Krema Blog

Il dolce e l'amaro dentro e intorno a noi

Chi sono

Utente: bkrema
Nome: benito cremonini
Un vecchio signore che non ha nessuna voglia di andare in pensione mentale ma che può finalmente scegliere orari tempi e colleghi.

Partecipano

 Il mio profilo Contattamibkrema
 Il mio profilo Contattamikreben

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
martedì, 31 gennaio 2006

(7.4.6) il tempo sta cambiando, ma il piccolo benito non lo sa.

E' facile quando sai come è andata avvertire che c'erano state le premesse e che poco si poteva fare per evitare quelle e solo quelle conclusioni. Qualcosa era scricchiolato quando la adorata giovane zia era stata allontanata bruscamente per qualche manica troppo corta. Ma ne era passato di tempo. C'era poi un altro fatto nuovo.

Era cambiato il prefetto perchè il precedente ormai era don Gino e se ne era andato veloce, non era passato neppure a salutarci. Assieme agli altri anche lui si era sdraiato per terra in atto di sottomissione e di umiltà e poi aveva pronunciato i voti, castità e obbedienza, al voto di povertà (che significa semplicemente non essere intestatari di beni materiali, non di non poterne godere i vantaggi) i preti "secolari" non sono tenuti. A me e anche a qualcuno degli altri era piaciuto, perchè giocava bene a pallone, era ruvido ma onesto, senza preferenze e, come già detto, aveva preso a schiaffoni qualcuno dei ruffianini spioni presenti in tutte le comunità. Poi finì sorprendentemente invischiato in una triste storia di attenzioni eccessive su una sua piccola parrocchiana, ma furono notizie di anni dopo.

Il nuovo prefetto, futuro don Visani, non era altrettanto popolare. Biondino, piuttosto paffuto, non certo atletico, amava circondarsi proprio di quei tipetti che alcuni di noi apprezzavano veramente poco. Ormai non si poteva giocare a battaglia navale o spuare le freccette durante le piccole assenze del prefetto che dopo un po' implacabilmente lo veniva a sapere. Anche la passeggiata quotidiana aveva sempre, o quasi, implacabile meta in una delle tante parrocchie o pievi o santuari di cui Imola e dintorni erano piene sia che si andasse verso Firenze su per la Montanara, o verso la bassa lungo la Selice o la Lughese, per non parlare se si risaliva la via Emilia.

Addio prati delle acque minerali, ciao felici accoppiate con l'altro zoppetto e implacabile terzino Tozzi, ora veramente eravamo studio, mortorio e sante orazioni! e dire che qualcosa era cambiato. Il vecchio Vescovo1913_TribbioliVESCOVO IMOLA Fra' Paolino Tribbioli, in carica dal 1913 aveva varcato la soglia degli ottant'anni ed era arrivato il Vescovo coadiutore con un mandato molto ampio, Mons. Benigno CarraraBENIGNO CARRARA 1888-1974. Questo Vescovo portava con se una squadra di giovani preti, in particolare il suo braccio destro, don Angelo. Chissà perchè li chiamavamo i veronesi mentre cercando informazioni a rinfrescare i ricordi salta fuori che venivano dal bergamasco e di quello stesso impasto simile a quello di Angelo Roncalli. Anzi, da quel cattolicesimo impegnato nel mondo del lavoro così intensamente presente in molta parte della Lombardia. Il chè fa pensare che non fosse casuale la scelta di inviarlo in terra di Romagna e forse non tanto e non solo per contrastare il Partito Comunista che proprio in Imola aveva una delle sue roccaforti, quanto piuttosto per rompere quelle incrostazioni che da sempre legavano chiesa e borghesiuccia agricola in una simbiosi che veniva direttamente dalle terre del papato.

Attenti tuttavia a non confondere chiesa attenta al mondo del lavoro con cose tipo preti operai e simili, come arriveranno poi, a partire dal Piemonte e dalla Torino meta di gran parte dell'emigrazione meridionale e della loro indicibile sbalestratura, specie fra i giovani e ancor più tra le ragazze.

Ma non erano certo questi i ragionamenti del piccolo benito di seconda media. Quello che lo colpì, ed era ormai  la pasqua del '49 erano alcuni tavoli pieni di libri e fra questi alcuni antichi amori del collegio di Villa S. Martino, le opere del suicida Salgari o quelle fantastiche di Giulio Verne e pressochè la completa assenza di libri devoti con storie di santi e di sante. Non che prima non ci fosse stata la possibilità di qualche lettura non devota, si fa per dire.

Uno, in particolare, mi aveva colpito, senza però impressionarmi particolarmente, era una storia di massoni, di ostie portate via con la scusa della comunione, di sedute in cantine buie e "segrete", di coltelli che colpivano il sacro cuore di Gesù, nascosto ma ben vivo nell'ostia consacrata. Come romanzo d'avventura non mi aveva detto niente, come ispirazione religiosa nemmeno ma forse solamente perchè le implicazioni filosofiche e teologiche erano ancora molto lontane per un bimbo che aveva appena poco più di dodici anni, sia pure intellettualmente dotato e precoce (sic!)..

Fu così che io acquistai, a credito un discreto numero di libri confidando nella generosità della zia alla sua prima visita. Come puntualmente non avvenne perchè la reazione era in agguato o, più semplicemente, il buon Rettore del Seminario, Mons. Vincenzo Brunorici tenne a voler sottolineare che il Rettore, appunto, era lui e non quel poco più che ragazzino di Don Angelo. Se mi avessero menato come si faceva a Villa S.Martino avrei sofferto meno ma togliermi la possibilità di volare con la fantasia assieme ai miei Sandokan, Tremal Naik  e l'ennesima sigaretta di Yanez, per non parlare del mare e dei corsari era un errore tragico. Con la fantasia nei lunghi quarti d'ora prima di addormentarmi e, dopo, nei sogni io ero come tutti i miei compagni. Anzi, di più, perchè loro non avevano rivincite da soddisfare nè erano molle compresse di energia com'ero io.

E fu questo un altro non piccolo tassello, tanto più che mise in crisi il principio di autorevolezza e soprattutto di nuovo mise in crisi i criteri di verità: un prete giovane e simpatico, don Angelo, aveva autorizzato, anzi sollecitato quelle letture, un altro, molto più vecchio e perciò più saggio aveva ristabilito la verità. Eppure quello giovane era ancora lì, occupava un non piccolo appartamento assieme ad altri 3/4 giovani preti al seguito del nuovo Vescovo. Il vecchio Vescovo lo avevo intravisto tempo prima, fragile fragile, con l'espressione sperduta di chi non sa più dov'è e lo avvertiva anche un bimbo come me che non aveva esperienza di anziani non troppo presenti. Però era un bel vecchino di frate francescano o, comunque, di una delle varie sottospecie di francescani.

Però il tempo camminava, macinava le ore, i giorni e persino i mesi e tornò l'estate e con l'estate, di nuovo e finalmente, Monte del Re. Quante cose scomparivano nel rifulgere di nuovo del contatto con l'erba, la terra, le camminate nei calanchi, l visite per la cerca in attesa dell'ultima domenica di Agosto: E un fatto per me indimenticabile.

Era tradizione che i seminaristi facessero una recita e qualcuno capì che c'era della stoffa in quel bimbo e mi fu affidato un personaggio di non so più quale commedia. Quello che ricordo era che rappresentavo un vecchio padre, con la farina i miei capelli erano bianchi, una volta tanto non avevo la solita divisa ma una normale giacca e pantaloni e un cappello in testa e un figlio che mi dava tanti problemi ma con la benedizione della Provvidenza tutta la fine si risolveva e padre e figlio esplodevano in un lacrimogeno abbraccio o in un abbraccio lacrimoso e la platea esplose con battimani e grida di bravo e, sorpresa delle sorprese, quel branco di seminaristi si mise a cantare "Le ragazze di Triestte..." e allora veramente le lacrime esplosero perchè ero proprio io quello che veniva applaudito.

Non ridete, per favore, talvolta mi sono venuti in mente quegli applausi quando invece arrivavano i fischi della base sindacale, visto che di solito mandavano me a dire le cose spiacevoli perchè ero duro veloce e sintetico e non erano ancora riusciti a fischiare sul serio e avevo già finito. Ma anche perchè, come molti attivisti di base, ero conosciuto per uno dei soliti imbecilli onesti e ci si poteva fidare.

 Quello che non ho mai capito era se facevo bene a fidarmi degli altri membri di segreteria, ma questo, come tutti sanno, è tutta una altra storia.

 

postato da: bkrema alle ore 21:05 | link | commenti (6)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
domenica, 29 gennaio 2006

(7.4.5) quell'estate, la prima, corre via veloce. torna Imola.

