(7.4.1) anno primo, dove si incontra di tutto.
Oggi tornando a Brescia dalla Romagna ho acquistato l’annuale copia del Lunario, “è lunéri di Smémbar”. Come si fa a spiegare a un non romagnolo cos’è questo lunario? E’ dal 1844, con implacabile puntualità, che questo lunario esce, esprimendo opinioni talvolta proprie dei “pezzenti”, come qualcuno, forse sbagliando, traduce “smembar”, molto più spesso in amabile critica dei potenti di turno, così da non scontentare troppo chi comanda e soddisfare contemporaneamente il temperamento vagamente anarcoide anche dei romagnoli benestanti. SMEMBAR letteralmente sono quelli che ormai non hanno più memoria, o per il troppo vino, o per i troppi anni.
Dicevo ho acquistato il Lunario, ma l’obiettivo era un altro, documentare gli occhi e la mente rivisitando il luogo in cui cominciavo a prepararmi all’adolescenza, se pure mai io sia stato veramente fanciullo. Detto normale, normale, sono andato a rivedere quel seminario ormai in disuso e ormai abitato da solerti impiegati di quell’ente così caro e discaro a molti italiani, l’INPS.
Al numero 54 della via Garibaldi in Imola il seminario infatti non c’è più, ma la struttura interna, la suddivisione degli spazi cioè, i vasti corridoi, l’ampia vetrata che separa l’ingresso dal cortile interno, lo scalone quasi di rappresentanza che porta al primo piano, tutto era come prima, come il marmo commemorativo che ricorda come Pio VII restituì alla funzione propria quel palazzo che Napoleone per un po’ aveva destinato a Caserma.
Quella marmorea scritta aveva talmente colpito il guardiano custode dell’INPS di Imola, in ricca e doverosa divisa, che, avendogli io detto della mia curiosità di visitare alcune parti dove avevo vissuto quasi 60 anni fa, lui mi ha chiesto “ha fatto il militare, qui”? Già, va bene che sono invecchiato, ma non al punto di essere stato lì con Napoleone nei primi dell’800, anche se mi sarebbe piaciuto.
Poi mi sono tolto alcune curiosità, da dove veniva Pio VII? E così ho scoperto che tutti i papi, da Clemente 14 (1769-1774) proveniente da S.Arcangelo di Romagna (Rimini Nord, per i foresti) e poi Pio VI (1775-1799), Pio VII (1800-1823) entrambi da Cesena e quindi Pio VIII (Cingoli di Macerata, 1821-1830) e Pio IX (Senigallia, 1846-1878), tutti questi papi venivano dalle Marche e dalla Romagna, fucine di futuri anarchici e quasi briganti, ma, soprattutto, ottima palestra di gestione più che religiosa, molto politica e amministrativa.
Comunque sia, con il permesso del guardiano incuriosito da questo vecchietto autoproclamatosi un tempo seminarista (avendogli appunto spiegato che roba è), ho potuto accertare che anche con gambe ed esperienze più adulte gli spazi, la luce, gli ambienti erano quelli del ricordo, a conferma di quanto intenso sia il segno che quegli anni piccoli lasciano in alcuni di noi, o forse in tutti, qualora si sia tolti dal luogo e dal mondo normale della famiglia e si sia dirottati in un altro ambiente con regole proprie.
Ed è tanto vero che quasi, quasi apprezzo l’abitudine di un tempo delle famiglie abbienti solleciti a inviare i primogeniti, o anche i cadetti, lontano da casa a farsi ossa e cultura. L’unico vero inconveniente è che, cambiando spesso, si diventa apolidi, con tutto il mondo mondo tuo, ma anche tutto il mondo è nessun mondo tuo e diventi come una monade apparentemente autosufficiente e in effetti rimani solo il solito individuo affamato di affetto e di considerazione, affetto e considerazione verso di te che avverti sempre e solamente in ritardo e non riesci mai a incontrare anche coloro a cui non dispiaci.
Ma torniamo all’inizio. Venti, ventidue ragazzini attorno ai 10/11 anni provenienti dalle zone più diversi della diocesi di Imol,. diocesi che comprende 108 parrocchie con circa 140 mila abitanti, 110 preti secolari, 13 regolari e 9 diaconi, ma soprattutto corre su per l’Appennino fino ai confini con
Da qualche chilometro all’altro, la semplice separazione dovuto a un piccolo corso d’acqua, ma privo di ponti per dieci/quindici chilometri, trasforma i “tabach” in “tabécc” o “burdéll” o “bastird” o, finalmente “ragazzou”, quelli che in fondo eravamo noi semplici ragazzini in attesa di veder spuntare qualche pelo non solo sul viso o l’ombreggiatura dei baffi o la modifica della voce o la comparsa di quel coso tipicamente maschile fra il mento e il petto, che certifica l’entrata nell’adolescenza (notare come nel dialetto il termine che indica i fanciulli sia quello spregiativo dei signori di un tempo, forse perchè abituati a ingravidare le loro contadine, irrobustendo con l'occasione, il loro miserabile DNA)
Al momento comunque eravamo dei ragazzini alle prese con tante materie nuove, delle regole precise e degli orari ritmati e ripetuti nei giorni e nelle settimane e, in ogni caso, costretti a coabitare indipendentemente dalle simpatie personali.
Ci fu una prima selezione, due erano zoppi, il sottoscritto e un altro spiritoso e splendido ragazzino, Tozzi, con degli esiti di poliomielite, con una gamba e un piede che li metteva dove voleva. Era divertente, perché non ero più in porta e i due zoppi erano terzini, quando andavamo in passeggiata pomeridiana al parco delle acque, con le porte ottenute dai mucchietti delle giacche. Io ero veramente una frana, ma Tozzi infilava quella sua gamba miracolosa e svirgolante e toglieva come niente la palla dalle vicinanze dell’attaccante.
L’ho riincontrato anni dopo, per caso, anche lui ex ma rimasto nel giro, ed era diventato un bel giovanotto dal taglio intellettuale, gli occhi seri e competenti e critici nel rivedere il solito casinista del Cremonini (pareva Gramsci, solo nell'aspetto, non nelle idee). Esperienza che ho avuto anche con un altro paio di loro, ma io me ne sono andato subito, dopo tre anni, loro avevano proseguito molto di più e lavorato sodo, come di solito sanno fare quelli che non vengono dalla pianura.
Dell’accoppiata benito-Tozzi ho anche il ricordo del ritmo che ci davamo nel camminare in squadra: ovviamente eravamo i primi della fila sia per la statura, che per le gambe e anziché uno-due ritmavamo a Engels-Marx, da insospettati politico-ironico-intellettuali in erba. E senza ironia, perché non so dove avessimo orecchiato quel binomio o, più semplicemente, perché entrambi leggevamo sempre i capitoli molto futuri di storia: quelli di giornata li conoscevamo già ed erano noiosi.
Non sono molti i nomi che ricordo, anche se sono almeno la metà, alcuni sono tornati felici al loro stato di contadini lieti e sereni, come Donattini, in quel di Montecatone che ho incontrato anni dopo attorno ai grandi falò rituali agostani che illuminano le profumate notti estive, o qualcun altro paludato sulla strada di diventare monsignore o canonico, e uno un po’ stazzonato e con la classica veste di un tempo in una scomoda parrocchia di montagna, ma con l’aiuto di una solida e tutt’altro che spiacevole perpetua che, forse, non aveva ancora raggiunto l’età sinodale, quell’età cioè in cui, qualsiasi cosa accada, il concepimento è impossibile per decisione di madre natura (e intelligenza ecclesiale dettata dall’esperienza), mentre rimane intatta la felicità del donarsi reciproco.
Parleremo poi dello studio, mi sono un po’ perso nel rivedere compagni e percorsi: ci sono anche punizioni e premi e giochi e visite di parenti e figure interne caratteristiche e anche un prof. di storia un po’ troppo curioso nel verificare l’accrescimento di parti che di solito stanno sotto le mutande.
Al centro di piazza del Duomo, costruita tra il 1190 e il
IMOLA. duomo di S.Cassiano
Imponente e massiccio, abbraccia un intero lato della piazza del Duomo. Edificato nel XII secolo, fu ampliato più volte nel XV e XVI secolo e, infine, ristrutturato nella seconda metà del XVIII
IMOLA. palazzo arcivescovile
(7.4.0) seminario a tempo pieno
Una cosa va detta da subito, il seminario arcivescovile di Imola era una struttura con una sua personalità ben definita e una storia intensa, anche se, ironia tutta romagnola, cresceva in una via Garibaldi, lì vicino c’erano le vie Saffi, piazzale delle Bande nere e via tutta un’altra serie di nomi che avevano come riferimento gli anni gloriosi dei primi anni dell’Unità d’Italia, almeno nella toponomastica. A due passi il Duomo di grande ricchezza storica ma di realtà architettonica abbondantemente modificata dal neo classicismo e diversi ricordi del barocco e, proprio di fronte al Duomo, il Palazzo Arcivescovile che , nella sua imponenza e ricchezza di spazi ricorda con forza quale fosse il potere che lì risiedeva e quanta importanza lo stato della Chiesa desse a questa città.
