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Il dolce e l'amaro dentro e intorno a noi

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Un vecchio signore che non ha nessuna voglia di andare in pensione mentale ma che può finalmente scegliere orari tempi e colleghi.

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mercoledì, 30 novembre 2005

(6.3.0) coraggio, duce, 18 mesi all'alba... 

da quell'ottobre del '43 all'aprile del '45 in fondo son solo pochi mesi più di un anno e in mezzo due inverni, e due Natali e giovani e vecchi a scegliere dove stare, chi scegliere, chi nascondere, chi spiare, chi denunciare. Quasi come una tragedia greca, dove però è il coro a recitare veramente, perchè è il coro che continua a lavorare, a coltivare la terra, a provvedere che le merci girino ancora, che la posta funzioni, che un po' di bimbi e ragazzi vadano a scuola, che gli ospedali provvedano e che il medico condotto ci sia anche per i meno fortunati. E' in fondo questo il vero miracolo di un popolo che deve attingere, anche se non lo sa, ai ricordi ancestrali di eserciti, di bande, di parlate ostrogote e comunque andare ossequiando e fottendo e figliando e schierandosi, anche solo con un passa parola, con un cenno del capo, con un non so e un po' che non lo vedo.

Signor duce, solo trent'anni fa smaltivi le azioni anti guerra di Libia assieme a quel repubblicano di Nenni, poi ti eri messo in testa di preparare la rivoluzione e arrivavi alla direzione dell'Avanti. Ma non era aria, i socialisti italiani avevano capito niente, quasi pacifisti ante litteram erano convinti che i lavoratori, i proletari, quelli che fabbricavano ancora figli con la carta carbone, si sarebbero opposti e non avrebbero lasciato andare in guerra i propri figli più grandi. Una volta tanto aveva visto giusto e non appena era capitata l'occasione di un giornale tutto suo ci si era buttato, tenendo un tono ancora dubbio, molto populista e socialrivoluzionario e, poi, era pure andato in guerra. Quasi come se ciccio Ferrara fosse andato volontario in Iraq! altre tempre, altre trippe: in fondo il duce era un ragazzino, poco più di trent'anni, da subito caporale e poi gloriosamente ferito e carismaticamente a casa a preparare la sua rivoluzione. Aiutato dall'imbecillità di molti e dai soldi di pochi, ma importanti.

Ma il nostro piccolo benito era arrivato in quel di Bussolengo. Chi vede oggi questa cittadina ormai quasi un vasto sobborgo di Verona non s'accorge neppure che c'è ancora un centro e, per fortuna o per caso, quasi intatto nella sua piccolezza. Per questo pochi anni fa ho ritrovato la Chiesa dei miei ricordi. La casa che ci ospitava era poco lontano, bastava uscire dal grande portone di legno che isolava il piccolo agglomerato confinante con gli orti dalla strada principale, e si prende a destra in direzione della Chiesa, e si era subito lì. Ho sovrapposto quel ricordo a quello di un'altra Chiesa di una città molto più importante  e che nei mesi scorsi era su tutti i giornali e TG, Colonia. Non c'entra l'aspetto, lo stile, entrambe però erano, e spero siano ancora, parte costituente della comunità. A Colonia nei primi '80, in occasione i uno dei tanti Fotokina, "messe"  fiera dell'ottica e tutto il resto che una pellicola può fissare, ero rimasto affascinato da quel piazzale pieno di ragazzi e ragazze di ogni età dai 2 ai 90nni, chi pattinava (skettinare non mi è mai piaciuto come verbo, tocca mettere la bocca a culo di gallina), chi leggeva chi passeggiava, chi scambiava due chiacchiere per andare poi lì vicino in uno dei tanti locali con orchestrina jazz e die alte bier, la vecchia birra fresca di giornata bevuta in piccoli bicchieri da un ottavo, come i nostri da goto, però di vetro meno spesso. Ma anche lì, a Bussolengo, lo spiazzo avanti la Chiesa era luogo di incontro e svago con un genere di persone più omogeneo, pur variando a seconda degli orari.

E allora puoi anche capire perchè uno ci vada, in quelle chiese, per respirare l'odore dell'incenso e della cera stropicciata dalla fiamma (non quei pulsanti che accendono la lampadina davanti al santo solo per giustificare l'obolo), e il parroco, allora senza parsimonia di giovani sacerdoti in allevamento, circondato da chierichetti e giovani parrocchiane rigorosamente a braccia coperte e ampio fazzolettone sul capo per evitare che i riccioli turbassero i non presenti uomini, fatta eccezzione per la messa principale della domenica mattina, quella delle 11, così da arrivare puntuali a pranzo, apparecchiato dalle "vecchie" che la Messa l'avevano avuta alle 6/6.30.

Il mangiare è una componente fondamentale della giornata di un bambino, almeno lo era fino alle merendine, chicles e altre delizie e così feci conoscenza con la polenta, quasi sconosciuta nelle campagne romagnole, dove il pane trionfa su tutto, sostituito solo al sabato (quando si cuoceva il pane per tutta la settimana) da quelle piade grandi e spesse tutte ricoperte di formaggi morbidi e molto squacqueroni. Alla mattina latte e polenta, a mezzogiorno minestra e polenta, alla sera polenta con quel che c'era, ma la casa era ospitale, gentile, generosa verso questi extra terrestri arrivati al seguito di un capo, neanche fosse un esercito alla Pancho Villa.

O forse era proprio come quegli eserciti sudamericani, un po' bandidos, un po' soldati, con vita militare e personale strettamente avvinghiate. Le donne, e in questo mia madre era una specie di capo, curavano come una mensa per tutti quei giovani e meno giovani dai 16 ai 40anni, quando rientravano la sera, penso dopo essere stati in giro a marcare il territorio e andare a caccia di renitenti, disertori e traditorii, uno dei tanti nomi che significarono poi partigiani in quelle prime modeste alture veronesi. E forse a caccia anche di un po' di polli, conigli e maialotti che venivano consegnati alle cuoche. L'atmosfera di quelle cene era allegra, chiassosa, con le solite prese in giro dei più giovani da parte dei veterani e finivano poi al canto e al suono di canzoni che solo lì posso avere imparato. Ancora oggi mi capita, nei rientri notturni e solitari in macchina di urlare dei mischioni di canzoni per tenere lontano il sonno, alternando i battaglioni del duce battaglioni, con bandiera rossa la trionferà, e poi magari giovinezza e il canto dei sommergibilisti, con fischia il vento infuria la bufera, o sebben che siamo donne paura non abbiamo, o ancora addio lugano bella e, molto più raramente, siamo arditi della fede siamo araldi della croce, a ricordarmi momenti e entusiasmi di una vita in fondo così breve, ma così variabile.

Ma uno su tutti di quei canti e quei suoni, il violino di Calderoni, non il solito violino da festa paesana e neppure quello troppo colto, era un violino che aveva conosciuto le pianure e i paesi e le feste dell'est Europa, quell'est che era stato così ricco di dittatori di varie taglie e in gran parte filo fascisti e che fu poi affidato alle cure dell'occupante russo, ma non credo che per la gente comune cambiasse poi così in peggio. Romania, Ungheria, Polonia, cambiò la forma degli stivali o gli sbuffi dei pantaloni e gli addobbi, ma sempre pochi organizzavano il numero giusto per controllare i tanti, in nome dell'avvenire religioso o del proletariato che fosse.

Con gli occhi del poi nessuno di quei ragazzi, di quegli uomini, di quelle poche ausiliarie tornò a casa, a Ravenna. A parte mio padre. Vennero a prenderli con un po' di camion per riportarli a casa, poi sbagliarono strada, finirono in un bosco dalle parti di Treviso e restarono tutti e tutte lì, corpi un po' maltrattati e affidati alla pietà di qualche contadino e prete, che pietosamente fotografò quel che restava.  Foto che furono in seguito oggetto di ricerca e identificazione e mi rimasero impressi gli occhi della figlia di Calderoni, il mio primo vero grande impossibile amore mai dichiarato e che con i suoi quasi quattordici anni stordiva i  miei quasi dieci anni. E altri ancora, con cui avevo riso, che mi avevano tenuto sulle ginocchia, che mi avevano messo il loro berretto  da ardito in testa, che mi avevano scompigliato i capelli, di cui conoscevo odori e sculacciatine. Che ne sa un bimbo di retate e rappresaglie e scontri quasi all'arma bianca e botte a finire in tanti quello solo, e dell'odio accumulato negli anni e anche della insicurezza sul futuro appena arrivato, ma già dubbio nel suo prossimo sviluppo!

Ma sono i discorsi e i pensieri dell'oggi, perchè c'erano anche scene comiche come quando il mio fratellino, di poco più di tre anni, arrivò con una piccola pipa di legno con dentro una delle sigarette di mia madre (quasi certamente una milit) accesa sicuramente da uno sportello della stufona di cucina. Lui arrivò tutto tronfio e pippante e non fu nemmeno sgridato. E  c'era anche uno spettacolo quasi quotidiano, con mia madre e un cavalletto stradale si andava non so perchè a regolare il traffico, almeno credo, perchè mia madre manovrava una bandiera rossa a bloccare e sbloccare il traffico di carretti, somari e biciclette. E doveva essere non lontano da Pescantina e dal fiume, perchè spesso stavamo lì, in mezzo ai pietroni delle sponde, vicino agli ulivi, a guardare le fortezze volanti che andavano lente lente a bombardare Verona senza che niente le contrastasse, se non qualche buffo sbuffo della contraerea. Ma questo non stupiva o preoccupava, sarebbe arrivata la famosa arma segreta. Segreta fino all'ultimo.

postato da: bkrema alle ore 22:21 | link | commenti (2)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia
lunedì, 28 novembre 2005

(6.2.0) allora, ti dai una mossa? Il Duce non è più al Gran Sasso e neanche in

in Germania. Il Duce è di nuovo con noi...