Allora l'anno scolastico iniziava ad ottobre e le nostre cadenze erano le stesse del calendario ufficiale, con qualche piccola differenza. Come già visto diversi erano i giorni effettivi di lezione  settimanali, non c'era infatti lezione il giovedì, come del resto nella tradizione di tutti gli ordini religiosi che si occupavano anche di insegnamento.

Questo aspetto era confermato anche nel menu, il giovedì a pranzo c'era il dolce, come la domenica. In fondo c'è una logica in questo particolare ritmo che la struttura economica dell'avvento dell'industrializzazione rendeva impossibile. Infatti questa articolazione settimanale era legata ai ritmi della borghesia di una società agricola, ben poco riguardava i contadini e quello che ormai si chiamava proletariato. Per tutti questi il vantaggio vero era la festività domenicale, quando tutta la società imponeva il blocco di ogni attività lavorativa.

Mantenendo però la antica divisione fra opere "servili" e le altre. Questa distinzione ha lasciato un segno profondo nella realtà specialmente italiana e più che di origine cristiana era il recepimento di un concetto tutto romano e che aveva lo scopo di imporre, anche agli schiavi (di qui il termine servile) o, meglio, ai loro padroni, il riposo almeno a carattere settimanale.

Da notare come le parole non sono casuali, il termine "servo" ricorre ancora nella civiltà del maso, quella che attribuiva, oggi con aggiustamenti, al primogenito ogni diritto ereditario e ai cadetti il ruolo di subalterno senza che per questo il termine avesse un significato volutamente spregiativo: fotografava, e in parte fotografa, una realtà.

Nella nostra società ha portato come conseguenza il mal giudizio su ogni e qualsiasi attività non tanto esecutiva, quanto manuale. Con qualche differenza, per le attività artigianali, che nei secoli avevano affermato il potere delle corporazioni di arti e mestieri, che diventava unico e assoluto per la accettazione e il rifiuto del singolo aderente, la definizione precisa del percorso per diventare "maestro" o "mastro" ed ottenere a quel punto l'accesso ai segreti della professione scelta. Segreti ben più protetti di ogni brevetto attuale e spesso fondamentali, come le tinture nelle arti tessili, i segreti di attrezzi e colle nelle arti del legno, degli impasti nei vetri e ceramiche. Per non parlare dei trattamenti di alimenti e bevande.

Comunque anche per queste arti, non confrontabili in dignità con le opere intellettuali (alcuni esempi: legulei, medici, musici, poeti etc.), occorreva chiedere la dispensa: Eravamo già negli anni '50 verso i '60 che mio nonno andava dal parroco, nella rossa Romagna e pur non essendo particolarmente osservante, per poter mietere o vendemmiare in previsione di maltempo.

Ma basta con le digressioni, agosto volò velocemente e si avvicinava settembre e il ritorno al chiuso sia pure nei vasti spazi della sede principale. Fortunatamente c'era la festa dell'ultima domenica di agosto che a Monte del Re era la festa anche della Parrocchia allietata anche da una grande Pesca e dall'arrivo di parenti per noi e di incontri dei villici e padroni delle vallette circostanti.

A questo scopo noi seminaristi di ogni età avevamo percorso creste e sentieri fin giù in fondo alla valle del Sillaro come gli antichi frati cercatori e riportato alla base sacchetti di grano, di granturco, qualche pollo, magari un coniglio, raramente oggetti o denaro. Erano ancora economie poco ricche di denaro od oggetti, ma molto generose con il frutto del loro sudato lavoro ci fossero state o meno avversità. Con occhi gentili e affettuosi, ruvidamente affettuosi, delle donne trovate nelle case, con quella età indefinita che allora una donna assumeva non appena sposata, fosse per il vestire, scuro ed eterno fazzoletto in testa, o per l'atteggiamento quasi da recluse visto che le uniche vere occasioni di uscire di casa erano feste religiose, funerali, battesimi o visite ai parenti.

Non solo lì, ma anche in pianura dai miei nonni le domeniche erano ritmate dalle visite delle nuore, le mie cinque zie, alla famiglia di origine o al cimitero a ritrovare i cari, oltre naturalmente alla messa solenne per le più giovani o quella più che mattutina per chi era di turno fino al pasto di mezzogiorno, c'erano pur sempre da 14 a 22 persone da mettere a tavola. Per gli uomini era diverso, anche se i miei zii in genere erano decisamente anomali e casalinghi. Alcuni, addirittura, accompagnavano le mogli dai loro parenti. Uno, il buon zio Lino, andava a far scorta di acqua, quella ricca di zolfo, fino a Imola, in bicicletta con due enormi sporte piene di fiaschi.

Ma torniamo a Monte del Re, c'era tutto il piacere di fare qualcosa di utile. A parte quanto raccolto in quei 15 giorni di cerca, dalla domenica prima dell'Assunta fino all'ultima di agosto. a parte il lungo peregrinare in coppia, di solito uno dei piccoli e uno dei grandi, poi c'era il ricondizionamento del tutto. Polli, conigli, granaglie andavano sistemati nelle loro stie o negli appositi luoghi. Eventuali ortaggi, fagioli, fave, cipolle, piselli, etc. andavano eventualmente sgusciati e il tutto avveniva in allegria su quei lunghi tavoloni di legno cicalando e cicalando sempre di più.

Infine c'era la sistemazione dell'espositore dei premi, la risistemazione degli oggetti, vecchi paralumi, soprammobili, ombrelli, cappelli di paglia, qualche prima vecchia radio. Cuscini ricamati, scialli, guanti, calzettoni. Questi oggetti di lana non immaginateli di colori squillanti, erano ottenuti in gran parte dalla lana grezza delle pecore di casa, semplicemente lavata e poi tessuta. Quella lana che opera dei ben ruvidi massaggi, oltre che scaldare, ma sembra sia l'ultimo scopo per cui venivano fatte. I colori uscivano dalle matasse acquistate allo scopo.

Più facile ricevere federe, tovaglioli o tovagliette in canapa cruda orlata a giorno e qualche timido monogramma. Eppure qualche anno fa, molti, che mi sono ritrovato in Val di Vizze ospite in una mini gasthaus con lenzuola di cotone crudo e materasso di sfogliatura di granturco ho risentito odori, rumori, sapori che mi hanno ricollegato a tante generazioni precedenti, tanto più che i proprietari della casa avevano l'atteggiamento di ospiti gentili e discreti e non il fare manageriale così spesso artificioso e avido.

Poi arrivava l'ultima domenica, la messa solenne, la schola cantorum, e in prima fila il benito, a sgolarsi con tutta l'enfasi del suo piccolo corpo e, la sera, l'esplosione dei fuochi di legna tutto attorno di valle in valle, ripetizione dell'antico rito pagano che già per la festa dell'Assunta (ferragosto) avevamo visto. Anni dopo, reincontrando un mio ex compagno, il Donattini, anche lui uscito prima, mi spiegava che i fuochi erano anche un messaggio a qualche filarina vicino e tanto più intenso il sentimento tanto più alte e prolungate le fiamme.

Chissà se ancora oggi, in qualche parte d'Italia o del mondo, è rimasto qualche residuo di riti antichi non ancora resi ripetitivi e inutili dal rinnovarsi ad ogni nuovo arrivo di turisti nei villaggi-vacanza. Mi illudo che sì, basta uscire dalle zone battute dai più e accontentarsi di qualche disagio, anche se la Tv tende ad omologare ogni cosa.

Penso però che molto dipenda anche da noi  che in fondo troviamo solo quello che desideriamo cercare e se solo volessimo entrare, senza presunzione di essere nel vero, a contatto con gli altri troveremmo altrettanta disponibilità, anche se le tradizioni, l'ancoraggio al passato è quanto di più intimo abbiamo, dato e non concesso che abbiamo qualcosa dentro.

Ma quella domenica ultima di agosto era anche il segnale del ritorno agli obblighi e se gli altri avevano quasi tutti genitori e parenti in visita i miei erano molto più lontani in quella lontana Trieste che conoscevo di sfuggita, come in fondo conoscevo di sfuggita tutti i miei con i quali negli ultimi quattro anni avevo passato forse qualche mese a pezzettini.

C'era tuttavia qualche novità in vista, una, soprattutto, arrivava a Imola un nuovo Vescovo e ci accorgemmo, almeno io, che stavano per arrivare cambiamenti non piccoli: pensate, questi preti giovani che accompagnavano il nuovo Vescovo sotto la tonaca portavano i pantaloni corti e giocavano al calcio allacciandosi la tonaca in cintura!

E noi ci toglievamo e mettevamo i pantaloni sotto le coperte e il bagno era non so bene se un lusso o un eccesso di cura del corpo. O, più banalmente, mancanza di soldi per rinnovare gli ambienti.