Città a multipla faccia, di parte bianca o abbozzante verso il potente di turno nell’abitato e nelle botteghe del centro, di parte repubblicana e socialista con tendenze anarcoidi nei viottoli e nelle stradine che corrono nel centro, dove, ancora cercando bene, si trovano le tracce delle osterie e dei pertugi luoghi tutti di riunione e cospirazione degli infatuati di Bakunin, o del più casalingo Andrea Costa, che del visionario e del mobilitatore di folle aveva il carattere e l’aspetto.
Non è casuale tuttavia che in tutte le cittadine lungo la via Emilia verso Rimini appaia un monumento prepotente e libero, negli spazi attorno, dedicato ad Aurelio Saffi che, non a caso, scompare dalla vista nella bianca Faenza., per riapparire a Forlì.
Repubblicani, socialisti, anarchici, comunisti, nessuno di questi rappresenta il termine meglio descrittivo del carattere di questa un tempo cittadina e oggi con aspirazioni abbondantemente mostrate al ruolo di provincia.
Ma all’epoca? All’epoca i rossi tenevano sotto assedio tutto ciò che sapeva di chiesa ma non tanto per gli antichi ricordi risorgimentali, ma per la completa identificazione fra chiesa e partito fascista durante il passato ventennio. Terra di piccoli proprietari, di affittuari e mezzadri avevano fatto i conti con le proprietà della chiesa suddivisa fra parrocchie, enti morali, opere pie, residui di lasciti testamentari mai riuniti in unicum gestionale ed economico rilevante, ma che sempre faceva apparire una miriade di facce di parroci, eminenti rappresentanti delle buone famiglie e avidi fattori a contrastare gli interessi dei suddetti affittuari e mezzadri. Attenzione non è che questi ultimi fossero anime candide, il mercato di Imola impegnava, e impegna, quattro giorni la settimana, il martedì, il giovedì, il sabato e la domenica. Tutti i capoccia affollavano la piazzetta “degli uomini” ch’iom! Ed erano gomito a gomito, con le loro caparlaze, il loro cappello e le loro pance subito disponibili a dare la voce quando cercavi uno, come capitò a me che cercavo mio nonno e fecero largo guardando incuriositi quel bimbo vestito “da pritt” che cercava Fita. Delle battute successive nulla so, ma Fita godeva di grande rispetto. Nel ‘45/’467, per la paura dei comunisti, gli avrebbero venduto decine di poderi semplicemente sulla parola, ma non lcomprò “senza baiocc un’s compra gnitt”. Da più grande, dentro di me, lo rimproverai perché forse anch’io, pur figlio di una femmina, avrei avuto il pezzettino di campagna, tanto più che arrivati al ’48 con la vittoria della DC passò la paura e i prezzi dei poderi salirono alle stelle.
Ma capiterà l’occasione di parlare anche di questo dopo aver cominciato a descrivere,dal di dentro, struttura e modalità organizzative e di relazioni umane.
I reparti: nelle medie inferiori divisi per classi con un prefetto a capo, poi i “filosofi” che comprendevano la quarta e quinta ginnasiale e i primi due del liceo classico, quindi i “teologi”, l’ultimo anno del liceo e tre anni parauniversitari. I raggruppamenti avevano classi specifiche e dormitorio comune, gli altri in parte avevano camere a quattro sei letti e, gli ultimi anni, camere singole molto essenziali ma ben dotate di luce per le finestre che davano sul grande cortile interno.
Curiosa era l'apparecchiatura igienica e relative abluzioni, d'altra parte ricordiamo che siamo nel 1947. A capo del letto c'era la classica struttura metallica, con catino e brocca e, nel comodino, decisamente essenziale, il pitale d'ordinanza per le necessità liquide urgenti. Però. c'era un però, la sera per spogliarsi prima di coricarsi, ci si toglieva i pantaloni sotto le coperte e poi, con una sorta di acrobazia si appoggiavano sulla sedia. Il contrario al mattino e, per le abluzioni del mattino si arrotolavano leggermente le maniche della camicia, il colletto veniva rovesciato all'interno e si passava veloce e leggera l'acqua sulla pelle poi abbondantemente strofinata con l'asciugamano.
Volendo si poteva procedere al lavacro dei piedi. Per un bagno un po' più completo c'era la stanza della lavenderia a turno. Io non riuscii a utilizzarla nel primo trimestre e, arrivato a Trieste, mia madre si armò di brusca striglia per rivedere il colore rosato della pelle, divenuto veramente da pellerossa per lo strofinio incazzato e smoccolante della stessa mamma.
Del resto nella casa di mia nonna si andava con un bel secchio di acqua bella calda nella stalla, però lì uno si poteva mettere nudo. C'è però da dire che un maschietto che si lavasse troppo faceva nascere dei dubbi sulle sue tendenze, ecco come scomodità e paranoie si davano la mano.
Oggi mi fermo qui, fra un po' suoneranno le campane, fuori non fiocca la neve lenta, nè dondola una zana, il gattone di mio fratello vecchio splendido castrato di oltre 16 anni dorme qui vicino, la televisione ritrasmette un vecchio film con un padre che si traveste da cameriera per stare vicino ai suoi figli, i ricordi premono furiosi e non vorrebbero rispettare la cronologia. Vedrò di accontentarli, ma più benito cresce più rischia di coinvolgere persone viventi, non responsabili dei pensieri e dei frsaintendimenti del benito che, come tutti, quando può vede il bicchiere sempre almeno mezzo pieno. Se fossi una delle commissioni camerali metterei gli omississ qui si procederà alle secretazioni e al post mortem, ma nessuno dei viventi è responsabile di reati.
Com'era? "E' opportuno che le cose avvengano", anche se in latino è più figoso. Buonanotte. Sono iniziate le campane, non so come sono le chiese oggi, un tempo sapevano di incenso, di cera, di profumi semplici, oggi probabilmente sanno di profumi esotici tropicali o industani e di piercing e di stelline ovunque. Che il il cielo, il proprio personale cielo, benedica tutti gli ombelichi innocenti e impedisca alle manine semplici di carezzare un po' di paradiso prima della fine della messa.
(7.3.0) aria di seminario in arrivo.
Mi sono chiesto più volte che cosa mi avesse fatto desiderare di entrare in seminario e onestamente non ho trovato risposta. Non vengo da una famiglia o da un ambiente praticante, anzi tutti sostanzialmente agnostici dal lato materno, fatte salve certe cose come la messa domenicale, processioni, battesimi, matrimoni etc.
In fondo in Romagna la città di Dio, per dirla con Agostino, coincideva con la città dell’uomo, nel senso che pene e regole si risolvevano non tanto nel confessionale quanto in tribunali e patiboli e Pio IX, già Vescovo di Imola, in fondo erano roba al massimo da nonno del nonno, e già il padre di mio nonno ne era stato un testimone diretto.
Suppongo, e mi pare ovvio, che l’ispirazione fosse di origine molto terrena, il fascino, il prestigio che nella società dell’epoca,praticamente agricola, il prete rivestiva ancora giocherellava con la voglia di protagonista del piccolo, anche in senso fisico, benito.
E intanto il piccolo benito si godeva la tranquillità, la luce, gli odori della magnolia confinante con il piccolo giardino appena fuori della infermeria di cui era il quasi unico cliente. Ogni tanto qualche compagno di collegio arrivava, ma per un motivo o l’altro era sistemato nell’altra stanza, o perché era contagioso per malattie esantematiche, che del resto io avevo già avuto e quindi ero immune, o perché le suore decidevano che era così.
In questo modo io ero libero di leggere, del resto dovevo studiare no?, di sognare, di immaginare, senza per questo vedermi nelle vesti di un tranquillo parroco, salvo non fosse quando saliva sul pulpito per arringare o intimorire i suoi fedeli. Il pulpito era allora molto più diffuso di oggi, anche perché erano frequentissime le missioni, serie di giorni dedicate al rinnovamento spirituale o, più semplicemente, alla diffusione delle parole d’ordine necessarie a fronteggiare il montante materialismo, i facili costumi, la diffusione del ballo (al di fuori del carnevale e non più nelle aie, ma nelle balere) e, poco dopo, il comunismo. Tutti argomenti così lontani, in apparenza, e che però io sento nell'aria quasi che si volesse rimettere indietro le lancette, come quando qui si cancellano alcune parole e ci si riscrive sopra. Ma la cronaca, la storia, gli umani in genere non possono cancellare ciò che hanno vissuto e riscrivere sopra non una nuova storia, ma un vecchio racconto come se niente fosse accaduto.
Studiare non era fatica, in fondo si trattava di approfondire meglio la grammatica e quel po’ di matematica che arricchiva l’aritmetica delle elementari. D’‘altra parte chi non può correre forte, se vuole sopravvivere, attrezza i propri neuroni ad analizzare velocemente la realtà e provvedere altrettanto velocemente ad apprestare le necessarie contromosse. Come sanno tutti quelli che si ritrovano con qualche handicap tale da complicargli la vita nel confronto con i cosiddetti normali che confidano solo sulla lor prestanza fisica.
Così fra la frutta di giornata sempre disponibile e i piatti cucinate dalle suore passavano le settimane e ormai era il momento dell’esame.
