua fresca del pozzo e l'unico bicchiere, però di vetro che sarebbe passato di mano in mano con l'abile riscicquo con il minimo di acqua indispensabile. Ed era così che si partiva in 3 o 4 per tornare con la classica sporta di pagli con due fiaschi impagliati.
Ma ormai io ero nell'età in cui non si è più bimbi e nemmeno adulti e in cui abilmente gli adulti ti stimolano perchè tu possa dimostrare loro che sei già un "vuomo"! E i puledri ne hanno di energia, fino all'ultimo secondo, prima di crollare del tutto e dormire sodo fino a poco dopo il gallo e lo stovigliamento dell 6 di mattina.
E fu appunto così che l'impegno giornaliero portò alla scelta, scelta favorita dal saperci fare della Maranini, giovane non so se maestra, o prof, o studentessa che mi faceva lezioni di matematica, ma anche di vita. Non nel senso di grazie zia, in modo molto più sottile, trattandomi da grande, partecipando ai miei discorsi che interrompevano per qualche minuto le due ore di lezione quattro volte la settimana. Un'ora di bicletta ad andare, un'ora a tornare, una casa da contadini dall'altra parte della via Emilia sopra Imola, con gli ultimi 2-300 metri a piedi, ripassando la lezione precedente mentalmente. Ma non perchè avessi paura, ma perchè ci tenevo io a far bella figura, perchè quella donna, con forse 4/5 anni più di me, le lentiggini e il viso piuttosto segnato dll'acne e i capelli sottili castanorossiccio, quella ragazza che non avrebbe suscitato il minimo interesse in un romagnolo verace, troppo esile, troppo troppo poco, a me suscitava ammirazione, rispetto, simpatia e ,,, amore. Per lei mi sarei buttato nel santerno. Per lei studiavo come un cretino, all'ombra di un pagliaio nelle ore del primo pomeriggio, quando tutti andavano a riposare per riprendere, e io con loro, fra l tre e le quattro. Grazie a lei ce la feci in tutte le materie e risposi a tono anche alla prof comunista dai capelli rossi che mi chiedeva, ironicamente sorpresa, come mai non ero vestito come a giugno. Avevo deciso che non mi sarei fatto prete, ma erano fatti solo miei. Uffa!
(7.4.9) esami finali.
Eppure di esami se ne facevano e sopravvivevamo lo stesso. Questo era quello di "licenza media", diplomino con cui entravo in quei 3,5 milioni di italiani su 47 milioni abbondanti dei quali oltre 7 analfabeti e non di ritorno. In termini percentuali vuol dire essere tra quel poco più del 7% che avevano bypassato le elementari e iniziato un percorso più impegnativo. Ma già quel diplomino ti apriva, volendo, una carriera lavorativa fra gli impiegati e neanche fra i più infimi. Se mia madre non avesse voluto cocciutamente farmi proseguire gli studi?
I miei ricordi sono piccolissimi, ma uno indelebile. C'era la prova di disegno, dal vero. Non ricordo cosa fosse il soggetto però era laggiù sulla cattedra e gli allievi regolari prendevano una matita in mano e così traguardavano il soggetto. Anch'io allora cominciai a imitare il gesto, solo che capii molti anni dopo che l'estensione del braccio doveva essere sempre quella perchè la matita tenuta in mano doveva servire per rilevare le proporzioni fra le varie parti del soggetto.
E forse, chissà, fu per quello che la prof dai capelli rossi mi guardò scuotendo la testa, sillabando un "t'an capess un caz". Ma chi aveva mai fatto disegno durante l'anno? Poi l'esame finì e ci ritrovammo, i migliori, rimandati a settembre, noi privatisti, in tutte le materie.
Ma i problemi cominciavano proprio allora. Io mi ero dimissionato ma lo sapevo solo io e me ne andai a casa a Trieste, dai miei, tranquillo, o quasi. Dopo un po' mia madre cominciò a chiedermi quando sarei tornato a Imola e io infilai via via una serie di bugie su lavori in corso a Monte del Re e che ci avrebbero fatto sapere loro. Io poi, chissà perchè, cercavo di evitare di mettermi la divisa nera con colletto rigido, tanto uscivo solo per andare a fare la spesa. Fino a un certo giorno.