Però non c'erano neanche per i superiori. Che fosse un atteggiamento filosofico?

postato da: bkrema alle ore 22:00 | link | commenti (3)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
giovedì, 26 gennaio 2006

(7.4.4.) i calanchi.fantasia.orrido.sogno.

Forse i calanchi bisogna conoscerli come ho fatto io, all'improvviso, avendo conosciuto solo pianure con nello sfondo quei piccoli rilievi così abituali sulla destra della via Emilia, scendendo verso il mare. Là, in sò. Come dicevano sempre i miei zii. E io che brontolavo dentro, perchè sulla carta geografia quei monticelli andavano verso Sud e non "in sò", che per me era il Nord, e loro volevano solo dire verso sù, verso i monti, perchè "in zò", in giù, era verso la valle, il ferrarese, in somma verso Nord (mi raccomando la ò bella aperta, sonora, perchè se la o si chiude troppo allora non siete più di pianura, ma di montagna, dove una siepe, appunto, diventa una giòda, perchè il dialetto montanaro non cede alla melanconie gnaulose della pianura).

Una siepe chiude. Basta. Magari in pianura orna, suddivide, decora, colora, etc. In montagna chiude, separa, altrimenti che bisogno c'è di metterla, ci sono già abbastanza casini, in montagna per giocare a rimpiattino. E il calanco? della terra inutile, o quasi. Buona per andarci a lepri e anche qualche starna delle volte, ma occhio attento, controllo del vento, perchè non si può sbagliare, ogni metro una fatica e anche il cane corre via ma si volta a guardare se deve proprio insistere.

Ma per un bimbo di pianura che le aveva viste qualche volta di lontane magari un po' imbiancate o le aveva intraviste in una passeggiata fuori Imola, magari alla Madonna di Ghiandolino, appena fuori verso Faenza, passato da poco il Santerno. Piccolo santuario coloratissimo e visitatissimo, forse anche oggi, quando i primi approcci di morosi sembrano girare verso il variabile intenso con moto magari diretto verso un'amica apparentemente più graziosa, ma così, così... stronza, ecco la parola giusta. Imparata più avanti certo, ma non per questo meno espressiva.

Allora era appunto una novità, se non il giorno dopo, due giorni dopo l'arrivo. Uscita dalla messa del mattino, le solite 6 e 30 per la messa e le solite 7 e 30 finita anche la colazione e via andare. Naturalmente sempre con quella comodissima divisa di pantaloni, camicia, colletto di celluloide e giacca con tasche e bottoni. La mia di sano panno invernale, quella di alcuni miei compagni in cotone sempre nero, però leggero. Ottimo al sole, meno valido la sera.

A stare fuori, infatti, sul cocuzzolo di Monte del Re c'è un'arietta favolosa e anche a ferragosto il panno va sempre bene. E poi, come dicono i montanari, se tiene il freddo tiene anche il caldo. Ma avete mai chiesto al vostro cagnolino o gattino curioso se ha caldo? Magari a un certo punto crolla stremato, ma i cuccioli intraprendenti e curiosi chi riesce a fermarli?CALANCHI 3 E fu appunto così quel mattino, mezza giornata tutta nostra e, non allontanatevi troppo e quando suona mezzogiorno avete 15 minuti per arrivare. Non andate in giro da soli, meglio a piccoli gruppi. Là di fronte c'è la valle del Sillaro, di là del fiume siete fuori dalla Romagna, mi raccomando...

Il mi raccomando forse l'avevo sentito, i miei compagni forse li avevo sentiti, ma sarebbero finiti in qualche mezzo prato o attorno a casa nostra a giocare al pallone. Io volevo vedere. Volevo vedere, toccare, annusare quella terra con quel colore così poco simile alla terra di pianura della casa dei miei nonni, e poi non c'erano quasi piante, qualche macchia verde qua e là, le chiamano ginestre con dei fiori con un buon profumo.

Però hanno delle punte robuste, quelle ginestre, possono perfino pung...ere. Infatti fu un ruzzolone epocale, sempre più giù e non mi spaventavo più. Ogni tanto cercavo di agrapparmi ma non era poi così veloce, stavo solo rotolando e quasi ridevo. Già finchè non finii su un nido di vespe. Non furono particolarmente felici di incontrarmi, una anzi pensò di pungermi proprio sul coppino nudo (il cerchietto di celluloide l'avevo levato, dava fastidio) e che fosse una vespa era vero, sentenziarono i miei compagni che venivano dalla vallata di fronte, Montecatone, dove allora c'era un sanatorio e oggi un imponente e costosa struttura di riabilitazione per sportivi, e non solo, da risistemare e riabilitare.

Mi fecero anche la cura, uno tirò fuori un coltellino, assolutamente illegale, e mi premette la lama, piatta, sul piccolo ponfo della puntura. neanche alle vespe ero simpatico, non mi avevano neppure considerato idoneo a una bella allergia. D'altra parte l'infortunio era capitato all'inizio della mattinata e la cura che mezzogiorno era abbondantemente suonato.

E io, cosa avevo fatto? niente. Mi ero sdraiato, alla fine, di schiena fra una ginestra e una di quelle piantastre enormi che durano qualche giorno e guardavo il cielo, le nuvole che correvano, i rondoni, non le rondini, che andavano attorno al fiumastro giù in fondo, dove il Sillaro aveva un po' di sponde alte. Poi mi ero alzato ed ero andato di traverso in linea obliqua di va e vieni, proprio come un montanaro o, meglio, come mi suggerivano le gambe. A volte quelle creste non le smuovevi neanche avessi avuto un piccone, a volte le guardavi e splash si polverizzavano. Ma la scenografia? quella a due cinque metri dagli occhi era sempre più diversa, poi alzavi gli occhi e pareva sempre quella.

Così le starne e le lepri imbrogliavano i cacciatori inesperti, erano nella pima o nella quinta...onda? Già, il calanco a volte è come un mare immobile, solo che non è immobile perchè il diverso livello di insolazione, il gioco delle ombre e dei riflessi fa brilliare l'aria sopra e così che sembra proprio che le creste siano vive e si spostino o quantomeno brillìano in un effetto ottico ipnotico.

E poi era pieno di tribù di piccoli animali, prime fra tutte le varie famiglie di formiche, comprese quelle rosse, così terribili dicevano tutti. Sarà, io mi son fatto ricoprire la mano e non è successo niente. Forse perchè dopo il primo coraggioso gesto avevo provveduto velocemente a scrollarle. Non che sia facile, piccoline e attaccaticce come sono.E POI MAGARI ESPLODONO

Ma il Calanco non è solo aridità, è anche splendore, fulgore come questo mare di ginestre.

Dovreste qualche volta provare, non occorre essere vicini alla Romagna, dove c'è appennino di solito c'è calanco, ignorate la tiritera del territorio in disfacimento, del dilavamento dell'acqua piovana, degli effetti del disboscamento "medievale". E allora facciamo penitenza sempre?

Io ho fatto spesso, non esageriamo, alcune volte, da Bologna ad Arezzo tutto su cresta. E' uno spettacolo che non si dimentica. Sì ero in auto, anche perchè avevo con me scarti di pellicole da cui recuperare l'argento, oddio la strada conteneva a malapena la mia bolsa R 8 però si andava e alla mia andatura c'era tempo per salutare qualche sparuta casa, o fermarmi lungo la strada a guardare o nel solito multispaccio dove bere qualcosa di fresco e un pacchetto di nazionali, senza filtro, e i cerini con cui cerare l'attacco della sigaretta. Poi, arrivati in Toscana e proseguendo a un certo punto c'erano delle vertiginose stradine che portavano in piccolissimi borghi di due tre case tutte raccolte assieme. Ed essere quindi accolti con spiritaccio toscano e un bicchiere di vino, romito fra romiti, ma allegroni e fresconi.

Ecco il calanco forse è ancora questo, qualcosa da vivere più che da raccontare.

postato da: bkrema alle ore 19:47 | link | commenti (5)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
domenica, 22 gennaio 2006

(7.4.3e) primi approcci e sistemazione.

Eravamo appena arrivati ed erano già le cinque del pomeriggio. Certo avevamo pranzato a Imola, nel seminario, ma avevamo fatto un lungo viaggio, non è vero? Già eravamo tutti d’accordo, piccolo gruppo raccolto sull’ampio spiazzo di oltre due tornature (quasi 5000 mq) che fronteggiava il fronte dell’edificio. Certo, era una domanda educata, rivolta prima a noi stessi che al mondo o, meglio al prefetto. La domanda inespressa era, una merenda no? Non c’è niente come l’ansia, la novità, il sole, gli spazi, l’immaginarsi i giorni futuri che stimolano una salutare richiesta di qualcosa che plachi tutto e riporti la realtà a fatti normali.