L’esame avveniva nella scuola media che, all’epoca, si fregiava di un nome ben più altisonante come ginnasio, luogo quindi dedicato all’unica e vera cultura, quella umanistica fatta di greco e sopportato latino. Indispensabile percorso scolastico per arrivare al Liceo, unico abilitato all’accesso della maggior parte di facoltà. C’era anche l’avviamento, ma era riservato a quei figli di operai un po’ presuntuosi che pensavano di poter far uscire i propri figli dalla loro stessa condizione.
Sogno irrealizzabile, come del resto han ben capito anche ai nostri giorni con una riforma che tende a ricostruire le gabbie culturali, funzionali ad una collocazione dell’Italia nella divisione mondiale delle competenze quale servizievole fornitrice di servizi turistici, da non confondere con i servizi alle imprese, come ricerca, progettazione, aree di alta tecnologia, etc, che impegnerebbero troppi capitali, tanto “li maggiori” stanno già bene così e dovrebbero mettere mano al portafoglio per un futuro che vede cinesi, asiatici e indiani al galoppo anche, e soprattutto, nei settori più evoluti. Del resto proprio il nostro presidente del consiglio in carica è un tipico esponente di questa italianità fatta di allusioni pecorecci e mandolini, abbondantemente esibita in incontri internazionali.
E arrivarono gli scritti, il primo il solito tema, che arieggiava molto i titoli dell’esame di quinta elementare, appena superato in giugno, poi il problema e dopo qualche giorno, finalmente, gli orali.
Gli orali finirono i volata a metà mattina e lo scappellotto con cui uno dei professori mi salutò mi fece capire che forse era andato tutto bene. Probabilmente anche perché informati che non avrei frequentato il loro ginnasio e non avrebbero perciò corso rischi di mischiare ai rampolli della brava borghesia lughese un figlio di non si sa bene chi, oltretutto frequentatore del collegio degli orfanelli.
Fosse quel che fosse io non stetti ad aspettare il camioncino del fattore per tornare a casa, in collegio, anche per la fretta di raccontare alle suorine come era andata e per scaricare la tensione con quei quasi quattro chilometri a piedi. Poi c’è la provvidenza sotto le vesti di uno di quei meravigliosi cavalloni, quei lipiziani che avrei visto così spesso a Trieste e che di solito finivano la loro carriera trainando un qualche carretto, come questo, tipico carro da trasporto di pali, alberi ancora da segare, rare putrelle in un mondo in cui il legno trionfava ancora. Al volante, o meglio su uno dei correnti stava un tipico rappresentante della confraternita dei birocciai, spiriti liberi e solitari esposti alle intemperie e alle caldane protetti da uno di quegli enormi ombrelloni verdi come aveva anche mio nonno unito a volte dalla “caparlaza”, una versione più ampia e calda della mantella e che faceva un giro e mezzo del corpo, a proteggere in doppio la schiena. La schiena infatti era quella più esposta alla pioggia, perché il davanti era meglio protetto dall’ombrellone. Il guidatore avrà avuto fra i trenta e quarant’anni, con un cappello alto sulla fronte e due occhi intenti a scrutare quel ragazzino che non aveva certo chiesto lui il passaggio.
Figuriamoci se mi sarei abbassato ad ammettere che avevo dei dubbi sulle mie capacità di camminata! Timido e cocciuto sarei piuttosto caduto esamine a terra, anche se quando quel cavallone mi era arrivato vicino l’avevo guardato tutto emozionato perché un po’ mi intimoriva ma molto più perché mi sarebbe piaciuto carezzarlo sul naso e attorno alla bocca. Solo un somaro una volta mi aveva quasi staccato un muscolo da un braccio, ma non era un buon morsicatore: era riuscito solo a sbrindellare la camicia, e poi i somari hanno peli fin quasi sulla lingua. I cavalli invece sono lisci e morbidissimi con qualche ciuffetto qua e là di pochissimi peli, come i nei delle veccie signore nelle foto di primo novecento, però quei ciuffetti nei cavalli sono lucidi ed elastici.
Facemmo assieme una bella chiacchierata per quasi un’ora di cammino e se ricordassi cosa ci eravamo detti avrei avuto anche la descrizione esatta dei sogni e dei tremori e timori che riempivano la testa e i furibondi battiti del cuore del piccolo benito. Ricordo però che quel birocciaio era un attento ascoltatore e fu un colloquio da uomo a uomo e ci demmo la mano quando, arrivato al cancello, ci salutammo e con la mia cartella in mano ripassai dal solito cancello per raccontare tutto e riprendere la scansione abituale della giornata.
Ma ormai i giorni volavano, era metà settembre e prima di ottobre c’erano tante cose da fare, come prendere le misure e far fare la divisa per il seminario: una divisa tutta nera con i pantaloni lunghi, la giacca con quattro tasche allacciata fino al collo che girava fasciando tutto attorno il collare bianco di celluloide, dalla clip che non ero mai capace di chiudere da solo.
E così venne di nuovo mio nonno, andammo a Sant’Agata fra Lugo e Massalombarda, allora due case sul fiume, da una lontana cugina che prese le misure ed entro una settimana avrebbe finito il tutto. Il giorno dopo, giorno di mercato, andai con il nonno, e venne anche la nonna, a prendere le scarpe, ovviamente nere. Non dimenticherò mai la scena di quell’acquisto, fatto in un negozio proprio sotto la torre dell’orologio a Imola, saremo entrati e uscita sei o sette volte e metti le scarpe e togli le scarpe e esci e torna finchè raggiunsero il giusto rapporto qualità e prezzo e mia nonna e il bottegaio furono entrambi convinti di aver fregato l’altro.
Così quella contadina che non sapeva né leggere né scrivere, a parte la firma, tenne bravamente testa allo smaliziato cittadino che sapeva di essere praticamente l’unico negoziante di scarpe in tutta la cittadina. Allora infatti usavano ancora i calzolai.
Nella casa di mio nonno, infatti, veniva abitualmente Gusto, suo cugino e poi futuro sindaco socialista di Mordano, e restava quasi una settimana a sistemare scarpe e scarpette e fare zoccoli per tutta la tribù. Grassottello, non alto come tutta la famiglia, con gli occhiali, l’aria vagamente da intellettuale, la “r” arrotata abbiamo fatto lunghe chiacchierate lui socialista mangiapreti, però con un linguaggio educatissimo, io vestito da seminarista anche in vacanza.
Ma ormai i giochi erano tutti fatti e iniziarono tre anni in cui non era più la tromba a scandire la giornata ma la campanella: quella acuta e squillante che iniziava alle sei di mattina e dava l'ultimo segnale alle nove della sera e quella più canterina e tintinnante della cappela che segnava al mattino la messa e al pomeriggio tardo la funzione serale con tanto di rosario come contorno.
f
(A.2.2) Sandi Volk. L'Istria a Trieste.
L'insediamento degli esuli istriani e dalmati e la bonifica nazionale in provincia di Trieste.
riassunto da KNJIZNICA ANNALES nro 33 koper 2003
Lo studio tratta della questione dell’insediamento a Trieste e dintorni dei profughi che abbandonarono dopo la seconda guerra mondiale l’Istria e
Esso si basa su una ampia mole di documenti della Prefettura di Trieste, del Commissariato Generale di Governo per il Territorio di Trieste (CGG), della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Gabinetto e del Ministero degli Interni, custoditi presso l’Archivio di Stato di Trieste e presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma e sulle relazioni mensili del Governo Militare Alleato (GMA).
Altra fonte importante ed ampiamente utilizzata è stata la stampa profuga dell’epoca, sia quella periodica che alcune delle pubblicazioni edite da organizzazioni profughe specializzate. Di minore rilevanza, ma comunque significativa per il chiarimento di alcuni aspetti della questione, è stato l’uso di fonti orali.
Dopo una presentazione del quadro storico entro cui si inserisce l'esodo dall'Istria e dalla Dalmazia dopo la fine della seconda guerra mondiale, caratterizzato dallo sbocco imperialista della politica estera italiana a partire dal primo decennio del 20° secolo e dall'atteggiamento a tratti apertamente razzista delle elites di potere italiane tanto della Venezia Giulia che del Regno nei confronti di sloveni e croati, vengono riassunte le varie ondate che portarono diverse decine di migliaia di persone ad abbandonare l'Istria e la Dalmazia.
Una sottolineatura particolare viene data alle incongruenze, alle contraddizioni e alle vere e proprie manipolazioni riguardanti il numero dei profughi e la definizione di profugo giuliano dalmata.
Lo studio entra poi nel merito del suo tema principale presentando gli uffici e gli enti statali che nel corso degli anni si sono occupati dei profughi a livello nazionale e a livello triestino, come pure la legislazione italiana destinata ai profughi.
Ampio spazio viene riservato alla storia e alle caratteristiche delle principali organizzazioni dei porfughi (Comitato di Liberazione nazionale dell'Istria (CLNI), Assiociazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Movimento Istriano Revinsionista, Unione degli Istriani), con una particolare attenzione per quella che fu la vera "tutrice" dei profughi giuliani e dalmati, l'Opera per l'assistenza ai profughi giuliani e dalmati (OAPGD).