Sulla via Parini proprio sotto casa c'era un macellaio, un salumiere, di fronte sull'altro lato, quello dei dispari, un fornaio. Dal lato dei pari, oltrepassati sulla destra i binari del tram numero 5, il negozio di alimentari e, di fronte, il vinaio che vendeva anche olio e simili. Il giro non era lungo, ma anche il menù era ridotto: un chilo e mezzo di pane (tre quarti solo per me) a 108 lire il chilo, dal macellaio due tre volte la settimana bistecche di cavallo a mezzo chilo per volta a 880 lire il chilo, oltre al macinato per fare il ragù. Dall'alimentari la pasta, di solito spaghetti in lunghi pacchi di carta blù, di cui però non ricordo il costo, ricordo molto bene che se ne cuocevano 800 grammi alla volta (80 deca per dirla alla triestina) e mia madre non ne mangiava quasi, ma mio padre, io e mio fratello non ci facevamo pregare.
Già l'unità di peso era insolito, si ragionava e penso ancora si ragioni, in deca oppure quarto, mezzo, tre quarti. Eppure non così illogico visto che le bilancie, quando non erano a due piatti, avevano una suddivisione di dieci in dieci grammi. A ripensarci oggi, riabituato da sempre all'etto, mezz'etto o simili sembra un altro mondo. E lo era, una tranquilla e severa amministrazione austroungarica lascia un segno anche se i negozianti erano in gran parte di origine pugliese o, all'epoca ancora pochi, provenienti dai piccoli comuni attorno a Trieste e quindi di origine slovena o, come si diceva senza particolari antipatie, ormai i xe tuti sciavi in botega, i altri i xe taliani.
Ti te son triestin o talian? Buffo vero? Il dialetto triestino che cominciavo ad assorbire su un fondo vagamente romagnolo rendeva difficile la collocazione, al massimo arrivavano a dirti "furlan", quella strana genia di montanari delle provincie fra Gorizia (in gran parte di là) e Udine dove si parla uno altrettanto strano dialetto che suona bene solo in Stelutis alpinis (ma anche in tante altre canzoni corali che tendono però a percorrere solo i tasti tristi, taciturni e melanconici dei friulani, come in genere nelle tribù di montanari).
Ma taliani si era già passati i Lupi di Toscana, una specie di confine sulla meravigliosa costiera che accompagna il mare da Trieste fino a Duino per poi ritrovarlo, ma bisogna scovarlo fra case, fabbriche e cantieri, a Monfalcone e poi perderlo per sempre. Lupi di Toscana, unità combattente di arditi a cui era ed è dedicata una lapide, ad altezza degli occhi, e un monumento proprio sulle roccie là in alto ed era qui che finiva la zona A e cominciava l'Italia.
Sono strani i ricordi, cominci a parlare di negozi, ti vengono in mente battute e frasi e si aprono una dopo le altre immagini e pagine che neppure pensavi di aver vissuto. e invece bisogna tornare indietro, ero andato a fare la spesa, ero tornato, suonato il campanello, ricevuto il tiro (la casa dove abitavamo era più che dignitosa), salito le quattro rampe di scale, dopo i sei scalini dell'atrio, così da arrivare al secondo piano. Risuono il campanello, si apre la porta e mi arrivano due manrovesci in faccia, il pane vola sul pianerottolo con la carne sul pavimento di ceramica tutta lavorata a incisione.
Pensiero veloce, lacrime trattenute, vediamo come va. Allora l'ha saputo| Infatti, anche se penso di averlo già ricordato, il parroco don Montroni a S.Prospero aveva avvertito Canxi, mio zio Arcangelo il primogenito fratello di mia madre e lui aveva scritto a mia madre della novità. Poi, dopo il benvenuto e la raccolta del pane e della carne, la tiritera delle domande. E la non motivazione delle risposte e l'inevitabile conclusione: e adesso?
Già, e adesso?
(7.4.8) peccato. saresti stato un buon prete!
E comincio dalla battuta finale, altrimenti non mi decido a salutare quel piccolo e un po' sfrontato benito togliendolo dal tranquillo recinto del seminario per spedirlo nel grande mondo di tutti, quello che ognuno di noi crede di conoscere, anche se in fondo tutti noi ci siamo mossi generalmente in un recinto ben delimitato e conosciuto.