 

I più grandi di noi, quelli che erano già venuti gli anni precedenti, avevano già preso fagotti e valigie ed erano entrati in quell’enorme portone di legno massello e che aveva una strana caratteristica: era spalancato e dallo strato della terra sottile e delle foglioline che ne contornavano il bordo a terra era almeno qualche giorno, o anche più, che non era stato chiuso. E così anche noi pian piano cominciammo a inoltrarci verso quell’ignoto ampio ingresso. Gli occhi giravano incuriositi, ma anche in qualche modo smarriti: tutta la struttura a tre piani più un enorme sottotetto era come una enorme U posta lateralmente contro la chiesa, a sua volta sulla destra della facciata.MONTE DEL RE 7

L’ingresso si apriva a destra e sinistra in modo non omogeneo con una scala centrale, non enorme, che portava ai piani superiori. Proseguendo al pianterreno, si andava in tutte le direzioni e proseguimmo  lateralmente lungo un corridoio su cui si aprivano numerosi ambienti fino ad arrivare sul lato posteriore, dove c’era un refettorio luminosissimo e, più importante, con i tavoli apparecchiati e trionfi di frutta accatastati in modo invitante sui tavoli non ancora assegnati.

Forse era il clima di vacanza, ma non parevano più gli stessi superiori, o era il sole, la novità, l’appetito, non so, fatto sta che abbandonammo i bagagli a terra, valigie o fagotti che fossero, e sciamammo veloci, seguendo i più grandi ed esperti, ad assaporare le novità, cicalando e mangiando. Ed arrivarono veloci le già quasi sette di sera quando,  nelle piccole camerate, avevamo deposto per bene i nostri indumenti nei piccoli comodini assegnati e nei gruppi di armadi disponibili ogni quattro. Poi, sempre chiacchierando e commentando, in chiesa per il Te Deum di ringraziamento. Partecipammo, almeno io partecipai, dal più profondo di tutto me stesso, nel complimentarmi con nostro Signore di quella felice nuova realtà e cantai con tutto il fervore possibile e assieme a me sentivo che anche i tenori, i bassi e i baritoni  stavano assaporando i miei stessi pensieri e sentimenti, anche se per alcuni di loro era forse l’ultima vacanza da studenti, perché nell’anno a venire sarebbe arrivata l’ordinazione sacerdotale e, con quella, l’inizio dell’età adulta, quella della responsabilità e dell’autonomia, ma anche della solitudine.

Per me invece era il periodo della partecipazione collettiva anche senza, entro certi limiti, la suddivisione per classi. Questo voleva significare anche nuovi amici, nuovi incontri.

E il mattino successivo confermò molti di questi sogni e di queste speranze, anche se ce n’erano di cose da programmare: conoscere i nuovi orari, i gradi di libertà individuale e collettiva, gli spazi accessibili, i turni di attività di supporto (come servire ai tavoli e aiutare in cucina a lavare ed asciugare, pulire e rassettare gli spazi comuni, etc.).

 Dal pensare si passava al fare, ma era un fare comprensibile, senza scadenze assillanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: bkrema alle ore 20:36 | link | commenti (5)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
venerdì, 20 gennaio 2006

DOZZA ROCCA(7.4.3d) monte del re stiamo arrivando!

Per la prima volta andavo verso un luogo nuovo con gli stessi compagni. Ne avevo visto di luoghi in quei poco più di 11 anni di vita. Spesso però ogni volta dovevo ricostruire amicizie, ambienti, superiori. Questa volta non era così e in quella scassata corriera che da Imola ci portava sopra Dozza Imolese a Monte del Re eravamo tutti ugualmente nuovi, tutti eravamo usciti dalla realtà precedente da un anno, la maggior parte avevano lasciato piccoli centri sperduti, come allora lo erano già molti paesi, anche solo collinari, che non avessero vicino una stazione ferroviaria o non fossero lungo una direttrice di traffico importante e quindi stazione di posta per linee di corriere.MONTE DEL RE 3 Il che voleva poi dire che anche solo 10-15 chilometri erano distanze sufficienti a rinchiudere in se stessi piccoli centri di qualche centinaio di persone.

C'era un elemento unificante, come già visto, ed era la costante presenza di edifici per la scuola elementare e, quindi, di maestre e maestri che affrontavano realtà nuove e isolate portando e ricevendo nuove esperienze e indirettamente entrando in quel ristretto gruppo di "intellettuali", talvolta di idee socialisteggianti, costituito dal medico condotto, il farmacista, il o la maestra, e, collaterali ma non troppo, il parroco o curato e il maresciallo o brigadiere dei carabinieri. Certo il sindaco aveva un certo peso, ma all'epoca il peso del prefetto, e quindi del ministero dell'interno, prevaleva sulle cariche locali. E naturalmente portava a un tono mediamente moderato e a un controllo indiretto dei maggiorenti sulla realtà anche di centri di qualche migliaio di persone.

Ma, francamente, questi discorsi non c'entravano niente con le emozioni del viaggio, pur in fondo così breve che una camminata di un tempo avrebbe colmato in una giornata di cammino. Alcuni passaggi erano già largamente noti. Uscire da Imola, dalla via Garibaldi, non era, e non è, a parte i sensi unici, complicato. Si tiene alle spalle la cattedrale, S.Cassiano, sempre dritto, si costeggia la Rocca di Imola, poi a destra fino alla via Emilia.

Si costeggia quindi quello che oggi è l'ex -Ospedale di S.Maria della Scaletta (dove ero nato io!!!) e via per la via Emilia. direzione vagamente Nord-Ovest. Spero. Le mie cognizioni di viandante e interpretatore dei punti cardinali sono a tutt'oggi  veramente tragiche. E si arriva, protetti dall'ombra di una lunga fila di gelsi, oggi non so che alberi ci siano, però ci sono, al Piratello.

Il Piratello, che da il nome ad una curva dell'autodromo di Imola, è sede di un grandioso cimitero monumentale. Da bravi seminaristi, come già al collegio precedente, avevamo partecipato a cerimonie funebri e io avevo ammirato il solenne cenotafio di un Ammiraglio Cremonini rappresentato in tutto il suo fulgore, non so però se morto nel suo comodo letto o nelle infelici avventure tipiche della nostra marina militare, a meno che non fossero reparti d'assalto o, comunque, sottratti al minuzioso comando dei nostri infausti stati maggiori.

Ben più mi aveva colpito il viso pieno e lo sguardo sereno e dominante di una Maria Cremonini che recava nella lapide il ricordo di tante mamme e di tanti bimbi che nella sua vita avevano ricevuto assistenza e ruvido buon senso di quella che era stata la zia di mio padre e che in effetti l'aveva allevato a partire dai sette anni.

Buffo, come quella presenza mi desse una sensazione di radici, di una terra non più estranea, quasi di adesione piena a quelle colline che salivano veloci alla sinistra della via Emilia. Poi la corriera prese una deviazione, spostandosi a destra e infilandosi in una serie di curve e controcurve di una stradina che bordeggiava poco più di un fosso: il Sellustra.

Il percorso si allungava, allontanandosi per recuperare alcuni a Medicina e poi alla Toscanella e poi, finalmente, cominciando a salire lungo la strada polverosa circondata da campi non proprio ubertosi, sfiorando la rocca di Dozza e poi via, arrancando sempre più in alto e, alla fine , una brusca curva a destra, sfiorando la corte dell'ultima casa colonica, poi di nuovo a destra entrando dal cancello aperto sullo spiazzo antistante la costruzione maestosa, anche se un po' scricchiolante, che voi avete appena visto qui sopra.

Quella postata è una foto di oggi, ma è, vista da lontano senza che si riconosca la pacchiana piscina, la fedele rappresentazione dello stato d'animo: spazio, luce, verde e anche rumori di animali. Li avevo visti, qualche pecora, le solite galline e quei rompiscatle di tacchini. Finalmente! Non a caso era un tempo un convento di cappuccini, l'unico ordine monastico che della natura aveva un concetto non di dominio, o utilmente laborioso, ma di appartenenza e consociazione.

Penso che quel poco, anzi tanto, di pagana appartenenza cominciò allora a diventare qualcosa di consapevole: io ero nel mondo e il mondo era dentro di me. Non era un fatto estetico, non era un animalismo ossessivo come quello di alcuni oggi, io ero vita, le piante, i fiori, le lucertole, persino quelle vespe così fastidiose se ti beccavano erano vita. Poi come nella vita vera a volte uno distruggeva l'altro ma solo per necessità, non per esprimere il proprio potere o per rispondere ad una isteria momentanea.