E' vero, riprenderemo più avanti i discorsi del ramo triestino, quello più meticcio. A me non sembrava, proprio stasera un collega-concorrente, nel senso che siamo sempre lì a litigarci quanto a lui e quanto a me, mi guarda (ero maglione, velluto e coppola) e "ma da dove vieni" e io, giù dalla produzione, e lui, "no, non fare il cretino, dove sei nato?". Già, dove sono nato lo so ma so anche come son messi i miei quarti, e io, perchè tu?, "mio madre di Spalato", come di Split? e di cognome come fa? "Un qualcosa con la ...cich finale". Nonostante tutto ecco il meticcio che più invecchio e più appare, dal taglio del viso, dagli zigomi che sporgono, dal colore della pelle, ancora cotta dal sole degli anni più giovani e dall'aria del mare, sia pure quello sciapo di Ravenna dove qualche amico o parente hanno dei sani, vecchi barconi.

Non occorre che mi dilunghi, il 25 luglio i maggiorenti del fascismo avevano pensato di cavarsela scaricando Mussolini, il Re, quello III° aveva pensato di mandarlo in pensione in montagna, intanto che si dava da fare per trovare la strada per Bari e darsela a gambe, per potere da casa d'altri guidare l'Italia. Così l'8 settembre, e subito dopo il 13 sempre di settembre. Un certo Scorzeny con pochi matti, arriva in Abruzzo, libera Mussolini, lo impacchetta e lo porta di filato in Germania. Non si sa mai che vada se non a Bari, magari a Madrid , dio non voglia, in Svizzera. Mussolini arriva in Germania e il 15, di nuovo riposato e rifocillato e forse cullato da qualche tedescotta in sostituzione della cameriera del Gran Sasso, si rivolge all'Italia, quella vera, quella dell'onore, quella dell'ingenuità di tanti suoi giovani figli di 15, 16, 17 anni cresciuti nel mito risorgimentale dell'Italia e del rifiuto dell'invasore, e proclama che tutto è come prima. Infatti a Roma riaprono tutti i portoni dei luoghi sacri del fascismo, rispuntano orbace e camicie nere, benedizioni se non papali certamente cardinalizie e dei cappellani della MVSN, della Folgore, dei Battaglioni San Marco, della X Mas e magari delle Brigate Nere. La guerra continua.

E infatti da subito il gruppo di Ravenna parte per il veronese, dalle parti di Salò e madri, cioè mogli, e figli partiranno poi. E partimmo infatti, non proprio all'alba, un vecchio asmatico corrierone pieno di mamme e bambini che da Ravenna arrivò a Bologna giusto all'ora di pranzo, con qualche fermata per la strada a raccogliere qualche altra madre e qualche altro bimbo. Era veramente un'Italia giovane, dai venti ai trentacinque anni, un'Italia non certo ricca, non certo possidente ma che improvvisamente l'avevano convinta di essere  protagonista, non più stracciona e che adesso si aggrappava alle ultime volute illusioni, perchè in fondo, a parte la Russia, il resto d'Europa non pareva messo male e in italia gli alleati erano incagliati poco più su della Sicilia  (lo sbarco di Anzio è del gennaio del '44 e Montecassino del maggio del '44 e il crollo del fronte del Senio ancora più avanti, per gli scordoni). E poi, il grande segreto, l'arma segreta, tanto segreta che ne sentivo parlare anch'io.

Insomma arrivammo a Bologna, dove da qualche parte, ma doveva essere in centro,  andammo a mangiare, fare pipì e tutte quelle cose che una trentina di adulti e più di altrettanti bimbi necessitano. Pasto ottimo e che mi bloccò per più di 50nni, proprio mentre assaporavo il profumo dei maccheroni. Qualcuno ha mai visto la carezza di un bimbo impiastricciato di rosso con un enorme maccherone in bocca? L'immagine della salute, della felicità, del godimento che nemmeno dieci anno dopo, la quarta volta. Infatti proprio allora scattò l'allarme e, contemporaneamente, la bomba e i vetri e le urla e il rumore e niente, nessuno s'era fatto male, però io ho rimangiato di nuovo maccheroni, quelli grossi, rigati, non le pennette lisce che non occorre neppure masticare, pochi anni fa. E altrettanto con il purè.

E a causa di tutto quel casino ripartimo da Bologna sul tardi per arrivare ormai a buio tosto sul Po' a Piacenza, sul ponte di barche. Fra il lusco e il brusco era passato a salutarci il Pippo e allora tutti giù, quelli svegli, così si rifaceva il rito della pipì (ossessioni degli adulti quando sono nervosi e hanno i bambini con loro).  Ma con Pippo  era stata cosa da poco, avevo imparato a riconoscerne il ronzio, il ratatà breve e ripetuto della mitraglia, il porco dell'autista e lo stai giù, accompagnato dal zitti!, come se quello sentisse. Onestamente non ricordo nè ave marie nè giaculatorie stile Storace, si vede che nonostante tutto i fascisti e le fasciste romagnole erano più repubblicane e quasi socialiste di quelle di oggi. Ma il bello doveva ancora arrivare.

Chissà se qualcuno di voi conosce un ponte di barche, e dire che ce n'è ancora qualcuno in giro per l'Italia: sono divertenti, quasi a filo d'acqua, ballonzolanti, senza gard rail e di certo a carreggiata singola. Come il nostro, con la differenza che il nostro potente mezzo pensò bene di bloccarsi a metà strada, proprio nel mezzo. Quello era niente, è che bloccavamo una colonna di nostri onesti alleati tedeschi e fu lì che il mio vocabolario si arricchì di una nuova parola. cilecca! Non so se era a scoppio o diesel, fatto sta che io dormivo e mi svegliò il trambusto, il gorgoglio  soffocato del motore sollecitato dalla manovella (come dice il nome "a mano"), un porco qualcosa e "cilecca". E allora tutte a scendere, le donne, e a spingere e quegli altri, in divisa ad abbaiare. Finchè cominciò a sentirsi un silenzio intenso e incazzato, o partivamo o la corriera andava giù, giù dal ponte cioè, giù in quell'acqua con le valige, i fagotti e i ricambi e gli avanzi di cotolette e polli arrosto. Penso che quelle donne abbiano ritrovato tutte le energie fisiche e nervose e il "cilecca" non fu più ripetuto e cominciò la corsa a risalire veloci perchè il pilota non aveva certo intenzione di rischiare un'altra fermata.

Da lì poi fu tutto più facile, un'altra sosta per accontentare Pippo, scansare Cremona e poi, sulla strada che da Cremona porta verso il Garda tagliando fuori Brescia, arrivammo a Casalbuttanoquasi esattamente a metà strada fra Brescia e Cremona. Io l'ho rivista oggi, nei giorni della fiera delle vacche e del latte, e, onestamente non ho ritrovato i luoghi del ricordo. Certo il passaggio a livello l'ho riconosciuto, le case spartane del centro non erano diverse, ma allora subito fuori c'erano i campi pieni di piante di tabacco e la fattoria enorme dove eravamo alloggiati in attesa di una sistemazione migliore. Quelle fattorie lombarde capaci di decine di braccianti con tutte le loro famiglie, veri e propri villaggi-fortilizio e che chiamano cascina, come si vede ancora oggi dai cartelli che dalle satali o dalle provinciali portano direttamente al centro del podere-casa-allevamento. Solo che adesso ci sono le striminzite famiglie di oggi, con qualche angolo abitato da famiglie che non pretendono orario corto e festività ogni 6 giorni almeno, accontentandosi di un tappeto e la direzione della Mecca e quel senso di casa che hanno lasciato in Pakistan o in Bangladesh. Quelli così, li cercano, sì che li cercano, fedeli, efficienti, gentili. Oddio, qualche volta si ritrovano in un edificio chiamato con qualche po' di fantasia moschea. Nessuno è perfetto. Ma questo ritrovarsi, almeno parlando con i miei colleghi di lavoro (è vero io faccio il quasi capo e loro no, ma non sono mai riuscito a fare il generale, sarò al massimo un sopratenente e neppure un capitano), è proprio per scambiarsi notizie su quelli lontani. Che poi tanto lontani non sono, non come quando toccò a noi, perchè adesso per comunicare non occorre neppure saper scrivere e telefoni e internet non sono lenti come le lettere sui piroscafi.

Cominciò così una tranquilla vita di sfollati. Neanche la scuola, perchè la settimana dopo, sempre una settimana dopo, saremmo andati verso Verona e così stavamo tutti e tre, mamma Italo e benito in quella che un tempo era un negozio di barbiere, con tanto di serranda: il barbiere era al fronte. In quel negozio, con i servizi in casa di un vicino, c'era un lettone enorme e una mamma che leggeva e leggeva tante belle storie. Mai avuto un altro periodo di così prolungata vita in famiglia. Arrivò anche la neve e, tirata su la serranda, mamma si fece strada e noi facemmo i cuccioli e gli omini di neve e io scrollai i rami dell'unico alberotto che cresceva proprio lì davanti. E fu proprio sotto quell'albero che un paio di mesi dopo, ai primi tepori di un giorno di quasi sole (succede anche in Lombardia)che io alzai la testa per cercare di capire cosa avesse di diverso la mia amichetta, un paio di anni più di me, che sull'albero era salita. Di solito, anzi sempre, le bimbe non portavano pantaloni.

Poi arrivò marzo e il mio babbo, con un calesse e, naturalmente, un cavallo e partimmo salutando Casalbuttano, la sua campagna, le sue piantagioni di tabacco e la mia amichetta per andare a Bussolengo. E fu quasi come quando andavo con mio nonno, o come nei film western, quelli senza pistoleri, quelli dove la famigliola è riunita con pacchi, pacchetti, sole, un po' di polvere e un cavallino vero, che corre. E poi si arriva, sempre correndo, dove c'era tanta acqua e l'abbiamo bordeggiato in quelle strade strette e mosse ma senza il traffico e l'incubo delle case lungo tutto il percorso e tanti ulivi, quanti ulivi, e qualche vaporetto e il sole che saltellava sull'acqua mossa da un vento leggero. E le collinotte che salgono veloci di lato alla strada e il dondolio, e gli occhi chiusi, e i sorsi d'acqwua, e il panino e che bello mamma babbo fratellino tutti e quattro lì. Da quanto e per quanto?

Alla prossima.  

 

postato da: bkrema alle ore 22:11 | link | commenti (2)
categorie: politica, storia, cronaca, biografia
domenica, 27 novembre 2005

(6.1.0)  un arrivo imprevisto dal quasi confine orientale, ma prima una pausa fra fine '800 e l'inizio del 1900 perchè per spiegare le radici

bisogna prima trovarle e conoscerle.

