a volte piccoli segnali rappresentano sintomi di gravi malattie. E' molto diffusa ancor oggi una visione "magica" del vivere, come se il semplice concetto di "vita" non fosse sufficiente nella sua eccezionalità a rappresentare il meraviglioso.
Mi veniva in mente questo sentendo uno dei tanti intelletuali soloni e stregoni pontificare sul concetto di "tempo" snobbando e irridendo al "tempo" dei fisici che non si accorgono come il tempo del sogno sia eterno, ma brevissimo. Volendo quindi mescolare la sensazione, l'illusione, lo stordimento con la "banalissima" misura fisica del tempo che passa. Almeno nel nostro mondo terrestre.
E' questa visione "magica" della realtà che lascia poi campo libero agli stregoni e agli sciammani, veri o fasulli, al fine di creare seguaci e sostenitori ai credi, alle filosofie, e alle politiche del primo manipolatore che passa.
Non c'è infatti altra spiegazione al fascinoso aderire a movimenti e partiti spesso in rotta di collisione proprio con gli interessi di chi li sostengono.
C'è un breve articolo, ripetitore di concetti largamente assodati nel mondo della biologia, che dovrebbe creare chiarezza proprio nell'ambito del neo risorgimento, non più solo vagamente ma in modo massiccio ed arrogante, di forme di razzismo. Articolo che sottopongo a chi non avesse avuto occasione di leggerlo, da L'Unità.
Vale la pena ricordare il forte contributo di sostegno alle leggi razziali di alcuni nomi poi divenuti famosi, se già non lo erano, sottoscrittori del manifesto degli scienziati italini razzisti, con in testa illustri rappresentanti del mondo cattolico
Tra le adesioni a quel manifesto spiccano quelle di personaggi illustri - o destinati a diventare tali - come, ad esempio,
In particolare ricordo e ripeto i nomi di Amintore Fanfani, Agostino Gemelli, Luigi Gedda, Romolo Murri, Giovanni Papini, che si distinsero anche per le loro ricerche sull'eugenetica. Chissà che direbbero oggi alla luce delle ricerche sul DNA e alle indagini di tipo statistico correlate.
E se si pensa che Luigi Gedda è stato per anni il baluardo del cattolicesimo, non solo al tempo di PIO XII, e Agostino Gemelli il simbolo della scientificità cattolica c'è veramente da rabbrividire.
GIAPPONE. Oriente simbolo di modernità, passato in un tempo velocissimo dal Medio Evo alla modernità democratica, senza per questo rinunciare ai suoi riferimenti poetici e mitologici, incasellati come sono nella natura e nel cielo che lo avvolgono e rassicurano.
Tanti e tanti anni fa c’era un luogo che ai giorni nostri viene chiamato Via Lattea. E in esso due mondi separati: quello degli uomini era a occidente, mentre a oriente c’era il mondo delle divinità.
Kengyû (la stella Altair), un giovane bellissimo, si innamorò ricambiato della splendida dea Orihime (la stella Vega).
Ma una dea malvagia, per contrastare il loro amore, fece straripare il fiume che divideva i due mondi e l’effetto dell’inondazione è visibile ancora oggi, nell’alone latteo.
L’amore alla fine prevalse sull’odio e ai due innamorati fu concesso di incontrarsi ogni anno proprio al centro della Via Lattea il 7 di luglio.
Nelle notti d’estate la Via Lattea risplende bianca e bellissima; due stelle brillano più delle altre: sono Kengyû ed Orihime.
Solo se si riflette sulle motivazioni che permeano una società nel suo profondo si può comprendere la notizia sotto riportata, notizia che riesce ancora a scandalizzare loro, mentre da noi sbevazzamenti, urla e, suppongo, rutti conseguenti, riescono a inondare persino gli augusti scranni del Senato. E non a caso luogo dove, oggi, alberga un gruppo che guida la nostra società impegnato a discutere del linguaggio, degli apprezzamenti, delle disavventure giudizarie e delle carriere che intersecano in modo ormai inestricabile provvedimenti molto personali ad altri di puro effetto demagogico e strumentale.
Stupore e indignazione in Giappone, con gran concorso mediatico, per il comportamento tenuto in Italia da alcuni giapponesi. Ma quali turpi imprese hanno perpetrato, senza che ce ne fossimno accorti, quelli che sono ormai battezzati «turisti della vergogna»?