Tutto con le dovute approssimazioni e senza riuscire a raccontare cosa si prova a immergere le mani nell'acqua del Sillaro, prelevarne manate di argilla (oh! che schifo! fango) e usarla, come i vecchi, al posto del sapone per ripulire la pelle e idratarla. Già, se uno fa le stesse cose alle terme di Castel S.Pietro torna a casa dopo essere stata alla "beuty house", ma se lo fa un quasi contadinotto allora è appartenere al mondo dei primitivi. Come in fondo è

Ma era solo il primo giorno, bisognava andare alla scoperta dei luoghi e degli spazi, che erano enormi e pieni di sorprese.

 

 

 

postato da: bkrema alle ore 00:50 | link | commenti (2)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
domenica, 15 gennaio 2006

(A.4.3c) appendice. IL GALLETTO DELLA GUZZIGALLETTO

Nasce nel 1948. Cilindrata da 160cc., motore 4 tempi. Nella foto è quello sul fondo, con la doppia sella. Caratteristica la grande ruota di scorta da 17 pollici, intercambiabile e comoda allo smontaggio e rimontaggioGALLETTO1955

Nel 1955 ha raggiunto ormai la piena maturità tecnica passando prima a 175 cc epoi ai 192 cc, arrivando fino a 4 marce. Certo che al confronto con i mostri di oggi fanno sorridere, ma sono oggetti non destinati a qualche migliaio di chilometri/anno. Erano onesti muli con folli velocità anche di 80 Km/ora (veramente folli con una gran parte di strade extraurbane non asfaltate e normalmente ghiaiate, adatte cioè al traino animale o, al massimo ai mezzi da trasporto, di solito di derivazione militareGALLETTO1954.

Il modello in primo piano della prima foto è l'ultimo, del 1966. I miglioramenti stilistici, il sellone sono stati dei palliativi, troppo alta l'incidenza del costo non competitivo con gli scooter la cui produzione era su numeri non confrontabili. Non bastava la messainmoto elettrica ed altre innovazioni sulle sospensioni o il sottosella quasi un piccolo armadio. Ormai oltre un certo costo il concorrente era la 500 che, nonostante le dimensioni apparentemente "impossibili", si prestava anche al veloce e gustoso apprendimento dell'ars amandi e relativa ginnastica di mantenimento.  Se le giunture e le comodità, negli anni sempre più indspensabili, lo consentissero qualche nonno/a potrebbe illustrarne i pregi, anche se gli ormoni e gli entusiasmi della gioventù sono fondamentali.

Per una volta niente guerre reali, fredde o politiche. Il benito è alle soglie degli anni '50, ma gli adulti annusano già profumo di anni '60, perchè per la prima volta, almeno in poche fortunate regioni del Nord, c'è il lavoro per molti e con il lavoro un salario che, abbinato ad abitudini di vita frugali di un popolo ancora di contadini, saranno la molla dello sviluppo personale e collettivo.

 Ma benito corre, come può, su e giù per i calanchi, si siede all'ombra di alberi che hanno l'età del nonno del nonno, almeno, il portone è perennemente aperto, come il cancello di ferro all'ingresso del primo tornante a scendere. Il seminario estivo è in cima al monte, la strada sa di terra e se appena piove tutto intorno sa di vita sorniona e vivace insieme. Sa di vita e basta. Ma paganamente concreta.

 Non per niente quella costruzione era in un antico convento francescano che per posizione e panorama era già lui il cantico delle creature. E chissà quanti cantici dei cantici quei bravi fratoni avevano raccontato nei secoli alle villanotte dei casali circostanti nelle vallette che scendono verso il Sillaro.

postato da: bkrema alle ore 15:57 | link | commenti (4)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
sabato, 14 gennaio 2006

(7.4.3c) e la vita continua e anche rosa.ae.

 

 

 

Mi sono fatto distrarre dalle similitudini fra l'allora e oggi, anche se l'allora politico non era poi così presente nella vita di tutti i giorni. Anzi. In fondo eravamo usciti da poco dalle elementari, dovevamo intanto conoscerci fra di noi, delimitare spazi, aree di influenza e, almeno per me, ascoltare, metabolizzare tutte le novità che ascoltavo a lezione. Perfino il latino era interessante. In fondo sarebbe stato il linguaggio tecnico di tutta la mia vita. Quasi subito diventava possibile la comprensione di ciò che si diceva nelle funzioni e nella messa.

Due preghiere, cerimoniali, chiamatele come volete, colpirono la mia attenzione, il Salve Regina e il Dies Irae. Specie nelle versioni gregoriane due canti pieni di mistero e di intimità, specie il Dies Irae nel caso di cerimonie funebri solenni. Come schola cantorum si andava a volte anche nelle parrocchie in caso di avvenimenti degni della nostra partecipazione. Già, perchè eravamo quotati e io c'ero tutte le volte, la mia voce bianca era poco frequente e, piccolo com'ero ero veramente tutta voce e mi piaceva.

Quando cantavo gli altri stavano cagati, come capitava a me quando loro correvano, ma, soprattutto partecipavo con la voce ai sentimenti attorno per quel dato di istrionismo istintivo che mi faceva, e mi fa ancora spesso, partecipe del mondo esterno con una sintonia velocissima. Da ottimo attore, appunto, capace di passare dal riso al pianto e viceversa se le circostanze e l'humus respirato lo richiedono.  E ritenendo di essere sempre sincero. Magari è pure vero. Ma non è una storia psicanalitica.

Vorrei però che rivedeste con gli occhi e con l'immaginazione quelle cerimonie funebri, di solito nel trigesimo dell'evento, quando ormai le lacrime si sono ben asciugate, c'è stato il tempo per le vedove, le figlie, le nipoti di provvedere con calma al guardaroba e alla parrucchiera. Non erano ancora tempi da estetista, al massimo un piccolo ritocco con le pinzette alle sopracciglione e una intelligente messa in piega da esibire fra un indossamento di fazzolettone (da testa) e disindossamento. L'occhiata intorno molto casuale per capire quanti del paese erano intervenuti, misura precisa dell'area di influenza esercitata.

E poi i preti, allora ancora abbondanti, arrivati per il piacere di rimpatriata in una vita di lavoro costruita in gran parte nella solitudine e nel controllo dei parrocchiani su di loro. Controllo tanto più pericoloso perchè fatto da quelle amabili donne, -ine, -ette, clienti affezionate della prima messa mattutina.

Oggi capita spesso di trovare edicole che aprono, se non in luogo di passaggio, anche dopo le 7 e 30, e i negozi ormai fanno orari comodi. Allora no. Il macellaio, se c'era, era già lì minimo alle 5 e 30, figuriamoci il fornaio. E poi quei tipi di negozi dove trovavi tutto, dalla carta moschicida alle brocche per i cosp, gli zoccoli di legno. Oltre al filo, la pasta, il sale, le alfa. Tutto insomma. Quello che non c'era arrivava massimo tre giorni dopo, il tempo di andare al centro più grosso vicino e rifornirsi dal negozio più grosso o, magari, dal grossista.

Questo per ricordare che la messa mattutina alle 6, se non alle 5 e 30, non era un fatto anomalo. Le cerimonie solenni quelle no, cominciavano decisamente più tardi, qualche volta addirittura quasi alle 8, di mattina. Perchè poi i mezzi di comunicazione erano quelli che non potete neppure immaginare: autobus zero, mezzi pubblici zero, mezzi privati, a parte i piedi ormai poco diffusi, la bicicletta, qualche ciclomotore.

Ma veri ciclomotori. Principe il Mosquito, una specie di motore dotato di un rullo che muoveva la ruota posteriore per contatto e che aveva bisogno di essere lanciato pedalando in modo sostenuto. Velocità media fra un po' meno di dieci a un po' più di quindici kilometri. Qualche problema con la pioggia, perchè diminuiva l'attrito rullo gomma e, allora era utile scollegare il motore e pedalare. Pedalare sempre

Per i sacerdoti qualche mezzo in più, alcuni avevano la topolino, altri si appoggiavano a quei capoccia che, frequentando i mercati in modo più professionale di mio nonno, avevano rinunciato al calesse per le quattro ruote e, infine, il Galletto. Questa moto, marca gloriosa Guzzi (io sono nato juventino, Gilera e Bartali), era più vicino agli scooteroni attuali che alle motoleggere o le vespe e lambretta che staranno per arrivare a valanga. La differenza era nelle ruote decisamente alte. Posizione seduta tipo scooterone, paradavanti imponenti, ad evitare di sporcare la tonaca, un accenno di cruscotto per breviario e accessori simili, rapporti adatti alle strade in terra battuta e ai su e giù dei calanchi dell'Appennino. Ideale per girare su cresta in sentieri larghi meno di un metro.