La storia di come abbiano fatto mio padre e mia madre a incontrarsi, merita qualche piccolo chiarimento, sol che si pensi che, all'epoca, non era poi così semplice che uno nato a Trieste nel 1907 incontri una nata nelle campagne attorno a Imola nel 1912. Son pur sempre oltre 330 chilometri e in ferrovia, anche se le ore non erano poi così diverse da di oggi, anzi, era pur sempre un bel viaggio e con una frontiera da superare, ostacolo non piccolo se superato in modo ufficiale, come sanno anche i migranti che cercano di arrivare qui da noi adesso. Vale comunque la pena annotare come anche l'Italia eroica e irredentista abbia sempre scucito poco per collegare Trieste al resto d'Italia ma quando ci si accontenta e ci si riempie la vita di bandiere, eroi e si tengono ben a bada i (tanti) subalterni cos'altro serve?  Considerazioni valide non solo nel ventennio noto ma anche fino a non molti anni fa, salvo tentare un recupero nel vedere che i barbari "sciavi" a Fiume stavano sbancando. Ma gli italiani vanno di solito a Portorose per spendere un po' di soldi in giochi di tasca e di letto.

E cominciamo da mio nonno, nato attorno al 75/80, del 1800 ovvio, e come molti altri romagnoli sentiva stretta la vita. E dire che in fondo non era messo male, il padre suo, il mio bisnonno, era uno scrivano in un proprio modesto studio di corrispondenza a Dozza Imolese, oggi splendida occasione turistica con buoni e non sempre cari ristoranti, campagne che sono una scusa banale per il ministro delle tasse, così da passare per coltivatori diretti, e  però ricche di spazio attorno all'ex casaccia riuscendo così a mascherare la piscina come serbatoio per l'irrigazione. Allora, e fino a 20/30nni fa lo era molto meno, non appena si passa la via Emilia a fianco del curvilineo Sellustra (corso d'acqua favoloso per le curve e la larghezza misurabile ancora a decine di centimetri). A quel punto arrivano i calanchi, non appena dal crinale si cominciano a intravvedere la valle del Sillaro e le strade polverose e scomode, anche se fuori dal casino della vita ansiosa, cosa che può  attirare i soliti matti ed anche i soliti intelligenti investitori che a mezz'ora da Bologna e 15 minuti da Imola hanno costruito sul cocuzzolo di Monte del Re, appena sopra Dozza, uno di quei cosi per meeting, congressi, nozze fastose, convegni appartati per pochi intimi un complesso molto tutto, ricavato dall'antico convento dei cappuccini, di cui ero ospite in anni lontani perchè era la sede estiva del seminario di Imola in cui ho passato un po' d'anni.

 Comunque nei dintorni del castello, in quelle stradette il bisnonno curava un ufficio di corrispondenza per legulei, notai, commercianti, fattori e tutti quelli che sul lavoro degli altri campano e camperanno sempre. Ed era persona stimata e di fiducia, almeno credo, perchè pur anche se analfabeti i contadini, non ancora agricoltori, sul mercato ci vanno e i conti li sanno fare ma sanno anche che il mondo è pieno di tranelli che uffici del registro, delle tasse e dintorni sanno trovare quando opportunamente sollecitati. A maggior ragione ora  che   tutto diventava diverso da prima, quando dal capo delle guardie e dal più piccolo fino al più grosso responsabile di qualsiasi funzione pubblica la tonaca era indispensabile, così come il percorso per ottenerla perchè  lo stato della chiesa imperava con criteri dove la provvidenza, le preghiere, i polli, le uova e gli occhioni delle parrocchiane contavano ancora qualcosa.  Poi arrivò il plebiscito e con 'ste manie piemontesi e la nuove idee, che trovavano in Minghetti uno stimolante e rigoroso riordinatore prima della regione poi dell'Italia intera, il mondo cambiava sotto gli occhi, ora dopo ora (come nella pubblicità che sistema l'intestino). Ovvio, rimango pur sempre un chimico che poco sa di economia e politica, ma quando il prelievo fiscale diretto va allo stato e quello locale si "arrangi" e il  gruppo ristretto di elettori, selezionato dal censo, ha bisogno di cose come strade e fognature, soprattutto per valorizzare le loro proprietà e allora occorrono i soldi, tant. Ma dove trovarli, specie quando per secoli avevano contato soprattutto i miracoli e le penitenze? E così a livello locale non c'era molto da inventare: dazi, dazi, dazi. In fondo toccavano poco poco, gli elettori, ma  tutti e  in modo pressochè indipendente dal grado di ricchezza, come succede quando si colpiscono di preferenza i consumi. Ma non solo, da sempre qualsiasi cosa si muovesse sulla pubblica via, con possibile traino animale, ogni anno si doveva andare a prelevare una targhetta metallica (il bollo!) da inchiodare sul carretto o cosa fosse (in fondo ancora oggi negli USA c'è una targa annuale, almeno mi pare, riferita ai veicoli a motore, ovvio). E per chi fosse smemorato o troppo giovane ricordo che fino al 1971 (molti di voi erano già nati o di certo i vostri genitori),  se uno comprava un pollo o che so una saponetta, in un comune sulla strada di casa, poteva essere fermato da un apposito daziere che pretendeva il "dazio".  E come poteva allora uno  comprare un frigo o altro oggetto ingombrante al mercatone lontano qualche chilometro e  risparmiare così qualcosa (anche se le vie italiane sono infinite e il daziere in turno notturno poteva sempre essere invitato a prendersi un caffè)? Naturalmente l'Italia intervenne solo dopo che nel 1968 si era impegnata, con l'Europa di allora, a liberalizzare la circolazione delle merci. E a significare ulteriormentte come i dazi fossero connaturati all'indole più intima dei paesi d'Italia considerate  che, oltre a trovare i soldi per la macchina comunale e i regali di Natale per i dazieri, servivano a "proteggere" i commercianti e produttori locali dalla concorrenza, parola pericolosa in questo mondo di rissose corporazioni che vorrebbero liberalizzare soprattutto gli altri e, "gli altri", quelli dei comuni vicini, erano in fondo come i cinesi di oggi. O no? Chissà se a sinistra qualcuno capirà che la democrazia vera nasce sgretolando tutte le trincee in cui si annidano topi, cimici e gretti interessi. 

E torniamo a mio nonno che era il frutto di una famiglia e di una situazione classificabile tutto sommato benestante, tanto è vero che la sorella, Maria, ebbe un cursus scolastico di tutto rispetto, per essere una donna. La prozia Maria dalle foto appare alta, mora, ben dotata e matronale come una corazzata ma dolce come una pesca ancora da raccogliere specie se maturata bene. Divenne "levatrice, ostetrica o bélia, fate voi", sposò uno stimato e rinsecchito impiegato di banca e si traferì poco più in là, a Imola, in un palazzetto tra i vicoli poco lontano dalla piazza dell'orologio. Casa che mi ospitò appena nato, in attesa che la Provvidenza, aiutata, provvedesse a un qualche stipendio.

Il nonno però, dal nome così solenne e diffuso, Augusto, era di un'altra pasta (questi nomi, apparentemente ispirati agli antichi ricordi romani, erano spesso l'alternativa "laica" delle famiglie non troppo codine e nell'ampio parentado indotto, anche per parte di madre, l'ho trovato a molti di ispirazione socialista o socialsimili. I libertà, i libero etc. sarebbero arrivati dopo, come i Benito). A differenza di suo padre che aveva conosciuto il prima e il dopo delle Romagne e che viveva i cambiamenti  legati alla costruzione e alla formazione di uno stato meno in balia dei tiramenti momentanei e con buone prospettive per il futuro, in presa diretta, il giovane Augusto era nato in un'epoca in cui Andrea Costa e un certo Bakunin erano nomi già nomi e stati d'animo sentiti e commentati nelle osterie, ottimo luogo di incontro, di sogni, di bevute e di eroiche fantasie contro tutto e tutti.  La scuola?  non serve, ci sono occasioni immediate e si guadagna, e  allora  diventa "canapino". E' la scelta intelligente  di una specializzazione non solo in quel momento importante, la canapa godeva infatti di un presente prestigioso e garantiva ottimi salari in un ottimo mercato specialistico non solo locale, ma anche estero per cordami di tutti i tipi, senza contare le piazze da Rimini a Venezia e le applicazioni marinare. Quel ragazzotto di poco più di un metro e 60 ci si buttò a capofitto, gli piaceva e in questo modo poteva alternare giornate intense di 10/15 ore a giornate quasi libere da dedicare agli hobby tanto piacevoli e stimolanti specie a quella età, quando riccioli neri e occhi azzurri sono abbastanza rari e servette e giovani amiche di possidenti signori passano spesso proprio lì, sugli spiazzi della Rocca di Imola, dove si torcigliavano i filati di lunghezza elevata. Tuttavia, quando si lavora all'aria aperta in mezzo a sapienti colleghi "esperti" della vita viene però facile anche stufarsi delle prospettive  ordinate e prevedibili come il metodico operare del padre, ma il padre paziente e fin troppo normale muore, la sorella maggiore ha una sua autonomia economica,  si sposa e quel fratellino è ancora più a disagio e sempre più imbrancato con persone "pericolose", come avrà certo concluso il delegato, il nostro quasi commissario di polizia, perchè alla prima occasione mio nonno se ne andò. La strada in fondo era nota, da Imola via verso la bassa ferrarese e poi attraverso le valli un po' meno risistemate di oggi, di corsa verso Comacchio e lì un imbarco da barca a barca: l'Italia finiva a Venezia, ma sul mare non ci sono muraglie e l'Austria-Ungheria era ben ospitale sol che si avessero buone spalle e non si rompessero le scatole troppo. E così arrivò a Trieste.