Si tratta di nove studenti e di un professore che, in tempi diversi, hanno lasciato la loro firma sulla cupola di Santa Maria del Fiore e sono stati denunciati da altri connazionali al ritorno in patria. Non ha attenuato la responsabilità dei ragazzi il fatto che abbiano vergato ingenuamente, accanto al nome, data e scuola di provenienza. Gli studenti sono stati sospesi, mentre il professore rischia il licenziamento.
(...)
Gli esperti spiegano che per la mentalità giapponese riesce intollerabile l’offesa, non soltanto rivolta nel caso a un’opera d’arte come il capolavoro di Brunelleschi, ma all’ospitalità offerta da un paese straniero. Rammentano ancora che, secondo l’etica di stampo confuciano, esiste una responsabilità collettiva chiamata in causa dalle malefatte dei singoli.
Ma a noi profani vien da pensare che la condanna di un gesto vandalico tutto sommato veniale contenga un’altra motivazione, occultata dall’atavica cortesia. Il disdoro ottenuto cioè dall’imitazione, da parte di cittadini giapponesi, di un malcostume che appartiene in modo speciale agli italiani nella loro vita comunitaria e che non si vorrebbe importare. La sporcizia, la sciatteria, l’inosservanza delle regole, il mancato rispetto dei loro «maggiori».
Quanto a "mancato rispetto dei loro «maggiori»", possiamo tranquillamente ignorarlo. Si pensi solamente che il nostro duce supremo, l'eccellentissimo PdC, la prima cosa che ha fatto in Giappone è andare per i dovuti salamelecchi al non più primo ministro Koizumi. Dimissionario per cessato gradimento Koizumi è molto influente nel partito di maggioranza giapponese ed è il principale sostenitore degli accordi di Kyoto (che fosse lì per perorare la causa di BUSH?).
Per non ricordare quando all'ultimo momento fece saltare la visita in Giappone per problemi parlamentari italiani (sempre per cose sue).
(8.3.8). Trieste. Università. Chimica. L'analisi.
Spesso quando si pensa al passato si tende a un tuffo nelle immagini, quelle fotografiche classiche di allora e la sterminata quantità, fino all'ingestibile, delle immagini digitali di oggi. Ma c'è anche il tuffo in un passato tecnico, che spesso diventa, o è già di fatto, culturale. Quello che cercherò di raccontare era lo stato dell'arte, come si usa dire, di allora e quello, nei limiti della mia pratica e delle mie conoscenze, della realtà di oggi.
E' evidente che parliamo di un'analisi qualitativa eminentemente minerale, perchè nel campo organico non è assolutamente pensabile di utilizzare quei sistemi di allora per l'enorme quantità e variabilità di composti presenti sul mercato. Sono tuttavia possibili alcune suddivisioni in categorie dai confini molto ampi.
Per la chimica minerale, o inorganica come spesso si dice, l'attrezzatura usata non era molto diversa da quella di 100-150 anni prima, a partire dal becco Bunsen. Questa apparentemente semplice invenzione mantiene una utilità notevole ed è diventato uno strumento indispensabile in un laboratorio chimico, e non solo.
Bunsen lo mette a punto nel 1855/1860 perchè aveva bisogno di una fiamma a temperatura pulita ed elevata ma con la possiblità di aver, temperature più basse e che fosse anche sicura nell'uso.
Non pensate al 1800 come fosse un mondo scientifico, e anche tecnico, quasi preistorico, lontano dagli usi e costumi scientifici attuali. Molte delle sostanze minerali erano già ben definite, nel 1700 si era lavorato sodo nel ripulire e riclassificare le conoscenze. In questo modo sparivano alcuni aspetti magici dell'alchimia, ma ancora all'inizio dell'800 non si era arrivati a una standardizzazione ad esempio dei simboli. Dalton già comincia ad usare dei simboli non alchemici ma mantiene una confusione fra "sostanze semplici" "sostanze composte" e "sostanze". Uso volutamente i termini di 50 anni fa, oggi diremmo semplicementi "elementi" e "composti" utilizzando nella formula i simboli degli elementi con le quantità (i rapporti molari interni) corrette.
Ho citato prima Bunsen (1811/1899) e adesso Dalton (1766/1844), perchè se a volte si dedicasse un po' di tempo alla storia dei singoli scienziati, così da inserirli in una realtà precisa anche temporale, si vedrebbero questi scienziati, queste persone normalissime ma dotati tutti di una curiosità insaziabile, di una assenza assoluta da pregiudizi e con una vivacità intellettuale precoce, ma perchè anche i tempi e la società erano così.