Penso però al senso di libertà che doveva donare a questi preti giovani in gran parte provenienti, come quasi tutti i miei compagni, dalle zone meno evolute, anche se il termine non è corretto. Meglio dire più isolate, più scomode e quindi più invitanti all'abbandono e alla scelta di un ruolo che oltre che una missione o vocazione, era intanto uno strumento di ricollocazione sociale e di un ruolo in commedia decisivo, solo di avere il coraggio e l'onestà necessari.

Bei pretoni, comunque nei miei ricordi, non figure ascetiche, stitiche o addirittura malaticcie. Di solito di altezza sopra la media (le proteine in seminario non mancavan0, magari l'eterno baccalà) e figure sufficientemente atletiche, anche perchè molti di loro oltre che nella vigna del signore davano una mano alla vigna del parroco e la zappa o il rastrello valgono più del vogatore e non c'è dieta migliore di quella essenziale che nasce da una non eccessiva disponibilità economica. Mi ci vedevo, mi piaceva immaginarmi rimpallare le frasi latine con il turibolo in mano a incensare il catafalco, ovviamente vuoto nel trigesimo.

Ripescatelo nei ricordi, non sempre la lingua diversa dal latino si sposa bene con il suono e il ritmo del gregoriano, c'è un valore aggiunto che nasce dal senso immediato delle parole.

Altra cosa, degna di nota, i chierichetti e il sagrestano. Da queste voci capivi, almeno io nonostante gli undici anni verso dodici, il tono della parrocchia. Noi oramai eravamo degli esperti, non ci sarebbe capitato che i legacci della cotta si mollassero o di sbagliare colore o tipo di paramento offrire al celebrante. Si, effettivamente c'è una componente di ritualità (o di teatralità, fate voi) che diventa sostanza e che affascina, come tutti i rituali compresi quelli del corteggiamento e dell'iniziazione.

Talvolta mi viene da pensare che, al posto di tanto ciarlare di educazione sessuale, sarebbe utile spiegare come vengono lanciati e registrati in arrivo i messaggi che il corpo, gli occhi, le parole sussurrano prima ancora di rendersene conto e cercare poi di evidenziare come spesso, o solo a volte, questi messaggi siano artefatti o preparati proprio per gli, le, allocche.

Così anche la ritualità celebrativa in Chiesa, in Cimitero, in piazza d'armi, nei funerali solenni con le autorità preposte. e questo fascino, questo insieme mi è rimasto per cui devo resistere e cambiare canale se c'è una folla, uno sciopero, un cronista meno idiota e mi ritrovo pakistano e iraqueno, palestinese e quasi israeliano, adorante verso Stalin salvatore dell'URSS, l'alterigia vittoriosa della nobiltà ghigliottinata e il clamore rancoroso, blasfemo e irridente della claque che aspetta solo di vedere se c'è lo zampillo giusto.

Al solito si divaga, la primavera sta passando la mano all'estate, breve vacanza a casa (vicino, dai nonni in campagna a fare il bravo pretino, a servir messa ogni mattino, a esibire ai vicini il futuro monsignore, chissà, magari cardinale, perchè mettere limiti alla Provvidenza) e poi quasi due mesi nel seminario estivo a Monte del Re, sopra Dozza imolese, oggi uno di quegli enormi cosoni per congressi e simili, allora una felice palestra di aria, sole, qualche pioggia e ruzzoloni per i calanchi con le ginestre fiorite ma che, se non stai attento, ti sfregiano.

Ci stiamo andando.

 

 

 

 

 

 

postato da: bkrema alle ore 20:38 | link | commenti (1)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
mercoledì, 11 gennaio 2006

(A.3.2.0) appendice. 1948. cronologia.

Una visione, anche veloce, degli avvenimenti dell'anno rende plasticamente immediato l'affollarsi di fatti che seguono al chiarimento strategico fra le due grandi potenze. Ognuna è ben rispettosa delle zone d'influenza avversaria ed è ringhiosa nella difesa delle proprie. La vera frattura avviene nella Yugoslavia di Tito, che tenta la formazione di un arcipelago di quelli che saranno i non allineati, anche per lo sfaldamento, ormai evidente, dell'Impero britannico.

Questo non è l'unico sintomo dell'allontanamento dell'Europa dal luogo delle decisioni, anche se la Francia tenta di opporvisi, vantando, grazie a De Gaulle, il ruolo di vincitore. Gli USA che dalla guerra non hanno avuto danni diretti, a parte i caduti in battaglia (non pochi certo) presentano il conto economico e politico. Le Liberty, i carri, le munizioni, gli aerei, tutto era arrivato come "prestito". Senza quel prestito non ci sarebbe stata la battaglia d'Inghilterra, Stalingrado, lo sbarco in Normandia. Senza quel prestito di mezzi prodotti al riparo delle minacce dell'Asse, il risultato sarebbe stato diverso. Forse.

E' pesante persino la bolletta che dovrebbe onorare l'U.R.S.S. l' UNIONE delle REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE. Ma qui gli Usa vanno piano, è loro interesse che qualcuno blocchi la Cina in Asia, quella grande e quella minore, di cui si riserva una buona fetta (la Turchia), perchè per allora era una fonte certa di petrolio, così come i paesi arabi. Questi paesi in parte avevano fatto il tifo per l'Asse in funzione antiinglese, ora cercano appoggio, e l'avranno, contro i malumori che salgono dal basso. Repressione, religione e il nuovo nemico, Israele, faranno comodo, come fa comodo il grande alleato lontano.

Ma torniamo alla piccola Italia. Bisogna recuperare gli sconfitti. Italia e Germania sono nazioni di confine ricche di mano d'opera politica allo sbando, ma educata contro il comunismo e si opererà sia sul fronte economico che quello interno, sociale e religioso. Sociale schierandosi in aperta difesa dei ceti piccoli e medio borghesi, orfani del fascismo, religioso dando ampio respiro alla Chiesa Cattolica perchè aumenti i propri spazi distinguendosi dalle altre Chiese cristiane. Le varie Chiese Ortodosse, ad esempio, sono fortemente limitate dalla loro struttura nazionale oltre che dall'abitudine di storica ossequienza al potere statuale. Le chiese cosiddette protestanti o sono impregnate di troppa libertà interna o sono praticamente solo delle sette fanatiche senza una cultura diplomatica che invece la Santa Sede o, meglio, lo Stato Vaticano possiedono da sempre e, in particolare, è nel DNA di quel Pacelli che nella diplomazia si era formato e con interlocutori non certo facili, come Hitler e, in qualche modo, come Mussolini e gli altri dittatorelli fascistoidi del centro-est Europa. Quanto all'aspetto economico, prima gli aiuti UNRA, poi il piano Marshall chiudono la partita.

 In particolare il piano Marshall, oltre a risollevare il "tono" del mercato e abituare a consumi di tipo USA, serve anche a stabilire rapporti, oltre che commerciali, anche personali con la vecchia e nuova imprenditoria emergente. Quella emergente, in particolare, culturalmente povera, affascinata dallo stile di vita simil Broadway, stabilisce collegamenti intensi che si trasferiranno a livello politico-economico e renderanno fertile il terreno per il vicino mutamento governativo. 

E adesso la CRONOLOGIA minima.

1 GENNAIO - In Italia entra in vigore la Costituzione repubblicana.
30 GENNAIO - Gandhi, apostolo dell'indipendenza dell'India, viene assassinato a Nuova Delhi.
22-28 FEBBRAIO -Colpo di stato in Cecoslovacchia; il primo ministro Klement Gottwald costituisce un governo col solo partito comunista, che nelle elezioni aveva ottenuto il 38 per cento dei voti.
10 MARZO - Jan Masaryk, il ministro degli esteri cecoslovacco che aveva tentato di opporsi al colpo di stato, viene trovato morto, precipitato dalla finestra del suo ufficio.
2 APRILE - Il Congresso degli Stati Uniti approva il cosiddetto "Piano Marshall", che prevede aiuti all'Europa per cinque miliardi e 300 milioni di dollari (salvo errore, un dollaro di quegli anni corrisponde a 10 euro di oggi).
18 APRILE - Elezioni politiche in Italia; la Democrazia cristiana ottiene il 49 per cento dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi.