In quegli anni Trieste era in pieno sviluppo, unico porto sull'Adriatico per gli sbocchi del grande impero austroungarico, impero in fondo rispettoso delle tante identità esistenti e preciso, burocraticamente certo, anche là dove una mentalità "mediterranea" poteva disorientare o dove i confini con i "mammaliturchi" potevano far temere abitudini troppo levantine. Ma non solo,  per la presenza di una comunità ebraica dinamica e non rinchiusa in un ghetto e dei fondachi tradizionali di famiglie arrivate dalla Grecia fino al Libano, arrivavano tutte le novità e le idee che fecero nascere proprio lì le grandi assicurazioni  e le società di navigazione e una mentalità internazionale con una apertura alla cultura senza eguali, cosa che nella rurale, ottusa e chiusa e bigotta Italia neanche si poteva immaginare, a parte forse Milano e poco più (rileggetevi gli interessi e le abitudini dei reali Savoia!).  E il piccolo Augusto, piccolo perchè lo era non solo di statura  ma anche per abitudini che lo rendevano sperso in quel mondo, e tuttavia ancora curioso e voglioso di conoscere altro. Anarchico forse senza sapere bene che volesse dire, si trovò in quella realtà alla fine a suo agio, anche perchè vicino a via della Tesa c'era una colonia di romagnoli, tutti balzani come lui e alcuni dei quali  ho conosciuto nel 50/60. Parlavano un dialetto quasi incomprensibile e parevano fatti con lo stampino, scuri di pelle e di vestire, insofferenti di regole stupide per la vita personale, indifferenti sul passato di mogli (rare) e amiche e da cui ho avuto molti di questi ricordi. Da notare che non pochi di loro parlavano solo il dialetto di origine, infarcito di un po' di triestino per i vocaboli indispensabili al vivere quotidiano. Ma quella, con gli occhi di oggi, era una specie di prima accoglienza che la gendarmeria controllava da lontano, ottima manodopera per un porto tumultuoso. Poi mio nonno per un qualche motivo si mosse nuovamente, forse solo perchè in quell'impero la libertà di movimento era facile e così girò per la Croazia, la Slovenia e più giù verso la Serbia e la Bosnia curioso e randagio, facendo, in aggiunta al suo, i lavori più diversi perchè ogni buon artigiano sa come imparare e con che cura va trattato il proprio lavoro, specie se nuovo, e non solo perchè ti da da vivere. E  da quelle parti alla fine conobbe, a Lubiana, la Teresa, Klopcich di cognome, dalle influenze croate se non bosniache, quasi certamente arrivata dalla campagna alla città a servizio, e che qualche buon padrone, o suo figliolo, aveva aiutato a produrre il frutto inevitabile: una figlia con altro nome importante Eugenia, che confermava, come il suo Teresa, fedeltà alla casa Asburgo e a tutti i dettami di quella società. I due si piacquero e si sposarono e cominciò la fortuna di mio nonno. Tornarono a Trieste e proprio all'inizio della salita verso S.Giacomo, non lontano dalla colonia romagnola, in un quartiere popolare ma di lavoratori lavoranti, misero in piedi una specie di "gostilna", uno di quei locali dove c'è sempre del maiale che sobbolle in cucina, o un barile di crauti, o una pentola di iota al caldo e, soprattutto, dei sani bicchieri di vino che, pur essendo sicuramente genuini (a parte la diluizione che aumentava all'aumentare del grado di bevuta dell'amico  cliente), ancora qualche tempo fa avevano una bevibilità non proprio aristocratica. E mia nonna Teresa finalmente potè così esplicare tutte le doti di efficienza, capacità di lavoro e di guida che mancavano al suo Augusto, fra l'altro quasi 15 centimetri più basso di lei. Ma i problemi di coppia non erano certo finiti, raccontavano le storie dei vecchietti dell'enclave romagnola che mio nonno amava offrire generosamente da bere agli amici e la nonna altrettanto attentamente cercava di impedirlo e  quindi lui, per evitare sgridate, dava i soldi agli amici che pagavano il conto e ... si tenevano il resto. Storielle molto probabili, se solo penso al suo discendente che scrive qui in questo momento.

Infine , nonostante tutto o forse per tutto questo,  nacquero Bruno, Hugo e Giordano, nomi assegnati con attenzione e non in ordine per non infastidire l'ufficiale d'anagrafe che era garantito dal fatto che il matrimonio era vero. Non era un PACS.  Poi arrivò il 1914 e con lui  in Europa molto di altro a cominciare da Serajevo (se non lo ricordate date un'occhiata ai vostri libri, perchè io mi occupo di storie minime e come questi pesciolini riuscivano a vivere e sopravvivere). L'alternativa a questo punto era ben chiara: i Cremonini erano cittadini italiani per motivi di nascita del capofamiglia e dovevano scegliere, se non volevano dividersi, o tutti internati o tornare in Italia, proprio quell'Italia che aveva sottoscritto patti robusti con Austria e Germania e che improvvisamente, come sempre  grazie allo "esprit flaurentin" come suggeriscono i francesi alludendo al Machiavelli, cercavano di non mantenere. Fu anche per questo che la piccola tribù triestina chiuse tavoli e seggiole in un magazzino e tornò nella sconosciuta Imola dalla sorella e relativo cognato e agli amici e vissuto di un tempo, quello dell'adolescenza, della prima giovinezza, quando tutto è ancora vero, ancora possibile.. Sistemazione piuttosto scomoda, specie per il non proprio ortodosso Augusto che doveva dividere lo spazio con funzionario di banca in carriera. E lì rimasero fino a fine guerra per poi tornare a Trieste, lasciando il primogenito, Bruno, alle cure della amorevole Maria e relativo segaligno marito non benedetti dalla cicogna. Le malelingue del villaggio imolese suggerivano che il Bruno fosse un figliolo non proprio legittimo della sorella di Augusto che, con la scusa della guerra, tornava finalmente dalla madre. Leggende metropolitane, o meglio campestri e ben note anche a mia madre, che era nata e cresceva, con cinque anni in meno, lì vicino.

 E su questo torneremo, ma si doveva in qualche modo spiegare come mai saltasse fuori una suocera, e, per noi piccolini, una nonna che arrivava da tanto lontano e anche così diversa dagli altri coabitanti se non altro per la statura, tanto che qualcuno nel parentado cercò di spiegare da questo come mai io marciassi verso il metro e ottanta mentre tutti gli altri erano 10/20 centimetri meno. Ma all'epoca non si poteva prevedere questo insolito fatto, perchè ero ancora piccolino piccolino e molto magrino, tanto che arrivai a 28 chili solo verso gli 11 anni compiuti, ma chili efficienti e linguacciuti e insofferenti di troppi vincoli e regole nonostante le botte, non proprio metaforiche e non solo in famiglia. Del resto,  le pene corporali scolastiche da quanti anni  sono state abolite nella G.B., ma  rimaste legalmente nella loro educazione familiare?

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sabato, 26 novembre 2005

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venerdì, 25 novembre 2005

(6.0.0)   da S. Prospero al Nord, via Ravenna per

                                               raggiungere il ...   DUCE! DUCE! DUCE!

E così, nell'estate del '43 il Benito tornò a Ravenna, mentre il piccolo Italo restava in campagna coccolato e vezzeggiato dalla Bianchina; stavano per scadere i famosi tre anni per riprendere il discorso al Rizzoli ed era più comodo Ravenna Bologna che dalla campagna a Bologna. E forse, chissà, l'aver sacrificato un'altra creatura rendeva necessario sentire vicino qualcosa di caldo e di vivo. Tutto sommato credo di esserci tornato volentieri, i mesi, i qualche anno a quell'età sono importanti e poi quelli un po' sfigati, o in altro modo abili come si dice adesso, per compensazione hanno spesso un'età mentale migliore (almeno quello, poi magari a 18 anni lo scrivi su un cartello e chissà che qualcuna non lo legga).

Io non ricordo che ci sia stato un 25 luglio, a dire la verità non ricordo neppure un 8 settembre, penso che in quella periferia dell'impero ci fosse una situazione piuttosto opaca e controllata. La Ravenna di allora era un piccolo centro, una miniatura bizantina in un contesto di miseria e bracciantato sfottente e più orientato alle scorciatoie che alla continuità. Il porto era di là da venire, la ferrovia ancor oggi collega malamente Ferrara e Rimini, a cui si arriva meglio via Bologna. Come porti, almeno da pesca, erano certamente meglio Comacchio (da quelle parti scappava Garibaldi) e ancor più Goro o Chioggia con quei bei barconi mediterranei o perfino Cervia. Di un qualche interesse qualche fornace, una ha dato nome anche a una frazione oggi un tutt'unico, e una fabbrica di scarpe di gomma (o da tennis, come si diceva allora) la Callegari nota parecchio anche con altri marchi. Questa fabbrica era luogo di lavoro per molte ragazze e luogo di caccia per gli sfrontati giovani ravennati, che ogni tanto si premuravano anche di fare qualche giornata al porto. Beffarde e rassegnate le donne del popolo ravennate sapevano cosa dovevano aspettarsi dai loro maschiotti e vi si dedicavano con intenso piacere, sapendo badare a lavoro figli e casa con efficienza grintosamente sorridente. E qualche esemplare c'è ancora mimetizzata da assitente di bagno, di piadineria, di pensione ma effettiva ed efficiente manager. Un po' indolenti come un antico ferrarese, ma allegri e spavaldi come dei veri romagnoli, con un accento un po' più largo, ma non li dovete cercare a Marina, meglio verso Casal Borsetti o il Lido di Dante o Porto Corsini lungo quelle lunghe strade che in qualche modo arrivano al mare.

Ma di tutto questo quel bimbo presto ragazzino niente sapeva, come Ravenna non sapeva che neanche 15 anni dopo un ferrarese (Ferruzzi), un onorevole ravennate, il più onesto e ottimo paravento (Zaccagnini), un senatore e più volte ministro, Medici, del modenese (onorato nel 2002 di una calda commemorazione del caro presidente della Camera Casini) e, ultimo ma non certo per importanza, il gran capo dell'ENI, Enrico Mattei avrebbero trasformata quella sonnolenta e ribalda cittadina in un polo industriale e anche portuale fondamentale per l'economia italiana tutta e a cui i bravi ravennati originari sono tutt'oggi ostentamente estranei, preferendo ancora lo sport principe dei loro padri e nonni.