Però in quell'anno scolastico 1949/1950 ne sono successe di cose! Di alcune, quelle del mondo esterno, ne parleremo come sempre in una apposita spero piccola appendice. Anche se non sono poche e, diciamole alla rinfusa, si parla e poi si firma il patto atlantico (la Nato per i ragazzi di oggi dai 50 in giù), negli Stati Uniti si parla, e non sono sussurri, di sostanziose "creste" fatte sugli aiuti USA all' Europa e all'Italia in particolare (e questo per ricordarlo alle mammolette che straparlano di africani, sottosviluppati, palestinesi e via raccontando di appropriazioni varie) , poi di chiarimenti a livello sindacale, dopo i chiarimenti avvenuti a livello elettorale. così nasce la CISL, poi anche quel po' di socialisti che non erano riusciti a convincere gli altri a lasciare soli i mangiabambini creeranno la UIL con quell'altro po' che darà origine al PSDI di saragattiana memoria (e facile battuta che in romagnolo suona meglio ma che comunque saràgatto o saràcane, con facile accentazione) per non parlare della CISNAL di nostalgica memoria (chi lo direbbe che l'attuale UGL discenda da loro), poi un po' di morti ammazzati in seguito a scioperi e relative manifestazioni. La Celere del ministro Scelba non scherza, ne stende, mi sembra 9 solo a Modena così imparano, e a 1 o 2 alla volta in varie zone del Meridione pigliandosela qui con 'sti braccianti che rompono con la riforma agraria.
Era la fine dell'anno precedente, anzi no era solo il 4 maggio quel quadrimotore sbagliò il suo percorso e una delle più belle squadre d'Italia e del mondo passò alla leggenda nel modo più tragico e inutile. Fu una delle poche volte che ci fu concesso riunirci in refettorio ad ascoltare commenti e notizie dalla radio e ne soffrimmo tutti, anch'io battezzato juventino qualche anno prima dal fratello di Muccinelli, mio compagno di collegio. Potenza della radio, ci pareva di conoscerli uno per uno, anche se in seminario non si faceva collezione di fiurine o non girava il Calcio illustrato come nell'altro collegio. Chi può lo ricerchi quel settimanale nelle biblioteche serie e s'accorgerà che non sono discorsi di un povero vecchio e confronti certe foto favolose, come quel Parola che pare sdraiato a due metri da terra con una rovesciata nel cielo, con le millimetriche discussioni su fuorigioco sì e fuorigioco no (io le uniche partite di calcio le ho viste a Ravenna nel 1945 fra Polacchi e Americani e io a raccogliere cicche, quelle enormi bionde da morire, le cicche, lunghe come delle gambe scandinave adolescenti, dell'immaginario riminese di qualche anno dopo).
Ma i fatti interni erano altrettanto drammatici, almeno per quel topicchio del benito: come sempre, andando a casa per le feste, comprese quelle di Natale, la raccomandazione: la radio solo per la Messa, scusate la Santa Messa, lo sport e quando nel giornale radio si parla del PAPA. Niente canzonette. Ovvio che ero ubbidiente e cercavo di imporlo anche ai miei, così che poi finivo per andare in un'altra stanza. Fra l'altro radio Trieste faceva una serie di programmi favolosi, come scoprii poi, specialmente di prosa, ma anche di intrattenimento molto particolare, come la bisarca che spero qualcuno riscopra magari registrato su vecchi dischi, come usava allora.
Perchè riparlo di questo? Perchè accadde che un giorno i superiori, quelli grossi, avevano dimenticato aperto il collegamento con il nostro refettorio e... esplosero le canzonette. Fu così che, finito l'ntervallo post pranzo, tornati nell'aula studio io sollevai la manina e chiesi al prefetto, quello là così untuoso e pretesco, come mai loro sì e noi no, e perchè loro potevano peccare e noi no. La discussione non ebbe molto spazio, ma qualche tempo dopo la risposta, inaspettata e assolutamente non segnalata, fu sulla pagella; il voto in condotta era sceso velocemente a livello dei giorni di una settimana, sette (7).
Probabilmente il mio tono era troppo poco deferente, probabilmente senza volerlo facevo parte della squadra innovatrice (immaginate io e don Angelo contro il vecchio clero romagnolo), probabilmente non era elegante che un futuro prete fosse zoppo e per di più con un deciso casino in faccia. Probabilmente quel 7 veniva anche da altro. Dicono tutti così, i birbanti. Ne fui tanto segnato che poi, al liceo, mi imposi il primo banco per evitare rischi.
Comunque fosse, registrai un altro tassello vicino ai piccoli segnali precedenti, la zia invitata ad uscire, i libri promessi e poi vietati. Tutto comunque venne superato dal viaggio a Roma per l'anno Santo. in pullmann, attraversando l'Appennino al passo dei Mandrioli. Ero nei sedili in fondo, quelli dove si sta tutti vicini senza distinzione, un divano unico, senza finestrini laterali aperti. Così quando ancora all'alba ci fermammo in un paesino di Toscana e mi riempii con una fetta di sconosciuto pane toscano e un bicchier d'acqua, pochi tornanti dopo dovetti chiedere passo libero per vomitare in pace con i commenti non proprio gentilissimi dei compagni.