Dalton è figlio di un tessitore, cresce nella scuola del padre e a 12 anni inizia a insegnare pure lui. Oggi sarebbe un qualcosa di illogico o da denuncia al tribunale dei minori. Eppure quanti sono i nostri ragzzini che hanno curiosità e voglia di fare e che la scuola e il tipo di economia dominante bloccano? E non solo bloccano ma anche li ottundono, perchè rendono di più come mercato di acquisti banali.
Bunsen a 19 anni ottiene il dottorato, poi parte in giro per l'Europa e per tre anni annusa, conosce valenti ricercatori, respira l'aria delle varie scuole di pensiero: esce di casa, corre dietro alle curiosità proprie. E' professore consolidato a 25 anni e riesce anche a perdere un occhio in seguito a un incidente di laboratorio (il solito palloncino che scoppia, solo che un frammento di vetro lo colpì a un occhio). Per inciso da lui prende il nome il "daltonismo" che non è un partito o un movimento poetico, anche se lo potrebbe essere, è solo una anomalia per cui l'occhio non "vede" alcuni colori.
E da vecchi? Bunsen a 78 anni (1889) lascia tutto per dedicarsi al suo hobby preferito, la geologia e avrà altri 10 anni per girare e cercare senza dover perdere tempo a Porta a Porta o simili.
Dalton invece non lasciò mai il suo New College di Manchester, ma negli ultimi anni voleva capire quando come e perchè piove e quanto influisce la temperatura in questi fenomeni. Oggi noi ci alziamo al mattino e vediamo previsioni su previsioni spesso certe, anzi certissime. Apri il pc e qualche sito ti dà le microprevisioni. Qualche decina di anni fa era già molto se l'errore previsionale era ragionevole (giorni non ore). Ma bisognava comiciare da lì.
Ma che ci azzeccano questi discorsi con la chimica? Più di quel che si creda: se non sai cosa hai in mano come fai a capire quel che succede.?
Il dottor DIVAGO ha colpito ancora.
Fa niente ce n'è di tempo davanti.
Fatevi un giro in bici, davanti a quei due ciclisti c'è il mare di Barcola, il mare di Trieste. La foto era il ricordo di un pericolo scampato, mi ero distratto e avevo centrato un'auto in sosta (notare braccio sinistro bendato di fortuna). Mia madre gridava vieni via (temeva eventuali danni all'auto, per fortuna indenne, o quasi) io temevo per la bici: ruote di legno, cambio là in basso, si vede la leva, con un nome francese. Però era la mia, l'avevo comprata con sei mesi di lavoro ad accendere i ceri dentro ai lampioncini da lavori in corso per la ditta per cui lavorava mio padre, dalle cinque alle sette del pomeriggio, dal lunedì alla domenica. Che fusto, vero?, almeno le gambe erano ancora intere, o quasi.
(8.3.6) E venne finalmente il tempo delle chimiche.
All'epoca le materie erano sostanzialmente due, Chimica Generale e Inorganica I,e il Laboratorio di Preparazioni Chimiche e Analisi Qualitativa.
Trieste in parte era feudo di Roma e il docente di Chimica Generale era per forza di cose un allievo di Caglioti (1902-1998) e quindi il nostro prof. Guido Sartori era, come capita, eternamente in viaggio fra Roma e Trieste. Ma noi notammo una particolarità che ce lo rese discretamente simpatico. All'inizio del mese viaggiava a sigarette, poi passava ai toscani e verso fine mese arrivava la pipa dove bruciava tutti i residui di sigarette e sigari religiosamente tenuti da parte.
Il corso di Chimica generale I è decisamente fondamentale per la formazione mentale di un chimico perchè affronta in modo parallelo sia i primi tentativi di costruzione di teorie generalizzatrici dei vari fenomeni chimici e nello stesso tempo costringe a prendere in mano i singoli "oggetti" chimici, sali acidi basi con le loro caratteristiche individuali di colore, corrodibilità, igroscopicità, massa, etc.
Questo aspetto, negli ultimi decenni ha perso molta della importanza che un tempo gli veniva attribuita, con il risultato che molti degli aspetti concreti vengono trascurati e non conosciuti, esponendo quindi il neo laureato a rimpalli disagevoli nell'ambiente di lavoro, specie se in reparti di produzione e, anche se può sembrare strano, a concorrenza competente da agronomi, veterinari e simili.