Fu comunque lì che conobbi cosa è, o era, un bombardamento notturno. Niente di tragico, gli aerei erano avvistati tempestivamente, suonava l'allarme, via in bicicletta con la mamma e i necessari accessori quando si ha un bimbo ancora da crescere da via Fiume a Tommaso Gulli (dove c'era la scuola e quel lazzarone di illustre oculista che mi aveva sinistrato l'occhio sinistro, sfiga + sfiga), sorpasso sulla ferrovia, avanti dritto più avanti il palazzo di Teodorico poi ancora un po' e la casermetta con il babbo ansioso ad aspettare. Il rifugio, l'ho detto un po' di parole fa, era la camera mortuaria, non so perchè, infatti era una torre con un soffitto alto e una piattaforma rotonda alla base, dove venivano posate le bare. Poi arrivarono le bombe, una sola vicino, tutte le altre verso l'inizio del Candiano e la Stazione, obiettivi ormai abituali.

Il clima, nel ricordo, era del tipo passerà anche questa, come sta il bimbo, e sua suocera come mai non c'è, pensi un po'... E così, avvolto nello scialle con il calore di tutte quelle persone attorno perchè non dormire in pace? ed è la vera sensazione che mi è rimasta: curiosità, qualche vibrazione e una bella dormita. Sono stato in situazioni analoghe a Bologna, attraversando il Po', etc., mai il terrore nel ricordo e credo di dovere per questo grande riconoscenza ai miei giovani genitori. Se proprio ho avuto qualche ricordo brividoso mi devo rifare a una gita scolastica con i miei studenti a Gardaland pochi anni fa, su quelle maledette poltroncine che sussultano, scricchiolano, si agitano, sobbalzano in sintonia con la proiezione e i suoni terribili e terrificanti e rintronanti e gli occhi chiusi e le mani avvinghiate ai braccioli e la vocina di una mia allieva, compassionevole, prooff., apra gli occhi, è finita, andiamo! Ecco quello è stato il vero momento di terrore della mia vita. Nemmeno le due volte in autostrada fra tir che bruciavano. Che strani gli umani, vero?

Ma del viaggio da Ravenna, Bologna, Casalbuttano parleremo un'altra volta. Sapete è come cercare di ottenere una foto da una pellicola invecchiata, quelle di un tempo, con l'immagine latente che affiora pian piano e attenti a non forzare concentrazione, temperatura e pH perchè poi, con il fissaggio, si blocca tutto e chi ha avuto ha avuto.

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mercoledì, 23 novembre 2005

(5.1) ... continua, ancora quello

Il Natale non aveva poi molto di nuovo, certo il cappone, i tortellini, i ravioli fatti di ciambella e ripieni di castagnata e bagnati nel rosolio. La vigilia, quella sì, era stata una novità con i caplaz, i cappellacci, grandi enormi di sfoglia vagamente dolce, anch'essi ripieni di una specie di budino di castagne e sopra la saba, parente stretta dei sughi già citati. Sapori oggi certamente non proponibili perchè uniscono il dolce dello zucchero d'uva a quello asprigno degli acidi (il tartarico ad esempio) e quello allappante del tannino, senza il solito grasso e dolciastro aromatizzato sapore delle merendine. E siccome era vigilia non era mancata una bella padellata di uova fritte e di, udite, udite patate fritte, non quelle tagliate regolari in serie e poi surgelate, ma quelle belle patatone fritte in un padellone a base di strutto e su un fuocone che ti cuoceva anche a guardarlo entrando in casa. E poi c'eravamo solo noi pochi bimbi, le donne, lo zione e jusfina e fitona (non più fita, la cintura ormai si allacciava all'inguine|) erano andati in parenti. Le filastrocche dello zione erano un po' aiutate dal bottiglione di vino rigorosamente annacquato (1 di vino 3 di acqua), però sul tardi anche per noi un dito di quella ambrosia (tornate a 6 anni) fatta di albana e trebbiano asciugati al sole e poi ammostate all'antica, quello sì che poteva essere chiamato santo, se l'attuale cavaliere naturalmente lo consente.

C'era un accenno di presepe, non c'erano i doni, allora c'era la befana, anzi la befana fascista con lo zione responsabile di quella che sarebbe qualche anno dopo diventata la casa del popolo. Tutto lì, non proprio, perchè niente scuola e tempo di libero per correre attorno a casa e fare arrabbiare un po' tutti, ma anche per un gioco insolito nato forse dal troppo tempo disponibile, il clima di festa e le idee balzane che talvolta vengono ai più grandini. Fatto sta che ci trovammo sulla poca paglia del pavimento della stalla della cavalla, la mia cuginetta coetanea sotto e io sopra e i miei cugini di quattro anni più grandi a convincerci a fare un qualcosa che l'età non riusciva a comprendere, nè il contatto esplicito riusciva a suscitare tanto che, a imitare una conclusione "conosciuta" dai più grandi, arrivò l'invito a fare pipì (veramente la frase che mi ricordo è "pisciaci sopra"). Miracoli della vita campestre, dove era normale l'osservazione del comportamento del mondo animale che ci circondava, a partire da qualche pecora e capra e alle signore maiale che toccava spesso a noi piccoli accompagnare alla casa del signor verro, attrezzato e affettuoso strumento di riproduzione. E anche fatti che nella loro naturalità non lasciavano traccie, almeno immediate.

Intanto però la vita a Ravenna continuava, mia madre aveva risolto in modo non proprio indifferente le conseguenze di un eccesso di entusiasmo di mio padre in licenza. Era una bimba, mi disse anni dopo, non solo maschi. Ma tant'è. Santa madre chiesa la colpevolizzò per anni (peccato non da prete normale, ma da Vescovo o addetto competente), non bastava il suo sentirsi uno straccio perchè la retromarcia quella volta non aveva avuto tempestivo successo, 30nni lei, 35 mio padre, timori, guerra, futuro incerto ma che importa! Poi mio padre tornò in Ucraina, dove tutto sommato non erano sgraditi e dove, da bravo cuoco e sarto qual era, era stato aggregato al Comando. E le lettere quasi quotidiane parlavano ancora di avanzate a centinaia di chilometri. Poi quaranta giorni di silenzio e un avviso dalla casermetta, mio padre era a Bologna, nel reparto contumacia, dove cioè ci si ripuliva da pidocchi e simili disavventure. Qualcosa era successo, l'invitta avanzata si era interrotta, qualcosa era successo a Stalingrado, ma la Russia è grande, ma erano in casa loro e anche gli amici ucraini, non troppo amici dei russi, cominciarono a far capire agli italiani che non era aria. Cominciò il ripiegamento, tutto sommato non poi così scomodo, se non fosse che il gruppo comando una mattina si scordò di svegliare il caporalmaggiore (non ricordo come l'analogo si chiamasse nella MVSN) Bruno Cremonini e un altro suo collega che così camminarono per qualche cento chilometri, col cavolo che i radi camion tedeschi li caricarono. Poi in qualche modo si ricollegarono al comando della 3 gennaio e furono fra i non molti dell'ARMIR a tornare a casa senza un graffio e altri inconvenienti, a parte un po' di pidocchi e qualche piccolo guaio ai piedi, visto che là non faceva proprio caldo e calzettoni e "pezze", scusate fasce, non sono eterne. Non ho mai saputo molto di più o, forse, nemmeno io gli ho mai chiesto qualcosa di più.

Mi ero dimenticato un fatto buffo, anche se rendeva l'idea dell'attenzione alle relazioni interpersonali del regime, era arrivato a mia madre un capace baule, contenente parmigiano, pasta, scatolette di carne, gallette e altro, nominalmente inviate da mio padre dal fronte: e questo per sottolineare come stessero bene i nostri soldati. Quelli vivi. Gli altri erano dispersi e sarebbero tornati, o se sarebbero tornati.

Ma eravamo ormai nell'estate del '43, si avvicinava l'8 settembre, ma in questa parte d'Italia ben poco si avvertiva se non l'arrivo, da noi piccoli, imprevisto dei tedeschi. Avevano posto il campo nel podere di fronte, bello con tutte le tende ordinate, gentili, impeccabili. Il comando era in casa dei miei nonni, qualcuno poi ha detto che c'era anche Kesserling, non ci giurerei, quello invece su cui posso giurare è che ho fatto delle merende favolose: fette di pane nero ricoperte di pasta d'acciughe! Non so il nome del caporale o sergente o semplicemente soldato con cui io e mia cugina avevamo fatto amicizia, ma il ricordo tranquillo, affettuoso, caldo che ho mi fa pensare che fosse come uno di quei tanti padri che le decisioni di pochi avevano mandato a conquistare il mondo e che, non appena capitava, venivano immalinconiti dai ricordi, dalla casa lontana, della tranquilla vita di paese. E' anche vere che all'epoca però tutti erano eroi, le adunate, i sabati fascisti, i riti, le divise a esibire le panze, tutto serviva a sentirsi mobilitati e le scosse di assestamento dopo la prima tragica grande guerra civile europea erano improvvisamente esplose in un terremoto ancora peggiore, in una resa dei conti in cui l'Europa, finalmente!, riuscì a non contare più niente e anche a rendersene conto. Ma il piano inclinato era tremendo e la cocciutaggine, il non voler vedere la realtà portava sempre più verso il peggio, come nelle aziende che anzichè dare uno stop rincorrono le scadenze, le cambiali, gli assegni post-datatie così un banale piccolo fallimento diventa una paurosa débacle condita di obbrobri, passi falsi che nelle aziende sono in fondo solo problemi di soldi, nelle guerre si misurano a centinaia di migliaia, a milioni, di morti, di case e mondi distrutti, di generazioni annientate, di odi successivi alimentati ad arte perchè così pian piano i reali vincitori possono vincere realmente e oltre che succhiare quanto di materiale i vinti e i vincitori locali hanno, ne succhiano anche civiltà, principi, riti, abitudini perchè la vita deve vincere e, fortunatamente devo dire, per sopravvivere non c'è abiezione a cui si possa dire di no.