Però in quel viaggio mi colpì qualcosa di insolito, molte case, a lato della strada, avevano il tetto a filo della strada stessa e il tetto non era di tegole, "i copp" i coppi, come in campagna in pianura, ma era di paglia se non addirittura di letame. Naturalmente era di una struttura in legno ricoperta poi di paglia o altro con ottime proprietà coibenti e anche idrofughe, però ne rimasi colpito e questa impressione non doveva poi essere così lontana dalla realtà, visto che in pochi anni si assistette a una fuga verso la pianura, che si invertì solo molti anni dopo grazie alla mobilità dell'auto, al miglioramento del reddito e all'aver avuto un qualche nonno o parente che si era ricordato di non svendere quella terra inospitale ma così pregiata oggi.
Ma finalmente ormai a pomeriggio avanzato si arrivò a Roma e prendemmo posizione in uno di quegli, già allora, organizzatissimi conventi con delle organizzatissime monache con quello stile fra la crocerossina e la kapò che i loro levigatissimi visi senza età incorniciati da tutto quel bianco inamidato ispirano. e guai anche solo pensare di non ubbidire. in fondo poi chiedevamo solo due piccole cose, dov'erano i cessi e a che ora si cenava. Per la brutalità della parola, all'epoca cesso era una rispettabilissima parola, poi sostituita da gabinetto (ero già al Liceo). quindi da tualette (ero all'Università) e, infine, il bagno o, semplicemente, con occhio supplice, dove? Attualmente poi basta lo sguardo, è la cosa che gli ex maschietti della mia età cercano appena possono, per non ricorrere al pannolone. Sic transit.
Quel Papa qui a fianco l'avevo già ricordato e commentato diversi anni fa, addirittura in una foto con tutto il triregno in testa. E li porta con uno stile inimitabile e infallibile, specie se ci si riferisce a molti dei suoi predecessori e successori. Nessuno riuscirà a cancellare quella impressione che non è di regalità, è di maestà vera che può essere anche di paternosità, comequando, unico personaggio, andrà fra la folla di romani allibiti e spaventati che si potesse anche solo pensare di bombardare Roma. E in effetti, i concreti americani non si sono mai posti problemi, allora come oggi, quando si tratta di bombardare casa d'altri. talvolta superati solo dai pragmatici israeliani. Ma questo il buon benito non lo poteva neppure pensare. Gli era passato vicino, si erano forse guardati negli occhi, aveva anche una foto con un pezzettino di Papa vicino, foto persa non molti anni fa in un ennesimo casino e trasloco. E poi si era fatto la scala santa, ma anche Castel S. Angelo e tutti gli scalini per andare sul cupolone e tutte quelle colonne di Piazza S. Pietro e poi, poi poco altro in quasi quattro giorni viaggio compreso. Certo senza tutto lo spettacolo TV di oggi, ma probabilmente con un po' di ruspante sentimento di un tempo.
Si tornò così alle solite cose e ad un imprevisto ulteriore incidente che trovò come giusta e successiva conseguenza ad un altro nuovo 7 in condotta per il terzo e ultimo trimestre, che non aveva conseguenze giuridiche all'esterno, per la natura di scuola assolutamente privata del seminario tanto che si doveva andare all'esterno per l'esae di licenza. Ma questo riguarderà i tempi supplementari. Torniamo alla partita nei tempi regolari.
A Imola era venuto il circo Togni, penso fosse, vista l'epoca, proprio "Il Circo Togni". Con tanto di zoo e di spettacolo. Se già non l'avevo detto, in aula con noi c'erano anche alcuni allievi di un convento di fraticelli a noi collegato. Non è inutile ricordarlo, loro videro anche lo spettacolo, noi solo lo zoo. E quella visita allo zoo me la ricorderò, perchè ero lì a guardare a bocca aperta che uno dei leoni si girò ed espose la sua evidente sessualità nella mia direzione per inviarmi uno schizzetto di pipì che mi colpì direttamente in faccia, con sorridente soddisfazione, mia, e quasi invidia, dei miei compagni.