Indirettamente mostro così tutta la mia "antichità", ma anche il vantaggio di un processo conoscitivo che mi è arrivato via via dal particolare al generale. Scienza giovane la chimica, Lavoisier, di cui qualcuno ricorderà il nome dai testi del liceo, viene ghigliottinato durante la Rivoluzione Francese ed è praticamente con lui che si comincia a passare dalla sfera alchemica a quella scientifica e siamo già a fine '700, inizio '800.
Tuttavia non era con Sartori che siamo cresciuti, troppe poche le ore di contatto vero. Ben diverso era con il Prof. Antonio Ciana. Anche se praticamente coetaneo di Sartori il Ciana, ovviamente, non era in cattedra ma ci teneva per mano nelle lunghe, interessanti e spesso divertenti ore di laboratorio, con l'appoggio del camice blu, il tecnico arguto e paziente Coglievina.
In laboratorio, come già detto dal lunedi al venerdi dalle 14,30 alle 19.30, dal 15 novembre al 15 maggio, il tutto era affidato a noi e toccava a noi consegnarlo alla fine perfettamente pulito e in ordine, comprese le tracce, di quando in quando, di merende a base di salumi, paste asciutte e fiasconi di vino rituali alle viste delle vacanze scolastiche tradizionali o, alla fine del corso, nelle prove finali (di solito tre giorni di otto ore ciascuno) incognite i cui risultati influivano sul voto.
Ma era sempre il Ciana che camminava instancabile fra i banchi e vedeva tutto.
Una delle inevitabili, forse, abitudini dei nuovi studenti è prendere una provetta e introdurvi via via qualcuno dei reattivi che hai davanti agli occhi, con risultati abbastanza strani sia nell'aspetto che, spesso, nel profumo. Allora ti arrivava alle spalle implacabile il Ciana, ti prendeva la provetta dalle mani, la rigirava e rimirava e fra gli occhiali e i baffi sul biondo ti chiedeva cosa fosse quella smerdolosità, andandosene poi sornione e sorridente senza neppure attendere la risposta inevitabilmente impossibile.
Molte delle metodiche, di cui oggi spesso non si riconosce neppure il nome, venivano direttamente dal '700 e '800, come l'impiego del cannello ferruminatorio o la perla al borace. Alcune di queste metodiche di analisi qualitativa sono, fra l'altro, utilizzabili ovunque senza necessità di evoluti e costosissimi laboratori, come del resto non lo erano quei laboratori di un paio di secoli fa dove furono riconosciuti e ben "sistemati" molti di quegli elementi e quei composti che porteranno via via alla affermazione di questa giovane scienza.

Il cannello ferruminatorio è ancor oggi usato per laboratori portatili mineralologici, assieme magari ad una scatola di fiammiferi, una candela e un pezzo di carbone di legna, più qualche sale opportuno. Il tutto nasce da un piccola conca costruita sulla superficie del carbone entro la quale si pone la sostanza incognita opportunamente macinata (da un mortaietto e pestello a uno dei vecchi macinini da pepe o sale, o anche solo usando della selce), la candela serve per fare la fiamma, il cannello per inviare la fiamma, soffiando, sull'alloggiamento del campione.
Fiamma + aria = carbone che brucia in eccesso di aria e quindi temperatura elevata, il carbone e l'aria reagiscono con la sostanza incognita e osservando quel che succede si "deduce". Il cadmio, ad esempio, lascia un alone di vari colori sulla superfice del carbone a cui hanno dato il nome di coda di pavone e così diventa facile rivelarne la presenza nei sali di zinco, visto che il cadmio è uno di quegli elementi che è bene non venga ingerito neppure in tracce.
La perla al borace invece si ottiene mescolando borace e sale incognito, ci si arriva sopra con un filo di platino (infilato al rosso in una bacchetta di vetro) rovente, si torna a scaldare con attenzione, il tutto a questo punto fonde, si toglie dalla fiamma, si forma una gocciolina di vari colori che si lascia raffreddare sul piano di porcellana o simili e di nuovo si "osserva" e si "deduce".
Oggi naturalmente tutto è più semplice (e costoso, però veloce), si introduce il campione, il sistema fa tutto e poi ti spedisce il foglietto con il risultato e non occorre più "osservare" e "dedurre".
Il chè può essere un gran vantaggio, perchè c'è più tempo da dedicare agli mp3 infilati nell'orecchio, o ai titillamenti dell'ultimo i.pode (sempre che sia scritto giusto).