Ma non era così drammatico per i cuccioli d'uomo. Il mio fratellino mi aveva raggiunto ed era andato nella casa altra, a Maduno. Era piccolo, solo tre anni, ed era coccolato dalla Bianchina, la moglie del primogenito, e c'erano anche due cugine grandicelle (13 e 11 anni) e i miei due cugini visti sopra. Tutti però inesperti evidentemente, mio fratello, come a volte capita, se l'era fatta nei pantaloncini e i due baldi cuginetti lo stavano pulendo con la scopa e a secchiate d'acqua. Fortunatamente arrivarono i soccorsi in tempo. Soccorsi tanto adorati che quando mia madre e mio padre, in bicicletta da Ravenna, vennero per riportarci a casa, dovettero rinunciare perchè il mio fratellino non voleva lasciare quella che era la sua vera mamma! Già, allora i bambini non erano poi così contenti di vivere in città.

Alla fine, comunque, si tornò tutti a Ravenna e ci venne a trovare anche la nonna Teresa, da Trieste, e, anche noi, andammo a Trieste a trovare gli altri zii, Giordano e Hugo e la graziosissima cuginetta, Lidia. Prego notare cosa succede se fra Giordano e Hugo inserite Bruno (mio padre): la foto di mio nonno, Augusto, giovane anarchico che a fine '800 aveva trovato non sicuro restare a Imola sotto le attenzioni dei piumati tutori dell'ordine. Come vedete si aprono nuovi scenari, dalla Romagna sanguigna, irresponsabile, facile agli innamoramenti di donne e di rivoluzioni, alla terra di confine con un nonno anarchico, morto giovane, e una croata, Teresa Klopcich, che forse era l'unica italiana nella coppia.

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martedì, 22 novembre 2005

(5.1) e così è giunto il momento...

Abbiamo lasciato l'aia tutta compresa ed intenta ad ammirare le fantasmagorie della guerra, quasi uno spettacolo cinematografico, all'epoca però non così abituale per chi stava in campagna. Noi, invece, siamo ben abituati solo che pensiamo a Bagdad 1 e 2, tanto che persino chi è lì penso talvolta non si renda ben  conto se tutto all'intorno è veramente reale o se sono semplicemente le comparse di un film o magari un bel reality. E sarà solo all'arrivo dentro un apposito contenitore con bandiera che gli altri, quelli che sono figli, genitori, mogli, amanti, gli amici del bar e dello stadio e non autorità per mestiere partecipi e commossi che capiranno che la pellicola è uscita dallo schermo per far parte della vita reale di ognuno.    Come successe anche allora.

Ma prima di quell'estate del '43 ci fu il primo Natale e il primo capod'anno che io ricordi.

Già il Natale! Ma la festa vera era cominciata un paio di settimane prima e che festa! Nello stalletto quello a destra del cancello d'entrata, sotto il pollaio e davanti al luogo di decenza (la turca, il cesso), un locale alto non più di un metro e quaranta suddiviso in tre ambienti di circa 8/10 mq, c'erano i signori del prosciutto: due magroni, in una stanza, e due scrofe, una ogni altra stanza come si compete a delle produttrici signore non destinate al sacrificio rutuale. Erano i due "magroni", belli e asciutti maiali non ancora condannati al magro assoluto attuale, dotati di ottime quantità di lardo, pancetta, strutto e di prosciutti dove il grasso profumato faceva da custode a quel dolce e rosato nettare mantenendolo morbido anche qualora il taglio fosse rinnovato solo quotidianamente.

La condanna era stata già edittata poche settimane dopo la nascita, loro avevano la stoffa per crescere giusti, gli altri confratelli, una quindicina al massimo, sarebbero stati venduti quando il peso era quello atteso dal mercato e sarebbero stati destinati all'ingrasso ed alla giusta fine in altre case, in altre fattorie, con altri macellai.

I preparativi erano quasi incomprensibili, era la mia prima volta: veniva rizzata una scala di legno robusta, si portava un paiolo grande e si faceva fuoco sotto, l'erpice era a portata di mani e un po' di sani cordami erano verificati. Naturalmente c'era chi stava facendo l'inventario dei coltelli alla ricerca di quello giusto e con abili colpi di selce ne veniva ben affilata la lama. La lama era non più lunga di 20 centimetri e con un punta ben formata, tanto che i primi 5/6 centimetri erano al massimo larghi 2/3 centimetri, a forza di arrotature. Lo zio Primo, il più simpatico, il secondo della serie (chissà poi perchè Primo!), detto Mezzanòt (mai a casa prima e alle 4 in piedi), si preparava nella parte di norcino. Gli altri giovanotti erano pronti. Finalmente il primo veniva fatto uscire, ma proprio quando stavano per agganciargli il canapino alla bocca aperta stringendo poi il cappio attorno ai denti, quello se la diede a gambe. Fantastica quella corsa, con il signor magrone al galoppo e gli altri dietro a vedere chi si sfiancava prima, ma gli altri erano troppi e quel ricciolo di coda e le orecchie, due come sempre, diventarono appigli fenomenali. Lo abbrancarono e sebbene fosse scivoloso lo riportarono sul luogo di esecuzione e fu rovesciato sull'erpice (i denti dell'erpice erano rivolti a terra) e legato zampa dietro zampa e con il cappio a stringere e tenere ferma la testa e lo zio mezanòt a dare il colpo giusto, unico e solo, a interrompere la giugulare e poi qualche altro ad allargare e permettere lo spurgo del sangue che usciva rosso fumante sotto i miei occhi estasiati a quello spettacolo sconosciuto.

Poi il signor magrone venne appeso per le zampe posteriori e attaccato a testa in giù perchè il sangue uscisse tutto e la carne, il guanciale, non assumesse così un colore troppo scuro e ci fosse un bel po' di sangue per il dolce favoloso rituale, "é  burlengh".

Ma tutto l'affare del maiale non è una cosa semplice ed anche quando viene poi aperto e poi diviso dapprima in mezzene e poi quarti si è solo all'inizio ed era lo zione l'esperto a questo punto. Non gliene fregava a nessuno del filetto se non per vedere se sarebbe uscita una coppa, "la coppa", valida per forma e consistenza; l'importante era tutto il resto, che carne destinare ai salami, il lardo migliore da tagliare a dadini per unirlo al trito del salame, il giusto rapporto di magro e lardo per le salsiccie.  Intanto nel paiolo sobbollivano la testa, le ossa, le parti cartilaginose, i tendini tutte parti destinate alla coppa di testa, la prima che si sarebbe mangiata senza stagionatura. E poi tutto il grasso, il lardo non rosato, sezionato ridotto a dadini portato sul fuoco per fondere, operazione lenta per non rovinare il grasso e che si sarebbe conclusa con il riempimento delle vesciche comprate (non certo la plastica di oggi) apposta dove il grasso fuso appena sopra la temperatura di fusione veniva colato. Versata la parte surnatante il resto veniva versato in una federa e passata alla pressa per smagrire il più possibile, ma non troppo troppo, i residui quei ciccioli nella versione della Romagna, non quelli secchi e croccanti dal bolognese in su, questi sono belli morbidi profumati e ...grassi.

Ma c'erano almeno 8/10 persone a lavorare, chi sezionava la carne e la passava al tritacarne, azionato a mano che ogni tanto si prendeva anche qualche punta di dito là dove si preme e se non si usa il pomello di legno indispensabile. Altre preparavano "é burlengh" macinando noci, mandorle, uno o due semi di pesca (avrebbero conferito l'odore di  liberando dall'amigdalina quel po' di cianuro che il seme contiene, per effetto del calore durante la cottura al forno) e uva passa, ottenuta in casa appesa al muro esposto al sole dall'ottobre, e poi la ciambella classica che stava al fondo della teglia.

Con il residuo della bollitura sopra ricordata si faceva un ottimo e saporito brodo, vagamente asprigno, dentro cui si cuocevano i fagioli per il giorno dopo. E poi il forno da scaldare e il vino nuovo da controllare com'era, e "i sugal", i sughi ottenuti dalla concentrazione del mosto muto tenuto da parte per l'occasione. E i bambini, e i gatti e perfino il cane, una volta tanto non più alla catena ad arricchire il casino e la festa.

Ecco, il Natale era cominciato da lì. e persino mia nonna una volta tanto dimenticava d'essere così sparagnina attenta com'era che tutto fosse pronto prima della richiesta, che tele, coltelli, terrine fossero pronte all'occorrenza, che il fuoco sotto i paioli fosse giusto, e così sotto il grasso in fusione. E tutti i riti pagani che corrono sotto la lieve scorza cristiana emergevano tranquilli nelle occhiate verso le zie accaldate e ben dotate, negli inviti agli ospiti "per caso" di passaggio, nelle bottiglie stappate e complimentate e nell'aver dimenticato orari e cadenze abituali e nell'occhiata alla stanza dove si appendevano salami e prosciutti a stagionare che scendevano dai soffitti a prova di corna, come qualcuno immancabilmente diceva e a garantire che anche quell'anno che volgeva al termine si sarebbe concluso bene.

Certo nessuno poteva immaginare che il Natale successivo si sarebbe festeggiato con il comando tedesco in casa, ma anche questa sarà un'altra storia. 

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categorie: politica, storia, cronaca, biografia
domenica, 20 novembre 2005

postato da: bkrema alle ore 23:49 | link | commenti (7)
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(5.1) spettacolo meraviglioso.

Ormai il piccolo Benito si è ambientato bene nella casa madre (la caranta) ed è forse per quello che non ha ricordi precisi nè di mamma Valda (come le pastiglie, così diceva convinta e sena sorriderne) nè del fratellino Italo. Forse, anticipando il suo carattere di futuro apolide, casa sua era là dove in quel momento era e, poi, la zia Carolina era un ottimo, giovane e, come capirà non troppi anni dopo, gradevolissimo sostituto sia nell'aspetto che nel carattere. I bambini, così come i gatti e, qualche volta, i cani hanno un sesto senso verso chi gli vuol bene e ne sanno approfittarne ed ero anche un bambino particolarmente interessante che faceva sentire più grande l'ultima arrivata in casa Geminiani: il fratello maggiore, Canxzì (Arcangelo) era del 1902 e lei del 1923, classico incidente undici anni dopo l'ultima, mia madre. Già due femmine dopo cinque maschi; anche se veramente c'era stata anche un'altra femmina ma era morta, con la spagnola. Cose che succedono, già, con tanti figli. Quando stava per nascere il primo, nel 1902, mia nonna lasciò la zappa dicendo  è ora, chiamate la levatrice. Quando quella arrivò era tutto già finito, l'aveva assistita una sorella di mio nonno.