 DC 48,5% -- Comunisti 31,0%
Socialisti 7,1%, -- MSI 2,0%,
Mon.2,8% -- PRI 2,5% -- PLI 3,8%

11 MAGGIO - Il Parlamento elegge Luigi Einaudi presidente della repubblica.
14 MAGGIO - Il Consiglio nazionale ebraico proclama a Tel Aviv la fondazione dello stato di Israele; comincia la guerra tra Israele e Egitto, Siria, Libano e Giordania.
24 MAGGIO - Alcide De Gasperi forma il suo quinto governo con la DC , il PLI, il PRI e il PSLI.
26 MAGGIO - Nel Sudafrica le elezioni vengono vinte dal partito nazionalista, fautore dell'apartheid".
24 GIUGNO - L'Urss vieta il trasporto di merci tra Berlino e la Germania occidentale; gli americani rispondono con un ponte aereo per rifornire la città affamata.
28 GIUGNO - La Jugoslavia viene espulsa dal Cominform.
14 LUGLIO - Palmiro Togliatti è gravemente ferito, con quattro colpi di pistola, dallo studente universitario Antonio Pallante.
15 Gino Bartali vince il 35° girociclistico di Francia.
26 LUGLIO - La corrente democristiana esce dalla Cgil e fonda la Libera confederazione generale del lavoro (Lcgil)
10 AGOSTO - Alle olimpiadi di Londra l'Italia vince otto medaglie d'oro: nel lancio del disco, nel canottaggio, nel ciclismo (2), nel pugilato, nella lotta grecoromana, nella spada individuale e nella pallanuoto.
15 AGOSTO - La Corea del nord si proclama repubblica democratica.
1 SETTEMBRE - Nella Cina settentrionale il partito comunista cinese proclama la repubblica popolare.
In Cecoslovacchia muore il presidente della repubblica Benes.
17 SETTEMBRE - Il conte Folke Bernadotte nipote di Gustavo quinto di Svezia e mediatore dell'ONU nel conflitto arabo-israeliano, viene assassinato da terroristi israeliani.
2 NOVEMBRE - Negli Stati Uniti Harry Truman viene eletto presidente.
27 DICEMBRE - In Ungheria il cardinal Mindszenty, primate della Chiesa cattolica, viene arrestato sotto l'accusa di cospirazione anticomunista contro lo stato.

 

 

 

 

postato da: bkrema alle ore 02:48 | link | commenti (4)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
domenica, 08 gennaio 2006

(7.4.3b) Adesso le elezioni stanno proprio arrivando.

Lo capii tempo dopo, ma improvvisamente i nostri colleghi più grandi, quelli al confine fra filosofi e teologi (fine liceo classico/anni preparatori alla ordinazione), arrivavano a cena vestiti in borghese. Finito il ginnasio, infatti, i seminaristi vestivano l'abito classico che li avrebbe accompagnati nella loro vita futura di sacerdoti, l'abito lungo tutto nero e, mi pare, ben più elegante del clergymen di oggi. Specie se c'è qualche anno e qualche chilo di troppo e identifica immediatamente ruolo e funzione ed è particolarmente fascinoso anche per l'utenza femminile. Vedi Uccelli di rovo.

Come mai? Premesso che la maggiore età arrivava a ventuno anni allora, la maggior parte di noi non avrebbe votato, ma  la capacità di parlare, di contrastare, di far politica non è legata all'età ma alla missione propria e alla preparazione specifica. E chi meglio poteva essere di chiunque dovesse passare la vita a spiegare a tutti gli stessi passaggi delle sacre scritture anno dopo anno, giorno dopo giorno, adattando il commento al variare del pubblico, della società e delle contingenze? In pratica, quei nostri compagni uscivano la sera e andavano per osterie, luoghi di incontro per mettere in difficoltà gli agit prop del fronte popolare. Insomma, per limitare e contrastare il danno.

Nessuno tornò mai con qualche livido addosso, forse qualcuno tornò con qualche mal di pancia dentro, come spesso accade alle piante di serra quando le portate a casa e, senza saperlo, le esponete a spifferi o a luci diverse dalle abituali. Osservando con occhi di bimbo, si muovevano in modo più disinvolto, pratico, meno pretesco con quegli abiti tipicamente operai. Non dimenticate che si era nel 1948, verso febbraio marzo. Rari a quell'epoca i cappotti fra i popolani, usavano giacche di panno ruvido, maglie di lana grossolana specie filata in casa e mutandoni anch'essi di lana. Camicie grossolane, quasi mai maglioni sopra, spesso il "corpetto" quel coso senza maniche con bottoni e taschino per l'orologio da tasca, appunto, per chi se lo poteva permettere.

Se vi è capitato di vedere vecchi film ambientati nella Gran Bretagna di Dickens il vestire era pressochè identico, a parte il cappello che in Romagna, e in genere in Emilia, non è la coppola e non ancora il basco. Il basco era stato quasi una uniforme per certi corpi paramilitari in camicia nera, verrà di moda qualche anno dopo come tipico copricapo di giovani educati cattolici, ma non portato in modo sfrontato tutto correre all'indietro, ben piazzato ed equilibrato sulla testa come si addice a un giovane per bene. Infine, fondamentale, una bella sciarpona per far felice le orecchie, il collo e le mamme.

Era comunque problema di grandi, noi piccoli, di prima media, non eravamo ancora all'altezza della situazione. Ci fu un momento di chiacchiera intensa, quando un nostro compagno, anzi due, mostrarono gli effetti di un paio di schiaffoni ricevuti dal nostro prefetto, futuro don Gino Galli. E la cosa ci fece piacere, perchè era la giusta lezione data a due spioni che credevano di farsi belli raccontando tutte le piccole marachelle che tutti i ragazzini commettono. A parte i futuri monsignori.

Ma ormai la primavera arrivava e con lei la Pasqua. Arrivava presto quell'anno, alla fine di marzo, ma le vacanze erano troppo corte per andare a Trieste, tanto più che c'era da fare per la schola cantorum. Non so se ci sono ancora i pontificali solenni di un tempo o se il ridotto numero di sacerdoti, monsignori, canonici e la fretta di ognuno hanno ridotto tutto ad un efficiente corsa anche nei riti. Allora no. La cattedrale di Imola ha poi, spero ancora entrambi attuali,  due livelli quello della cripta e quello superiore. Entrambi splendidi perchè la struttura settecentesca, vagamente neoclassica non è stata orripilata dal barocco pretenzioso e la cripta ha una sua atmosfera quasi romanica con il suo insieme di volte e colonne che sostengono la copertura.

O forse sono io che sono particolarmente sensibile, oggi ma anche allora, all'intimità del quasi buio, dove sei solo immerso nell'eternità e nella continuità del tempo e della storia. Nella pienezza della luce non puoi avere illusioni, riconosci il tuo vicino, i suoi vestiti, le macchie sulla camicia o il naso che gocciola nel raffreddore, nel buio no. Tutti sono selenziosi, l'acustica delle basse volte non consente che sussurri e pensieri con se stessi.

Ma anche lo splendore dei legni del coro della parte superiore con gli stalli dei canonici, la centralità dell'altare lì in alto a sottolineare che il dio è più in alto di noi e il celebrante anche, come unico autorizzato interprete della sua parola e volontà. Lo so che sono concetti in contraddizione con la nuova liturgia, ma, almeno per me, dio non è più vicino perchè l'altare assomiglia a un tavolo da cantina, dio è più vicino perchè la voce del suo interprete è una voce ricca anche di umana saggezza, perdono, di misericordia per chi ogni giorno combatte e tenta di camminare almeno ai bordi della retta via. Dove nessuno ha l'arroganza della verità unica e inflessibile, senza per questo rinunciarvi.

Parrà difficile che a poco più di 11 anni corressero simili pensieri, ma se ritornano oggi dopo che son passati quasi cinquant'anni,  se non più, che mi son soffermato in questi pensieri vuol dire che il mio hard disc cerebrale li aveva registrati e attendeva solo che il software ritrovasse il programma di scoperta necessario. Certo ha aiutato la visita diretta di non molti giorni fa e il rodimento interno che mi hanno fatto rinviare di giorno in giorno la descrizione di quei giorni e di quegli anni di seminario.

Ma la primavera corre veloce e si avvicina l'estate. La mia giovane zia, sempre solo 13 anni più di me, mi veniva a trovare e anche mia nonna, qualche volta, specie nei giorni di mercato, e mi portava delle belle fette di lardo, perchè il medico aveva detto che era ricco di vitamine del gruppo B e D e così io avevo una ricca merenda da dividere anche con gli altri, quelli più amici. Ma un giorno la zia arrivò con un vestito un po' troppo femminile, la sottana appena sotto il ginocchio, scura forse nera, la camicetta senza maniche, bianca, le belle braccia morbide e bianchissime e, orrore e sensualità, dei bei ciuffi di peli neri robusti sotto le ascelle, oltre a un seno che, come per miracolo, splendeva evidente e ben pronunciato nelle sue delicate curve. Allora non si usavano le depilazioni rituali attuali.