PS: a proposito del Prof Sartori un anonimo suggeritore nega che Sartori fumasse sigarette. Probabile, ma i ricordi sono come il primo amore, magari sono sbagliati però sembrano veri. Così come capii anni dopo la sua insistenza sui complessi e composti di coordinazione in genere, da un suo libro. Argomento allora innovativo, e molto importante ancor oggi, per tutte le implicazioni anche biologiche, ad esempio, nelle interazioni amminoacidi-metalli su cui mi trovai a pubblicare una specie di brevetto, raro esempio di "carmina" che talvolta "dant panem". E che finiscono velocemente, e simpaticamente, in "circenses".
la primavera è finita, siamo in estate. allora si va a spasso!
FELICE E BUONA PASSEGGIATA. ALMENO LI' SENZA CAINANO!
dicono che sia molto di moda in England, allora arriverà anche da noi?
Il dress code di questi happening prevede costumi, sia per il gusto di travestirsi sia per la necessità di non farsi riconoscere, e biciclette al seguito in modo da riuscire a sfuggire in fretta una volta scoperti. Il numero dei partecipanti è variabile: da 15 a 300 a seconda di quanto circola l'invito.
Ve lo immaginate in Italia, magari dalle parti della Sardegna, quelle protette da segreto militare?
Ma non sarà per questoche viene mobilitato l'esercito in modo previdente?
Vabbè, c'è sempre il diritto alla privacy, quella dai fotografi specie se sono autorizzati per invaderla. In esclusiva, naturalmente.
PS: ma forse no, ve li immaginate i ragazzotti bene nostrani che girano in bici anzichè con il SUV di papà o quello di mammà?
non è pruriginoso, anzi scontato, però può servire ai fini di produzione e delle attività artistiche (magari con una sigla che indica la variazione di superficie dell'area cerebrale, quella del diametro temo sia decisamente personale) o farmacologico-taumaturgiche, per lo studio di nuove molecole utili allo scopo.
provato il confronto con "oggetti" (me ne scuso) dal vivo?
Mentre i volontari guardavano le proieizioni una risonanza magnetica funzionale registrava l'attività dei loro cervelli. E, nel frattempo, uno strumento ad hoc, il pletismografo penile, misurava anche la tumescenza del loro pene. «Come atteso - rivelano gli scienziati - l'erezione è arrivata con la visione della pellicola hard, così come si sono accese in corrispondenza alcune aree del cervello».
ATTIVAZIONE PROPORZIONALE - Incrociando le informazione della risonanza magnetica e del pletismografo, è stato possibile osservare la correlazione tra meccanismo cerebrale ed erezione. «Il volume dell'organo sessuale maschile - continuano i medici - è risultato proporzionale alla potenza dell'attivazione di un'area del cervello specifica: il pars opercularis, nell'area di Broca dove appare l'attivitá dei neuroni specchio». E non è tutto, gli scienziati hanno scoperto che «l'attivazione dei neuroni, e dunque di quell'area specifica cerebrale, precede l'eccitazione e l'erezione automatica. Più o meno come se quelle cellule cerebrali rappresentassero una sorta di telecomando del processo di erezione».
siamo, sono, in attesa di studi sulla base dell'età, del patrimonio culturale (analfabeti...intellettuali...laureati), del censo, dell'attività (manovale, capo, PdC...).
si suggerisce un merchandising a base di spillette con cifra che indica area, o anche etichette su abiti (quelli "non" posti sotto o sopra).
(8.3.5) Trieste. Chimica. Tutta la fisica, compreso il baco.
A differenza di Matematica, Fisica non aveva subito gli sdoppiamenti di altri corsi, forse perchè non aveva i numeri. cioè i fondi e il personale sufficiente. Resta il fatto che ingegneri, matematici, fisici, chimici e via così avevamo un unico corso con qualche correttivo, in fase di esame.
La valutazione, come si dice oggi, nasceva da una prova scritta e successiva, per gli ammessi, discussione orale.
I chimici venivano ammessi anche solo con 8 (otto) su 30 (trenta). Evidentemente i titolari del corso non ritenevano possibile che un chimico potesse mai arrivare alle sublimi vette della fisica.