Tornati in aula la mattina dopo, ne parlavamo con i fraticelli che ci mollarono un pesante calcio negli stinchi: avevano visto lo spettacolo! E noi no!! Figuratevi chi fu chi al pomeriggio alzò la manina per chiederne il motivo. E qui, secondo me, il solito suadente prefetto scazzò in pieno, invece di dire magari che era un problema ad esempio economico, che avevamo avuto spese con il viaggio a Roma, che noi eravamo molto di più degli altri compagni, disse: non ci siamo andati perchè era uno spettacolo peccaminoso. E forse ne era convinto. Di certo non si aspettava che il novello Cicerone nel Senato romano in piedi si girasse in direzione dei colleghi fraticelli: e allora quelli tutti peccatori, e anche i loro superiori? Finii ovviamente fuori dalla porta, poi in rettorato, poi in una serie di rimuginamenti che portarono alla decisione ultimativa: basta non era più posto per me.
E la decisione fu presa, senza informare nessuno (genitori, parenti,parroco di S.Prospero, forse neppure veramente me stesso) e formalizzata in un lungo colloquio con il Rettore alle soglie dell'esame, tanto ormai il 7 in condotta c'era bello ed evidente. Così come restava cocciutamente incomprensubile, almeno per me, la motivazione e di questa incomprnsibilità ne ebbi conferma qualche anno dopo, quando il vicerettore, ufficiale, don Angelo mi scrisse per chiedermi di far da guida a loro che venivano in gita a Trieste.
Peccato. Nonc'era più tempo per i supplementari, anche se il mio atteggiamento nei confronti della religione, della Chiesa, delle Istituzioni religiosi ele loro organizzazioni era rimasto tal quale. Anzi, ancora più intenso, avevo i miei aspiranti da seguire e i ragazzini del corso di dottrina. Quella era casa mia. E lo fu fino ai primi anni di Università.
Ma devo ancora acquisire la licenza media, gli esami a giugno ero in divisa e colletto rigido, a settembre in borghese. Come tutti a settembre in tutte le materie, ma io ero l'unico che aveva solo dei cinque, nonostante mi chiamassi benito e nonstante che la Presidente della Commissione, dai capelli rossi come il suo irridente sarcasmo, fosse una feroce mangiapreti. I dettagli, pochi ma spero divertenti, alla prossima puntata.
(7.4.7) suona la campanella. ultimo giro. poi si cambia parco giochi.
1949, ottobre breve vacanza dai nonni. Trieste è troppo lontana. Mi sono divertito a vendemmiare. Comincio ad essere grande. Se ne sono accorti gli altri, io mi vedo sempre come sono magrolino e piccolo piccolo di statura, però riesco a portare il cesto e uso le forbici da adulto per tagliare i grappoli, anzi, poi mi hanno fornito pure di tronchetto, piccolo coltello curvo e tagliente con una puntina micidiale tanto che se lo usi, e non devi, verso di te può fare molto molto male.
Sono, o sto per essere, grande perchè le vendemmiatrici mi stanno prendendo in giro conla allegra sfrontatezza delle lavoranti di campagna quando notano che uno predilige una anzichè l'altra, senza magari sapere perchè. Io di certo no, però capivo che mi pigliavano in giro senza tener conto del mio status di seminarista, anzi, magari diecendo, quando avrai la parrocchia mi prendi come perpetua? cose così insomma, che non capivi però non ti dispiaceva l'idea dello stare in compagnia, dello scherzo e della battuta, del sudore e dell'appiccicoso dei grappoli, dell'odore di mosto che inevitabilmente sorgeva da carro dove andavamo a vuotare i cesti (e' navaz).
Questo odore e sapore di umani, di terra, di parole, di luci, di corse veloci verso casa perchè qualche temporale c'era ancora, con la giacca a coprire la testa e le manzette che trainavano il carro da scansare, perchè così giovani erano anche poco saggie. Anche loro.
Il ritorno in seminario, sempre con lo stesso prefetto così pedante, così untuoso, ma anche con don Angelo adesso vice rettore e i suoi libri, alcuni dei quali circolavano, bastava andare a fare due chiacchiere con lui e te li prestava. poi magari non li lasciavi proprio in bella vista sul tavolino di studio. Bello. Non era un banco, era un vero tavolo con il calamaio, con una alzatina in fondo, sotto mettevi tutto il necessario corrente, sopra dizionari, libri di uso meno frequente, il vangelo, l'imitazione di Cristo e una versione riveduta e corretta della Bibbia, scusate dell'Antico Testamento.