Il tutto deve aver turbato non poco i severi animi degli addetti all'ingresso, perchè qualcuno entrò e subito uscì dallo studio del rettore, mia zia rimase senza parole e, imbarazzata e vergognosa, se ne uscì quasi senza salutarmi. Neanche mi avesse stuprato. Fu il primo segnale. Ne dovevano arrivare altri.

postato da: bkrema alle ore 19:15 | link | commenti (2)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario
sabato, 07 gennaio 2006

(A.3.1.0) Appendice. Breve biografia di Pio XIIPIO XII 5

Nato a Roma nel 1876 dalla nobildonna Virginia Graziosi e dall'avvocato Filippo Pacelli, patrizio romano, il giovane Eugenio, volitivo, ascetico, fermo, compie un rapido iter di studi dal Liceo Visconti all'Università Gregoriana, a 23 anni è sacerdote e inizia presto la carriera diplomatica e curiale grazie al cardinal Gasparri, che lo coinvolge nella Riforma del codice di Diritto Canonico. Nel 1917 é già nunzio apostolico a Monaco, in Germania fino all'estate del 1925, e poi a Berlino dal 1925 fino al 1929 (In tutto stette in Germania 12 anni) forgerà ancora di più il suo rigore, appassionandosi della cultura e del popolo germanico; ma anche riportando una conoscenza diretta dei problemi di quella nazione: durante la prima guerra mondiale aveva compiuto delicatissimi incarichi diplomatici, come il 29 luglio 1917, nella Grande Guerra, quando presentava a Guglielmo II le proposte di pace formulate dal pontefice. Otteneva di visitare e di assistere i prigionieri militari nei campi di concentramento in Germania Sfasciatosi l'impero tedesco, dopo la sconfitta militare, e formatosi i Reich repubblicano, rimaneva presso la nuova Germania sempre come Nunzio e firmò i Concordati con la Baviera e col Reich.Suoi furono i Concordati stipulati dalla Santa Sede e con la Baviera (1925) e con la Prussia (1929).  Nel 1929 Pio XI lo nomina cardinale e segretario di stato succedendo al cardinal Gasparri , conduce personalmente i negoziati decisivi per i Concordati con il Baden (1932) e con il Reich di Hitler (1933). Compie viaggi in tutto il mondo, durante i quali cresce la sua fama di uomo ascetico, poliglotta, diplomatico  Nel 1936 si recherà negli Stati Uniti, viaggio cui risale l'inizio della corrispondenza diretta con il Presidente Roosevelt che durerà fino alla morte di quest'ultimo.Con l'Europa ormai sull'orlo della guerra, il nuovo Papa inviò un messaggio invitando le nazioni alla pace e successivamente dichiarò la sua imparzialità.

PIO XII STEMMAEletto papa il 2 marzo 1939, subito si preoccupò di parare la minaccia di guerra gravante sull'Europa ad opera soprattutto del nazismo. Mantenne buoni rapporti con il governo italiano, ma questi non valsero a distogliere il regime fascista dai suoi folli propositi di guerra. Nel dicembre del 1939 ci fu un evento. La visita senza precedenti del papa Pio XII al re d'Italia Vittorio Emanuele III, che segnò una svolta nei rapporti fra Italia e Santa Sede.. Arriviamo dunque al 1939, quando, il 10 febbraio, Pio XI muore improvvisamente. Il 2 marzo il Conclave elegge il cardinale Eugenio Pacelli, che era il Segretario di Stato, e che prende il nome di Pio XII.  Il 1° settembre scoppia la guerra, che terminerà, fra lutti e distruzioni immani, solo nel 1945. Ma Mussolini tiene, per il momento, l'Italia fuori dal conflitto, pur sollecitato da molte parti; chi dice "ma allora cosa ci siamo alleati a fare con la Germania ?", e chi più moderato dice "cosa aspettiamo che vinca tutto lui?" , e anche i più pacifici commentano "Mussolini aspetta che Hitler vinca poi farà l'avvoltoio".  PioXIIA dicembre del '39, re Vittorio Emanuele III rende visita ufficiale al nuovo Papa, e si reca solennemente in Vaticano, proprio come dieci anni prima, accompagnato dalla regina Elena, vestita di bianco e con un lungo velo in testa. Solenni cerimonie, colloquio fra i due personaggi nella Sala del Trono, accorati appelli di Pio XII affinchè l'Italia si tenga fuori dal conflitto. Il Re vorrebbe replicare al Papa, ma il ministro degli esteri, Ciano, fa furtivamente segno di no, che non è il caso di parlare di quelle cose.   Ed ecco il colpo di scena, la sorpresa per tutti. Il cardinale Maglione, nuovo Segretario di Stato, non viene inviato al Quirinale per restituire la visita, ma è il Pontefice stesso, pochi giorni dopo, il 28 dicembre, che decide di recarsi di persona a rendere la visita ai Sovrani d'Italia. E' un avvenimento mai visto, in passato. E così, in quel giorno di dicembre del 1939, Roma assiste a questo spettacolo mai visto: il Papa Pio XII si reca, in solenne corteo ufficiale, fino al Quirinale. Pioveva forte, ma il Papa volle che l'automobile su cui viaggiava fosse decapottata, in modo che tutte le migliaia di persone assiepate lungo il percorso, potessero vederlo. Portava in testa il cappello rosso dalle ampie falde, e questo, con il mantello papale, pure rosso, era l'unico riparo dalla pioggia battente. Fra le acclamazioni di un popolo romano letteralmente impazzito al vedere questo grande e mai visto spettacolo, il Vescovo di Roma passava, dopo decenni di "invisibilità", per le vie della capitale, e in modo ufficiale e solenne, fra due interminabili ali di soldati che presentavano le armi, per andare a rendere visita al loro sovrano. Il corteo di automobili nere, raggiunse alfine il palazzo del Quirinale, antica residenza dei pontefici, e PIO XII 6Pio XII venne ricevuto, ai piedi dello scalone d'onore, dal vecchio Re, in alta uniforme militare. Vittorio Emanuele III, nel Salone dei Corazzieri, gli presentò poi i vari componenti della Famiglia reale, i funzionari, i politici. Seguì il discorso privato, nella Sala del Trono.
Stranamente Mussolini era assente. Probabilmente non aveva affatto gradito che a Roma risuonassero, per le strade, grida di giubilo e applausi rivolti ad una personalità che non faceva parte nè dei Savoia nè del Regime fascista; ad una persona che gli "toglieva la scena". Forse la figura del Papa gli dava ombra e l'omaggio del popolo e delle autorità ad un personaggio unico al mondo, con un grande potere spirituale che durava da secoli, lo infastidiva non poco.
Così un Pontefice ritornava, questa volta da ospite, nell'antica residenza dei Papi, il palazzo del Quirinale, abbandonato in tutta fretta nel lontano settembre del 1870. Scoppiata la seconda guerra mondiale, Hitler e Stalin si alleano per invadere la Polonia : Pio XII il 20 ottobre 1939 emana l'enciclica Summi Pontificatus, condannando l'invasione russo-tedesca della Polonia.  Da questo momento iniziò il silenzio del Papa, che gli procurò molte critiche, sebbene egli si impegnasse nel salvataggio di ebrei e internati nei campi di concentramento, oltre che di uomini e valori senza distinzione di fede. L'atteggiamento del pontefice fu condizionato dalla sua convinzione che  una condanna aperta dei crimini nazisti si sarebbe rivelata controproducente; ma proprio la sua dote massima, la diplomazia, egli non osa spenderla fino in fondo, ma la usa come il "male minore". Il popolo, e in particolare molti tra i romani, che lo avevano elevato a nuovo Defensor urbis, non gli perdonarono questa incertezza che divenne drammatica in occasione della rappresaglia tedesca a Roma, dopo l'attentato di via Rasella, che portò all'eccidio delle Fosse Ardeatine il 25 marzo 1944. Successvamente contro il regime hitleriano denunciò i crimini dell'eugenetica e del razzismo nazista. Quanto poi alla sua aperta e quasi ossessiva opposizione a ogni forma di marxismo e comunismo c'è chi la collega ad una aggressione subita a Monaco, negli della diplomazia, da parte di alcuni soldati che l'avrebbero minacciato con una pistola. Ma questo non può spiegare la benedizione al generale Franco quando ebbe concluso  "l'alzamiento" con la vittoria, in Spagna, contro i repubblicani "rossi". Ma non è su questo che intendo parlare, troppo lontano dal mio vissuto, anche indiretto. Riprenderò, invece, l'appendice per cercare di raccontare come intervenne Pio XII sulle vicende elettorali italiane proprio in quel 1948 già arrivato, con molte similitudini agli accadimenti odierni.

 

 

 

 

 

postato da: bkrema alle ore 21:47 | link | commenti
categorie: politica, storia, cronaca, biografia, seminario