Sperimentalmente, prendendo io medesimo come esempio, penso non abbiano torto. Infatti io mi presi 23/30, il terzo scritto dall'alto su quasi un cenitnaio di studenti, e poi franai ignominiosamente non sotto un singolo orale ma in tre orali successivi e alla quarta prova (ormai ero emigrato), come disse una collega del titolare del corso a Bologna, dove sarò fra un paio d'anni, il prof Peli compie gli anni e per rispetto alla sua costanza le regala 21. Dea Dalmonte Casoni, venerata e venerabile docente di Organica Uno in Viale Risorgimento a Bologna. Cara Prof, ormai là nel cielo liquido dei chimici, grazie e grazie ancora.
Capii molti anni dopo, quasi venti, insegnando fisica a un serale per studenti lavoratori, dove era nascosto l'immenso baco che mi trascinavo dietro dal liceo. Pochi, infatti, si rendono conto quanto fondamentale sia l'imprinting che si riceve in quegli anni. La nostra prof di matematica e fisica, oltre a fumarsi quasi un pacchetto di sigarette nelle due ore di lezione stando sulla porta fra l'aula e il corridoio dell'Oberdan, ci ha presentato sempre la fisica come un po' di formuline o formulone senza mai un concetto.
E invece i fisici sono un incrocio fra teologi e filosofi, con prove sperimentali valutate a forza di calcoli e funzioni e bla, bla, più che di qualcosa di concretmente tangibile. Certo c'era il labortorio di FISICHETTA, quello divertentissimo, lì facevi misure, litigavi con lo strumento, gli facevi il check up completo. Potevi persino giocare con l'elettromagnetismo anche se era roba del secondo anno. Ma l'aula, la teoria, ben altro.
Eravamo arrivati nell'aula magna per la prima lezione di fisica uno già intimoriti e prevenuti. L'aula, la prima che vedevo così, era la classica aula ad anfiteatro e di fronte a noi un muro di lavagne e una cattedra che occupava l'intera larghezza. Dietro c'era il prof Poiani, smilzo elegante e allampanato signore fra i 30 e i 40 con quei visi tipici di quella costa che da Trieste arriva fino a Spalato e anche più giù, a ricordare che su quei territori il leone di San Marco non ha lasciato solo simboli e monumenti ma anche tracce significative del suo DNA.
Noi lo guardavamo curiosi di ritrovare le tracce dei racconti che i fagioli, quelli del secondo anno, ci avevano fatto. Si diceva che il portiere una sera, non avendolo visto uscire e notando le luci accese nell'Isituto, fosse andato a cercarlo e l'avesse trovato nel laboratorio in mutande che tirava una molla legata alla parete, arretrando, poi la lasciava e la rincorreva verso il muro, a riprenderla. E poi di nuovo, e ancora da capo, in un percorso tutto suo come se fosse altrove.
Vero o falso che fosse, il tutto veniva spiegato raccontandoci che era rimasto più volte all'interno di un sommergibile affondato e salvato per miracolo. Chi diceva una, chi due e chi persino tre, e noi cercavamo nel suo modo di parlare o di muovere segni residui di quel sentito dire, ma vedevamo solo un elegante e distaccato signore concentratissimo e per niente verboso che macinava argomenti e principi e leggi con un linguaggio per me sconosciuto.
Mi portavo religiosamente sempre dietro il Rostagni, un monumento ancora presente nella biblioteca degli studenti all'Università di Trieste, come mi ricorda Google, assieme agli appunti di fisica superiore dello stesso Poiani.
Ma torniamo allo scritto, lo ricordo perchè uno degli esercizi chiedeva di calcolare la spinta, la velocità di fuga, l'energia necessaria per portare un "razzo" (allora non si chiamavano missili) fuori dall'atmosfera terrestre nell'ipotesi etc etc. Non ricordo quanti fossero gli esercizi, ricordo che questionai con uno degli ingegneri (futuri) che non accettava i miei suggerimenti. Pensate con che orgoglio andai all'orale, quasi sicumera, fuori da quello stanzino dove si entrava uno alla volta e da cui uscii quasi 40 minuti dopo sconfitto e inebetito.
Eppure l'avevo scritto f = ma, ma non gli andava bene, dov'è che sbagliavo?.
E fu quella stessa domanda a incastrarmi le altre tre volte. Poi lo capii, finalmente vent'anni dopo, nello sforzo di spiegare ai miei allievi di un corso serale per ragionieri, alcuni con qualche anno più di me, la composizione delle forze, come, ad esempio, se applichiamo due forze uguali, nella stessa direzione, ma di verso opposto... e mi fermai. Avevo capito, mi avevano sempre sbattuto fuori con il classico 12 sul libretto e avevano ragione, mancava il segno di vettore, quella freccina sulla "f " e sulla "a" e la domanda era volutamente cattiva fatta da un fisico a un chimico LA MASSA NON E' UN VETTORE.