Viene poi presentata la storia della presenza e dell'insediamento dei profughi in provincia di Trieste, che è suddivisa in quattro fasi. La prima e quella dell'epoca dell'occupione nazista e dell'immediato dopoguerra, in cui la presenza dei profughi è meno rilevabile e scarsamente organizzata è anche l'assistenza loro prestata.
La seconda riguarda il periodo dalla nascita del Teritorio libero di Trieste (TLT) nel settembre del 1947 alle elezioni amministrative dell'aprile del 1950 nella Zona B del TLT amministrata dagli jugoslavi. In tale periodo il GMA respinge la richiesta del governo italiano di insediare a Trieste i profughi da Pola ed assume misure che, almeno formalmente, ostacolano la presenza a Trieste dei profughi.
Da parte italiana la loro presenza viene vista come elemento di rafforzamento delle organizzazioni filoitaliane, mentre l'attività assistenziale, che è a carico del governo italiano, inizia a venir razionalizzata e centralizzata.
La terza fase, che va dall'aprile 1950 al ritorno delle autorità italiane a Trieste nell'ottobre 1954, è caratterizzata dalla valutazione da parte italiana che le possibilità per i filoitaliana di rimanere nella Zona B del TLT si sono ormai esaurite e dall'intervento deciso per l'insediamento massicio dei profughi nella Zona A. Il GMA acconsente e vengono stilati i primi piani d'insediamento.
Inizia pure la costruzione dei primi appartamenti per i profughi e si profila lo scopo del loro insediamento: la "bonifica nazionale" della Zona A, in particolare della sottile fascia di territorio che congiunge Trieste con il territorio della Repubblica d'Italia. L'intento è quello di stravolgere gli equilibri etnici di territori abitati compattamente da sloveni.
Nel maggio 1952 l'accordo di Londra tra Italia, USA e Gran Bretagna affida a funzionari scelti dal governo italiano la direzione di buona parte dell'amministrazione della Zona A, mentre quasi contemporaneamente ottiene il permesso di operare nella Zona A l'OAPGD. Viene così avviata la realizzazione integrale del progetto d'insediamento dei profughi. Nell'ottobre 1953 inizia anche l'ultima ondata di arrivi di profughi. Si tratta dei profughi della Zona B, per i quali si approntano a Trieste tutta una serie di sistemazioni di fortuna e riguardo ai quali il CLNI riesce ad imporre che ne possano rimanere nella Zona A il maggior numero possibile.
L'ultima fase è quella seguente al ritorno di Trieste all'amministrazione italiana in cui il progetto di insediamento mirato alla "bonifica nazionale"e al "rafforzamento dell'italianità" viene portato a compimento.
Particolare attenzione viene data a quanto avviene nel comune di Duino Aurisina, in cui nell'arco di una quarantina d'anni gli italiani da esigua minoranza (circa il 10%) diventano la maggioranza della popolazione. In conclusione vengono presentati il senso e le conseguenze, soprattutto per la comunità slovena, ma non solo, della politica d'insediamento mirato dei profughi.
Lo studio è corredato da una serie di tabelle sull'assistenza prestata ai profughi, sulla loro presenza numerica a Trieste, sulla costruzione di alloggi per profughi da parte dell'OAPGD e da tre cartine riguardanti rispettivamente gli insediamenti dei profughi in provincia di Trieste, nel comune di Duino Aurisina e nella città di Trieste.
(A.2.0).Appendice. Trieste.
E' indispensabile a questo punto presentare in modo più analitico quella che sarà il luogo di vita, di formazione fra non molto del nostro benito, per tanti motivi. Il principale è che si tratta di una città che in qualche modo è nei ricordi di molti, ma è anche una città defilata, poco presente nelle cronache abituali, confinata ad un passato in fondo non più di moda, adesso che si parla di Unione Europea, mondializzazione. Eppure questa città neanche 100 anni fa fu una delle motivazioni per l'entrata in guerra dell'Italia contro gli imperi centrali, fu anche al centro di complicate vicissitudini alla fine della seconda guerra, perchè lì passava il confine fra due mondi, ma, soprattutto, perchè in quella città il benito crebbe, sognò, divenne grande senza diventare veramente adulto, perchè quando se ne andò altrove dentro di se il mondo era ancora pieno di ideali e di emozioni pulite. Vengono presentati due documenti, uno è una breve cronologia che riassume in date una storia secolare ed è chiaramente di origine italiota, l'altro è tratto dalla presentazione di una tesi di laurea scritta dall'altra parte.
(A.2.1) cronologia storica di Trieste
178ac I romani conquistano Trieste strappandola agli histri, alleati dei cartaginesi
100ac Gli japodes (popolo che viveva nell'entroterra dell'Istria) cacciano i romani sino ad Aquileia
33ac Ottaviano sconfigge gli japodes. Tergeste (10.000 abitanti) e l'Istria fanno parte della "Decima Regio Venetiae et Histriae" con capitale Aquileia (100.000 abitanti). La regione è chiamata Julia dal nome della famiglia di Ottaviano degli Julii.
375 Trieste è conquistata dai goti
804 Con il "Placito del Risano" Trieste e l'Istria rivendicano la propria libertà
1202 Venezia conquista la città
1380 Dopo la "Guerra di Chioggia" tra la repubblica di Venezia e quella di Genova, Trieste torna libera
1382 La minaccia della repubblica di Venezia è forte: Trieste chiede e ottiene l'annessione all'Austria
XVI secolo Trieste per un breve periodo è conquistata dagli spagnoli
1797 Prima occupazione francese, l'Austria ritorna subito dopo
1805-1806 Seconda occupazione francese
1809-1813 Ultima occupazione francese, alla fine Trieste ritorna definitivamente l'Austria
Novembre
1930 Adolf Hitler afferma: Trieste dovrà essere annessa alla Germania, in modo pacifico o altrimenti
23 Dicembre 1939 Ciano scrive sul suo diario: Se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare le testa
8 Settembre
Pomeriggio del 14 Settembre 1943 Dopo 25 anni, l'Italia perde Trieste I tedeschi del XVI corpo d'armata guidati dal generale Wittholf iniziano l'operazione "Wolkenbruch" nella Venezia Giulia e occupano Trieste. Convertono la risiera di San Sabba in campo di transito per deportare i prigionieri in Polonia
4 Aprile 1943 I tedeschi installano un forno crematorio nell'ex risiera di San Sabba
15 Ottobre 1943 Dopo la dichiarazione di guerra del 13 ottobre dell'Italia alla Germania, i Tedeschi instaurano l'Adriatisches Küstenland (Supremo Commissariato per il Litorale Adriatico). Comprende le provincie di Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, Istria e del Carnaro, con a capo un Oberste Kommissar (l'austriaco Friedrich Rainer). Contemporameamente le provincie di Bolzano, Trento e Belluno formano il Voralpenland e sono annesse al Reich
22 Ottobre 1943 Diventa Prefetto di Trieste Bruno Coceani, e Podestà Cesare Pagnini
2 Aprile 1944 Primo bombardamento di Trieste. Gli alleati bombardano il nodo stradale di Opicina (36 morti)
22 Giugno 1944 Esce del fumo dai camini del forno crematorio dell'ex risiera di San Sabba
Settembre 1944 Edvard Kardelj, vice-premier del governo provvisorio di Josip Broz (detto Tito) afferma: La nostra aspirazione è conquistare Trieste e Gorizia prima degli Alleati
14 Aprile 1945 Inizia "Operazione Trieste"
27 Aprile 1945 Gli alleati sono a 222km da Trieste, gli slavi a 41km
30 Aprile 1945 Radio Londra annuncia che gli slavi hanno occupato Trieste
1 Maggio 1945 Alle ore 09.30, entra a Trieste il IX Korpus Sloveno, passando per Gorizia e Monfalcone Palmiro Togliatti scrive sui giornali: "Lavoratori triestini! Il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto"
2 Maggio 1945 Nel pomeriggio pochi soldati neozelandesi di Freyberg entrano a Trieste. Gli altri sono bloccati dalla distruzione da parte degli slavi dell'unico ponte sull'Isonzo 3 Maggio 1945 I tedeschi ancora asserragliati nel castello di S.Giusto, nel palazzo di Giustizia e 2700 uomini a villa Opicina, si arrendono ai neozelandesi Gli Slavi emettono il primo ordine a Trieste: Ordine Nr.1 del Comando Supremo della Slovenia Coprifuoco per i civili dalle 20.00 alle 10.00. Domani 4 Maggio all'01.00 gli orologi saranno spostati indietro di un'ora per uniformare il tempo con il resto della Jugoslavia. Firmato Franc Stoka commissario politico Josip Cerni Maggiore Generale comandante di città
5 Maggio 1945 Gli slavi occupano Pola Manifestazione di protesta a Trieste. Gli slavi sparano sulla folla uccidendo cinque persone
6 Maggio 1945
7 Maggio 1945
8 Maggio
9 Maggio 1945 Il generale jugoslavo Dusan Kveder annuncia dal balcone del Municipio che Trieste è annessa definitivamente alla Jugoslavia
19 Maggio 1945 Il maresciallo Alexander garantisce il mantenimento dei confini italiani per quanto riguarda Trieste e Gorizia
Gli jugoslavi lasciano agli alleati
11 Maggio
20 Maggio 1945 Tornano a Trieste 250 uomini della Brigata Triestina. Erano stati inviati a combattere in Slovenia con
23 Maggio 1945 Trieste è annessa ufficialmente alla Jugoslavia I triestini devono munursi di una carta d'identità jugoslava. Si annuncia l'espulsione degli italiani che sono residenti a Trieste da dopo il 191
27 Maggio
9 Giugno
12 Giugno 1945 Dopo 43 giorni di occupazione Jugoslava, con il trattato di pace nasce il TLT (Territorio Libero di Trieste) diviso in due zone:
3 Agosto 1945 Rapporto del 13° corpo angli-americano. Dopo l'occupazione slava risultano: A Trieste: Dispersi 1.500, Arrestati: 17.000 Dei quali: 8.000 rilasciati, 6.000 internati, 3.000 uccisi. A Gorizia: Dispersi 1.000/1.500, Arrestati 3.000/4.000 Dei quali: 1.500/2.000 rilasciati Pola: Dispersi 500/600 Monfalcone: Dispersi 150
19 Agosto 1945 I francobolli in uso a Trieste sono sovrastampati con la sigla AMG FTT -Allied Military Government - Free Territory of Trieste
28 Agosto 1945 Si recuperano 250kg di resti umani dalla foiba di Basovizza
2 Maggio 1946 Alla riunione delle potenze vincitrici a Parigi, l'Unione Sovietica vuole il confine Jugoslavo sino all'Isonzo, incluse Trieste e Gorizia. L'Italia chede il ripristino dei confini del 1939, inclusa Fiume