La mattina dopo tornò a zappare. 

Questi discorsi, apparentemente inutili o dispersivi, solo per far capire che la frequentazione fra me e lei era particolarmente stretta specie la sera. Già, in campagna e per altri anni ancora, non è che una ragazza di quasi vent'anni uscisse con le amiche, o si attaccasse al telefono, o scrivesse sul suo blog, niente di tutto questo, stava in casa. Ma in casa c'erano tre fratelli, uno ancora scapolo, gli altri due su e giù per il fronte, due cognate con figli (cioè figlie, 1 di quasi 7 e 1 di quasi 1) e due genitori e un prozio e un paio di garzoni (ci sarà il tempo per capire cos'era un garzone) e poi io, e la sera è lunga. Non dimentichiamo che in campagna gli orari sono immutabili e implacabili: cena alle 6 (d'estate alle 7 perchè nelle ore più calde c'è un po' di pausa) e alle 18.30 tutto finito, serata libera, i maschi all'osteria (no, non siamo al Nord, non a bere, troppo) per la partita a carte, discutere di prezzi e mercato, andare a "trebbo" (i non sposati).

E le donne? Ce ne sono di cose, riordinare la biancheria, tagliare e cucire le stoffe per i pantaloni o le camicie ed anche le "parone". Non so il significato, nè la derivazione di questo termine, che indicava una specie di camice da lavoro lungo al ginocchio e con un collo finito a collarino. Questo tipo particolare di collo, con l'aggiunta di un fazzolettone (o foulard) impediva alla polvere di penetrare e impastarsi con il sudore e  non era la livrea per i lavori nei campi, serviva, e ancor oggi in Romagna è usata, per le attività connesse alla stalla: infatti il polverino peggiore non è quello della terra ma quello legato ai foraggi, quasi sempre a taglio frastagliato e ricco di microorganismi e molecoline che sono la fine del mondo a contatto della pelle e del sudore.

In effetti la giovane ragazza era andata a scuola di cucito, dalla sarta del villaggio, e sapeva il fatto suo e e, non dimentichiamolo,  per lei, c'era anche il corredo da preparare e ... ricamare. E' vero che c'erano solo dei filarini che venivano a "trebbo" la sera del lunedì, mercoledì e venerdì, con la scusa delle chiacchiere fra amici (maschi)., ma bisogna essere previdenti.  Le altre sere, martedì, giovedì e sabato per i fidanzati, la domenica variabile, di solito il pomeriggio, quando non si andava a trovare parenti, i vivi a casa loro, gli altri al cimitero. E i "vecchi" a fare i rompicoglioni, tanto che i momenti di intimità erano al momento del saluto, accompagnando l'interessato qualche metro fuori porta. In uno di questi veloci, mi auguro non troppo, saluti fui concepito io. Talvolta, se erano solo filarini, bastavano i nipotini come me a garantire la salubrità morale,  e così, ogni tanto, dopo cena con il sole ancora vivo mia zia mi portava a spasso, nell'aia o lungo la "carxzé", la carrareccia in mezzo ai campi, con la scusa di ripassare compiti e lezioni e per avere il tempo di valutare e conoscere pregi e difetti del o dei filarini di turno.

E fu anche così che al calar del sole scoprii tutti quei puntini luminosi che la mancanza di illuminazione pubblica rendeva ancor più splendenti, specie se la luna era un po' smangiata e fu anche così che una sera uscirono anche tutti gli altri sull'aia: in direzione Nord-Est, o quasi, sono scarso in materia, stavano fiorendo tante luci, come tanti piccoli soli tanto che tutti assieme parevano quasi un' alba e, non so se realtà o impressione, si sentiva come un brontolio cupo e sommesso. Bello! proprio bello!   ma non erano fuochi artificiali (fra l'altro abbastanza rari) e fu Gianò, lo zione, a rompere il ghiaccio: stanno bombardando Ravenna, sono i bengala, adesso lo fanno anche di notte.

A parte lui, nessun altro di noi lo sapeva, i giornali radio non parlavano certo di questo, nel 1943, giornali non ce n'erano e mio nonno, frequentatore dei mercati, assentì gli altri, tutti noi, eravamo stati protetti: quello che non si sa non fa mai male. Ci fu una frase che non capii, subito, la Valda è...e  "il là sotto" smorì sulle labbra di mia zia  anche per l'occhiata di mia nonna .  Io ne capii il senso, e solo in parte, mesi dopo perchè a Ravenna, sotto le bombe, in un rifugio insolito (la camera mortuaria della "casermetta", il luogo dove mio padre lavorava quando non era in Russia), conobbi il sibilo dell'arrivo, diagnosticato velocemente dagli habitué per qualità e direzione, che anticipava lo scoppio e il vibrare dei muri e dei vetri e ormai nessuno neppure diceva "è andata" e i bimbi, come me, alla fine riprendevano a dormire.

La mattina dopo arrivò anche troppo tardi e chissà se anche gli altri avevano visto, se no c'erano delle novità importanti come infatti accadde o perchè erano già andati a dormire o perchè la posizione non lo consentiva e solo noi, io e mia cugina, tra tutti i compagni di scuola avevano cosa dire e raccontare. Poi sentii le "donne" in casa che parlavano di una seta ottima per le camicette che saltavano fuori dai paracadute dei bengala ed era proprio così che  cominciavo a conoscere pian piano i vocaboli e il linguaggio della guerra, fino ad allora lontana e misteriosa, specie in campagna dove il razionamento certo non si avvertiva e quando un cucciolo ha la panciapiena (sic) è già vicino alla felicità.

Quella seta meravigliosa!  "Now Yelp Little Old Nippon" e ora guaisci piccolo vecchio Giappone, dicono che scandisse felice il vecchio Dupont, grande padrone dell'omonimo gruppo chimico americano, che alcuni anni prima, finalmente per loro!, aveva risolto un problema importante: svincolare gli USA dal cartello della seta formato da Giappone, Spagna e, strano ma vero, Italia. Già perchè la guerra sul Pacifico senza truppe aviotrasportate non si fa e i paracadute senza seta non si facevano, ma con il NYLON allora sì tutto diventava "più meglio" ed era stato  già  risolto anche il problema dei pneumatici ("degli" lega i denti) e quello degli antimalarici. Ma di questo parleremo poi, sono solo in prima elementare e la laurea in chimica arriverà fra molti anni ancora. Non poi tanti, meno di venti, anzi solo diciotto (solo il doppio del già vissuto). Come è lungo il viaggio per quelle piccole gambe, ma come guardano lontano quegli occhi impazienti!

Ma è domenica, la Juve ha vinto e il Milan ha perso, così la Fiorentina è lì, l'Inter al momento ... poi chissà!  Domani affronterò, se ci riesco a trovare la strada, come a poco più di sei anni fui iniziato, senza capirlo, ai misteri del sesso, quello etero e non pedofilo.

postato da: bkrema alle ore 21:38 | link | commenti
categorie: politica, storia, cronaca, biografia
sabato, 19 novembre 2005

(5.0.nota) la casa avita, per parte di madre. ** la grafica e l'impaginazione fanno pena. Lo so.

Anche se non sono il Manzoni suppongo che i guardanti di questo blog saranno almeno 26, vale a dire almeno la metà degli amici parenti e conoscenti e dei prezzolati vari che incontro uscendo la mattina e trovo parcheggiati negli internet e call di questa Lombardia bresciana. Ma è non solo per me, quasi un autoesorcismo, che mi diverto a ricordare quello che sembra, e lo è,  solo ieri, mentre per molti altri o non è neppure immaginato o, se lo hanno vissuto, vogliono semplicemente non ricordare. E' come se uno volesse capire verso dove sta andando senza voler conoscere o ricordare da dove si è partiti e questo solo un nonno fa. E io prendo proprio da un nonno all'altro la misura del tempo, perchè mentre madri e figlie litigano e poi litigano ma assieme parlano, unite anche dalla fisiologia loro particolare, i padri e figli hanno altro da fare e di cui preoccuparsi, mentre i nonni (quelli maschi) invece, se vogliono e non piagnucolano solo rimpiangendo "ai miei tempi", hanno il tempo e i ricordi vivi, soprattutto quelli lontani anche in presenza del signor Alzheimer, così da poterli trasmettere ai nipoti che, lo posso garantire, anche a pochi anni hanno voglia di ascoltare e capire.

ma torniamo alla nota

La casa di S.Prospero, al numero 35 della via Lughese, è ancora lì, un quadrilatero massiccio anche se non turrito di 20 metri per 20, subito prima di voltare a sinistra verso Mordano e poi Bagnara e Lugo e via verso Ravenna, dopo Bagnacavallo. Era la strada che i birocciai facevano abitualmente, spesso carichi di sabbia andando da Ravenna verso Bologna, ottanta chilometri, una giornata di cammino. A Bagnacavallo una piccola sosta per rinfrancare il motore e dargli una bagnata (e consentire al o ai cavalli bere e pisciare in santa pace), a Bagnara dare un po' d'acqua al carico perchè non spolverasse (e pesasse di più, ma importava meno, la sabbia è stata sempre trattata a volume). Un'ora o poco più dopo c'era la casa "La caranta" dove spesso si fermavano a bere l'acqua fresca del pozzo o, se mia nonna non vedeva, un bicchiere di vino abbondantemente diluito. Occore segnalare un particolare, perchè è spesso dalle piccole cose che si capisce a volte la realtà, non era la casa dei nonni o del nonno, era la casa di mia nonna, anche se lei vi era entrata da sposa e non da proprietaria. Ma, in Romagna, anche nella Romagna meno anarchica e rossa come questa che andava a Messa, la padrona e signora della casa era la donna. E non padrona per ossequio e rispetto, non semplice ministro senza portafoglio o doverosa richiesta per poter spendere, padrona a pieno titolo e anche però padrona, ahimè per loro, delle future nuore a cui era lasciato come unico luogo di potere la stanza matrimoniale (finchè scaldava) e i figli, finchè non toccava passare fra le forze produttive.