E il chimico gioca con le masse, gioca con la materia, pesa, stritola, stravolge, scalda, fonde, congela ma non c'entrano i vettori quando la manipoli, la pesi, la trasformi quella MATERIA.
Però quell'esame, lo racconterò più avanti, determinò una serie di piccoli fatti che rivoluzionarono completamente il mio futuro, futuro che mi spostò da Trieste a Bologna.
Ma forse fu solo lo spunto che mi faceva riprendere il mio randagio movimento, in fondo, quando succederà, saranno ben quasi sette anni che vivevo a Trieste, mai ero stato tanto tempo in una città, in un paesino. Ma forse è anche per questo che quella città, quell'ambiente, quel modo di vivere, forse non solo di allora, mi hanno formato.
E quando una sera, di qualche anno fa, in un TG ho visto inserito lo Spot di Fini su una manifestazione là indetta, mi sono sentito tradito per un uso così smodatamente di parte di una città di frontiera, città così sfrontatamente italiana ma anche così aperta a tutti quei popoli che tramite lei arrivavano, e arrivano ancora, da Est verso occidente e nonostante io in quella piazza avessi, oltre 50 anni prima, applaudito e condiviso le parole di Almirante.
Facce, visi, corpi, pance, colori della pelle così diversi, spesso, ma così testimoni di un passato non anonimo, non solitario in un presente, allora, ma temo anche oggi, così poco attento ai flussi veri e profondi tramandati da generazione in generazione.
(8.3.4) Trieste. Chimica. Lezione di matematica.
Come sempre nella società leggi, riforme, accadimenti (!) esterni modificano la storia di ognuno. Fino all'anno prima il biennio "propedeutico" non aveva corsi particolari per i non matematici, fisici e ingegneri ma tutti assieme appassionatamente partecipavano ai corsi fondamentali. Corsi fatti sia di solide prove scritte che dei successivi esami orali.
Nel nuovo ordinamento del biennio propedeutico di chimica alcune materie come le matematiche erano scorporate, il chè significava che gli insegnamenti come analisi matematica e simili erano fatti su misura per noi chimici.
Negli anni questo sistema poi prese piede in modo eccessivo e, per aumentare le cattedre, si inventarono i corsi più variegati e possibili e i necessari sdoppiamenti, magari fra chi era alto dametri zero a metri uno e settanticinque centimetri e due millimetri. Ma allora eravamo ancora lontani da queste sottigliezze burocratico-comode di moltiplicazione di pani e pesci non proprio evangeliche, le moltiplicazioni.
Per fortuna, quella separazione. Mi capitò anni dopo, ero già laureato, di prendere in mano un testo di analisi (matematica) e rimasi come uno che per la prima volta vede dei geroglifi egizi, nemmeno una parola (o quasi), tanti bei simboli, perchè le parole sono inutili quando importano i concetti e se i concetti sono condivisi basta mettere un simbolo.
Quasi come la solita barzelletta che racconta come si raccontano fra loro le barzellette un gruppo di rappresentanti (agenti di commercio) riuniti in un unico scompartimento ferroviario: uno dice un numero e gli altri se la raccontano mentalmente e ridono in modo più o meno legato al carattere di ciascuno.
Il fatto è che i chimici di oggi sono tutta matematica e funzioni e calcoli noi, allora, eravamo ancora alla preistoria e i due corsi del primo anno erano tenuti, Istituzioni uno da un giovanissimo docente alle soglie della cattedra (diventerà illustre cattedratico a Milano anni dopo), mentre esercitazioni matematiche uno, no.
Noi, le matricole di chimica, eravamo sì e no una ventina, le lezioni le tenevamo in una auletta con quelle poltroncine tutto legno, con bracciolo semimobile con funzione di appoggio-scrivania, si fa per dire. Cinque fila di poltroncine-scrivania per cinque cadauna, ingresso lato sinistro guardando le due lavagne affiancate frontali. Sulla parete opposta, lato sinistro, la quinta delle poltroncine toccava il muro, sulla parete della porta non più di cinquanta centimetri fra la poltroncina e il muro.
Il primo giorno eravamo lì presuntuosi, noi dello scientifico Oberdan, con quegli analfabeti matematici del classico che neanche conoscevano vocaboli come derivata, integrali, studio di funzioni, noi invece ...