10 Febbaio 1946 Agenti della polzia civile sparano contro una manifestazione filo-jugoslava, 2 morti e 20 feriti.
1947 Secondo il Centro studi Adriatico 994 salme esumate dalle foibe 326 accertate ma non recuperate 5.643 presunte vittime 3.174 deportati e uccisi nei campi di concentramento 37 foibe con vittime non sono state ispezionate a causa della bauxite 16.500 in totale le vittime presunte tra Trieste, Gorizia, Istria
10 Febbraio
20 Marzo 1947 Il Generale inglese Sir Terence Airey, diventa il comandante del governo militare alleato a Trieste
2 Agosto
12 Settembre 1947 Truppe italiane entrano a Gorizia e truppe jugoslave entrano a Pola
1948 28.000 abitanti di Pola (su 32.000) hanno dovuto lasciare la loro città
12 Giugno 1949 Per la prima volta si vota. 176.000 triestini (86% degli aventi diritto) vanno alla urne: 65.944 Democrazia cristiana 35.568 PC del TLT 11.514 Fronte indipendentista 10.761 PS della Venezia Giulia 10.222 MSI 9.107 PRI 8.273 Blocco italiano 4.826 Blocco triestino 3.971 Fronte popolare italo-sloveno 3.109 PLI 3.017 Lega democratica slovena2.298 Trieste libera
14 Marzo 1951 Il simpatizzante slavo, generale inglese Sir Thomas Winterton, sostituisce come comandante miltare alleato il Generale Terence Airey
9 Maggio 1952 Italia ottiene il diritto di nominare un "consigliere politico" italiano presso Governo alleato della zona "A". La carica è ricoperta dal triestino Diego De Castro
Prima dell'accordo, il consiglio era formato da: 15 inglesi, 13 americani e 5 italiani dopo l'accordo: 6 inglesi, 5 americani e 21 italiani
11 Dicembre 1952 Il senatore USA Jhon Kennedy arriva a Trieste e dichiara: "di sollecitare, nel limite delle mie possibilità, una più rapida soluzione del problema del Territorio Lbero di Trieste"
11 Ottobre
5 Novembre 1953 Per la festa nazionale italiana, il municipio cerca di esporre il tricolore come aveva fatto l'anno precedente. Gli inglesi negano il permesso.Durante le proteste la polizia, al comando di ufficiali inglesi, spara uccidendo 2 manifestanti
6 Novembre 1953 Le proteste della popolazione aumentano. Gli americani rimangono in caserma mentre gli inglesi escono in assetto di guerra Gli inglesi ordinano ancora alla polizia di sparare, uccidono altri 4 triestini Gli Americani affermano che la polizia civile triestina ha sparato sotto ordini britannici. Il Generale ThomasWinterton è definito dalla stampa americana come "tipico ufficiale coloniale britannico"
Ottobre 1954 Sui giornali appare la notizia che a Londra è stato firmato l'accordo per il ritorno di Trieste all'Italia
20 Ottobre 1954 Gli italiani entrano a Trieste con quattro autocolonne militari e quattro navi da guerra, mentre 24 aerei dell'Aerobrigata di Treviso volano sulla città. Il Generale De Renzi arriva a Trieste con i bersaglieri
26 Ottobre 1954 Gli alleati si ritirano da Trieste. Il territorio è lasciato in gestione all'Italia A causa della pioggia, l'inglese Thomas Winterton non può salutare gli italiani e per paura di bagnarsi deve fuggire di nascosto su una nave inglese Il Capo di Stato Maggiore americano del TRUST (Trieste United States Troops) afferma: "Gli americani non hanno paura della pioggia" e salutano festosamente la città
4 Agosto 1972 Quattro serbatoi dell'oleodotto Trieste-Vienna sono fatti saltare dai terroristi di "settembre nero"
10 Novembre
29 Aprile
17 Dicembre 1976
23 Dicembre 1990 Con un plebiscito (88,5% favorevoli), lo stato Sloveno sancisce l'indipendenza dalla Jugoslavia, mantenendo parte della Venezia Giulia nel suo territorio
19 Maggio 1991 Con un referendum (94,17% favorevoli, ma la minoranza serba non ha voluto votare), lo stato Croato sancisce l'indipendenza dalla Jugoslavia, mantenendo la maggior parte della Venezia Giulia nel suo territorio
25 Giugno 1991 Gli stati Sloveno e Croato si dichiarano stati sovrani ed indipendenti. La federazione Jugoslava dichiara guerra
15 Gennaio
1 Maggio 2004
(7.2.0) la madre arriva e benito finisce all'ospedale.
Si avvicinava la primavera del '47 e quanto restava della tribù Cremonini a Ravenna, padre, madre e fratellino, si preparavano a partire per Trieste. C'erano state alcune occasioni di lavoro per mio padre, sempre grazie all'influenza del capo partigiano che ancora incideva sulla realtà cittadina quasi che, passato il momento del confronto violento e armato fra opposti, si fosse stabilito un rapporto piuttosto complesso fra le due realtà, ma l'occasione di lavoro offerta non andava bene a mia madre. Lei conosceva fino in fondo il carattere dell'uomo che aveva vicino, si trattava di un lavoro di sorveglianza notturna in una delle poche fabbriche ravennate che comportava il possesso di un'arma, mio padre aveva fatto l'autista, il radiotelegrafista, il cuoco e il ragazzo tuttofare al reparto comando in Russia, ma non aveva mai partecipato a scontri armati e le armi forse le aveva usate solo nelle esercitazioni di tiro o, da ragazzo, per andare a caccia, senza avere mai sparato contro delle altre persone. E poi, in quel periodo, non era così insolito che qualche regolamento di conti personali fosse risolto velocemente e attribuito a cause politiche o simili.
Per cui niente da fare per questo tipo di lavoro, mia nonna, la Klopcich, aveva allertato i figli che aveva con se e tutto era stato deciso., Trieste in fondo era in una situazione di privilegio: sotto amministrazione anglo americana e con una presenza massiccia di soldati degli stessi eserciti perchè l'aria di Yalta non c'era più, i grandi amici si erano fatti guardinghi, il confine di Trieste stava diventando il confine di due imperi e Tito, ancora in rapporti decenti con Stalin, era l'avamposto dell'impero russo ai confini orientali, confine che non era particolarmente difeso dalla natura del terreno, con dei rilievi che potevano venir tranquillamente superati in bicicletta.
Le grandi fabbriche triestine e i cantieri avevano lavoro, la presenza di truppe garantiva un discreto indotto, c'era anche la disponibilità di un appartamento ad affitto bloccato e mia madre avrebbe potuto dare una mano a mia nonna nella gestione di una bancarella di frutta e verdura in piazza del Perugino. Insomma era bene muoversi da Ravenna e tornare alle quasi origini ma, prima ancora, era bene passare a salutare il figliolo in collegio, come appunto avvenne.
C'era stato anche qualche imprevisto, una mattina all'alba una squadra di crabinieri aveva circondato la casa dei nonni a S.Prospero alla ricerca di mio padre che, ovviamente, era a Ravenna. L'accusa era pesante, avrebbe comandato un plotone d'esecuzione per la fucilazione di alcuni partigiani e per fortuna si arrivò in tempo a un chiarimento: mio padre, all'epoca degli ipotetici fatti era ricoverato in ospedale a Ravenna per una spalla semidemolita nell'impatto con il muro di ingresso della casermetta di : Penso che qualcuno abbia visto uno di quei film ambientati a Chicago all'epoca del proibizionismo, solo che mio padre era sul predellino di un camion di servizio e l'autista aveva sbagliato la mira, per cui la spalla di mio padre era rimasta fra il camion e il muro e il più debole, cioè la spalla, aveva ceduto.