Ma è della casa che volevo parlare, a 10 metri dalla strada con la facciata divisa in due dalla porta d'entrata (quella per gli umani) e dal portone da cui si accedeva all'abbeveratoio, con tanto di pozzo, e poi alla stalla. All'interno una scala interrompeva la continuità e permetteva di salire al primo piano dove erano le singole stanze assegnate ai figlioli sposati (3) e agli scapoli o solo adolescenti (2). I piccoli, elementari comprese, con i genitori (tanto andavano a letto presto e se c'erano gemiti, loro dormivano già!)  Al piano terra la sala da pranzo/cucina/soggiorno era almeno 50 metri quadri con un focolare con tanto di sedili lateali e il posto per le fascine (fasci di potature di vite) a destra guardando e dall'altra parte l'acquaio capace di piatti e bicchieri e posate anche di 30 persone, confinante con una mastodontica cucina economica a legna, sopra la quale sobbollivano con continuità intingoli, cioè lo stufato di pollo, e ragù. L'arredamento era essenziale, o quasi: al centro il tavolo allungabile che a riposo ospitava fino a 14 persone fra grandi e piccoli e in piena attività arrivvava a 22/24. Di fianco a destra entrando il vero centro dell'appetito: un enorme tagliere ripiegabile a parete da cui uscivano tagliatelle, ravioli, cappelletti (i tortellini sono emiliani, per favore!), maccheroni sul pettine e, dopo l'arrivo della macchina rigorosamento a motore umano, maccheroni e spaghetti e qualsiasi altra diavoleria si potesse trafilare. Su questo tagliere, ormai a riposo dopo aver tanto diretto, mangiava mia nonna e dopo che tutti erano a posto e serviti (dalla nuora o dalla figlia o dalla nipote in età giusta). Onestamente io preferivo l'altra casa, quella nell'ansa del Santerno, questi fondatori di dinastie sono estremamente parsimoniosi e se qui un pollo serviva per 14, nell'altra casa serviva per 8 e me che 9 e in più nella madia c'era sempre salame e pancetta non controllata e, fra i pasti, a ben cercare anche qualche uovo sodo o un pezzo di ciambella.

 Però non confondetevi, il primo era a mezzogiorno, il secondo, cioè la pietanza, alla sera, al resto pensava il contorno che era particolarmente ricco e vario: radicchio di campo a mezzogiorno e sera con abbondanza di aceto e l'olio dagli anni '50, prima quasi sconosciuto: si usava rosolare il lardo e così bello caldo si versava sulla verdura, quella sì fresca di giornata dalla produzione al consumo.  Però non bisogna dimenticare la colazione, a parte il bovaro che si alzava fra le 3 e le 4, gli altri erano in campagna alle 6 e alle quasi otto tornavano per la colazione. In questo modo le madri avevano già spazzato, rassettato casa e figli (secodo una comoda tradizione riordinare la sera portava male!) e si procedeva alla colazione: una fetta di prosciutto stagionato alta oltre un centimetro e dimensionata su una pagnotta da quasi mezzo chilo, veniva cotta lentamente sulla brace mentre si pianificava il lavoro della giornata e si prendevano in giro i più piccoli con le storie più inverosimili.  Qualche volta poi, specie la domenica, c'erano delle enormi padellate di favolose patate fritte nello strutto o di uova, anch'esse fritte, a valanga. Finita la colazione i grandi tornavano in campagna e i piccoli a scuola, se in età. Quindi nel bilancio dei pagamenti con l'esterno l'alimentazione incideva  ben poco, visto che fuori si comprava solo il "magro", cioè la carne tritata di manzo per il ragù, quando non era ottenuto dalle ragaglie di pollo (favoloso, ma l'appetito giovanile rende favolosa anche la ghiaia), il sale lo zucchero e quasi nient'altro.

Perso nei sogni legati al tagliere non ho finito di descrivere l'arredamento: a sinistra entrando la credenza e vista l'ampiezza non era da dubitare che contenesse piatti e posate e bicchieri per tutta la truppa, di fronte, entrando, una madia dove riposava la "levadura" settimanale fra una cottura del pane e l'altra e le riserve, il prosciutto in via di consumo, qualche salame, a volte vi pendeva, morto, un pollo o un'anatra appesa per i piedi perchè il sangue andasse tutto fra collo e testa. Quegli ultimi due mobili, che nei miei ricordi erano, assieme al tavolo e il tagliere, "la casa",  e che erano lì da quel 1900 tondo in cui la casa fu finita e i miei nonni vi arrivarono, una volta morta anche mia nonna e sciolta la comunanza furono velocemente sostituiti da ottimi mobili in laminato plastico e neppure di qualità, comunque di sana formica superlavabile e proprio come nelle case di città. Quelle povere. E fecero così la fine di quei bei carri agricoli, birocci e calessini, spariti o demoliti anch'essi, che averli oggi uno ci pagherebbe le tasse universitarie per almeno 15 anni fuori corso o ci cambierebbe l'auto senza rate. Ma così va il mondo.

Dimenticavo, la radio, una cosa da oltre un metro in altezza, larga almeno sessanta centimetri, con tanto di grammofono in testa, quelli con la puntina in metallo. Annata? attorno al 1936. L'aveva acquistata Gianò (o piena, profonda, quasi nasale), fratello di mio nonno, scapolo o, meglio, zio per scelta e vocazione, per ascoltare, e piangere ascoltando, il suo DUCE. Sulle sue ginocchia siamo passati tutti e tutti abbiamo tremato quando ci minacciava che ci avrebbe messo "a letto senza scarpe" o che da morti saremmo andati "con un setaccio senza rete a raccogliere le briciole", quelle che riempivano la tovaglia di canapa ruvida e che a quel punto sparivano veloci. Così come prima o poi l'abbiamo fatto arrabbiare e allora era un correre attorno alla casa e poi via su per le scale ripide che portavano al magazzino del grano,così quando ci prendeva la rabbia era sbollita e tutto si concludeva "ta n'al fega piò" non farlo più e lo schiaffo probabile diventavo uno scapellotto lieve lieve. Finita la guerra, rinchiuso in casa perchè nel borgo c'era chi aveva vinto, riempiva la sua vita con la sapienza nel curare il vino e un po' il maiale, nelle altre attività di carpenteria in legno e ferro ormai erano autonomi i suoi nipoti, i miei zii, già fin troppo grandi.  E una mattina il suo cuore si fermò e lui era in piedi appoggiato al cancello che stava riparando e non se ne accorsero subito, perchè spesso si fermava probabilmente a ripensare a quando era un po' l'organizzatore di quel po' di vita collettiva del villaggetto ora suddivisa fra il parroco e una quasi casa del popolo, con funzione di quasi solo osteria. E poi erano arrivati i trattori, la pompa in cantina era elettrica, persino il torchio stava per diventarlo. La mustadora prima a mano, poi a motore, avevano da tempo sostituite le gambe sode delle ragazze che facevano diventare particolarmente attento alla cantina anche mio nonno, e mia nonna più scorbutica del solito.

Ho detto prima del non quasi uso dell'olio. In effetti l'olio arrivava dalla distilleria che ritirava le vinaccie e le compensava in olio (di semi di vinaccioli), assolutamente incoloro e insaporo, e alcol, sotto forma di un liquore lievemente aromatico (il sassolino) che mio nonno divideva equamente fra tutti i maschi maggiorenni e che veniva religiosamente riposto in camera propria, tranne la parte del nonno e del prozio che era per le visite più solenni (mediatori, parenti non visti da anni, il medico condotto e quasi nessun altro).

E attorno alla casa? Il terreno e le pertinenze erano più di due tornature imolesi. Già, fortuna che il sistema metrico decimale è già attuale, altrimenti con la devolution, o devoluzione (in bergamo-bresciano non so come si dice) dovremmo ogni volta spiegarci. Comunque la tornatura imolese è un po' meno di 2mila metri quadri, perciò l'area casa valeva circa mezzo ettaro, non poco sui 13 ettari totali (gli altri quasi 13 nell'altra casa). Ma nelle pertinenze c'era compreso il salvadanaio e la fonte dello "spillatico", cioè di tutto ciò che garantiva l'autonomia finanziaria per le piccole spese a tutti componenti della tribù in grado di lavorare per qualcosa.Ma come si otteneva l'autonomia finanziaria?  Non c'era paghetta, e allora le donne si autofinanziavano con il ricavo dei polli, le uova, un po' di capponi e qualche galletto, i ragazzi maggiorenni con i conigli, i ragazzini dai dieci anni con il ricavato dei piccioni (in pratica i piccoli delle nidiate prima di andare a stare per conto loro, naturalmente riferito ai piccioni).

 Il resto, il ricavato dell'annata, al netto del vivere e delle spese generali (comprendenti anche abiti di lavoro e tutto ciò che in qualche modo era legato al lavoro) e delle spese mediche e sanitarie, come una specie di mutua interna veniva suddiviso con regole precise e, suppongo, secolari. La prima metà (del padrone) veniva divisa fra nonno, prozio e figli di mio nonno magiorenni e maschi,  la seconda metà (quella del mezzadro) fra gli stessi con aggiunti i pronipoti purchè maggiorenni. Da notare che la maggiore età era a 21 anni, ma nel lavoro era 18 anni. Naturalmente le femmine, anche se ancora in casa, niente, qualsiasi fosse l'età.  Per avere un riferimento in qualche modo attuale, derivato da un discorso sentito fra mia madre e i suoi fratelli,  ciò che fra loro dividevano a fine annata agraria era circa il salario che mio padre, manovale, guadagnava anche lui in un anno (salvo periodi di disoccupazione) e mia madre  lì a rimbeccare che era tutto vero, ma loro avevano già pagato l'affitto, mangiato e in parte si erano pure vestiti. E aggiungevo io, mentalmente se no mia madre mi sgridava, difeso l'aggiornamento del capitale. Da sottolineare che, per quanto fossero soldi propri se qualcuno eccedeva in spese voluttuarie, che so un vestito o un paio di scarpe di troppo,  la tribù non è che gradisse: il denaro è indipendenza, la roba si consuma e finisce!  Ma questi sono pensieri dei 15/16 anni. Allora c'era ben altro da curiosare e conoscere, ogni giorno qualcosa di nuovo e, per questo, sicuramente bello, anche quando spaventava, come vedremo presto.

 

                                                                                               

postato da: bkrema alle ore 18:38 | link | commenti (1)
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