Noi invece, e anche gli altri, vedemmo entrare un cosino giovane giovane sul metro e sessanta, poco più, giovanissima, anche rispetto a noi minus quam (matricole insicure e arroganti, quando gli anziani non ci controllavano) e, come allora usava, vestita da donna ma in modo molto stringato: blusa-corpetto, sottanina dello stesso colore e stoffa sotto il ginocchio, non troppo (le minigonne erano lontane, era il 1955), accenno di camicetta di quelle tutte disegnini come si usa in certi felici paesini dell'Alto Adige, musetto tondo, paffutto con quel colore rosato tendente al vivace, tipico delle genti del Carso, scarpe solide ma non troppo anche se le gambe avrebbero ingentilito degli scarponi da alpini, e due labbra vere quasi infantili, senza rossetto e lo stesso brillanti, vivaci.
Io ero sul bordo verso il muro d'ingresso e pur essendo attorno al metro e ottanta ero pur empre tra i piccoli, scattammo in piedi ammutoliti e lei si fece piccolissima per riuscire a passare tra noi e il muro guardando fissa davanti a se stessa. Era una nuvola color antracite ravvivata dalla blusa e dal viso con i capelli pettinati svelti che mi passavano sotto gli occhi, veniva da dirgli coraggio, saremo buoni, è la prima volta anche per noi.
Le lezioni erano a blocchi di due ore, praticamente senza intervallo e senza quarto d'ora accademico e anche senza momenti di relax. Ma non fu del tutto vero, c'erano i ruoli da rispettare, non era più un liceo, non era una accademia, in pochi giorni ci trasformò, eravamo una squadra e lei ci spingeva, ci fermava, tornava indietro, andava avanti, lasciandoci ritenere che fossimo noi a guidare alternadoci alla lavagna, alla discussione. Sempre tranquilla, ci lasciava controllare sullo ZWIRNER ogni passaggio perchè, non lo diceva ma lei lo sapeva, le rotaie del testo ci davano sicurezza e non ci lasciavano scappatoie o fughe laterali.
E quando finì quella prima lezione capimmo quanto anche lei fosse stata tesa, uscendo dall'aula tutte le parti un po' in evidenza di quella giovane e morbida sagoma femminile di prof erano sporche, no! macchiate o impolverate di gesso. Non usavamo ancora quelle stecche di steatite che scrivono senza polvere.
Nessuno di noi sorrise ma non perdemmo una lezione e io presi uno dei rarissimi trenta della mia storia (a istituzioni uno non superai il 25).
controllate le date negli ultimi due anni da 5 meawat a ben 55 megawatt, che sia un po' merito anche del tanto vituperato Prodi?
Un miliardo di euro per acquistare e sviluppare impianti per la produzione di energia solare nei prossimi cinque anni. È quanto ha ottenuto Enerqos, uno dei primi fornitori in Italia di impianti fotovoltaici, dall'accordo con la merchant bank lussemburghese NextEnergy Capital.
Si tratta di uno degli accordi più importanti mai siglati in Europa per lo sviluppo dell'energia solare. Enerqos, società con base a Monza, realizzerà impianti «chiavi in mano» utilizzando le tecnologie più avanzate, tra cui un sistema proprietario, brevettato dall'azienda. I primi impianti, già progettati, saranno realizzati in Italia e in Grecia.
Negli ultimi anni il fotovoltaico sta crescendo a ritmi spediti in Italia e in Europa. Nel nostro Paese siamo passati da 5 megawatt prodotti nel 2005 ai 55 del 2007, secondo dati del Gestore del servizio elettrico. Nel primo trimestre 2008 la produzione è stata di 18 megawatt. L'Italia è prima in Europa per crescita anche se la quota di energia da solare (10%) è ancora bassa, secondo gli addetti ai lavori, in rapporto al potenziale del nostro Paese.
L'Unione europea, con la direttiva 77 del 2001, ha posto come obiettivo per gli stati membri una produzione da fonti rinnovabili pari ad almeno il 21% entro il 2010 . Una quota già abbondantemente superata da paesi come la Germania che, solo nel 2007, è arrivata a produrre circa 3834 megawatt da fotovoltaico. Negli ultimi otto anni gli addetti sono passati da 1500 a oltre 30mila. A livello mondiale, nel 2007, il settore ha dato lavoro a 100 mila persone generando un giro di affari di circa 20 miliardi di euro.
'o soole mioooo... riuscirà a prevalere sulla 'a monnezza?