Resta il fatto che i carabinieri non si erano mossi per caso, era stata fatta una denuncia circostanziata da una piccola autorità di villaggio, l'ex sacrestano, scopertosi a guerra finita come responsabile della cellula comunista locale. Il quale sacrestano, un pezzo d'omone che ho conosciuto anni dopo aggregato alla trebbiatrice a casa di mia nonna, voleva rifarsi dei rifiuti avuti da mia madre anni prima, all'epoca del ferroviere socialista e forse anche dimostrare all'intera famiglia Geminiani chi era l'autorità adesso.
In tempo di guerra non è che fossero poi fenomeni insoliti. In un podere vicino, casa Martignani, era accaduto qualcosa di analogo nel '44, un mattino arrivarono due giovanottini sui 17/18 anni con regolare camicia nera e armamentario d'ordinanza, sparacchiando a polli e tacchini, alla ricerca del Martignani stesso colpevole di aver preso a calci uno dei due perchè, assieme ad altri baldi giovani, stava massacrando e derubando un campo di cocomeri e glielo voleva far pagare. Fortunatamente il Martignani era al mercato a Lugo e tutto finì lì.
Ma torniamo alla brava madre in visita al diletto figliolo: arrivò, procedette alla ispezione collo, orecchie, pidocchi, scabbia e tutto in ordine, i problemi arrivarono nell'ispezione ai piedi, anzi al piede, quello sfortunato, il destro. E qui c'era la sorpresa, perchè la parte callosa del calcagno aveva ceduto, si era formata una fistola riempita di sassolini e terra varia. In questi casi le madri diventano delle furie, sia perchè hanno un quasi cucciolo a rischio, sia per non doversi sentire in colpa per aver tenuto lontano da se il povero bombo indifeso. Naturalmente partirono subito i provvedimenti e il benito finì in infermeria e la madre, rasserenata, potè tornare a Ravenna a completare i preparativi per la partenza, la terza in pochissimi anni e questa con pochissime certezze, solo non molte promesse nel futuro e molte amarezze nel presente ravennate.
Fu durante questo periodo di infermeria che ebbi l'occasione di conoscere le suore al mattino presto, colpito in particolare dal fatto che tenevano i capelli quasi rapati, a parte la suorina famosa con una capigliatura alla garçonne, o, come si diceva in italiano, alla maschietta. Non dimentichiamo, a proposito di capelli supercorti, che pidocchi e simili erano molto diffusi, così come le cimici e mentre per i primi erano utili i capelli molto corti e rituali di spidocchiamenti frequenti, per le cimici c'era il miracolo del DDT. Fatti quasi insoliti al giorno d'oggi, ma se qualcuno rivedesse, come allora, com'è un letto infestato dalle cimici, probabilmente chiuderebbe tutti e due gli occhi per non leggere l'etichetta del killer assoluto. Le cimici e il letto sono sposi indissolubili, specie con i materassi dell'epoca a base di crine di cavallo o lana, entrambi materiali fibrosi ricchi di proteine e in parte polverizzate dall'invecchiamento e perciò facilmente aggredibili e metabolizzabili dai batteri che vivono in simbiosi con le cimici. Certo che nel letto ogni tanto arriva qualche umano ed è allora che le cimici più intraprendenti si mettono in viaggio per arrivare al bar e farsi una bevuta di sangue, ottima e ricca bibita a base di proteine e altre utilissime cose per la loro dieta. Naturalmente per farsi la bevuta bisogna perforare la pelle dell'interessato con probabile cessione di batteri e in questo sta proprio la pericolosità delle cimici, oltre al ribrezzo istintivo nel vedere muoversi e brulicare intorno tutti quei cosi.
Le cure, apprestate dal buon medico, erano di tipo squisitamente tradizionali: bagni in acqua salata bollita, perchè gli umori negativi uscissero dal piede, esposizione della parte alla luce del sole per utilizzarne le qualità taumaturgiche e, infine, un decisivo intervento chirurgico per ripulire la parte di osso colpita dalla osteomielite. In questo modo si sarebbe ripulito il tutto dalla infezione e si sarebbe anche eliminata quella rugosità fonte di nuove ulcerazioni e ripresa dell'infezione, in un piede che, di suo, era pochissimo innervato e vascolarizzato.
L'arrivo all'ospedale di Lugo non credo abbia costituito un trauma particolare, erano anni che ogni tanto arrivavo in luoghi simili e quei saloni pieni di letti e finestroni erano anche più piccoli dei locali del collegio ed ero anche stato promosso fra gli uomini, visto che ormai avevo dieci anni e, allora, pochissimo prima di cominciare a lavorare come tutti, anche solo a titolo gratuito, pur di imparare un mestiere.
Naturalmente se ero tra gli uomini io mi trovavo compagni di strada già adulti, quello alla mia destra era un panzone affetto da emorroidi piuttosto lamentoso e che girava con un piccolo pneumatico, con buco al centro, su cui sedersi senza particolari danni, quello alla mia sinistra era invece un tipo interessante anche se piuttosto monotono nei suoi racconti di vita. Secondo lui faceva il capo cameriere di bordo e i suoi racconti prevedevano sempre la stessa scena, arrivo in porto, preferibilmente in Cina, lui che sta finendo il consuntivo di carico e carico della sua sezione, una ragazza che entra, si infila sotto il tavolo e, dopo aver giocato un po' con i bottoni, di cui anche le mutande erano allora molto arricchite, provvedeva ad un'arte di cui allora non conoscevo bene nè le tecniche nè i risultati, ma che dovevano essere notevoli dalle espressionio usate nei commenti.
Lui non aveva particolari disturbi, erano comunque localizzati sull'attrezzo così ripetutamente illustrato e se non era sifilide, era almeno gonorrea o simili, perchè l'attrezzo era stato inciso e veniva ripetutamente medicato. Dopo qualche giorno arrivò finalmente il momento atteso e, eroicamente, sul mattino tardi salii sulla barella salutando tutti certo di un ritorno altrettanto disinvolto. In effetti fu quasi così. L'anestesia locale aveva attutito gli inconvenienti del dopo intervento, perchè la mascherina a etere o cloroformio aveva come conseguenza parecchie ore di malessere e di vomito, però quando lo scalpello toccava l'osso il dolore arrvava dritto al ginocchio con una sensazione aggiuntiva tipo scossa elettrica. Fortuna che i medici e i robusti infermieri che mi tenevano stretto erano scherzosi e si divertivano a prendermi in giro e contemporaneamente ascoltare i miei profondi pensieri e poi non fu una cosa lunga perchè gli altri dovevano ancora finire il solito pranzo da ospedale quando tornai, seduto sulla barella sostenendo che non avevo sentito proprio niente, o quasi. Il quasi lo dicevano il tremolio della voce e gli occhi lucidi lucidi, vi è mai capitato di chiedere a un bimbo, caduto correndo ma deciso a non piangere, se si è fatto male? quella è l'espressione giusta, per non correre rischi di pianto chiude la bocca e scuote la testa. E poi come facevo a piangere, contro quale stomaco o spalle o tette materne avrei potuto piangere?
Passò ancora qualche giorno e arrivò anche mio nonno, che era a Lugo almeno due volte al mese al mercato, che mi caricò sul calessino e mi riportò in collegio dove fui di nuovo riaffidato alla infermieria. Non molto a lungo, perchè la fine dell'anno scolastico stava arrivando e io avevo complicato le cose con la storia di volere andare in seminario perchè così dovevo pure fare l'esame di ammissione alle medie e non era così facile come all'esame di quinta. Per quell'esame, quello di quinta la maestra ci aveva preparato a dovere, avevamo avuto tre temi, li avevamo scritti, la maestra li aveva corretti, noi li avevamo ricopiati in bella e così, dopo il rituale sorteggio, dovevamo solo ricordare dove lo avevamo messo, il tema giusto che era appunto uno dei tre, in modo da ricopiarlo e consegnarlo, per la nostra felicità e la soddisfazione della maestra.
Poi la vita di collegio riprese, tutti quei fatti mi avevano un po' isolato dagli altri che, era estate, in parte erano andati a casa, mentre io mi preparavo alla sessione di settembre dell'esame di ammissione, seguito un po' da una delle suorone e un po' dal curato. Il vero vantaggio era che finalmente potevo leggere come e quanto mi pareva senza doverlo fare di nascosto.
(A.1.0) Appendice. Repubblica Sociale Italiana
I cosiddetti 18 punti di Verona
Sono come le linee guida di una futura costituzione dello stato repubblicano che sarebbe sorto a guerra finita. Su questi 18 articoli molti ragazzi non certo maggiorenni a fine della guerra ragionarono e a questi articoli si collegarono per rispondere alle componenti socialmente meno fortunate e contestare il richiamo, su di loro, delle "sirene" socialiste e comuniste e forse anche in nome di queste parole una parte di ragazzi credette di combattere, e talvolta morire, sperando anch'essi in una Iaia nuova.