Riveduta e corretta, meglio dire selezionata e commentata e in ogni caso nella traduzione ufficiale e autorizzata. La Bibbia, nel mondo cattolico di allora, era qualcosa da usare con cautela e sotto una guida preparata. Qualcuno ricorderà che alcuni anni fa suscitò una qualche perplessità la decisione di un settimanale cattolico di allegare una copia della Bibbia alla rivista. E' ben che ci sia un sempre interprete fra il singolo e il buon dio, potrebbe succedere, vecchio e eterno com'è il buon dio, che senza volere ti risponda oggi come alla stessa domanda rispondeva secoli prima.
O potrebbe succedere che vi capiste senza bisogno di domande e risposte. Francamente però non erano quelli gli assilli più importanti. Era cominciata la terza media ed avremmo avuto l'esame esterno alla fine del corso, perchè in fondo eravamo una scuola assolutamente privata e quindi dovevamo avere una verifica da una commissione statale. La Moratti era di là da venire, vigevano ancora le norme di gentiliana memoria che nessuno, nonostante una guerra, l'esser diventati repubblica, la scomparsa del fascismo e l'arrivo di gente così diversa aveva pensato di poter cambiare.
Certo alcune cose non le sapevo, anche se penso che i miei genitori lo avvertissero anche se non seguirono il censimento dell'anno dopo. Eravamo un po' più di 47 milioni con 7,5 lilioni di analfabeti, quasi 25 milioni con licenza elementare (una parte con la 3a, una parte con la 5a), 3,5 milioni avevano la licenza della scuola media inferiore (con questo titolo si accedeva a molti posti nell'impiego pubblico, polizia forze armate, responsabilità nelle aziende), quasi 1,4 milioni avevano un diploma superiore, poco più di 422 mila i laureati e di questi solo 34mila con laurea scientifica.
Comunque fosse andata io credo che i miei sapessero che mi preparavo a far parte di una minoranza fortunata degli italiani e, in questo, avere caratteristiche fisiche non proprio ideali aveva giocato a mio favore, visto che con difficoltà avrei potuto fare il manovale (com'era la storia e il naso di Cleopatra? scherzavo per amor di paradosso).
Indirettamente ero comunque un indice dell'Italia che non si rassegna e guarda avanti e per questo, almeno per questo, le origini erano indietro negli anni, in quel calderone che aveva portato alla guerra del 15/18 e a quel dopoguerra con finale fascismo che aveva determinato in ogni caso lo emergere di nuove categorie sociali e un rivolgimento anche nelle classi dirigenti, anche per l'avvio di una economia industriale. L'industria prendeva le capacità dove erano, indipendentemente dall'origine o dal censo poi, magari, il controllo economico era in poche mani, ma erano mani nuove in gran parte, con le vecchie gerarchie agrarie o della rendita in violenta difesa dei privilegi. E questa guerra economica era evidente anche all'interno del fascismo istituzionale.
Ma non era nel programma di studi del benito. L'obiettivo era l'esame, la curiosità verso quei dizionari di greco e latino che gli ex-colleghi passati in IV ginnasio esibivano, quando si degnavano di considerarci. Avendo poi fatto il liceo scientifico e miei ricordi sono nebulosi, già un'altra volta avevo sbagliato autore confondendo il dizionario storico di greco con quello di latino, ricordo solo che erano di formato grande, copertina similcuoio. A noi pulcini restava il Campanini-Carboni di latino e il Ghiotti di francese. Quello d'italiano non lo ricordo, temo fosse un optional.
Mi accorgo che ormai è ora di prepararsi per andare a frequentare un po' di estratto di castagno per vederlo di renderlo un po' meno amaro, mantenendone le caratteristiche astringenti, così i polli fuoriescono un po' meno liquidi con tutti quei tannini. E' un'evoluzione, questa degli estratti vegetali negli alimenti per zootecnia, che arriva direttamente dall'oriente lontano (Cina), così che la chimica delle molecole di sintesi lascia il passo ad altri prodotti, di cui però spesso non si definiscono criteri di giudizio. E questo, in parte, consente le più ampie gamme di attività, dall'acqua fresca (colore, odore, sapore) a forti livelli di attività. Però negli allevamenti le balle durano poco, perchè i risultati si vedono e i veterinari non si lasciano convincere, di solito, dagli informatori scientifici-
Questa ultima parte serve solo da segnalibro, più tardi vedremo di completare il post. Come si usa dire? "buona giornata" e anche se sarà pessima è ciononostante un giorno in più.