Strumentalmente o meno sono comunque il risultato di una rivisitazione dei primi due decenni del secolo scorso in linea, parzialmente, con il sindacalismo rivoluzionario di Alceste De Ambris e Filippo Corridoni, che a loro volta erano stati ispirati da quanto accadeva in Francia con George Sorel. Una delle proposte più eclatanti, per i buoni borghesi così per bene, era la teorizzazione dello SCIOPERO GENERALE, come arma indispensabile per risolvere i conflitti sociali. Tutte correnti di pensiero e di azioni concorrenti con i primi movimenti socialisti e in gran parte indipendenti da loro e che in parte spiegano il passare, non solo di allora, da una parte all'altra. Con una battuta facile da un estremismo all'altro. Fu anche l'intelligente grimaldello con cui si inchiodò a destra molta parte del sottoproletariato cittadino, fenomeno ancora attuale.
Perchè questa appendice? Perchè si possa comprendere non la validità o meno di una proposta, ma perchè fotografa stimoli e situazioni emozionali presenti nell'ambiente dove non solo il buon (all'epoca così piccolo che non poteva essere ancora cattivo) benito, ma tutte le persone intorno a lui vivevano e condividevano. E' chiaro che gran parte degli articoli risentono della situazione di guerra civile, ma furono anche, opportunamente riscritte, le linee guida del futuro Movimento Sociale, particolarmente per quella parte che faceva riferimento ad Almirante.
Art. 1 - Sia convocata
Art. 2 -
Art. 3 - La Costituente repubblicana dovrà assicurare al cittadino-soldato, lavoratore, contribuente, il diritto di controllo e di responsabilità critica sugli atti della pubblica amministrazione. Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della Repubblica. Nessun cittadino, arrestato in flagrante o fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell'Autorità giudiziaria. Tranne il caso di flagranza, anche per le perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine dell'Autorità giudiziaria. Nell'esercizio delle sue funzioni la Magistratura agirà in piena indipendenza
Art. 4 - La negativa esperienza elettorale già fatta dall'Italia e l'esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchico, contribuiscono entrambe a una soluzione che concili le opposte tendenze. Un sistema misto (a esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei Ministri da parte del Capo della Repubblica e del Governo, e nel Partito, elezioni di Fascio salvo ratifica, e nomina del Direttorio Nazionale per la parte del Duce) sembra più consigliabile.
Art. 5 - L'organizzazione cui compete l'educazione del popolo ai problemi politici è unica. Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell'Idea rivoluzionaria. La sua tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico
Art. 6 - La religione della Repubblica è la Cattolica Apostolica Romana. Ogni altro culto che non contrasti con la legge è rispettato.
Art. 7 - Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.
Art. 8 - Fine essenziale della politica estera della RSI dovrà essere l'unità, l'indipendenza, l'integrità della Patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla Storia. Termini minacciati dal nemico con l'invasione e con le promesse da governi rifugiati di Londra. Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità dello spazio vitale indispensabile a un popolo di 45 milioni di abitanti sopra un'area insufficiente a nutrirlo. Tale politica si adopererà inoltre per la realizzazione di una comunità europea con la federazione di tutte le nazioni che accettino i seguenti princìpi fondamentali:
| a)) |
eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro continente; |
| b)) |
abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali; |
| c)) |
valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell'Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come l'Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati.
|
Art. 9 - Base della Repubblica Sociale Italiana e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione
Art. 10 - La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
Art. 11 - Nell'economia nazionale, tutto ciò che, per dimensioni o funzioni, esce dall'interesse singolo per entrare nell'interesse collettivo, appartiene alla sfera d'azione che è propria dello Stato. I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche, devono venire gestiti dallo Stato, a mezzo di Enti pubblici
Art. 12 - In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale), le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente — attraverso una conoscenza diretta della gestione — all'equa fissazione dei salari, nonché all'equa ripartizione degli utili tra il fondo e la riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi da parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con un'estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di Fabbrica; in altre, sostituendo i Consigli di Amministrazione con Consigli di Gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre ancora, in forma di cooperative parastatali.
Art. 13 - Nell'agricoltura l'iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l'iniziativa stessa viene a mancare. L'esproprio delle terre incolte delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell'economia agricola. Ciò del resto è previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione il partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l'impulso necessario.
Art. 14 - È pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti, il diritto di esplicare le proprie attività produttive, individualmente, per famiglie o per nuclei, salvo gli obblighi di consegnare agli ammassi le quantità di prodotti stabilite dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni.
Art. 15 - Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il Partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo l'istituto esistente e ampliandone al massimo l'azione, provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l'affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l'Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra, come requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.
Art. 16 - Il lavoratore è iscritto d'autorità nel sindacato di categoria, senza che ciò impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. I sindacati convergono in un'unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici e i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denominerà Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti. I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore. Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime fascista in un ventennio restano integre. La Carta del Lavoro ne costituisce il suo spirito, il punto di partenza, per l'ulteriore cammino.
Art. 17 - In linea di attualità il Partito stima indilazionabile un adeguamento salariale per i lavoratori attraverso l'adozione di minimi nazionali e pronte revisioni locali, e più ancora per i piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma perché il provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti, occorre che con spacci cooperativi, spacci d'azienda, estensione dei compiti della “Provvida”, requisizioni di negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale e cooperativa, si ottenga il risultato di pagare i viveri ai prezzi ufficiali. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento del mercato. Quanto al mercato, si chiede che gli speculatori — al pari dei traditori e dei disfattisti — rientrino nella competenza dei Tribunali straordinari e siano passibili della pena di morte.
Art. 18 - Con questo preambolo alla Costituente il Partito dimostra non soltanto di andare verso il popolo, ma di stare con il popolo. Da parte sua il popolo italiano deve rendersi conto che vi è per esso un solo modo di difendere le sue conquiste di ieri, oggi e domani: ributtare l'invasore schiavista della plutocrazia anglo-americana, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere ancora più angusta e misera la vita degli italiani. V'è un solo modo di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere.
(7.1.0) fra litigi e botte si diventa grandi. eccome.
Il primo impatto fu decisamente favorevole, l'impressione era di un luogo aperto. Come in tutti questi luoghi, come fra qualche anno in seminario, c'è sempre un portone regolarmente chiuso, che esclude tutto il resto del mondo, ma non parafrasando Leopardi. C'era anche qui, ma non era di legno pieno. Entrando c'era una grande doppia porta a vetri e i rinforzi metallici non avevano l'aspetto di un'inferriata e poi c'era l'impressione di un ingresso in qualche modo arredato, su cui si aprivano altre porte con ufficio del direttore, da un lato, e la reception, ed era il 1945, nell'altro lato. Da qui si accedeva ad un ampio corridoio, attraversato il quale un'altra vetrata larga almeno otto metri permetteva di accedere all'enorme cortile interno. Luce, aria, spazio, non male per un benito abituato al bilocale più cucina a carbone, più sette quasi otto abitanti dalla Natalina, sia pure con lo sfogo dei tanti cortili e della banda. A sinistra il corridoio portava al refettorio e subito prima la deviazione verso le officine di vario tipo (indirizzo meccanico) che fiancheggiavano il campo-cortile interno, la stessa cosa a destra, con la cappella che prendeva il posto della mensa e le officine (a indirizzo falegnameria) che si affacciavano anch'esse al campo-cortile. In pratica un ferro da cavallo, o, se volete, un corpo centrale e due ali che erano chiuse in fondo da una banale rete metallica, neanche tanto alta, che separava il collegio dal podere, grande grande, di pertinenza del collegio stesso e che serviva da palestra per il terzo indirizzo, quello agricolo.
Naturalmente dimenticavo lo scalone, al lato sinistro della vetrata, che portava al piano superiore del solo corpo centrale con il grande camerone per la truppa, un paio di stanze per gli ufficiali superiori, un po' di lavandini, non pochi, per le pratiche igieniche di primo mattino. I servizi igienici, cioè i cessi, al piano inferiore mentre nei cameroni c'erano i buglioli, cioè "il" bugliolo della dimensione di un bigoncio, 30/40 litri, per le necessità liquide d'emergenza notturna. Nei vari settori del camerone c'erano i due letti dei graduati, quelli a contatto con la truppa, opportunamente dotati di velatura a soffitto per la necessaria privacy (loro).
Sul lato destro, dimenticavo anche questo, una piccola costruzione a due piani, non comunicante con il corpo centrale, dove c'era l'infermeria e quattro sei, non ricordo bene, suorine-suorone, una delle quali molto giovane e carina di cui si parlerà in seguito e che la tribù di ragazzini guardava con commenti e che quelli più grandi (ce n'erano anche oltre 18 anni in temporanea sosta con la qualità di "corrigendi") forse non guardavano solamente, almeno un paio di loro. In quell'infermeria passerò parecchie settimane nella primavera estate 1947.
Per completare la descrizione non bisogna dimenticare una specie di torretta, a metà del lato sinistro, che al primo piano presentava due celle, non da fraticello ma da contenzione con tanto di inferriate al posto della finestre e della porta d'accesso a entrambi queste due camerette speciali. Onestamente quando le vidi io, erano in disarmo con un prosaico contenuto di scope segatura e poco altro, visto che al piano terra era la zona "igienica".
La giornata era ritmata in modo similmilitare, sveglia alle sei e trenta con squilli di tromba, breve riassetto ai lavandini, indossamento di scarpe e pantaloncini, corsa veloce a torso nudo ai bordi del campo, verifica di collo, orecchie e simili, un po' di uno due con le braccia, qualche flessione, poi ritorno nel camerone a completare la vestizione, fare il letto e alle sette in refettorio, dopo una breve sosta di cinque minuti in cappella. Il giovedi e la domenica mattina alle sette messa poi mensa. Naturalmente se fuori non pioveva o nevicava, perchè il passeggio al campo non conosceva stagioni e poi, tanto, mica c'era il riscaldamento allora (a onor del vero anche molte case benestanti avevano dei riscaldamenti molto rudimentali, tipo caminetto, stufone e, per la notte, lo scaldino di terra cotta, la suora, che si infilava in una costruzione in legno che sollevava lenzuola e coperte, il prete. Molto diffuso anche un contenitore metallico che conteneva acqua calda, per i piedi. Normale quindi, in inverno, vestirsi bene per andare a letto).
Crescevamo così rinfrancati e atletici e, devo dire, non ricordo epidemie di influenza o nasi gocciolanti o smoccolanti e neanche mal di gola, mio e di altri. La colazione era simpatica, sul piatto di alluminio uno strato non piccolo di un miele supertrasparente e duro prodotto dalle api di casa, una tazzona di latte, penso delle mucche sempre di casa, e qualche sano pezzo di pane, con la farina dal grano di casa. Alle otto finalmente a scuola e per questo si usciva incolonnati dal collegio divisi più o meno ordinatamente e la scuola era esattamente dall'altra parte della strada e, assieme agli orfanelli, c'erano anche i ragazzi del paese. L'edificio conteneva le classi delle elementari e dell'avviamento, del resto forse in quel luogo di contadini e operai si anticipava la riforma Moratti per questo molto simile a quella riforma di Bottai che però non aveva avuto successo. Bottai era un po' molto di sinistra, anche se sugli ebrei aveva tendenze molto vicine a quelle di moda in Germania, ma anche in Italia e la sua riforma era funzionale alle industrie dell'epoca Cose che naturalmente ho imparato molti anni dopo.
Forse per questo non ho l'impressione che fosse un collegio chiuso, o almeno non sempre.
Tornati a casa dopo le lezioni, il pranzo. Io ricordo tanto riso nè asciutto, nè in brodo, con i miei compagni che andavano a caccia di puntolini neri (sembra che fossero le testoline di parassiti vari), io non li ho mai visti e ho sempre mangiato veloce e completo. E il motivo era anche che se restavi indietro, rischiavi che qualcuno dei più grandi si facesse il tuo secondo e per te non restava niente. Del secondo, dellapietanz cioè, ricordo soprattutto il baccalà fritto, due tre cinque mille volte alla settimana, ma forse no, forse c'erano anche altri mangiari, forse. Alla sera una minestrina, minestrona di pasta e vedure, o fagioli, o patate e, forse, un pezzo di formaggio, quello con la scorza rossa, di sezione quadrata degli aiuti alleati.
Naturalmente durante il pasto uno a turno leggeva e gli altri dovevano mangiare in silenzio e senza rumore di stoviglie sui piatti di metallo o chiacchiericcio se no... Se no arrivava il prefetto, tu allungavi le mani belle tese con i palmi verso il basso e lui ti colpiva il dorso con una riga, quelle belle robuste e taglienti da disegno, e tu lo guardavi duro con gli occhi lucidi di lacrime e la lingua stretta fra i denti per non dargli la minima soddisfazione e non passare con i compagni per un piagnone (magari gli stessi che ti avevano provocato a pizzicotti o ti avevano rubato il pane o ti avevano preso in giro). C'erano nomignoli per tutti, i miei erano gamba storta o occhio marcio, ovvi del resto sia per la gamba, sia per il ricordo che mi aveva lasciato l'oculista a un anno d'età il cui intervento aveva aiutato il mio occhio sinistro ad abbonarsi alla congiuntivite cronica. Aggiungete che ero piccolino e magrolino, ma una lingua impertinente e cattiva e una corsa poco veloce, e quindi l'unica mia difesa era prenderle rimbeccare, tornarle a prendere, finchè non si stufavano o suonava la campanella delle due e mezzo e si tornava dentro per studiare e fare i compiti, fino alle cinque, poi di nuovo a giocare fino alle sette.
Nei mesi caldi, alle due si andava a riposare e potevo finalmente leggere, di nascosto perchè era proibito, sfruttando le fessure degli scuri di legno, quelle fessure da cui escono quei fasci con tutte quelle particelle che brillano e corrono qua e là, loro sì libere di impazzire e correre dove gli pare. Moti browniani, credo, anzi so, e quando nelle prime lezioni di chimica tanti anni dopo, neanche poi così tanti meno di una decina,, ne sentivo parlare mi rivedevo lì con il libro di Salgari, non so arrivato da dove nè da chi, ogni tanto nuovo e Sandokan, troppo importante e protagonista, ma Tremal Naik, quello sì e anche la principessa o cosa era, e poi i tigrotti di Mompracem! dio come li ho invidiati e mi immaginavo lì con loro, con un capo invincibile e buono con i suoi tigrotti e che per questo gli erano fedeli. Poi capitò che il prefetto gli girassero le scatole e così ebbi la possibilità di conoscere l'altro tipo di punizione: le flessioni.
Niente di eccezionale, o le facevi in mezzo alle file dei tavoloni, e lì avevi gli occhi di tutti addosso, oppure, ma allora vuol dire che era una cosa seria, eri tu e il graduato nella zona dormitorio e le flessioni diventavano qualcosa di molto impegnativo. Io non so se fosse effetto delle flessioni ma a me capitò, durante i su e giù, di non riuscire a trattenermi e riempire le mutande, dopodichè pulizia, nuovo paio di mutande, nuova pulizia, insomme se ne andarono tre paie di mutande e tutto finì lì, anche perchè penso avessi solo tre paia di mutande. Ma nell'insieme in quei due anni altre cose di rilievo o diversi da quello detto sopra non accaddero. E' vero giocavo a calcio, non pensate a quelle cose con calzoncini, magliette colorate e scarpette da foot ball, era tutto più semplice specie per le scarpe, normalmente erano i soliti zoccoli di legno e ne so qualcosa perchè, non essendo veloce di gambe, ero finito in porta e gettarsi a valanga a mani nude su un paio di zoccoli in corsa non è particolarmente divertente Qualche volta però ci riuscivo ed evitavo il goal ed ero finalmente grande e importante anch'io e se anche le mani restavano gonfie per qualche giorno erano comunque per un motivo importante. Anche per i compagni.
Oltre alle scarpe, neanche il pallone era d'ordinanza, di solito una palla di gomma, neppure troppo grande ma eravamo pieni di energia e avere tre pasti al giorno in quegli anni non era cosa di tutti, anche se forse non lo sapevamo. Chissà se un ragazzino d'oggi sarebbe contento di fare merenda con una fetta di pane e basta. Ma ogni tanto c'erano anche delle merende speciali, se qualcuno dei "campagnoli" ti regalava qualche spicchio di aglio, dovevate sentire che sapore quella fetta di pane. E non è ironia, è il ricordo preciso di sensazioni, entusiasmi, malinconie, dolori e piaceri dentro. E' la dimostrazione che in ogni situazione è possibile ritagliarsi uno spazio, reale o immaginario non importa, in cui sopravvivere e talvolta riuscire anche a non trasformarlo in paranoia o scindersi in tante persone diverse che riescono a presentare le tante faccie che ti chiedono. A muso duro contro il mondo, era il gioco mentale che ogni sera accompagnava il benito prima di addormentarsi e che spesso gli tornava nei sogni vividi, ancora più splendenti della realtà immaginata.
Un giorno in refettorio capitò un fatto che ci aiutò nelle chiacchiere di cortile: uno dei prefetti, sui trenta-trentacinque, fece a cazzotti con uno dei ragazzi grandi, uno di quelli di passaggio. Naturalmente ci chiedemmo il motivo, tanto più che quello giovane due giorni dopo fu trasferito e qualche giorno dopo ancora anche la suorina, quella giovane e molto carina, e che non aveva i capelli rasati come le sue consorelle, fu trasferita e noi concludemmo che era vero, che la scazzottata era fra quello di prima e quello di dopo. Io poi ero ben informato perchè la suorina carina l'avevo vista molte mattine, perchè avevo passato un lungo periodo, qualche settimana, in in infermeria, e le suore, quando è mattino presto, giravano senza il solito enorme velo e relativo soggolo.
Ma di questo avremo occasione di riparlare, perchè la mia gamba, anzi il mio piede, diede qualche problemino e provai ad essere ospite di un ospedale a Lugo in quegli anni in cui tutta l'Italia stava cominciando a correre, perchè non si può piangere in eterno senza darsi da fare. Sarà che la vita era dura e tutto sommato semplice per tutti, cioè era in fondo normale allo stesso modo per tutti e non c'era tempo per le piacevolezze e sdolcinature di oggi, o forse ero solo io che recitavo la mia solita parte di super tigrotto nella mia giungla, con le mie tigri, anzi pantere, o i miei pirati cattivi e predatori o più semplicemente come molti, come tutti la necessità biologica del vivere prevaleva su tutto il resto.